di Maurizio Pallante
1.
Il welfare state e i servizi sociali sono legati con un nesso inscindibile alla
crescita del prodotto interno lordo. Poiché la spesa pubblica dipende dalle
entrate e le entrate statali sono costituite dalle imposte indirette e dalle
imposte dirette, se il pil cresce, crescono sia il
valore delle merci scambiate e il gettito dell’IVA, sia i redditi delle persone
fisiche e delle persone giuridiche, quindi l’ammontare delle tasse su di essi. L’entità dei servizi sociali che uno Stato può offrire
è dunque direttamente proporzionale al valore del pil
e all’ammontare dell’imposizione fiscale che ne deriva.
2.
Se la distribuzione del reddito tra le classi sociali fosse lasciata al
mercato, si verificherebbero grosse diseguaglianze tra i più forti e i più deboli. Per questo
la socialdemocrazia, ma in modi diversi il socialismo reale e, più in generale,
quel magma variegato di varianti e sfumature politiche che nel corso della
storia si sono schierate a sinistra, sono caratterizzate e unificate dall’obbiettivo di operare attraverso lo Stato una più equa
redistribuzione della ricchezza prodotta. I metodi con cui hanno perseguito e
perseguono questo obbiettivo sono molto diversi, ma
questa è la finalità ultima, che le unifica e le distingue dal magma delle
varianti e sfumature politiche che costituiscono la destra. [BOBBIO, DESTRA E
SINISTRA].
3.
Un’immagine che viene spesso utilizzata per definire
queste dinamiche è quella della torta, la massima aspirazione dei golosi, dei
transiti di cibo per usare una definizione di Leonardo da Vinci. Più è grande e più ce n’è per tutti. Su questo
destra e sinistra concordano. Ciò premesso, lo scontro tra queste due
varianti politiche unificate dall’ideologia della crescita avviene sui modi di
spartire le fette. Per la destra il compito spetta
alla mano invisibile del mercato, che è in grado di allocare la ricchezza
prodotta (questo è il verbo che si usa in proposito) nei modi più efficienti
per consentire alla torta di crescere ogni anno di più. La sinistra, in
particolare la componente socialdemocratica, ritiene
invece che sia compito dello Stato intervenire per ritagliare le fette in
maniera più giusta, attraverso una forte imposizione fiscale finalizzata a
finanziare interventi sociali in settori d’intervento sempre più vasti, a
favore in primis delle classi e delle categorie sociali più svantaggiate, ma
non solo. Olaf Palme “instancabile cantore del Welfare State
universalistico (ossia destinato non ai soli bisognosi, ma tutti), […] da primo
ministro avrebbe portato il livello di pressione fiscale al 53 % (nel 1955 era
al 25 %)”. Monica Quirico (a cura di), Tra utopia e realtà: Olaf Palme e il
socialismo democratico, Editori Riuniti, university
press, Roma 2010, pag. 17
4. Il Welfare State è quindi un modo di ridistribuire nei modi più ampi e diffusi porzioni sempre maggiori del reddito derivante dalla crescita economica. In questo senso la crescita economica sarebbe perseguita dalla socialdemocrazia come strumento finalizzato alla realizzazione umana. In realtà, nella competizione politica con la destra, il welfare state sembra piuttosto concepito come uno strumento che consente di far crescere di più e meglio l’economia: una serie di sostegni forniti alle persone e alle famiglie perché possano dedicare più tempo, con meno pensieri e meno preoccupazioni, più serenamente, al lavoro finalizzato alla crescita del pil. Quindi a farlo crescere di più.
Non
una purezza d’intenzioni induce a considerare gli esseri umani come fine e la
crescita economica mezzo per realizzare questo fine, ma il calcolo di
potenziare il numero e l’impegno degli esseri umani come mezzo per raggiungere
meglio il fine della crescita economica.
5.
Il capovolgimento dell’ideologia della crescita, la prospettiva della
decrescita, comporta una riduzione delle entrate statali e,
di conseguenza, implica inevitabilmente una riduzione del welfare state,
dei servizi sociali forniti dallo Stato. Cibo difficile da digerire dalle varie
sfumature della sinistra, in particolare le componenti
socialdemocratiche, che del welfare state hanno fatto un pilastro del progresso
sociale, una vera e propria battaglia di civiltà. Conseguenza del tutto
ignorata da quei settori ancora molto minoritari della sinistra che hanno abbracciato la decrescita come ultimo pilastro in
ordine di tempo su cui tentare di ricostruire la loro casa distrutta. Se si
sostengono le filiere corte, se si partecipa a un gas
che si rifornisce da un produttore di vicinanza, si riducono i consumi di
combustibili fossili, sul prezzo dei quali le tasse rappresentano il 67 per
cento, quindi si riducono le entrate statali, quindi occorre ridurre il numero
degli insegnanti per classe e chiudere gli asili nido. Se
si pensa che gli asili nido siano un segno di civiltà, bisogna fare la spesa
negli ipermercati e comprare le cipolle coltivate in Egitto.
6.
A questo punto occorre porsi due domande. La prima: le motivazioni di chi sostiene la necessità di una decrescita economica hanno un
fondamento o sono ubbìe di anime belle? In altri
termini, la decrescita è un gioco che vale la candela? Offre vantaggi non
altrimenti ottenibili? La seconda: la riduzione del Welfare State, dei servizi
sociali è veramente un male?
7. L’ipotesi della decrescita rimette innanzitutto in discussione il fatto che la crescita economica, la crescita del prodotto interno lordo, sia una cosa buona e giusta. Per almeno 3 ragioni.
a)
Ragioni di carattere ambientale. Cresce il prelievo di risorse (esaurimento di
quelle non rinnovabili, in particolare il picco del petrolio) e crescono gli
scarichi di scarti liquidi, solidi e gassosi nell’ecosistema terrestre
(anidride carbonica e riscaldamento globale).
b) Ragioni di equità a livello internazionale tra i popoli (un quarto
dell’umanità si appropria dei tre quarti delle risorse)
c)
Ragioni di equità intergenerazionali
8.
La crescita del prodotto interno lordo è di per sé fattore di
iniquità e per una componente politica che si caratterizza per il
perseguimento dell’equità, questa è una contraddizione sostanziale. L’equità
non può essere limitata in una dimensione spazio-temporale definita: oggi, per
quella parte della specie umana che vive nei paesi industrializzati. Per avere
valore universale, e non può non averlo, si deve estendere a tutti i popoli,
alle generazioni future, alle altre specie viventi nell’ecosistema terrestre,
che non costituiscono lo scenario su cui recita la sua parte la specie umana
secondo la distinzione cartesiana tra res cogitans e
res exensa, ma che costituiscono insieme alla specie
umana un vero e proprio organismo vivente, come ha teorizzato Lovelock con la teoria di Gaia.
9.
Il perseguimento dell’equità e della piena realizzazione
umana non sono conciliabili con la crescita del prodotto interno lordo. Oggi lo
vediamo chiaramente dalle conseguenze devastanti innescate
dalla crescita economica dei soli paesi industrializzati [effetto serra, picco
del petrolio]. Ma quando era meno evidente (i primi
allarmi sono dei primi anni settanta, con la pubblicazione, a cura del Club di
Roma, del libro I limiti della crescita, un titolo impropriamente tradotto in
italiano con una formulazione più neutra per il paradigma economico: I limiti
dello sviluppo). Ma quando queste conseguenze non erano ancora così evidenti, cosa ha indotto a identificare il benessere con la
crescita del pil e, quindi a finalizzare a questo
obbiettivo le attività economiche e produttive? L’idea che il pil sia l’indicatore del benessere e della ricchezza, che cioè misuri il valore dei beni prodotti e dei servizi
forniti da un sistema economico e produttivo nel corso di un anno. In realtà,
il prodotto interno lordo è un indicatore monetario e, come tale, può prendere
in considerazione soltanto le merci, cioè gli oggetti
e i servizi che passano attraverso una transazione commerciale e vengono
scambiati con denaro. Questo è il gigantesco equivoco, da cui derivano una
serie di conseguenze pratiche e su cui poggia il sistema dei valori che caratterizza
le società industriali (non ho cuore di usare la definizione di civiltà
industriale).
10.
Occorre ripristinare ed avere ben chiara la differenza tra il concetto di bene
e il concetto di merce. I beni sono oggetti e servizi che rispondono a un bisogno o soddisfano un desiderio. Le merci sono
oggetti e servizi che si scambiano con denaro. Questa distinzione è
indispensabile per chiarire alcune confusioni.
a)
Non tutte le merci sono beni e non tutti i beni sono merci. Esempi. Decrescita:
diminuzione della produzione e del consumo di merci che non sono beni, aumento
della produzione e dell’uso di beni che non sono merci.
b)
Alcuni beni si possono ottenere solo in forma di merci. Alto contenuto
scientifico e tecnologico. Di qui la fede nella scienza e
nella tecnologia, nel progresso, la proiezione verso il futuro, le magnifiche
sorti e progressive.
c)
Altri beni non si possono ottenere sotto forma di merci, per
cui non vengono presi in considerazione, ma la loro mancanza fa soffrire
e spesso viene causata proprio dalla spasmodica tensione alla produzione e al
consumo di quantità sempre maggiori di merci (affetti, stima degli altri,
relazioni umane significative, salute. cfr. discorso pronunciato da Robert Kennedy il 18 marzo 1968).
d)
Molti beni si possono autoprodurre più vantaggiosamente invece di comprare le
imitazioni delle merci corrispondenti, però i beni autoprodotti e i servizi non
comprati ma scambiati per amore non fanno crescere il pil,
per cui in una società fondata sulla crescita del pil questa possibilità deve essere sradicata dalla testa
delle persone.
L’operazione
è stata realizzata agendo in più direzioni:
a)
Il lavoro manuale è stato svilito ad attività di ordine
inferiore (mentre invece una importante corrente di pensiero considera che nel
saper fare guidato dalla progettualità consiste il più alto livello di
realizzazione umana: R. Sennet, L’uomo artigiano).
b) L’autoproduzione è stata ridicolizzata come arretratezza
tecnologica, fatica, perdita di tempo (mentre è vero il contrario: ci vogliono
più tempo, più fatica, più soldi per comprare le imitazioni).
c)
Il saper fare è stato cancellato dalla memoria collettiva. Il numero delle
persone che non sanno fare niente cresce in continuazione (praticamente
tutti gli abitanti delle città). Chi non sa fare niente deve comprare tutto e
fa crescere il pil di più di chi sa fare qualcosa e
non deve comprare tutto.
-
Il concetto di lavoro (ogni attività finalizzata a ricavare dalle risorse
naturali i beni necessari a soddisfare le esigenze vitali degli esseri umani) è
stato ridotto al concetto di occupazione (attività,
per lo più parcellizzate e prive di senso complessivo, che non hanno alcuna
attinenza con la soddisfazione delle esigenze vitali di chi le compie, ma sono
finalizzate a produrre merci in cambio del denaro necessario a comprare merci).
Per l’Istat solo chi fa un lavoro salariato viene inserito nella categoria delle forze di lavoro.
11. In questo quadro il Welfare State è stato il cavallo di Troia per estendere la mercificazione ai rapporti umani, per trasportarli dall’ambito del dono e della reciprocità all’ambito del mercato. Nelle famiglie dove convivono, o comunque possono avere rapporti quotidiani immediati, tre generazioni, un ruolo importante nella cura e nell’educazione dei bambini è affidata ai nonni. I nonni ne sono gratificati, ne ricavano un senso alla parte terminale della loro vita, i nipotini hanno la gioia di un rapporto interpersonale esclusivo (che nei primi tre anni di vita ha un ruolo fondamentale per l’equilibrio psico-fisico), i genitori possono dedicare una parte significativa del loro tempo ai figli perché quel tipo di famiglia consente di autoprodurre beni in misura non irrilevante e quindi di ridurre la dipendenza dalle merci e il tempo da dedicare alla produzione di merci per avere il denaro necessario a comprarle. Ma le relazioni umane fondate sull’amore sono gratuite e non fanno crescere il pil. Come rimuovere questo ostacolo? Si è martella sui vincoli alla libertà individuale posti dalla convivenza di più generazioni, si esalta l’autonomia delle famiglie mononucleari chiuse nelle loro cellette condominiali, si rivendica come un valore irrinunciabile l’emancipazione offerta dall’ottenimento di un reddito monetario in cambio dello svolgimento di un’attività lavorativa nella produzione di merci (l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, per meglio dire sull’occupazione), si radica nell’immaginario collettivo l’identificazione della realizzazione umana col possesso di cose.
Ma
se papà e mamma escono la mattina di corsa sbattendo la porta per non arrivare
tardi al loro posto di lavoro e tornano la sera stravolti
dalla stanchezza e dal senso di inutilità, e se i nonni abitano in una celletta
di un condominio lontano, chi si occuperà dei bambini? Elementare
Watson: il Welfare State: gli asili nido, le scuole
dell’infanzia, elementari e medie a tempo pieno, a tempo prolungato, il prescuola e il doposcuola, il pre-prescuola
e il dopo-doposcuola.
Il nostro è un paese civile. Abbiamo tanti servizi sociali. Non abbandoniamo i
bambini e veniamo incontro alle esigenze dei genitori che lavorano, gongola
l’assessore del centro-sinistra (per non parlare del sindaco) tra le tartine
all’inaugurazione del nido.
Ma tutto questo costa. Chi paga?
Benedetto decrescista, o decrescente, come si dice? Se lavorano papà e mamma…
Se sono occupati papà e mamma, vorrà dire.
Sì,
se sono occupati papà e mamma, presentano due modelli
730 su cui calcolare l’Irpef. Inoltre l’apporto di
questa famiglia alla crescita della produzione di
merci è duplice, quindi raddoppia anche il loro contributo indiretto all’Irpeg. Ma se entrambi i genitori sono
fuori casa tutto il giorno, non penserà mica che abbiano il tempo di andare a
fare la spesa al mercato e di cucinare. Compreranno cibi surgelati e precotti,
che costano molto di più dei cibi freschi, quindi il loro contributo all’Iva
sarà maggiore del contributo di chi non compra tutto quello che gli serve per
vivere, o compra prodotti freschi, che costano dimeno,
a cui aggiunge il valore non monetario del suo lavoro per cucinarli. Inoltre i
surgelati vengono da distanze maggiori e richiedono un
maggiore consumi di fonti fossili per il trasporto. Non dimentichi,
infine, che la surgelazione richiede molta energia
elettrica e lei sa senza dubbio quanto sono gravati di tasse i prodotti
energetici. Per il Welfare State le famiglie mononucleari sono una pacchia. Fanno arrivare nelle
casse dello Stato e dei Comuni tanti di quei soldi da ripagare più che
abbondantemente i costi di gestione e del personale dell’asilo nido dove
portano imbacuccato, infreddolito e insonnolito il loro bambino la mattina
presto per andare a riprenderselo la sera.
Ma che vita è per quel bambino sottoposto agli orari e
ai ritmi del lavoro salariato dall’età di tre mesi? È davvero un’emancipazione,
un progresso e un miglioramento fare tutto il giorno un lavoro salariato per
avere i soldi per comprare sotto forma di merce l’assistenza ai neonati invece donarla con amore riducendo il tempo dedicato al
lavoro salariato, tanto anche se si guadagnano meno soldi se ne spendono anche
di meno? O sono pene e sofferenze che gli esseri umani
devono pagare per far crescere il pil? Un aspetto
della loro subordinazione alle esigenze della crescita economica?
12.
Se le varianti liberal-liberiste,
di destra, della crescita possono essere contraddistinte dallo slogan “più
Mercato e meno Stato”, e le varianti socialiste-socialdemocratiche, di
sinistra, dallo slogan “meno Mercato e più Stato”, il paradigma culturale della
decrescita, perché di un paradigma culturale si tratta e non solo di una teoria
economica, si contraddistingue con lo slogan “meno Stato e meno Mercato”.
Due vie per la decrescita
di M. Badiale - M. Bontempelli –
Quest’intervento s’inquadra nel dibattito suscitato dalla
proposta politica di Serge Latouche che in Italia è stata raccolta e rilanciata da Maurizio Pallante. Proprio con quest’ultimo i due autori sono in disaccordo su un tema tutt’altro che marginale. Pallante propugna il ricorso
all’autoproduzione delle reti sociali per contrastare la crisi economica,
ritenendo inevitabile la contrazione del welfare, in considerazione della
riduzione crescente del Pil, non solo nel nostro
Paese. Badiale e Bontempelli, invece, ritengono che
l’investimento sociale possa essere salvaguardato da politiche di bilancio più
attente al risparmio, innanzitutto su capitoli dannosi e improduttivi, come per
esempio la difesa e gli armamenti. La differenza di vedute apre a scenari e
proposte politiche assai diverse.
Questo scritto prende spunto da un articolo di Maurizio
Pallante, Decrescita e
welfare state: un testo di grande
chiarezza, qualità che giudichiamo di grande valore in questi tempi confusi.
Proprio la grande chiarezza e l’onestà intellettuale
di questo scritto permettono di individuare quelli che giudichiamo “errori” che
ci danno l’occasione di iniziare una discussione, che riteniamo importante e
urgente, sul fondamento ideale e teorico del movimento della decrescita.
Le tesi fondamentali di Pallante ci sembrano essere le
seguenti: “poiché il welfare state e i servizi sociali
sono legati con un nesso inscindibile alla crescita del Prodotto interno lordo
(mentre la proposta teorica e politica della decrescita è, appunto, la proposta
della decrescita del Pil) welfare state e decrescita
sono incompatibili, e chi sostiene la decrescita deve criticare il welfare
state e chiedere la riduzione dei servizi sociali pubblici tipici delle
politiche ‘socialdemocratiche’ che hanno segnato la storia dei Paesi
occidentali nel secondo dopoguerra”.
Come si risponderà allora ai bisogni che attualmente
vengono soddisfatti dai servizi sociali (o da quel che ne resta)? Secondo l’articolo citato, la risposta del movimento della
decrescita dovrebbe essere quella del ritorno il più esteso possibile
all’autoproduzione, per quanto riguarda la domanda di beni materiali, e alla
famiglia allargata, per quanto riguarda la domanda di servizi alle persone
(cura dei bambini e degli anziani, per esempio).
La conclusione dello scritto di Pallante compendia
perfettamente il senso di queste proposte:
«Se le varianti liberal-liberiste
(di destra) della crescita possono essere contraddistinte dallo slogan ‘più mercato e meno Stato’, e le
varianti socialiste-socialdemocratiche (di sinistra) dallo slogan ‘meno mercato
e più Stato’, il paradigma culturale della decrescita
- perché di un paradigma culturale si tratta e non solo di una teoria economica
- si contraddistingue con lo slogan ‘meno Stato e meno mercato’».
Meno Stato, meno mercato
Ciò che consegue
Per capire quali siano le
conseguenze di queste tesi, partiamo dalla fine, cioè dallo slogan “meno Stato
e meno mercato”. La domanda ovvia che si deve fare, di fronte ad un simile
slogan, è “cosa vuol dire?”. Che cosa vuol dire,
nell’orizzonte della modernità, criticare contemporaneamente sia lo Stato sia
il mercato?
Stato e mercato sono le due forme di regolazione che le
società si sono date storicamente nella modernità. Pensare ad una ritirata
simultanea sia dello Stato che del mercato, significa pensare in sostanza ad
una società che si autoregola
in maniera spontanea. Ma questa non è altro che l’utopia anarchica o comunista
che è priva di ogni aggancio con la realtà attuale. E
se la decrescita abbraccia questo tipo di utopie si
condanna all’impotenza.
Questo tipo di critica naturalmente presuppone che lo
slogan “meno Stato e meno mercato” abbia in mente un tipo di organizzazione
sociale che rimanga nell’orizzonte della modernità. È chiaro che, nelle società
premoderne, si sono date
forme di regolazione sociale diverse sia dallo Stato sia dal mercato.
E in effetti Pallante sembra
pensare a queste forme, quando fa riferimento alla famiglia allargata come
sostituto dei servizi sociali del welfare state. Ma
per proporre seriamente il ritorno alle forme di regolazione sociale tipiche
del premoderno (la famiglia allargata, la comunità e
le tradizioni locali) occorre cancellare la complessa dialettica della
modernità.
La modernità, come è stato messo
in luce da due secoli di pensiero, è una promessa di emancipazione che reca in
sé il suo limite dialettico e quindi non viene realizzata se non in parte.
La modernità è il luogo della libera
individualità autodeterminantesi secondo coscienza e
ragione, e il suo svincolarsi dai limiti delle forme sociali premoderne, sopra indicate, è condizione necessaria
al pieno sviluppo dell’individuo. La famiglia allargata premoderna,
luogo di produzione e consumo, presenta aspetti certamente positivi
di protezione del singolo, ma contemporaneamente soffoca il libero sviluppo soggettivo
per ottenere individui che accettano di entrare nei ruoli già preformati dalle
tradizioni.
La modernità, che libera gli individui dal vincolo delle
tradizioni accettate come dati naturali, rappresenta il tentativo di una
società in cui il legame sociale sia fondato sulla
scelta razionale e responsabile di ciascuno. Certo, questo ideale
non è mai stato realizzato, ma i progressi nella sua direzione sono stati
progressi reali.
La proposta del ritorno a forme sociali premoderne
(proposta che, ricordiamolo, è l’unico modo di dare un contenuto concreto allo
slogan “meno Stato e meno mercato”) cancella questa complessa dialettica e si
configura quindi come puramente reazionaria.
Spieghiamoci meglio.
Abbiamo detto che la modernità è la promessa, ancora non realizzata,
di una società di liberi individui. Questa promessa non è stata realizzata
perché non è stata trovata la forma sociale entro la quale sia possibile
adempierla. La società liberale e borghese, che è la prima forma storica nella
quale si è concretizzata la modernità, non ha
realizzato la promessa perché se da una parte ha liberato gli individui dal
peso dei legami premoderni, dall’altra,
contemporaneamente, ha istituito nuove servitù.
La dialettica interna alla società liberale e borghese ha
portato poi, per vie che sarebbe troppo lungo anche
solo accennare qui, all’attuale società di “capitalismo assoluto” nella quale
individui, società e natura sono asserviti ad un meccanismo economico
distruttivo.
Ora, di fronte a questa complessa dialettica, possono
nascere due errori contrapposti: da una parte il progressismo che oscura gli
aspetti negativi o incompiuti della modernità e che ignora in questo modo come
i recenti sviluppi dei Paesi occidentali rappresentino una crisi della stessa
società liberale e borghese; dall’altra, appunto, la reazione che vede nella
modernità un unico errore.
Reazione che, tra l’altro, si coniuga bene con ideologie di
tipo religioso perché, quando si negano gli aspetti progressivi e liberatori
della modernità, il ricorso al “maligno” è la migliore spiegazione possibile
del suo successo. Se la famiglia premoderna
era il luogo idilliaco che descrive Pallante, in cui tutti scambiano amore con
tutti, perché mai abbandonarla, se non per ispirazione diabolica?
L’ovvia risposta è che la famiglia premoderna
era insieme luogo di protezione e luogo di repressione, e che la famiglia
moderna ha avuto successo perché le persone l’hanno scelta, e l’hanno scelta
per sfuggire alle costrizioni della famiglia premoderna.
La decrescita che rifiuta sia lo Stato
sia il mercato è dunque un’ideologia reazionaria. Certo, il movimento della
decrescita non vuole, giustamente, essere classificato come reazionario e
rifiuta la contrapposizione progresso/reazione. È giusto così, ma se non si vuole essere classificati come reazionari non basta dirlo,
bisogna anche mettere in pratica ciò che si dice, il che vuol dire, in questo
caso, che bisogna rifiutare di fondare la decrescita su orizzonti teorici che
sono essenzialmente reazionari.
E aggiungiamo infine che, come scriveva Hegel,
una volta instaurata la modernità, la reazione ha sempre una componente
violenta (che può concretizzarsi, oppure no, a seconda delle situazioni). Nel
momento in cui la libera individualità ha cominciato a dispiegarsi (sia pure
nelle forme contraddittorie e incompiute tipiche della modernità) non è infatti più possibile ricostringerla entro gli schemi delle
società tradizionali, se non attraverso la violenza.
Ciò
che precede
Se
queste sono le conseguenze delle posizioni di Pallante, sembra che l’unica
scelta sia fra l’accettare una versione reazionaria della decrescita e il
rifiutare la decrescita appunto perché reazionaria. Ma questa conclusione
sarebbe valida se il ragionamento di Pallante fosse corretto, se cioè fosse vero che a partire dai principi della decrescita
si arriva alle conclusioni cui egli arriva, cioè che la decrescita è in
essenziale contraddizione con il welfare state. Noi vogliamo adesso mostrare
che non è così.
Il ragionamento di Pallante contiene due errori, di diverso
peso.
Cominciamo da quello relativamente meno importante.
Pallante afferma correttamente che «la spesa pubblica dipende dalle entrate, e
che queste a loro volta dipendono, tramite le imposte, dal Pil».
Ne conclude che «l’entità dei
servizi sociali che uno Stato può offrire è, dunque, direttamente proporzionale
al Pil».
Pallante, cioè, afferma che
l’entità dei servizi sociali è una frazione fissata (è questo il corretto
significato matematico di “direttamente proporzionale”) del Pil,
per cui se il Pil diminuisce diminuiscono i servizi
sociali. Ma questo passaggio è scorretto.
È ovvio, infatti, che la porzione di ricchezza spesa dallo
Stato per una determinata quantità e una determinata qualità dei servizi
sociali è una frazione del Pil, ma niente dice che
questa frazione debba essere costante. Quale sia
questa frazione, è una scelta politica.
Se
la frazione del Pil impiegata nei servizi sociali
aumenta, i servizi sociali possono rimanere gli stessi, o perfino aumentare,
anche a Pil decrescente. Se il Pil
diminuisce del 10% ma la frazione del Pil impiegata
nei servizi sociali aumenta di un fattore 10/9, la
quota di ricchezza dedicata ai servizi sociali è costante. Ma
è possibile pensare di aumentare la quota di Pil
impiegata nei servizi sociali?
Sì, e in due modi diversi.
Si possono in primo luogo aumentare le entrate dello Stato,
colpendo i grandi patrimoni generati in Italia dalla speculazione immobiliare e
finanziaria e dall’evasione fiscale e tassando pesantemente attività inutili e
dannose come la pubblicità o la finanza.
Si può in secondo luogo cambiare la destinazione delle
risorse che lo Stato preleva (ad esempio, eliminando la corruzione della casta
politica con l’eliminazione della casta stessa e interrompendo tutte le
missioni militari all’estero e l’acquisto dei sistemi d’arma connessi) e
destinando ai servizi sociali le risorse così liberate.
Si può infine recuperare ricchezza combattendo seriamente
la criminalità organizzata e requisendo le sue ricchezze. Le risorse così
liberate permetterebbero di finanziarie i servizi sociali pubblici anche a Pil decrescente.
Il secondo errore
Veniamo adesso al secondo errore logico nel ragionamento di
Pallante.
È ovvio, come dice Pallante e come abbiamo ammesso anche
noi nella discussione fin qui svolta, che entro l’attuale organizzazione economica il welfare state dipende, in un modo o nell’altro,
dal Prodotto interno lordo. La critica di Pallante si riferisce a questa
situazione, ma la decrescita vuole suggerire una diversa organizzazione
economica. Il punto cruciale della decrescita è la distinzione fra “merci” e
“beni”. L’organizzazione economica che il movimento della decrescita ha in
mente, infatti, mira alla diminuzione di beni prodotti in forma di merce e
all’aumento di beni prodotti non in forma di merce.
Il movimento della decrescita ritiene cioè
possibile pensare ad un’economia con meno merci e più beni. Ma
se questo è possibile per l’economia nel suo complesso, perché non dovrebbe
essere possibile anche per quella parte dell’economia rappresentata dai servizi
sociali? Se possiamo pensare, come chiede la decrescita, un’economia
organizzata almeno in parte come scambio non monetario di beni, perché non
possiamo pensare a un welfare state “decrescista” come scambio non monetario, a livello
nazionale, di servizi?
Proviamo a spiegarci. Un esempio di cosa si potrebbe
concretamente intendere per decrescita potrebbe essere
il seguente: partiamo con un gruppo di famiglie con bambini che vivono nello
stesso condominio; tutti gli adulti lavorano e devono portare i figli all’asilo
privato, pagando la retta. Una tipica proposta “decrescista”
potrebbe essere la seguente: gli adulti scelgono di ridursi un po’ l’orario di
lavoro e a turno ciascuna famiglia tiene i bambini di tutti mentre gli altri
adulti sono al lavoro. In questo modo il Pil
diminuisce (perché gli adulti lavorano un po’ meno, e quindi ricevono un
salario minore, e inoltre non vengono pagate le rette
dell’asilo) ma il servizio che viene fornito (cura dei bambini) è lo stesso. I
rapporti umani migliorano, perché i bimbi stanno nell’ambiente familiare e gli
adulti hanno maggiori possibilità di rapporti con i bambini.
Si passa da servizi acquistati con denaro a servizi
scambiati in modo non monetario. Gli adulti possono rinunciare a una parte del loro reddito monetario perché i servizi che
acquistavano con quella parte del loro reddito vengono ora forniti in altro
modo. Essi forniscono una parte del loro lavoro all’interno di una rete di
scambi non monetari. Per questa parte del loro lavoro non ricevono salario, ma
ricevono parte del loro reddito come servizio all’interno della stessa rete.
Cosa impedisce di pensare a un
welfare “decrescista” come una rete di questo tipo,
solo più ampia e complicata? Pensiamo ad un’infermiera che va al lavoro in un
ospedale pubblico usando un mezzo di trasporto pubblico e gratuito e che lascia
il figlio in un asilo pubblico e gratuito. Il suo salario può anche essere
relativamente basso, perché riceve una serie di servizi gratuiti, che diventano una componente (non monetaria) del suo reddito
reale. Ma chi paga i salari dei lavoratori dei mezzi
pubblici e dell’asilo?
Allo stesso modo, il reddito reale di questi lavoratori
avrà una parte non monetaria formata dai servizi pubblici gratuiti, per cui il conducente del mezzo di trasporto, sapendo che se
si ammala viene curato all’ospedale gratuitamente, non ha bisogno di farsi
aumentare il salario per pagarsi l’assicurazione sanitaria. In questo modo un
welfare state “decrescista” appare
come un’ovvia generalizzazione dei principi della decrescita. Certo, vi sarà
sempre una componente monetaria del reddito, ma questo
è ammesso da tutti i teorici della decrescita: nessuno di essi, ci sembra,
propone l’abolizione tout court del mercato e degli scambi monetari.
L’errore di Pallante è quello di pensare ad un’economia
della decrescita escludendo da essa il welfare state,
di inchiodare cioè il welfare state alla sua dimensione attuale. Non c’è
nessuna ragione logica di farlo, come speriamo di aver dimostrato.
Un rapporto sociale capitalistico
Quest’ultima parte è dedicata a considerazioni più generali. Gli
errori in cui è incorso Pallante ci sembra si
colleghino ad elementi di ingenuità politica e teorica del movimento per la
decrescita. Crediamo che un serio confronto col pensiero di Marx potrebbe
aiutare a superare queste ingenuità.
Per poter impostare un programma di cambiamento sociale
incentrato sulla decrescita, occorre avere chiaro che la crescita, che è la
nozione che nel linguaggio ufficiale traduce l’accumulazione del capitale, è indispensabile
all’attuale sistema economico.
Ora, la “religione della crescita” è sicuramente anche un
errore intellettuale e morale da combattere attraverso tutte le argomentazioni
teoriche, esempi e iniziative elaborate dai pensatori della decrescita. Ma non
si comprende la forza e la persistenza di questo errore
intellettuale e morale se non si capisce che esso si incardina entro il
rapporto sociale capitalistico e ne rappresenta l’espressione appunto
intellettuale e morale.
Perdendo di vista questa connessione le persone impegnate
nella decrescita non arrivano a inquadrare la realtà
del potere e della politica contemporanee. In questo modo sembrano ridursi a
sperare che dal sistema emergano prima o poi politici
sensibili ai temi della decrescita e che si possano convincere i ceti dirigenti
della convenienza economica della decrescita. Queste sono illusioni che
paralizzano l’azione politica. I politici attuali sono vincolati ad un sistema
di potere che ha fatto della crescita la sua base vitale, né si può sperare di
dimostrare la convenienza economica della decrescita, perché
in effetti all’interno del capitalismo essa non è conveniente in termini
macroeconomici.
In sostanza, non si può pensare ad un mutamento radicale
dell’organizzazione sociale senza che questo mutamento, se per caso si avviasse nella realtà, susciti l’opposizione di tutte le
forze che hanno interesse al mantenimento dell’attuale organizzazione sociale.
I marxisti hanno sempre tenuto presente questa ovvietà,
il movimento della decrescita non può sperare di rimuoverla.
C’è poi un altro punto importante. I teorici della
decrescita sembrano ritenere che il dogma dello sviluppo, e il potere politico
ed economico ad esso collegato, sia una specie di
“ostacolo” tolto il quale la società potrà progredire “serenamente” e
“felicemente” secondo linee più umane e sensate. Non è così, purtroppo, e il
problema sta nel fatto che il capitale è un rapporto sociale che si riproduce e
che, allargando continuamente la sua sfera, incide sull’insieme dei rapporti
sociali. Nei Paesi occidentali esso si è instaurato da secoli ed ha ormai
modificato in profondità la natura dei rapporti sociali, “informando” di sé
l’intera compagine sociale. Oggi il capitalismo, come abbiamo detto, non
“domina” la società, ma la “informa”, la struttura.
È chiaro che la proposta della decrescita è destrutturante. Nel momento in cui il processo di accumulazione del plusvalore modella tutte le relazioni
umane, tutte le sfere sociali, metterlo in questione significa disarticolare
l’intera società e generare, quindi, una crisi radicale dell’intera
organizzazione sociale. La decrescita non può pensarsi come un processo di
sostituzione indolore dell’attuale società dissennata con una società più
razionale, senza scosse né traumi. Non si può seriamente pensare ad una
decrescita che sia solo “felice” o “serena”.
Le nostre società saranno spinte sulla strada della
decrescita, se mai lo saranno, certo anche dall’aspirazione ad una “serenità” e
“felicità” che l’attuale sistema sociale non può dare, ma soprattutto dal
rifiuto del continuo peggioramento della vita che la crescita capitalistica
comporta, dallo spettacolo di degrado materiale e spirituale che il nostro
mondo mostra con evidenza a chiunque voglia vedere.
Lungo questa strada occorrerà affrontare da una parte la violenza dei poteri
che si nutrono della degradazione prodotta dallo sviluppo, dall’altra le crisi
e gli sconquassi prodotti sia dalla degradazione capitalistica stessa sia dai
tentativi di sostituire alla logica necrofila dell’attuale sistema una logica
di vita. Nessun risultato è garantito, l’unica certezza è quella della profonda
crisi di civiltà e cultura alla quale l’attuale sistema ci sta portando.
di
Maurizio Pallante
Riportiamo oggi la risposta di Maurizio
Pallante alla critica di Marino Badiale e Massimo Bontempelli,
pubblicata sul numero 4 del trimestrale «Cometa».
Quella dei due critici può essere una analisi
interessante, ma presenta diverse lacune derivanti probabilmente da una
conoscenza limitata del pensiero di Pallante e, di conseguenza, dell’intero
MDF. Una risposta necessaria, se si vuole davvero iniziare ad avere una visione
corretta, non stereotipata e non più fraintesa, di quello che è il messaggio
della Decrescita Felice.
Marino Badiale mi
ha inviato qualche mese fa un saggio intitolato Due vie per la decrescita, che ha scritto insieme a Massimo Bontempelli. In questo saggio sono state raccolte alcune
riflessioni critiche sul mio testo Decrescita
e Welfare State, per cui mi ha chiesto di fargli avere il mio parere. Ho
letto quanto hanno scritto con attenzione ma solo ora, approfittando della
diminuzione di impegni nel mese di agosto, ho messo in
ordine le riflessioni che hanno suscitato in me le loro. Le righe in corsivo
riportano passaggi del loro testo nella successione in cui appaiono.
Le tesi fondamentali di Pallante nello
scritto citato ci sembrano essere le seguenti: poiché “il welfare state e i
servizi sociali sono legati con un nesso inscindibile alla crescita del
prodotto interno lordo”, mentre la proposta teorica e politica della decrescita
è appunto la proposta della decrescita del prodotto interno lordo, Welfare State
e decrescita sono incompatibili, e chi sostiene la
decrescita deve criticare il Welfare State e chiedere la riduzione dei servizi
sociali pubblici tipici delle politiche “socialdemocratiche” che hanno segnato
la storia dei paesi occidentali nel secondo dopoguerra.
Se, per fare
un’analogia, questa interpretazione di ciò che ho
scritto venisse applicata al mal di testa, potrebbe essere tradotta così:
poiché il mal di testa e la testa sono legati con un nesso inscindibile, chi
vuol guarire dal mal di testa deve farsela tagliare. Basterebbe questa osservazione per stroncare le mie riflessioni e
rendere inutile ogni ulteriore sforzo di approfondimento. In realtà la mia tesi
non è quella che con una superficialità sorprendente mi viene
attribuita, per cui mi sento in dovere di riformularla per punti rammaricandomi
di non essere stato sufficientemente chiaro prima. La tesi è:
1. Il pil misura il valore monetario delle merci comprate e
vendute nel corso di un anno, pertanto la crescita ha bisogno di estendere progressivamente
la mercificazione a settori sempre più ampi della vita individuale e sociale,
anche quando ciò comporti un aumento dell’inquinamento ambientale, uno spreco
di risorse e di energia, un peggioramento della
qualità della vita. Riprendendo l’ormai abusato esempio del confronto tra lo
yogurt autoprodotto, che non fa crescere il pil
perché non viene scambiato con denaro, e lo yogurt
comprato, che fa crescere il pil, lo yogurt che si
compra viene trasportato da lunghe distanze, per cui comporta un consumo di
fonti fossili e un aumento delle emissioni di CO2, produce tre tipi di rifiuti,
viene prodotto non si sa quanto tempo prima di quando verrà consumato e deve
essere aiutato in qualche modo a rimanere fresco più a lungo di quanto non
avverrebbe naturalmente, costa quattro volte di più di quello autoprodotto, che
non deve essere trasportato, non produce rifiuti ed è freschissimo.
2. Per estendere la
mercificazione occorre aumentare il numero dei produttori e consumatori di
merci (che sono due aspetti della stessa persona perché solo chi produce merci
riceve in cambio il denaro con cui può comprare merci) e il numero delle ore al giorno e dei giorni all’anno in cui i produttori /
consumatori di merci lavorano per produrle.
3. Per aumentare il
numero dei produttori / consumatori di merci occorre fare una guerra
sistematica a chi non lo è, ovvero a chi soddisfa una parte rilevante dei suoi
bisogni vitali autoproducendo beni e utilizzando
forme di scambio non mediate dal denaro, basate sul dono e la reciprocità.
Questa guerra, come tutte le guerre, comincia con la propaganda e le false
comunicazioni finalizzate a demonizzare il nemico e ad esaltare la propria
bontà che risulta soprattutto dall’impegno profuso nel distruggere il nemico in quanto personificazione del male. Questo lavoro di
propaganda ha la funzione di preparare e giustificare l’uso della violenza e la
guerra guerreggiata nei suoi confronti. Nel caso specifico della guerra
all’economia pre-industriale, nel corso del Novecento e con una progressiva
intensificazione a partire dal secondo dopoguerra è stata instillata nella
popolazione italiana l’idea dell’arretratezza della vita in campagna fino al
punto di indurre nei contadini una profonda vergogna per il loro stato sociale,
a convincere le ragazze che fosse una follia sposarli, a considerare un segno
di povertà la capacità di autoprodurre qualcosa (le
donne pugliesi nascondevano di saper fare le orecchiette e ostentavano come un
segno di benessere l’acquisto di pasta prodotta industrialmente nei giorni di
festa), a drammatizzare le limitazioni alla libertà individuale imposte dal
controllo sociale esercitato nelle famiglie patriarcali e dalla cura dei vecchi
(che in realtà continuavano a dare un contributo insostituibile nella gestione
della famiglia), mentre venivano esaltati la modernità e la superiorità della
vita nelle città, il lavoro salariato perché mette in condizione di acquistare
ciò che serve per vivere, l’anonimato e l’isolamento della vita nelle aree
urbane come garanti dell’autonomia e della privacy. Contestualmente a livello
scientifico il concetto di lavoro veniva appiattito
sul concetto di occupazione (per gli istituti di statistica chi lavora per
produrre beni anziché merci e pertanto non riceve un salario in cambio
dell’attività svolta anche se è utile o addirittura indispensabile, viene
catalogato nella categoria delle «non forze di lavoro»). Mentre la pubblicità,
esaltando il consumo come segno della realizzazione
umana, e la scuola, finalizzando l’istruzione alla formazione del lavoratore e
non del cittadino, facevano la loro parte nel formare questa mentalità, la
legislazione, utilizzando soprattutto in modo strumentale norme igieniche o
misure fiscali, poneva una serie successiva di impedimenti alle attività
agricole svolte per autoconsumo e vendita delle
eccedenze, per impedire che strati rilevanti della popolazione potessero
continuare a vivere al di fuori della mercificazione totale e costringere i
contadini a trasformarsi in produttori agricoli, o in lavoratori salariati.
4. Se per far crescere il pil deve crescere il numero dei
produttori/consumatori di merci, si riduce il numero delle persone che lavorano
per autoprodurre beni. Se per far crescere il pil si devono
dedicare tutte le energie e la maggior parte del tempo a produrre merci per
avere il denaro necessario a comprare merci, non resta più tempo per
autoprodurre beni e per gli scambi basati sul dono e la reciprocità. Se per far
crescere il pil si devono dedicare tutte le energie e la maggior parte del tempo a
produrre merci, non bisogna essere distratti da altri tipi di
occupazioni, che so: la contemplazione, la creatività, l’amore; né da
altri tipi di preoccupazioni, che so: la cura dei bambini, dei malati, degli
anziani. Ma se si dedicano tutte le energie a produrre merci
si ottiene un reddito monetario sufficiente a comprare delle distrazioni e a
pagare persone che si occupino della cura alle persone per mestiere. Se per far
crescere il pil si devono mercificare tutti gli aspetti della vita, anche le
relazioni più intime basate sull’amore, la
collaborazione reciproca, la solidarietà, l’affetto, devono essere sostituite
dall’acquisto di servizi sociali che goffamente li imitano. Se il pil viene considerato l’indicatore
del benessere, anziché di un tanto avere che causa malessere come in effetti è, la sua
crescita consente di investire una percentuale crescente di reddito monetario
per acquistare quei servizi sociali che vengono definiti in inglese welfare state, ovvero stato del benessere, mentre sono una necessità indotta dalla
finalizzazione della propria vita alla ricerca di quel tanto avere che genera malessere.
Invece, secondo la propaganda del regime fondato sulla
crescita del pil, lo sviluppo dei servizi sociali
contribuisce a rendere più libere le persone sollevandole da incombenze
fastidiose come donarsi del tempo per amore o solidarietà, e migliora la loro
vita. Proprio come sostengono i miei due critici affascinati dalla
modernità (di cui peraltro riconoscono la connotazione di promessa non
mantenuta) svolgendo senza rendersene conto il ruolo di cavalli di Troia di
un’ideologia che nella loro fantasia pretendono di
combattere.
Se si crede invece
che questo meccanismo di mercificazione estesa ai rapporti umani sia una
barbarie, si ha il dovere civile di denunciarlo e di auspicare che un rigurgito
di resipiscenza induca le persone che la vivono con disagio esistenziale e
sofferenza crescente a ridurre il tempo che dedicano
alla produzione di merci e aumentare il tempo che dedicano alle relazioni
umane. Chi fa questa scelta, l’unica in grado di dare alla vita quel senso che
non può dare per definizione l’accumulo di denaro per comprare cose da buttare
sempre più in fretta in modo da poterne produrre e comprare altre, darà
oggettivamente un contributo alla riduzione del pil,
avrà un reddito monetario minore ma non ne subirà limitazioni perché gli
resterà il tempo di scambiare per amore i servizi alla persona e avrà bisogno
di comprarne di meno dai servizi sociali. Non chiederà di ridurre i servizi
sociali per far diminuire il pil - non si farà
tagliare la testa per farsi passare il mal di testa - ma sceglierà di dedicare
più tempo alle persone e meno alle cose per essere più felice e far felici le
persone a cui vuol bene. Di conseguenza farà diminuire
la domanda di servizi forniti dallo stato del benessere e la crescita del pil. Si
curerà per eliminare le cause che gli provocano il mal di testa.
Da queste prime
osservazioni alle critiche che mi sono state rivolte inizio a dedurre che la
lettura del mio testo fatta da Badiale e Bontempelli
sia stata effettuata col paraocchi dell’ideologia
della crescita. E che in conseguenza di ciò essi abbiano
sviluppato le loro argomentazioni non su ciò che ho scritto ma su ciò che
credono che io abbia scritto. Il proseguimento della lettura del loro
testo mi ribadisce questa convinzione. Ecco la seconda
argomentazione: Come si risponderà
allora ai bisogni che attualmente vengono soddisfatti
dai servizi sociali (o da quel che ne resta)? Secondo
l’articolo citato, la risposta del movimento della decrescita dovrebbe essere
quella del ritorno il più esteso possibile all’autoproduzione, per quanto
riguarda la domanda di beni materiali, e alla famiglia allargata, per quanto
riguarda la domanda di servizi alle persone (cura dei bambini e degli anziani,
per esempio).
Una precisazione
iniziale: il soggetto a cui fanno riferimento i miei
due critici non è il movimento per la decrescita, che è composto di varie
correnti di pensiero, dove le diversità e le sfumature costituiscono in ambito
culturale il segno di una ricchezza analoga a quella della biodiversità, ma al movimento della decrescita felice,
che di queste correnti è quella in cui io mi riconosco. Ciò precisato, il
movimento della decrescita felice non ha mai sostenuto «il ritorno
il più esteso possibile all’autoproduzione», bensì la riduzione della
produzione e del consumo di merci che non sono beni (ad esempio gli sprechi
energetici di un edificio mal costruito, oppure il cibo che si butta) e
l’aumento della produzione e dell’uso di beni che non sono merci quando sia più
utile e conveniente dell’acquisto di merci equivalenti (l’esempio dello yogurt
e la collocazione dell’autoproduzione nel cerchio più interno di tre cerchi
concentrici di cui la prima corona circolare è costituita dagli scambi basati
sul dono e la reciprocità e la seconda dagli scambi mercantili). Aver
interpretato una distinzione di carattere qualitativo (la differenza logica tra
il concetto di bene e il
concetto di merce) in termini
quantitativi (il più esteso possibile)
è un secondo indizio di una impostazione culturale
tutta interna all’ideologia della crescita. La terza argomentazione si legge
subito dopo, quando a partire dalla conclusione del mio testo, i miei due
critici si domandano: Per capire quali
siano le conseguenze di queste tesi, partiamo dalla fine, cioè
dallo slogan “meno Stato e meno Mercato”. La domanda ovvia che si deve fare, di
fronte ad un simile slogan, è “cosa vuol dire?”. Che
cosa vuol dire, nell’orizzonte della modernità, criticare contemporaneamente lo Stato e il Mercato? Stato e Mercato
sono le due forme di regolazione della società che si sono date storicamente
nella modernità. Pensare ad una ritirata simultanea di Stato e Mercato, nella
modernità, significa pensare in sostanza ad una società che si
autoregola in maniera spontanea. Ma questo non è nient’altro che l’utopia anarchica o comunista,
una utopia che è priva di ogni aggancio con la realtà attuale.
Come si possa fantasiosamente dedurre che una riduzione dell’incidenza
dello Stato e del Mercato nella vita individuale e sociale si
identifichi con l’utopia anarchica e comunista non riesco nemmeno a
immaginarlo. Forse nella logica dei due critici, che mi sfugge, la riduzione si identifica
con l’abolizione, meno significa niente. Niente Stato e niente Mercato
non è nemmeno l’anarchia, è il paradiso terrestre dove tutti si amano e si
donano reciprocamente tutto, i serpenti con le colombe, i lupi con gli agnelli,
i leoni con le gazzelle. Confesso che questa visione non l’ho mai avuta. Mi
sono limitato a pensare che sarebbe bello, ed è
possibile, non dipendere al cento per cento dal mercato per la soddisfazione
delle esigenze materiali e non dipendere al cento per cento dallo Stato per la
soddisfazione delle esigenze relazionali. Perché il saper
fare rende più autonomi e liberi. Perché il saper fare
guidato dalla capacità progettuale consente di realizzare appieno la natura
umana. Perché donarsi reciprocamente tempo e
attenzione rende felici. È l’unica cosa che rende felici. Autoprodursi
qualcosa, nella misura che si riesce, ogni volta che ciò comporti un
miglioramento qualitativo della propria vita e del mondo. Donarsi del tempo reciprocamente, nella misura che si riesce, ogni
volta che ciò comporti un miglioramento della propria vita e della vita delle persone
a cui si vuol bene. Una misura che ognuno deve valutare in relazione alla sua vita, al suo lavoro, alla sua età,
alla composizione della famiglia, a tutte le variabili che non sono misurabili
allo stesso modo per tutti e una volta per tutte nella vita di ciascuno.
La critica che mi viene rivolta, secondo i suoi autori naturalmente presuppone che lo slogan “meno Stato e meno Mercato” abbia
in mente un tipo di organizzazione sociale che rimanga nell’orizzonte della
modernità. È chiaro che, nelle società premoderne, si
sono date forme di regolazione sociale diverse sia
dallo Stato sia dal mercato. E in effetti Pallante
sembra pensare a queste forme, quando fa riferimento alla famiglia allargata
come sostituto dei servizi sociali del Welfare State. Ma
per proporre seriamente il ritorno alle forme di regolazione sociale tipiche
del premoderno (la famiglia allargata, la comunità e
le tradizioni locali) occorre cancellare la complessa dialettica della
Modernità. La Modernità, come è stato messo in luce da
due secoli di pensiero, è una promessa di emancipazione che reca in sé il suo
limite dialettico e quindi non viene realizzata se non in parte. La Modernità è il luogo della libera individualità autodeterminantesi
secondo coscienza e ragione, e il suo svincolarsi dai limiti delle forme
sociali premoderne, sopra indicate, è
condizione necessaria al pieno sviluppo dell’individuo. La famiglia allargata premoderna, luogo di produzione e consumo, presenta certo
aspetti positivi di protezione del singolo, ma contemporaneamente
soffoca il libero sviluppo soggettivo per ottenere individui che accettino di
entrare nei ruoli già preformati dalle tradizioni. La Modernità, che libera gli
individui dal vincolo delle tradizioni accettate come dati naturali,
rappresenta il tentativo di una società dove il legame sociale sia fondato sulla scelta razionale e responsabile di
ciascuno. Certo, questo ideale non è mai stato
realizzato, ma i progressi nella sua direzione sono stati progressi reali. La
proposta del ritorno a forme sociali premoderne
(proposta che, ricordiamolo, è l’unico modo di dare un contenuto concreto allo
slogan “meno Stato e meno Mercato”) cancella questa complessa dialettica, e si
configura quindi come puramente reazionaria.
Da queste
considerazioni si evincono elementi decisivi per capire il contesto
culturale in cui si formano le critiche che mi vengono mosse: la concezione
della storia come progresso, di cui la modernità è la fase provvisoriamente più
avanzata perché l’ultima in ordine di tempo (se la storia è progresso, cioè
avanzamento verso il meglio, tutto ciò che viene dopo è un miglioramento
rispetto a ciò che viene prima); la modernità costituisce pertanto un progresso
reale rispetto a prima (la premodernità); i limiti
della modernità consistono nelle sue promesse non realizzate ma il progresso
della storia consentirà di superarli; tutto ciò che precede la modernità è più
arretrato e chi ritiene che nella premodernità ci
fosse qualcosa di migliore è un reazionario in quanto non crede nella storia
come progresso; la modernità ha liberato gli individui dal vincolo delle
tradizioni ed è il tentativo di una società dove il legame sociale sia fondato
sulla scelta razionale e responsabile di ciascuno. Un peana
che raramente mi era capitato di ascoltare. Tuttavia, secondo i miei due
critici occorre ammettere che la
dialettica interna alla società liberale e borghese ha
portato poi, per vie che sarebbe troppo lungo anche solo accennare qui,
all’attuale società di “capitalismo assoluto”, nella quale individui, società e
natura sono asserviti ad un meccanismo economico distruttivo. La
modernità libera dunque gli individui dai vincoli della famiglia allargata premoderna, che li limitavano in maniera insopportabile ma garantivano anche aspetti
positivi di protezione del singolo per asservirli a un meccanismo economico autodistruttivo degli individui,
della società e della natura. Un meccanismo che in nome della dedizione
assoluta alla crescita della produzione di merci non solo li ha privati degli
aspetti positivi di protezione del singolo insiti
nella famiglia allargata, ma li sta autodistruggendo
come specie. Come progresso, come avanzamento verso il meglio non c’è male. Chi
si permette di proporre meno
Stato e meno Mercato, secondo i
miei due critici si propone l’abolizione
totale di Stato e Mercato, le
due forme di regolazione sociale della modernità, esce dall’orizzonte della
modernità e quindi è reazionario (anatema, anatema) perché si permette di
considerare che nella premodernità (quello che è
avvenuto prima) ci fossero elementi migliori che nella modernità (quello che è
avvenuto dopo).
A parte il fatto
che mi preoccuperei molto di più se qualcuno
intravedesse in ciò che scrivo elementi di una cultura progressista e, tutto
sommato, mi disturba molto meno essere considerato un reazionario, nella
venerazione della modernità da cui derivano le critiche che mi vengono mosse
sono insiti almeno due pregiudizi: il primo è che dalla modernità si può uscire
soltanto tornando indietro, il secondo è che tutto ciò che precede la modernità
è negativo, o comunque inferiore, più limitante, più vincolante, più arretrato.
Invece dai limiti della modernità si può uscire superandoli in una prospettiva
proiettata verso il futuro che alcuni hanno chiamato post-modernità (una definizione che non mi piace, perché non mette in evidenza delle caratteristiche autonome, ma solo le
differenze con un’epoca storica assunta a pietra di paragone, come se fosse
l’unica definibile di per sé mentre ciò che è stato prima e ciò che sarà dopo
non possa essere definito se non in relazione ad essa: pre-
o post-), mentre nella pre-modernità ci sono potenzialità inespresse e
conoscenze abbandonate per il solo fatto di essere state elaborate in epoche
storiche precedenti, che invece possono aiutare a superare i limiti della
modernità e l’asservimento degli esseri umani al meccanismo economico
autodistruttivo che la caratterizza. Un modo post-moderno di liberarsi dai
vincoli che costringono a comprare servizi sociali a
individui isolati e plasmati mentalmente per dedicare il meglio delle proprie
energie alla produzione e al consumo di merci, è la ricostruzione di forme di
solidarietà comunitaria per libera scelta tra persone con sensibilità comune
(banche del tempo, gruppi d’acquisto solidale, co-housing, eco villaggi). Un
altro modo post-moderno di liberarsi dai vincoli mentali che inducono a
considerare la modernità il punto più avanzato della storia e la pre-modernità
una fase arretrata dove non si può trovare niente di buono è riscoprire
quegli elementi pre-moderni, rimossi e ridicolizzati
dalla modernità, che conservano potenzialità in grado di fornire indicazioni
indispensabili per superare i limiti della modernità, in particolare le
potenzialità autodistruttive insite nel meccanismo economico della crescita, e
andare avanti nella storia. Perché chi non è prigioniero nella gabbia mentale
dell’ideologia progressista sa che l’apertura di una nuova fase storica più
avanzata è una delle possibilità
insite nel futuro e sa che una delle condizioni necessarie per aprirla è una
concezione del progresso come conservazione del patrimonio di conoscenze e di
cultura elaborato dalle generazioni passate e l’aggiunta ad esso
delle conoscenze e della cultura che le generazioni presenti sono in grado di
elaborare a partire dalla conservazione di quel patrimonio.
Nell’orizzonte
mentale dei miei due critici la modernità (con tutte le sue promesse non
mantenute) ha costituito un salto così prodigioso nel cammino del progresso e
rappresenta un bene così prezioso, una conquista così decisiva che una volta
raggiunta non può più essere sottratta agli esseri umani se non con l’inganno
della religione e con la violenza.
La reazione, che vede nella Modernità
un unico errore, si coniuga bene con
ideologie di tipo religioso, perché, quando si negano gli aspetti progressivi e
liberatori della Modernità, il ricorso al Maligno è la migliore spiegazione
possibile del suo successo. Se la famiglia premoderna era il luogo idillico che descrive Pallante, in
cui tutti scambiano amore con tutti perché mai abbandonarla, se non per
ispirazione diabolica? L’ovvia risposta è che la famiglia premoderna
era insieme luogo di protezione e luogo di repressione, e che la famiglia
moderna ha avuto successo perché le persone l’hanno scelta, e l’hanno scelta
per sfuggire alle costrizioni della famiglia premoderna.
Dove abbiano letto nei miei scritti che la famiglia premoderna era il luogo idillico
[…] in cui tutti scambiano amore con tutti, non lo so. Ho solo detto che
le relazioni umane basate sull’amore e la solidarietà sono
le uniche in grado di dare senso alla vita e che la loro sostituzione con
servizi sociali acquistati rappresenta un grave peggioramento qualitativo. Con
tutti i suoi limiti, la famiglia tradizionale aveva la potenzialità di
realizzare relazioni umane basate sulla solidarietà
reciproca, mentre questa possibilità non è data alla famiglia mononucleare chiusa in una gabbietta condominiale con
genitori totalmente assorbiti nel ruolo di produttori / consumatori di merci. Ed è la quarta volta che i miei due critici forzano il
significato di ciò che scrivo polemizzando con ciò che scrivono loro dopo aver
interpretato indebitamente ciò che scrivo. Non capiscono o non vogliono capire?
Ma questo è poco importante. Più importante e grave è
che interpretino come libere scelte delle scelte condizionate da una propaganda
martellante di cui non si rendono conto probabilmente soltanto i telespettatori
di Maria De Filippi. Il sistema dei valori di una
società fondata sulla crescita della produzione e del consumo di merci ha fatto
una vera e propria guerra contro la famiglia premoderna,
descrivendola come un carcere a vita, e ha modellato nell’immaginario
collettivo come fattore di progresso, modernità, liberazione, emancipazione,
l’aberrazione della famiglia mononucleare incapace di
fare qualsiasi cosa e quindi dipendente al cento per cento dall’acquisto di
tutto ciò che serve per vivere, con i suoi componenti
sempre di corsa nel tourbillon lavora-consuma-crepa, eterodiretta
in tutti gli aspetti della vita dalla pubblicità. Luogo di frustrazioni e
sofferenze represse che di tanto in tanto esplodono in gesti che vengono catalogati nella follia ma sono le conseguenze
insite in quel modo di vivere. La famiglia mononucleare
moderna e cittadina è indispensabile alla crescita del
pil: non sa fare niente e deve comprare tutto ciò che
serve per vivere e in misura sempre maggiore ciò che non serve, per comprare
tutto ciò che serve e non serve entrambi i coniugi devono essere produttori /
consumatori di merci (il contributo alla crescita del pil
è doppio), non ha tempo per costruire relazioni umane positive sia al proprio
interno, sia con altre famiglie mononucleari, e deve
comprare tutti i servizi alla persona (altro contributo alla crescita del pil). E queste sarebbero libere scelte,
fatte per sfuggire alle costrizioni della famiglia premoderna
e conquistare una vita più libera, priva di costrizioni! Ma
mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò. Mentre la famiglia premoderna è la sentina di tutti i mali perché non dà lo
stesso contributo alla crescita del pil: non deve
comprare tutto ciò che serve per vivere, si permette di autoprodurre
molti beni, fa a meno di molti servizi alla persona, fa durare gli oggetti,
produce pochi rifiuti, è più autonoma dal mercato.
Ma
il punto forte delle argomentazioni dei miei due critici deve ancora venire. È
introdotto ancora una volta da una lettura inventata di ciò che non ho mai
scritto: La decrescita che rifiuta sia
lo Stato sia il Mercato [non riesce proprio a
entrare nella loro testa che si propone soltanto di ridurre l’invadenza
totalizzante dello Stato e del Mercato ogni volta che ciò comporti un
miglioramento della qualità della vita e degli ambienti] è dunque una ideologia reazionaria. Certo, il movimento della
decrescita [felice, ndr.] non vuole,
giustamente, essere classificato come reazionario [in realtà, non vuole,
giustamente, essere classificato come progressista] e rifiuta la contrapposizione progresso/reazione. Questo,
finalmente, è ciò che pensiamo, ma non so se per le
stesse ragioni che pensano i miei due critici e allora meglio spiegarlo. Il
movimento della decrescita felice ritiene che le valutazioni delle scelte
individuali, sociali, politiche, economiche, tecniche debbano essere effettuate in base alla loro capacità di futuro. Ci sono modi premoderni
di stare al mondo, di rapportarsi con se stessi, con gli altri, col lavoro, con
la scienza, con la tecnologia, con gli altri viventi, che hanno più capacità di
futuro dei modi moderni che li hanno sostituiti perché in base al sistema dei
valori della modernità - innovazione, progresso, crescita sviluppo, cambiamento
- sono stati considerati arretrati, sorpassati, non scientifici. Per esempio i
modi di costruzione tradizionali, elaborati quando l’energia era poca e costava
tanto, erano finalizzati a fare in modo che la struttura degli edifici fosse in
grado di costituire un riparo dagli effetti indesiderati del clima, il freddo
d’inverno e il caldo d’estate, mentre le tecnologie edili che li hanno
sostituiti in nome della modernità e del progresso li hanno resi dipendenti da
protesi energetiche per svolgere le stesse funzioni, col risultato che oggi gli
edifici dei paesi moderni assorbono circa la metà di tutti i consumi
energetici, costituendo la principale fonte di emissione
di CO2 e del potenziale autodistruttivo insito nel modo di produzione
industriale. Ma ci sono anche alcune tecnologie edili
moderne con più capacità di futuro delle tecnologie tradizionali che hanno
sostituito. I doppi vetri basso emissivi, contenenti
l’argon o il kripton nell’intercapedine, riducono le
dispersioni di calore e, quindi, le emissioni di CO2, in misura molto maggiore
dei vetri semplici o dei doppi vetri. Nel sistema di riferimento culturale
definito dalla valutazione della capacità
di futuro, la contrapposizione tra reazione e progresso è assolutamente insignificante, anche se tra le due
l’opzione più gravida di pericoli è quella progressista perché sono le scelte
fatte in nome della modernità, del progresso, del cambiamento, dell’innovazione
cambiamento, della crescita e dello sviluppo che stanno portando l’umanità
verso l’autodistruzione. Nel loro complesso non hanno capacità di futuro,
mentre ne ha molta di più il sistema dei valori e dei modelli di comportamento della premodernità. Se dico questa
banalità confermata dai più autorevoli studi scientifici rischio di essere considerato dai miei due critici un reazionario?
Non so quale preoccupazione me ne possa derivare,
anche perché un altro è il colpo più grosso che stanno per assestarmi: E aggiungiamo infine che, come scriveva Hegel, una volta instaurata la Modernità, la reazione ha
sempre una componente violenta (che, s’intende, può concretizzarsi oppure no a
seconda delle situazioni): nel momento in cui la libera individualità ha
cominciato a dispiegarsi, (sia pure nelle forme contraddittorie e incompiute
tipiche della Modernità) non è infatti più possibile ricostringerla entro gli
schemi delle società tradizionali, se non attraverso la violenza.
Insomma ero nazista
e non lo sapevo. Nazista potenziale, ma inconsapevole. Chissà
se è un’attenuante. Ma questi due sanno di cosa
parlano? Ma dove vivono? Negli ultimi quattro anni ho
fatto quasi mille incontri in tutta Italia con gruppi di persone che subiscono
con un disagio esistenziale e una sofferenza crescenti le
imposizioni e le costrizioni della modernità, che mi dicono di aver trovato nei
miei libri in forma più organica e sistematica quello che pensavano in forma
più confusa, che stanno praticando stili di vita alternativi in cui
l’autoproduzione e il tempo dedicato alle relazioni umane hanno un ruolo
centrale e terapeutico; come movimento per la decrescita felice facciamo i
corsi dell’università del saper fare e abbiamo sempre richieste superiori alle
nostre disponibilità; la fascia d’età più rappresentata nei nostri circoli è
quella dei ventenni; sono in relazione con noi gruppi di industriali e di
professionisti che progettano, producono e installano tecnologie finalizzate
alla riduzione dei consumi di materie prime, della produzione di rifiuti, dell’inquinamento
ambientale (tutti processi da cui deriva una riduzione della produzione e del
consumo di merci che non sono beni, nella nostra ottica di decrescita); si è
avviato un ancora limitato contro-esodo dalle città alle campagne. Di fronte a
questa perdita crescente di credibilità della
modernità, di fronte al dilagare della sofferenza che genera e se non trova via
d’uscita si scarica nel consumo crescente di psicofarmaci, in un numero
crescente di suicidi, nella diffusione del consumo di droga e altri tentativi
velleitari di fuga dalla realtà, i miei due critici hanno l’impudenza di
scrivere che nel momento in cui la
libera individualità ha cominciato a dispiegarsi, (sia pure nelle forme
contraddittorie e incompiute tipiche della Modernità non è infatti più
possibile ricostringerla entro gli schemi delle società tradizionali, se non
attraverso la violenza. C’è veramente da restare basiti. La violenza,
anche fisica, è stata ed è tuttora esercitata per sottomettere gli esseri umani
ai modelli di comportamento e agli stili di vita liberatori della modernità. Si pensi alle odierne deportazioni
di massa dei contadini cinesi nelle città. O alla legislazione inglese del
settecento che ha reso impossibile ai contadini / artigiani tessili di
continuare a ricavare un reddito sufficiente a vivere dai modi di lavoro
tradizionali costringendoli a emigrare nelle città e
diventare operai, cioè produttori / consumatori di merci. O alla martellante
campagna sull’inferiorità dei contadini rispetto ai cittadini che ha indotto milioni di italiani nel dopoguerra a trasferirsi
nelle città, dove vivevano peggio e in ambienti malsani, ma diventando
produttori / consumatori di merci pensavano di riscattarsi dalla vergogna con
cui erano stati indotti a considerare la loro precedente condizione lavorativa.
La violenza fisica non è neanche necessaria per sottomettere gli esseri umani
ai comportamenti obbligati necessari a far crescere la produzione e il consumo
di merci, perché le tecnologie della comunicazione della modernità sono in grado
di convincere a fare come libere scelte le scelte
obbligate che impongono. A uniformare i comportamenti
degli esseri umani senza bisogno di ricorrere alla repressione. George Orwell in 1984
ha immaginato una situazione più arretrata e meno convincente di quella
descritta da Aldous Huxley
in Il mondo nuovo (nuovo, e
quindi migliore nella concezione progressista della storia).
E con quali toni di arroganza e saccenza, che
ricordano gli anatemi della III Internazionale, formulano le loro accuse i miei
due critici: Il ragionamento di
Pallante contiene due errori, di diverso peso… questa conclusione sarebbe
valida se il ragionamento di Pallante fosse corretto… gli errori in cui è
incorso Pallante ci sembra si colleghino ad elementi di ingenuità politica e teorica…
Questo per quanto riguarda il primo
errore. Veniamo adesso al secondo errore logico nel ragionamento di Pallante.
Troppo divertente. Involontariamente comico.
Il resto delle
argomentazioni è finalizzato a dimostrare che:
- matematicamente è possibile coniugare decrescita del pil e welfare state;
- la decrescita ha bisogno di Marx sostanzialmente per le ragioni indicate nel punto successivo;
-
la decrescita
non può essere un processo felice, o sereno, perché non si limita a modificare
in meglio gli stili di vita individuali, ma ha una portata rivoluzionaria che
intacca i fondamenti stessi del sistema capitalistico per cui non può non
suscitare le reazioni degli interessi minacciati e, quindi, non può non
scatenare conflitti a cui i decrescisti devono essere
preparati.
Diamo per scontato
che un modello istituzionale e organizzativo in grado di conciliare decrescita
e welfare state sia possibile. Il problema è di capire se c’interessa. Se cioè, appurato che la decrescita sia un obbiettivo
desiderabile, sia anche desiderabile continuare ad affidare a servizi sociali
la gestione di relazioni umane così significative come la cura delle persone a
cui si vuol bene nelle fasi della vita in cui sono più fragili e hanno più
bisogno dell’affetto delle persone a cui vogliono bene, in cui hanno fiducia,
con cui hanno in comune l’atto d’amore da cui nasce la vita. Ebbene, se lo
sviluppo del welfare state è una necessità a cui non può rinunciare chi
s’incatena a dedicare il meglio delle sue energie alla crescita del pil, qualora non si dedichi più il meglio delle proprie
energie alla produzione e al consumo di merci per quale ragione si dovrebbe
ritenere liberatorio non dedicarlo alle persone a cui si vuol bene? Perché, se
ci si può liberare da una triste necessità si dovrebbe proseguire in una inutile sofferenza? L’esempio della cura dei bambini
effettuata gratuitamente a turno da un gruppo di genitori che dedicano un po’
meno del loro tempo alla produzione e al consumo di merci
è veramente un top irraggiungibile di assurdità. A parte il fatto che il
paragone è fatto con un asilo privato a pagamento, come se l’asilo pubblico non
fosse a pagamento, per una quota da parte di chi ne
usufruisce e per una quota da parte di tutti i contribuenti attraverso la
fiscalità, se alcuni genitori decidessero di dedicare meno tempo alla
produzione e al consumo di merci potrebbero dedicare più tempo direttamente ai
loro figli, senza che tutti debbano dedicarne una parte a tutti i bambini del
gruppo di famiglie al solo scopo di mantenere un welfare, anche se non più state,
ma basato sul dono reciproco del tempo. Il problema non è aumentare i beni al
posto delle merci, ma ridurre il consumo di merci che si possono ottenere più
vantaggiosamente sotto forma di beni. Mi rendo conto che sarebbe meno moderno
e, pertanto, reazionario, ma più semplice da realizzare e più soddisfacente per
tutti.
Quanto a Marx, può
darsi che chi si rifà a Marx abbia bisogno della
decrescita, ma ciò esula dai nostri interessi. Posso garantire che il filone
della decrescita a cui faccio riferimento, la decrescita felice, non ha avuto
bisogno di Marx per elaborare le sue idee, anche se non si possono negare
analogie tra la sua distinzione tra valori d’uso e valori di scambio e la
nostra distinzione tra beni e merci, né tra ciò che lui chiamava il feticismo
delle merci e noi chiamiamo consumismo. Probabilmente in altri elementi della
sua teoria potremmo trovare elementi fecondi. Non sono in grado di affrontare
il tema per mancanza di conoscenza. Posso dire soltanto che tutte le correnti
politiche che si sono più o meno ispirate alle sue teorie non hanno mai messo
in discussione la crescita, ma si sono limitate a prefiggersi di distribuire in
modi più equi il reddito monetario che la misura.
Tutte le sfumature della sinistra e del pensiero che si è richiamato e si
richiama al socialismo, a eccezione di pochi
socialisti utopisti, sono stati, insieme e in opposizione a tutte le correnti
che si sono richiamate e si richiamano al pensiero liberal-liberista,
le due varianti in cui si è incarnata l’ideologia della crescita. Il pensiero
della decrescita è la fase iniziale di un paradigma culturale diverso da
entrambe, non perché sia equidistante tra loro, ma perché si muove in uno
spazio delimitato da altre coordinate. Nel nostro contesto
culturale, ancora tutto da approfondire e articolare col contributo di una
quantità infinitamente superiore d’intelligenze e competenze rispetto al
modestissimo apporto che noi siamo stati in grado di dare, l’aggettivo felice non indica lo stato d’animo di
chi pratica la decrescita nella sua vita, né la connotazione di una società
fondata sulla decrescita, né del processo che porterebbe alla sua
realizzazione, ma solo la conseguenza
oggettiva dei miglioramenti che sarebbero apportati alla qualità ambientale
e alla qualità della vita, individuale e sociale, da una riduzione della
produzione e del consumo di merci che non sono beni e da un aumento della
produzione e dell’uso di beni che non sono merci quando ciò sia conveniente e
utile. Questo ho cercato di spiegarlo nei miei libri.
Può darsi che io non sia stato chiaro. Può darsi che
non siano stati letti, o che siano stati interpretati
con gli occhiali di un’altra impostazione culturale.