Contributo al
dibattito: alternative alla crisi della modernità/colonialità Sabato 03 Aprile 2010 10:31 alainet
[Fonte:
Bollettino Marzo 2010 Alainet]
Stiamo assistendo ad
una totale crisi della civiltà egemonica (quella dell’unità tra “modernità-colonialismo).
Tutte le forme di vita del pianeta, non solo quelle umane, sono in pericolo e
per questo si rende urgente lo sviluppo di alternative,
a partire dal rafforzamento di esperienze e proposte sociali in costruzione,
per chiarire le nuove prospettive, i nuovi orizzonti di significato e i nuovi
paradigmi interculturali, in queste contenute potenzialmente o attivamente.
Nuove teorie sono in
fase di elaborazione per dare vita a nuovi movimenti.
In questa prospettiva si rende necessario dare impulso a
un nuovo processo di dibattito e studio, che si fondi sulla pluralità e interculturalità degli approci.
Seguendo questa linea proponiamo di seguito quattro nuclei di dibattito, aperti
e in permanente ridefinizione.
Primo nucleo: crisi della cultura egemonica
Più di 6000 culture e
500 milioni di persone continuano a resistere allo scontro con la modernità-colonizzazione-capitalismo-eurocentrismo; non si
tratta di un’unica area di dominazione, relativa al mondo del
lavoro/capitale/classi sociali, bensì di una molteplicità di aree
contemporaneamente: delle cosmovisioni, dei sessi,
dell’immaginario, delle forme di autorità e della relazione con la Madre Terra.
Si trattava e si tratta di molto di più: l’imposizione
di una matrice civilizzatrice che soggioga la diversità di molte altre. Queste
altre voci non sono state ascoltate per lungo tempo, fino a quando, nel nuovo
secolo, convergono in questo approcio
a differenti livelli, con diversi movimenti sociali, come quello ambientalista,
delle donne e dei diritti umani, tra gli altri.
Si rende necessaria una interpretazione integrale che permetta di comprendere la
complessità, l’intreccio, la gravità e la profondità di tante crisi simultanee.
Si rende urgente caratterizzare adeguatamente la simultanea gravità e
sovrapposizione nel tempo della catastrofe ambientale e climatica e dei
fallimenti dell’ONU per contenerle; della carestia alimentare simultanea a
speculazioni di eccessi di alimenti nella borsa (comodities); della crisi energetica con un capitalismo
malato e dipendente dagli idrocarburi che a volte aggrava sugli impatti degli agrocombustibili; dell’esclusione sociale e della disoccupazione
strutturale permanente; della gigantesca bolla speculativa e finanziaria che
subordina e altera i processi produttivi; della privatizzazione delle scienze
tecnologiche che con i transgenici, assieme
all’invasione sviluppatrice delle industrie estrattive e i megaprogetti e le
privatizzazioni dell’acqua, del sottosuolo, dei boschi, che contaminano e
pongono in pericolo tutte le forme di vita; degli Stati Nazioni monoculturali
dominati dalle transnazionali del libero mercato che criminalizzano l’esercizio
dei diritti collettivi dei popoli e delle comunità, occultati e acuiti da nuove
forme di razzismo e conflitti religiosi.
Non si tratta
unicamente di una crisi speculativa o economica, di un modello di produzione o
del solo capitalismo. Se si ammette il carattere sistemico e integrale di tante
crisi simultanee, allora ci si accorge che queste crisi si muovono su terreni molto più profondi di quello puramente economico. È
necessario mettere in questione la modernità nel suo complesso, con i suoi grandi
miti di origine, come il “mercato”, lo “Stato” e lo
“sviluppo”, tutti basati sulla “ragione” strumentale.
Si
tratta di mettere in discussione il mito dello Stato uninazionale,
che ha permesso il perseverare del conolonialismo del
potere, anche dopo la decolonizzazione; il mito dello “sviluppo” e della
crescita illimitata del dominio della natura; il mito dell’omogeneità (e non
della diversità) culturale come “forza”.
Si tratta di aprire la questione del perché le esperienze o proposte cosiddette
socialiste, in tutte le loro varianti, non hanno saputo superare questi miti
fondatori della modernità-colonizzazione e sono affondati nella
loro matrici essenziali.
Partendo dalla
prospettiva della crisi della cultura egemonica, possiamo avanzare nel dialogo
e nel mutuo arricchimento di paradigmi alternativi, che vertono
sul concetto essenziale della convivenza umana e di tutte le altre forme di
vita. È all’interno di questo dibattito che i popoli indigeni segnalano che
sono passati da più di 500 anni di resistneza e di
protesta, a una nuova tappa di proposta e di
ricostruzione di alternative di civiltà per affrontare la crisi della
modernità/colonialità. In questa direzione è
fondamentale il dialogo e l’inter-apprendimento tra questi movimenti dei popoli
originari con approci simili o convergenti
provenienti da altri movimenti sociali che ritengono che, non solo un “altro
mondo” (omogeneo), ma che “altri mondi” (diversi) siano possibili; e possibili
non solo per il dibattito filosofico (che costituisce un contributo) , ma anche, e soprattutto, a partire dall’apprendimento
delle lotte, delle resistenze ed emergenze sociali concrete e dalle loro
costruzioni teoriche.
Apertura e convergenza
non solo tra paradigmi e matrici di civiltà che hanno resistito e continuano a
resistere nella storia (violenta) della modernità occidentale capitalista e
coloniale; ma anche il dialogo con la diversità di orizzonti
nella costruzione, che si fonda sugli stessi obiettivi di trasformazione e,
soprattutto, mutazione sociale profonda, già che la parola “rivoluzione”
limitata alla sfera del potere ( e della “real politik”) risulta ormai insufficiente. Rendere possibile
l’unità tra coloro che si pongono le stesse domande, anche se le risposte
continuano ad essere differenti; e per tanto continuare
a mirare alla costruzione di nuove teorie per nuovi movimenti, di unità nella
diversità.
Secondo nucleo: demercificazione della
vita
Assistiamo adun’autentica catastrofe socio ambientale ed è necessario
districarsi nel capire perché sia tanto difficile uscirne, quali siano i suoi
punti chiave e le basi per poterla fermare e creare prospettive di
trasformazione. Non si tratta semplicemente di un cambiamento climatico; questo
non è “naturale” e nemmeno si tratta solo di un semplice “cambiamento”. Si
tratta, piuttosto, di una catastrofe inarrestabile e simultanea, di siccità,
inondazioni, sparizione di ghiacciai e molteplici ecosistemi, pioggie acide, inquinamento urbano,
acque con metalli pesanti, transgenici che alterano germoplasmi. E sono i paesi in coda allo “sviluppo” le sue
prime vittime, come nel caso del Perù, terzo nel
ranking dei disastri globali. Una catastrofe della
vita, evidente e visibile, che questo “sistema”, o il potere di questa
modernità, non desidera fermare, anzi, all’interno di questa situazione, già
delirante, vengono addirittura pianificate nuove
“opportunità di commercio”, come quella di semi transgenici
resistenti all’ecatombe climatica.
Si
tratta della disputa e invasione di territori, specialmente dei popoli e delle
comunità, per lo sviluppo e l’estrazione; stiamo parlando dell’invasione della
miniera che lascia senz’acqua l’agricoltura; dei pozzi petroliferi che irrorano
i loro rifiuti tossici nei fiumi; o degli agrocombustibili
per alimentare le automobili nonostante la carestia umana. Tutti questi drammi non possono essere ridotti
all’”ingegneria sociale” della cosiddetta “sostenibilità ambientale” che
convive senza mettere in discussione le logiche del mercato, dello sviluppo e
la frenesia consumista. Non scordiamo il pragmatismo
di certe corporazioni “ambientaliste” di convivere con le mafie petrolifere globali. Bisogna riflettere sulla necessità di cambiare per
evitare il ripetersi delle tragedie dell’inferno radioattivo di
Chernobil in Russia, le migliaia di rifugiati per la
diga delle tre gole in Cina, o la distruzione delle Ande, Pantanal
e Amazonia della IIRSA; tutti “sviluppi” promossi
sotto progetti cosiddetti ”socialisti” in Russia, Cina e Brasile.
Non possono essere
ridotti a “costi sociali”, impatti o manifestazioni di una crescita
inesauribile che si compensano o minimizzano con modelli matematici di
“sostenibilità”. Non si può continuare a consentire gli approci
tradizionali della “crescita inarrestabile” delle forze produttive. Nemmeno ridurre queste questioni allo stretto piano giuridico
della “proprietà privata” contro la “statalizzazione”, senza mettere in dubbio
lo sviluppo produttivo che mercifica l’acqua, i boschi, l’ossigeno, tutta la
vita, sia in nome del dio mercato o della ragione di stato.
Se il surriscaldamento globale significa convertire tutto in mercanzia, non ci può
essere raffreddamento senza una demercificazione
della vita. Si tratta di porre dei limiti o dei freni a comprare-vendere-prvatizzare acqua, sottosuolo,
boschi, colline… la vita intera. Bisogna riflettere su come rendere possibile
il controllo sociale sui beni comuni, tanto quelli della sfera della natura,
quanto quelli appartenenti alla sfera della conoscenza. Qui entrano in gioco
con un ruolo fondamentale le proposte dei popoli originari, che includono i
concetti e ali approci sulla Madre Terra, distinta
dalle “risorse naturali”, la genitorialità della
vita; alimenta la madre terra e lascia che lei ti nutra, l’unità tra natura-società-cultura, i territori concepiti come totalità
vivente di unità tra mezzanino-sottosuolo-montagne
e fonte di storia-identità-orgoglio-cosmovisione,
lontani a quelli di parte-chacra-terra. Queste
prospettive devono essere recuperate e riformulate anche all’interno degli
spazi cittadini occupati dai migranti e affettati dallo “sviluppo”
dell’inquinamento e dalla marginalità urbana.
Ciò
che è appena stato detto appartiene a quello che i popoli indigeni chiamano Buen Vivir,
inteso come armonia con la natura, come pace ed equilibrio sociale. La vita con acqua pulita, non con
mercurio; l’aria pura e la tranquillità senza l’inferno delle automotrici,
l’orgoglio. L’identità, l’autostima e la felicità di
sopravvivere usando/conservando (a volte) il bosco o le montagne, senza finire
spinti nelle città sature e nelle loro elemosine dei “programmi
sociali”. Qualità di vita, senza consumismo e spreco. Vivir Bien
e non “vivere meglio”, nel senso di tenere più e più oggetti, anche se sono
inutili, senza l’incantesimo e la dipendenza dalla cultura dello shopping che
maschera depredazione, inquinamento, surriscaldamento e suicidio planetario.
Vivir Bien implica il diritto a
pensare, a selezionare e a decidere in autonomia. Le Nazioni Unite ora lo
riconoscono nei diritti “all’autosviluppo”. Analizzare e dire sì ai computer, ai pannelli solari ma non alle
monoculture e ai transgenici; Sì alla scuola ma non
al monolinguismo e all’acculturazione, bensì
alle identità e all’interculturalità. Sì alla posta sanitaria ma non al parto “occidentale” ma il
verticale e in famiglia. Scoprire pesticidi naturali e
non essere corrotti da quelli chimici del petroglio.
L’orgoglio di utilizzare e rivalorizzare
le migliaia di piante medicinali e alimenti nativi e non la confusione e la
sottomissione ai farmaci e la frustrazione di non poterseli permettere.
Rifiutare i trattati di libero commercio, siano degli Stati Uniti, dell’Europa
o della Cina, che impongono chiusire
giuridiche sovrannazionali per mantenere eternamente
la privatizzazione e la mercificazione della vita, che inizia nella miniera,
segue nei transgenici e termina nella biopirateria. Tutto questo è Buen
Vivir/Vivir Bien e i popoli e le comunità continueranno a lottare, una
volta e un’altra ancora, come da cinque secoli a questa parte, per poter
resistere come popoli con diritto alla differenza.
Terzo nucleo: deconolizzazione del
potere
Va notato che a questo
“(mal)sviluppo” dà impulso non solo il capitale transnazionale, ma anche le
tecnocrazie, gli intellettuali, i sacerdoti, i giornalisti, i settori medi e
anche molti poveri che credono fermamente nei miti dello Stato Nazione,
nonostante siano sempre meno nazionali e pubblici e sempre più privatizzati.
Questo ci conduce ad una terza questione che verte sulla colonizzazione
e decolonizzazione del potere.
Esiste una connessione
tra la privatizzazione della vita e la privatizzazione
del potere. La colonizzazione attuale del potere è
eredità dell’imposizione eurocentrica di una sola
forma di stato, quella dello Stato-Nazione. L’idea di una
nazione –una cultura che ha le sue origini con il genocidio delle 6000 culture
del mondo che ancora resistono, e che continua con il timore della diversità
linguistica e culturale, l’orientamento verso l’omogeneità e la
stigmatizzazione degli “altri”, di chi sente e vive in maniera differente,
diverso da “quella” che è la supposta nazione vincitrice. Si può vedere
in tutte le parti e anche nel Cile del supposto miracolo economico, con la
stigmatizzazione dei Mapuche, che prolunga la
carneficina militare per “unificare la nazione” e continua nella sua criminalizzazione di chi difende il suo diritto alla
differenza insieme alla sua acqua e ai suoi boschi davanti alle industrie della
carta.
Gli Stati Nazione
teoricamente agiscono in sfere del bene comune, ma
nella realtà sono strumenti dell’asta, del saccheggio e della privatizzazione
della Madre Terra. È necessario dibattere di come sostituire l’espropriazione
ai popoli e alle comunità, il controllo dei beni naturali da parte degli Stati
che, basandosi sull’”interesse pubblico”, impongono la privatizzazione,
commercializzazione, contaminazione e distruzione della vita.
Non è possibile
nazionalizzare o socializzare l’economia mantenendo la verticalità del sistema
di potere. Se si riconosce la diversità biologica assieme alla diversità
culturale, si deve assumere anche la demo-diversità o
diversità di forme di democrazia, che non si limiti a
includere i meccanismi rappresentativi (classici e consumati), ma anche la
democrazia diretta e ancora di più: la democrazia e l’autogoverno
comunitario. Diciamo “comunità” non solo per gli Ayllus
che si ricostruiscono nel Qullasuyu (Bolivia), ma
anche per comunità urbane come Villa El Salvador (Perù), che spingono con lo spirito andino
del “lavoro comune”, o per i Quilombolas che
difendono la loro autonomia di discendenza africana, o la comunità di Valdisusa in Italia che lotta per il Vivir
Bien contro la modernità neoliberale.
È vitale che, davanti
alla crescente privatizzazione del potere, immaginiamo
la socializzazione (redistribuzione) del potere, non solo nella sua “cattura”,
o peggio, la sua semplice amministrazione tecnocratica. Identificare le
proposte e le strategie che consentano di superare questa tradizione coloniale,
di un sistema di autorità basato sull’esclusione dei
diritti collettivi dei popoli e delle comunità. Recuperare le lezioni che
lasciano in una direzione trasformatrice le proposte e gli insegnamenti pratici
di possedere diritti collettivi/dei popoli, oltre a quelli
individuali/cittadini o la cosiddetta “cittadinanza etnica”. La
diversità di fonti di diritto (leggi, giustizia) che suppone di rispettare il Derecho Mayor, il Diritto
Consuetudinario o il Diritto Naturale (incluso nella Costituzione
dell’Ecuador). La sfida e l’apporto degli Stati Plurinazionali, con i
loro parlamenti, sistemi di giustizia, servizi, tutto altrettanto
plurinazionale (che si trasformano in Bolivia). Le alternative
delle varie forme di autonomia, autogoverno e autodeterminazione dei popoli
originari/indigeni riconosciute dalle Nazioni Unite con la Dichiarazione del
2007; e del peculiare comandare-obbedendo dei popoli indigeni, ben distinto
dalla dittatura dei rappresentanti “democratici”.
Quarto nucleo: saperi alternativi
Tanto lo statalismo
privatista come lo sviluppo sono divenuti parte del
sentimento comune delle cose sotto il neoliberalismo e il definitivo “fine
della storia” che implica la messa in discussione di questo “senso comune”,
questa forma “naturale” di conoscere, di sognare, di immaginare, di ricordare.
Si tratta di dibattere una quarta questione relativa i Saperi e Soggettività
Alternative. Decifrare il mistero o la magia del perché lo sviluppo, lo Stato e
il mercato continuino ad apparire come proposte scientifiche e moderne.
Non è casuale che, in
precedenza le chiese, e ora la scienza siano state e
continuino ad essere garanzia di legittimità. I popoli, le comunità e i
movimenti, considerati come eretici nei tempi passati e come barbari ai giorni
nostri, sembrano sempre opposti allo sviluppo e per tanto vengono
stigmatizzati, quando è lo sviluppo che si oppone a questi e alla sopravvivenza
umana. Il razzismo coloniale non solo ha imposto l’invenzione delle cosiddette
“razze” e la divisione tra “razze” superiori e inferiori che ne
è derivata, ma ha anche lasciato altre forme più sottili di razzismo che
sono giunte fino ad oggi. Come il razzismo ontologico ed epistemologico. I
popoli originari e i discendenti africani possono costituire motivo di folcrore, misericordia, fino ad essere tollerati come portavoci di proteste o reclami, incluso l’essere teoricamente
“uguali”, ma difficilmente sono ammessi come generatori o ispiratori di valori,
conoscenza e teorie filosofiche alternative o politicamente rispettabili.
Esiste una connessione
tra mercantilismo e privatismo con queste scienze riduzioniste, positiviste, omologatrici,
antropocentriche, dove gli “altri” sono gli “oggetti” di studio dei “soggetti” eurocentrici e della ragione strumentalizzatrice.
Infatti, si distingue tra le lingue europee e i “dialetti”
originari; tra l’arte dotta e l’artigianato; tra la medicina scientifica e il
folclore curativo degli indios, Amazig
o Quilombolas. Impossibile
parlare di filosofia e sistemi politici e pensare che i Batwa
in Africa o gli Aymar possano detenere lo stesso
livello di legittimità di quelli occidentali.
Si rende necessario
mettere in discussione l’espansione delle tecno-scienze
e il post industrialismo, con i transgenici, la biopirateria e la nanotecnologia
che, in nome della sacra “proprietà intellettuale” non solo modifica i geni, le
cellule, senza controllo né vigilanza sociale e ambientale, ma anche che si
appropria e privatizza conoscenze ancestrali dei
popoli e delle sue applicazioni per i nuovi alimenti, medicine e introiti
industriali. Si tratta della mercificazione della scienza e della conoscenza
che solitamente non viene indirizzata a dare priorità
o ad essere impiegata per lottare contro le malattie tropicali e dell’
alto tasso di mortalità di coloro che abitano sulle montagne o ai tropici.
Bisogna riflettere sul
perché le scoperte utili per l’umanità non vengano
condivise o restino inaccessibili come conseguenza dei brevetti e dei diritti
d’autore, come nei gravi casi dell’AIDS e del cancro. Tuttavia
sono innumerevoli gli alimenti, i medicinali, gli introiti industriali e le
conoscenze che i popoli e le comunità hanno apportato e continuano ad apportare
all’umanità e che oggi si cerca di “liberalizzare” a beneficio della biopirateria.
Sorge la necessità di
sviluppare altre forme di conoscenza che riconducano
all’unità tra l’umano e il naturale, permettano il loro controllo e la
vigilanza sociale e la redistribuzione equa dei loro benefici. La demercificazione della comunicazione e
dell’intercomunicazione, della cultura, della musica e della
altre arti e servizi pubblici dell’educazione, della sanità. Bisogna
recuperare tutti i beni e i servizi necessari per la vit,
renderli disponibili per l’uso comune di tutti, con una responsabilità
condivisa e sotto controllo sociale. “Tutto, per tutti” come risuonava il grido
zapatista dalla selva Lacandona
del Messico.
Per concludere,
come abbiamo iniziato, reiteriamo che si renda indispensabile un processo di
costruzione di paradigmi sociali alternativi alla crisi della civiltà egemonica
e gli impatti della sua modernità-colonialismo eurocentrici,
creare spazi di incontro e inter-apprendimento culturale tra le esperienze dei
popoli, delle comunità, delle nazioni senza Stato e dei movimenti sociali.
Terminiamo per il
momento queste riflessioni, ma il dibattito prosegue. Sia per resistere, sia
per persistere nel vortice e nell’incertezza delle sfide in questa grande crisi di civiltà; mentre il vecchio resiste per non
sopperire e il nuovo non viene lasciato fiorire, abbiamo bisogno di tornare,
ancora una volta, a ricordare le emozioni e la sapienza, anche se non
esattamente con le stesse parole, delle nonne e dei nonni. “Non ho più pazienza
per tollerare tutto questo”, come ha detto Micaela Bastidas
che, assieme al suo compagno Tùpac Amaru, ha lottato, nel 1780, contro il genocidio europeo. O
con le parole dei Maya: “hanno tagliato i nostri
frutti, i nostri steli, le nostre foglie…ma non le nostre radici e torneremo”;
o dei Mapuche che, nonostante il lungo martirio,non
smettono di lasciarci il loro insegnamento, sotto il grido di “Marry Chewehu!”…”dieci volte ci
hanno colpito, dieci volte noi li affronteremo”.