8 ottobre 2010
di Leonardo Tondelli
Quando
una ragazza come Nosheen finisce all’ospedale, o
si ritrova sepolta in un orto, i giornalisti scrivono sempre una cosa che mi fa
imbestialire. Scrivono che “voleva vivere all’occidentale”. È una frase di rara
idiozia, che schiude un immaginario rimasto bloccato ai mitici anni ’80 con
Sabrina Salerno – cosa accidenti vorrebbe dire “vivere
all’occidentale” a Novi di Modena nel 2010? Andare in giro in pantaloni?
Sedersi sulla panchina del bar? La disco il sabato
sera? Nosheen e sua madre portavano
il velo. Vestivano alla pakistana. Non parlavano con gli sconosciuti.
Preparavano cerimonie religiose e facevano il giro dei conoscenti per
invitarli. Non vivevano “all’occidentale” e non sono state prese a pietre per
questo.
Viceversa troverete in giro per la bassa un sacco di ragazzi dalla
lingua strana e dalla pelle scura, che vivono “all’occidentale”, o almeno ci
provano. Mettono blue jeans e qualche firma sulle felpe. Il sabato nei parchi
giocano con mazze e palline – cosa c’è di più occidentale. Entrano nei bar, a
volte ne escono con la ceres
in mano. Qualcuno magari a mezza voce dice che la ragazza se la meritava,
chissà chi frequentava a insaputa del padre. Lo dice
anche il giornale, che voleva vivere “all’occidentale”.
Auguro a Nosheen di vivere, da qui in poi, la
vita che vorrà. Sarà occidentale, sarà orientale, sarà probabilmente
complicata. Io non so se le interessassero davvero i
jeans, o mostrare i capelli. Le piaceva un ragazzo italiano? I giornalisti in
queste cose sguazzano, ma sono chiacchiere e non ci sono prove (ci sarebbe
anche un video, ma guarda un po’, non lo ha visto nessuno). Quel
che si sa è che era una brava figlia e una buona musulmana, che non voleva sposare
un cugino che non conosceva; che non credeva che il suo Dio la obbligasse in
questo senso; che sua madre era con lei; che ha fatto tutto quello che una
quarantenne pachistana a Novi poteva fare per difenderla (andò persino dai
carabinieri a lamentarsi del marito: che coraggio deve avere avuto questa
signora?); che alla fine, per difendere sua figlia, Begm
Shnez ha perso la vita.
Dirò una cosa antipatica. Io non so se vivo in occidente o in oriente.
È una battaglia quotidiana, che mi appassiona solo fino a
un certo punto. So che ancora trent’anni fa mia nonna
si copriva il capo con un foulard prima di andare alla novena. Viveva poco
lontano da dove risiede Nosheen.
So che nel mondo complicato di mia nonna, di Nosheen,
e mio, c’è un valore supremo e (mi dispiace) non è il diritto di portare i jeans o scoprire i capelli o farsi i video coi ragazzini
italiani. È la vita, e offrire la propria in cambio di un’altra è la cosa più
grande, più nobile che si possa fare. Per ricordarcelo
noi occidentali abbiamo pietre. Abbiamo lapidi e
monumenti, fuori e dentro le chiese – ma evidentemente non ci bastano. Su
un’altra pietra, fuori dalle chiese, ma davanti agli
occhi di tutti i residenti di Novi, occidentali o no, in jeans o velati, vorrei
che si scrivesse qualcosa su Begm Shnez,
che ha donato due volte la vita a sua figlia, che è morta lottando, e stava
lottando per tutti noi, occidentali e orientali di Novi; che è caduta ma che ha
vinto, quel poco che si poteva vincere quel giorno a Novi, per tutti noi.
Ai pachistani che arriveranno, da una terra ormai distrutta e spappolata da una guerra taciuta
per dieci anni e da un’alluvione di cui nessuno ha parlato, non chiederò se
conoscono l’italiano, i fratelli d’Italia o il va’ pensiero. Se
vogliono vivere all’occidentale o all’orientale o come preferiscono.
L’unico prerequisito, per quanto mi riguarda, è che passino davanti alla lapide
di Begm Shnez. Che sappiano. Volete stare da noi? Se
c’è posto, bene, ma da noi funziona così: i nostri eroi non sono i padri che
lapidano, ma le madri che danno la vita. Avete intenzione di tormentare figlie
e madri? Non è il posto che fa per voi. Dareste la vita per loro? è l’unica cosa che ci serve sapere. La lingua poi s’impara, le usanze cambiano, e oriente e occidente non sono
che nomi.