ATTRAVERSO DUE TERZI DEL SECOLO
autobiografia di Aldo Capitini
Sono nato a Perugia il 23 dicembre 1899, in
una casa nell'interno povera, ma in una posizione
stupenda, perché sotto la torre campanaria del palazzo comunale, con la vista,
sopra i tetti, della campagna e dell'orizzonte umbro, specialmente del monte di
Assisi, di una bellezza ineffabile.
Mio
padre era un modesto impiegato comunale, e custode del campanile; suonava anche
le campane comunali, e tutti noi in casa sapevamo
farlo. Mia madre, che veniva dal vicino villaggio di Brufa,
lavorava instancabile per la casa e come sarta, per altri. Avevo un fratello,
maggiore di me.
I primi venti anni della mia vita si sono svolti secondo un modello tipico.
Precoce come sensibilità, riflessività e interesse per la lettura e anche per
la poesia, non avevo nessuna guida, sicché mi fu una grande scossa l'incontro
con la letteratura futurista, i suoi manifesti, i suoi programmi innovatori che
mi presero per un po' di tempo, dal 1913 al 1916, associandosi al nazionalismo di adolescente ( leggevo fin da piccolo i giornali ), e in
contrasto col fondo del mio carattere, che invece preferiva letterati e poeti
meditativi e moralisti, come Boine, Slataper, Jahier, e specialmente Ibsen.
Fu il periodo dei molti amici, delle esperienze varie e anche troppo varie e
sciocche, della mescolanza di poesia e di grossa polemica, finché mi avviavo
alla «conversione» che avvenne negli anni 1918-1919 dalla vita di «esperienze»
all'austerità, dal nazionalismo all'umanitarismo pacifista e socialista, dalle
letture contemporanee allo studio delle lingue e
letteratura latina e greca, che cominciai con la massima tensione nel 1919 da
zero, visto che, per povertà, ero stato indirizzato agli studi dell'istituto
tecnico.
Autodidatta accuratissimo, in condizione di povertà per le grammatiche e i
classici che compravo ad uno ad uno, sottoponevo la mia gracile costituzione
fisica (che mi aveva risparmiato il servizio militare e la guerra) ad uno
sforzo che mi portò all'esaurimento e alle continue difficoltà del sonno e
della digestione: così oltre il classicismo letterario e quasi filologico, la
conoscenza della Bibbia e la vicinanza al Leopardi, acquisii in quegli anni
l'esperienza della finitezza umana, del dolore fisico, dell'inattività sfinita
in mezzo alle persone attive, un'esperienza che con la componente
della costruzione culturale, era la componente della ricerca etico-religiosa, già da anni indipendente dalla religione
tradizionale.
Sapevo bene gli erramenti che mi ero lasciato alle
spalle, che furono anche quelli del primo ventennio del secolo in Italia. Avevo
imparato perché il «classico», il «morale», le beatitudini evangeliche, la
democrazia e il socialismo, erano dei valori, ci ero
arrivato dopo l'eversione, il disordine, il dannunzianesimo, il marinettismo, le «parole in libertà».
Avevo un senso così serio, umano e autentico delle «strutture», che il
fascismo non mi prese minimamente, e se non partecipai attivamente alle
iniziative politiche opposte fu soltanto perché ero tutto preso alla mia
costruzione culturale e dai malanni. Oggi mi pare quasi impossibile che né la
«Rivoluzione liberale», né i socialisti né Gramsci mi
abbiano preso, tra il 1921 e il 1924, e io lo attribuisco anche al fatto che la
fragilità della salute mi aveva indotto ad andare in campagna per rimettermi
(facevo il precettore), e questo mi staccò dalle ripercussioni dirette della
politica, che pur seguivo.
O forse si potrebbe dire che io dovevo «fare» solo
quando avrei potuto dare «aggiunte» singolari e diverse, e in quegli anni
veramente non ero ancora capace di dare qualche cosa, che doveva invece
maturare per successivi momenti.
Nel ventennio dal 1924 al 1944 ho potuto mettere a frutto quel senso etico-classico dei valori e della vita, in un modo che
indicherei mediante quattro punti:
1. negli studi universitari a Pisa dal 1924, letterari all'inizio secondo
l'impulso del primo ventennio e della conversione del 1919, passai sempre più
agli studi filosofici specialmente dal 1933, che meglio mi servivavno
per costruire le giustificazioni dell'opposizione al fascismo e della
costruzione libero-religiosa;
2. alla posizione di intellettuale associai, dopo
la Conciliazione e la vista del tradimento del Vangelo, il lavoro pratico di
propaganda di idee, di cercare altri, di formare gruppi, lavoro che cominciai
alla Normale di Pisa, dove ero segretario, nel 1931 e continuai con Claudio Baglietto ( morto poi a Basilea nel 1940, esule e obiettore
di coscienza), uniti nel diffondere nuovi principi di vita religiosa, teistica, nonviolenta ( avevamo conosciuto la non
collaborazione di Gandhi), antifascista; da allora io sono principalme
il ricercatore e il costitutore di una vita
religiosa, in contrasto con quella tradizionale, leggendaria, istituzionre, autoritaria, e compromessa fino al collo con
la guerra, i privilegi, le oppressioni delle società attuali; da allora ho
sempre meglio chiarito per me e per gli altri che cosa significasse la più
profonda apertura a tutti (sono stato colui che più ha usato nel periodo fascista
il termine di « apertura », anche nei libri allora pubblicati;
3. presa da
Gandhi l'idea del metodo nonviolento impostato sulla non collaborazione, potevo
avere una guida per dir « no » al fascismo (quando Giovanni Gentile mi chiese
la tessera fascista per conservarmi nel posto della Normale), e soprattutto un
modo per realizzare concretamente quel certo francescanesimo a cui tendevo da fanciullo, col vantaggio che mentre San Francesco
era prima dell'Illuminismo, Gandhi veniva dopo il Settecento, con la serissima applicazione dei principi della libertà,
fratellanza, eguaglianza (più che non abbiano fatto i borghesi che li avevano
annunciati), e del valore fondamentale della ragione critica e della coscienza
anche in religione; per oppormi alle guerre che Mussolini
preparava, presi la decisione vegetariana, nella convinzione che il risparmio
delle vite di subumani inducesse al rifiuto di uccidere esseri umani;
4. la mia spinta alla politica, viva fin dalla
fanciullezza (e dico prima dei dieci anni) finalmente si veniva concretando,
anche per opposizione alla dittatura, in una sintesi di libertà e di
socialismo, criticando nel liberalismo la difesa dell'iniziativa privata
capitalistica e nel socialismo vittorioso la trasformazione in statalismo non
aperto al controllo dal basso e alla libertà di informazione e di critica per
ogni cittadino, anche proletario.
Dal 1933 al 1943 ho fatto propaganda girando in molte città e con
frequentissimi incontri a Perugia, specialmente tra i
giovani, per costituire gruppi di antifascismo; forse
in quel periodo ho avvicinato più giovani di ogni altro in Italia: questo era
noto, tanto che un amico mi disse enfaticamente «le donne partoriscono per te»,
e lo ricordo per insegnare il valore dell'attività nonviolenta che cerca e stabilisce
le solidarietà, e può contare sull'esempio (in quel caso, il mio « no » al
fascismo) e sulla parola.
Questa fu aiutata da molti fogli che facevo
circolare, e da tre libri che pubblicai in quel periodo: gli Elementi di
un'esperienza religiosa ( da Laterza, 1937 ), Vita
religiosa ( da Cappelli, 1942 ), Atti della presenza aperta ( da Sansoni, 1943).
Il primo libro fu fatto stampare dal Croce, che
avevo conosciuto, mediante Luigi Russo, a Firenze (Adolfo Omodeo
scrisse a Luigi Russo il 20 ottobre 1936: « Don Benedetto è tornato molto
soddisfatto di un lavoro filosofico di un tuo scolaro di Perugia
e me lo vuol far leggere »; ma non fui mai scolaro di Luigi Russo).
Mentre l'opposizione politica antifascista
rinnovava i suoi sforzi, ed era continuamente stroncata dalle uccisioni e dagli
arresti (Gramsci e i Rosselli
morirono nel 1937), e mentre Mussolini vinceva in
Africa e in Spagna, il mio antifascismo, con le sue ragioni religiose, aveva la
forza di demitizzare le influenze esteriori e di chiedere tutta l'anima.
Senza che io ponessi la nonviolenza come necessaria conseguenza; tanto è
vero che i gruppi, specialmente dopo l'accordo che feci con Walter Binni prima, e poi con Guido Calogero,
erano nettamente di indirizzo politico nei fini e nei
mezzi, e per alcuni l'indirizzo fu esplicitamente di «liberalsocialismo».
Il mio proposito dal 1931, da « profeta » e « apostolo » religioso, che
l'Italia si liberasse dal fascismo mediante la non
collaborazione nonviolenta, proposito reso sempre più difficile dalla stretta
collazione col fascismo della Chiesa romana, della Monarchia e dell'esercito,
del Gentile e della maggioranza degl'intellettuali, diventava non previsione,
ma lezione.
I miei amici si prospettavano i modi nei quali sarebbe
stato possibile rovesciare la dittatura; e la guerra europea ne preparava
l'attuazione; io non potevo che associarmi con loro nella diffusione
dell'opposizione (e andai per mesi in prigione), ma, nello stesso tempo, non
attenuavo per nulla il mio proposito.
Anzi nella prigione e durante l'esplicazione della rivolta partigiana (a cui
non partecipai) mi si concretò l'idea dello stretto rapporto intersoggettivo
che si esprimeva nella nonviolenza, e, nascosto in campagna mentre si sentivano
i tedeschi passare nella notte lungo le strade, scrissi quel libretto La
realtà di tutti (nella primavera del 1944), che completa la mia tetralogia
antifascista, con un supremo appello alla compresenza
di tutti.
Certo, io ero uno sconfitto. Ma soprattutto perché la mia
attività non era stata capace di costituire « gruppi » di nonviolenti.
Con persuasione nonviolenta c'erano stati, oltre me,
amici fin dal momento pisano del 1931-32 e poi con Alberto Apponi ed altri, e
perfino tra i partigiani ci furono alcuni, come Riccardo Tenerini
e come Alberto Giuriolo, che non tolse mai la sicura
al suo fucile. Ma eravamo sparsi, e nulla sapemmo
organizzare che fosse visibilmente coerente, efficiente e conseguente ad idee
di nonviolenza.
La lezione era che bisogna preparare la strategia e
i legami nonviolenti da prima, per metterla in atto quando occorre; e nessuno
può negare che in Italia nel 1924, al tempo del delitto Matteotti, e in
Germania nel 1933, una vasta e complessa azione dal basso di non collaborazione
nonviolenta sarebbe stata occasione di inceppamento e di caduta per i governi.
Nel quadro della spiritualità italiana e della
formazione culturale ed etico-politica il mio lavoro
si presentò, fin dall'inizio, come molto critico dello storicismo: fui tra i
primi a fronteggiarlo, a mostrarne le insufficienze etiche. La mia provenienza
era diversa, con un'apertura alle singole individualità e alla loro finitezza,
con una severa considerazione dei mezzi rispetto ai fini, con la tendenza a
vedere il rapporto intersoggettivo e la comunità di tutti anche oltre la realtà
della vita e della morte.
Se si dovesse accennare a vicinanze culturali, ne
nominerò tre: la filosofia etica del Kant, una ripresa (più spontanea che
derivata) dei temi «morali» di alcune figure del primo ventennio: Michelstaedter, Boine, Clemente Rebora; un'apertura, alla molteplicità del tu-tutti, della
teogonia dell'atto gentiliano.
Se i miei Elementi del '37 potevano appartenere ad una letteratura
esistenzialistica, per altro verso il richiamo al singolo era inquadrato,
appunto in nome dell'«apertura» e di una escatologia.
Il libretto degli Atti della presenza aperta espresse, nella forma
letteraria di salmi molto sintetici, questa posizione costruttiva di apertura.
Mi pare che si realizzasse così quanto era stato
cercato dai «moralisti» in Italia dall'inizio del secolo. E la mia disciplina
costante era stata di utilizzare il Croce per ciò che
egli poteva dare per la distinzione e la conoscenza dei valori, specialmente
estetico, ma di non accettare l'immanentismo del suo umanesimo, e la sua etica
e politica.
Mi
pareva anche che io avessi fatto un notevole passo in avanti rispetto al
modernismo e ai tentativi spiritualistici di riforma religiosa da Ernesto Bonaiuti a Piero Martinetti, due persone per
cui avevo una profonda amicizia, ma che mi riuscivano, il primo, troppo
esposto a illudersi sul cattolicesimo, il secondo, pur con contributi culturali
notevolissimi, non atto a portarsi in un lavoro comune di riforma.
Con gli Elementi era apparsa la fiducia nella costituzione di attivi « centri » per una riforma religiosa, e ne era
indicato, in fondo, già sorto uno, di una ricerca che da allora non si sarebbe
interrotta, legato alla mia attività.
E dal punto di vista politico si era delineato un
tipo di opposizione antifascista diversa da quella rappresentata
successivamente dal Gobetti, dal Croce, dal Gramsci, dai Rosselli, dal Calogero. Qui non si tratta più di collocazione
cronologica, del fatto che il mio antifascismo fosse già alle origini, ma
dell'essersi esso costituito in tutte le sue giustificazioni e articolazioni
separatamente da quelle altre forme, tutte di tipo umanistico.
Il mio sopraggiungeva non tanto per togliere a quelli, quanto per aggiungere
una visuale sui mezzi e sui fini che quelli non avevano. La mia fiducia era che
l'umanesimo del laicismo e del marxismo avrebbe avuto bisogno, un giorno, di
un'ulteriore trincea, quella neo-religiosa, e mentre
quell'umanesimo suscitava, anche nell'antifascismo, tante forze, io mi
promettevo un discorso ulteriore. Quando vedo lo sviluppo che hanno preso oggi tre temi a me cari e congiunti in unità: il
rifiuto di ogni guerra, la democrazia diretta con il controllo dal basso, la
proprietà resa pubblica e aperta a tutti; e vedo le crescenti discussioni circa
i temi cattolici, penso che avessi ragione ad aspettare da un periodo
post-fascista la piena utilizzazione nel mio contributo.
Se io fossi morto nel 1944, dopo avere scritto in primavera La realtà di
tutti, avrei già, con i quattro libri e le sollecitazioni portate
personalmente, delineato una posizione teorico-pratica
di riforma suscettibile di utilizzazioni, forse la più compatta dopo quella
mazziniana dell'Ottocento.
Si è visto poi bene, nel successivo ventennio che il campo doveva essere
occupato in buona parte da due potenti istituzionalismi,
quello della Chiesa romana che ebbe una ripresa di
potere in un clima di restaurazione, quello del partito comunista, che aveva il
compito di volgarizzare il marxismo e di mantener viva una opposizione
politico-sociale.
Fino al 1944 io non avevo formato, per la mia riforma, nulla di veramente
istituzionale, ed ero isolato, fors'anche più di
quanto alcuni pensassero. Se fossi morto, non ci
sarebbe stato che ciò che avevo detto e scritto, e alcuni atti e decisioni; cioè il centro era stato una persona. Non potevo considerare
il movimento del liberal-socialismo al quale avevo
lavorato, costituendolo insieme con Guido Calogero, come la realizzazione della riforma come la
volevo io.
Quello era stato un collegamento che poté attuarsi per qualche anno, mentre Giustizia
e Libertà era esausta per le persecuzioni, e noi portammo
temi freschi, una tattica accorta e penetrante, una duttilità fortunata. Ma quella era politica, e sempre più lo sarebbe diventata,
fino alla costituzione in partito, che io non approvai, vagheggiando un lavoro
più largo e di massa (come ho raccontato nel libro Nuova socialità e riforma
religiosa ).
L'impeto politico derivante dalla Resistenza armata, diverso dalla mia
posizione di religioso nonviolento fino al sorgere di equivoci
non agevolmente comprensibili, il fatto che io non fossi di nessun partito
(forse fui il primo ad usare in Italia l'espressione « indipendente di sinistra
»), portarono al mio progressivo isolamento, alla nessuna utilizzazione da me
fatta del posto avuto in dieci anni di attivissima opposizione antifascista (
in personale rapporto con tutti gli antifascisti significativi e clandestini in
Italia), al disinteresse generale, o ignoranza, per il mio nome e i mie libri.
Ricominciavo veramente da una posizione di centro individuale, e mai forse
parola è stata più adatta alle mie iniziative. Non posso negare che restava,
almeno, una trama larghissima di amicizie, che non
posso elencare perché occuperei pagine, e l'ho fatto, in parte, in altri
scritti.
Nel campo intellettuale, nel campo politico specialmente dei laici, dei
socialisti e dei comunisti, avevo avuto moltissimi contatti, sia stando a Pisa
fino al 1933, sia a Perugia o altrove dal 1933 al
1944.
Dal 1944, in poco più che un ventennio, dovevo valermi delle condizioni di libertà
e di tutte le agevolazioni che avrei potuto incontrare, tra cui quelle venutemi
con l'insegnamento universitario, prima come incaricato a Pisa di filosofia
morale, e poi come professore di ruolo di pedagogia dal 1956, prima a Cagliari e poi a Perugia.
Subito, dopo la liberazione di Perugia, nel luglio
1944 costituii il Centro di orientamento sociale (C.O.S.) per periodiche discussioni aperte a tutti, su tutti
i problemi amministratiivi e sociali. Fu
un'iniziativa felice, che convocava molta gente e le autorità (tra cui il
prefetto e il sindaco), molto desiderata da tutti per l'interesse ai temi e per
la possibilità di « ascoltare e parlare »; e si diffuse nei rioni della città,
in piccole città dell'Umbria, e in città come Firenze e Ferrara.
Nessuna istituzione la diffuse e la moltiplicò, e il mio sogno che sorgesse
un C.O.S. per ogni parrocchia, era molto in contrasto
con il disinteresse e l'avversione che, dopo pochi anni, sorse in in molti contro un'istituzione
così indipendente, aperta, critica; né si poteva dire che l'organizzazione ne
fosse difficile; ci sarebbe voluta tuttavia voluta una virtù: la costanza.
Quella fu la prima iniziativa che presi per valermi della libertà e per
preparare la « riforma » come la vedevo e la vedo. Tanto è vero che, dopo le
difficoltà che portarono nel 1948 alla fine dei C.O.S., anche dopo una breve loro ripresa nel 1957, ho svolto e
svolgo lo stesso tema mediante un foglio mensile « Il potere è di tutti »,
che propugna la democrazia diretta (o omnicrazia, come la chiamo), il controllo
dal basso in ogni località e in ogni ente, i consigli di quartiere e i centri
sociali, i comitati e le assemblee, la libertà di informazione e di critica,
permanente e per tutti. Il tema si riconduce, come dirò poi, a quella riforma che
io propugno in nome dello sviluppo della « realtà di tutti ».
Non lo Stato antifascista, ma molto meno quello che
seguì nel 1948, erano in grado di valersi dei C.O.S.
ed inserirli nella struttura pubblica italiana, ad integrazione della limitata
democrazia rappresentativa del parlamento e dei consigli comunali e
provinciali. Né le forze dell'opposizione di sinistra, tese nella speranza di
una presa del potere, si curarono di apprestare uno strumento così elementare
per la convocazione della popolazione e dell'opinione pubblica, anche in
considerazione della insufficiente diffusione dei
giornali.
Si aprì invece il periodo in cui le ricche destre avrebbero rovesciato sugli
italiani, e specialmente sugli strati meno politicizzati come quello delle
donne, tonnellate di periodici illustrati; sostanzialmente di gusto
antirivoluzionario ed evasivo.
Un'altra iniziativa fu quella del « Movimento di religione ». Nell'ottobre
del 1946, d'intesa con l'ex-prete Ferdinando Tartaglia, convocammo a Perugia un Primo convegno sul problema religioso attuale.
Era una cosa nuova, insolita, inattesa per quanti non avessero
percepito che nell'opposizione antifascista, nella tensione di
aggiornare l'Italia al mondo, c'era anche, più o meno esplicito, il tema di
portare il laicismo al punto di produrre la sostituzione di una nuova vita
religiosa a quella tradizionale, derivante dalla Controriforma.
Al Convegno vennero molti e diversi amici ( Spini, Pettazzoni,
Mazzetti, Marcucci, Assagioli,
Binni ed altri). Le relazioni introduttive furono di
me e di Tartaglia: io indicai il lavoro religioso come consistente nella
ripresa, nell'etica contemporanea, dei temi della mitezza, del perdono, della
nonviolenza, e nell'apertura massima alla realtà di tutti, alla compresenza di tutti gli esseri; Tartaglia lo indicò nella
tensione a porre un « puro dopo » la realtà e le società attuali, in una tramutazione di tutta la nostra vita, nella creazione di
«atti nuovi».
Al convegno di Perugia seguirono altri fino al
1948; avemmo il modo di incontrare molti, di far gravitare su problemi vari,
come quello della libertà religiosa in Italia e della situazione degli ex-preti
(prova della durezza illiberale della Chiesa romana) e quello dell'obiezione di
coscienza e della pace internazionale. Pubblicammo libri e articoli.
Quando Tartaglia si volse al lavoro personale della
ricerca speculativa e sistematica sulle sue idee religiose (e promise di darne
conto in libri), io continuai il Movimento per una riforma religiosa in Italia
per anni e anni fino al 1954. Un congresso tenuto a Roma nell'ottobre 1948,
molto affollato e con la presenza di molte forze del laicismo e del
protestantesimo, si era voluto intitolare, a due anni di distanza dal Convegno
di Perugia che era stato di assaggio,
Congresso per la riforma religiosa, che naturalmente per noi, per Tartaglia e
per me, non era interna al cristianesimo, ma su prospettive più larghe e
indipendenti dai temi tradizionali.
Tartaglia poi si appartò, ed io continuai i
convegni, specialmente romani, presentando l'approfondimento dei miei temi
della realtà di tutti, dell'antiistituzionalismo
religioso, della nonviolenza, e altri facendo affluire i temi del laicismo più
deciso e più largo. Ma, francamente, l'interesse veniva declinando,
e gli amici ormai si volgevano ad altri impegni o religiosi, o politici, o
culturali.
Nel 1955 l'uscita del mio libro Religione aperta, messo all'Indice da
Pio XII, segnò il punto di arrivo della Riforma
religiosa da me impostata, riassumendone i temi e affidandola ormai alle
posizioni del tutto personali di ciascuno.
Nello stesso tempo, anzi fin dal 1952, la costituzione a Perugia,
in Via dei Filosof, di un Centro di
orientamento religioso ( C.O.R.) per
periodiche conversazioni e di un Centro per la nonviolenza aveva a poco a poco
sostituito la convocazione di convegni romani con la sollecitazione a
costituire centri, come a Perugia, il che poi
nessuno ha fatto in modo continuato e aperto come a Perugia.
Se si pensa che da sedici anni fino ad oggi una volta la settimana si è
discusso un tema solitamente di carattere religioso, si ha un'idea di quale
stimolo e addestramento abbiano potuto beneficiare gli
organizzatori, gli amici, i frequentatori spesso mutevoli. Io mi sento gratissimo a quel lavoro settimanale fatto non al livello
dell'erudizione, ma della formazione di un orientamento di
vita.
Le ragioni della critica storica neotestamentaria, l'utilizzazione di apertura anche nelle religioni istituzionali, il nesso
della religione da un lato con la nonviolenza, dall'altro con la riforma della
società, l'esigenza costante della libertà anche nella vita religiosa, sono
stati temi ed esigenze ritornanti spontaneamente tante volte nelle nostre
conversazioni, e creanti qualche cosa di comune tra noi di diverse posizioni,
libero religioso io, altri evangelici, cattolici, bahai,
ebrei, laici, marxisti. Abbiamo toccato temi ed argomenti, anche del giorno, di ogni genere.
Fino al momento di oggi, nel quale potrebbero
avvenire cambiamenti, il mio lavoro religioso di decenni ha avuto, nella sua
fedeltà, questi periodi e questi aspetti:
Dal 1931 al 1944 ha costituito il nucleo di una riforma, di limitata
diffusione anche per le condizioni della dittatura, ispirata da una libera
articolazione del gandhismo, in sintesi con elementi
occidentali, da uno sviluppo dell'apertura anche nel campo di una nuova
società.
Dal 1944 al 1968 ha fatto il più che ha potuto per
creare strumenti di collaborazione sulla base dell'interesse religioso
(Movimento di religione, Movimento per una riforma religiosa in Italia, religione
aperta, Centro di orientamento religioso ); ha delineato meglio gli aspetti
teorici dal tema dell'apertura al tema della compresenza, in libri, articoli e
« lettere di religione »; ha diffuso anche opere di polemica religiosa (con Pio
XII, sul battesimo, sul Concordato).
Se la mia tensione in questo campo è stata ed è continua, e posso dire di
avere aiutato molti a chiarirsi problemi particolari, e di avere sparso idee e
termini, è bene riconoscere che il mio scrupolo di non
forzare e di non istituzionalizzare, crescente negli anni, è stato tale da non
tenere conto delle «adesioni», e di portare avanti piuttosto l'enunciazione di
una vita religiosa come « centro » e non altro.
Dopo i movimenti degli anni dopo la Liberazione, sono arrivato negli ultimi
anni, e fino a questo punto, ad un proposito di tenace approfondimento per me,
per capire ed essere sempre più un ricercatore-costruttore e un fedele libero
religioso, ma lasciando ogni incontro collaborativo
al tempo e agli altri. Se la mia vita religiosa è
risolutrice e utile, altri la rifaranno, e meglio di me. Io non chiedo che di
condurla bene, con autenticità.
Una prova di questo aver diffuso temi e stimoli senza averne raccolto
precise e fedeli risposte, sta non solo nel vedere come si svolge la problematica
religiosa oggi, ma specialmente nel fatto che per la « religione » non posso
citare quei contatti e quelle influenze che posso indicare per altri tre campi:
la nonviolenza, la scuola, le idee sociali.
Nel campo della nonviolenza, dal 1944 ad
oggi, posso dire di aver fatto più di ogni altro in
Italia. Ho approfondito in più libri gli aspetti teorici, ho organizzato
convegni e conversazioni quasi ininterrottamente, ho lavorato per l'obiezione
di coscienza, ho promosso, attraverso il Centro di Perugia
per la nonviolenza, convegni Oriente-Occidente, la Società vegetariana
italiana, la Marcia della pace da Perugia ad Assisi
del 24 settembre 1961, e poi il Movimento nonviolento per la pace e il periodico Azione nonviolenta che dirigo. Della
Consulta italiana per la pace, una federazione di organizzazioni
italiane per la pace sorta dopo la Marcia di Assisi, sono ancora presidente.
Sono, insomma, riuscito a far dare ampia cittadinanza, nel largo interesse
per la pace, alla tematica nonviolenta. Come teoria e
come proposte di lavoro, la nonviolenza in Italia ha una certa maturità. E qui, come dicevo, ho avuto più occasioni d'incontro che
con la pura e semplice religione. In fondo, quando sono andato due volte a Barbiana, a parlare con Don Lorenzo Milani
e la sua scuola, la discussione e l'esposizione non è stata altro che sulla
nonviolenza, per la quale egli mi disse di convenire con me.
Per Danilo Dolci la cosa è stata più complessa.
Sapevo di lui e gli scrissi quando egli fece il suo primo digiuno a Trappeto, per la morte di una bambina di stenti. Gli dissi
che non aveva il diritto, prima che egli avesse informato sufficientemente noi
tutti della situazione, e lo pregai perciò di
sospendere il digiuno. Così siamo diventati amici e ho sempre seguito il suo
lavoro; ho fatto conoscere a Danilo tutti i miei amici
laici da Calamandrei a Bobbio, e tanti altri (egli
era in partenza cattolico), l'articolazione dell'apertura religiosa e della
nonviolenza, i miei articoli sul piano sociale e sul lavoro dal basso, mediante
centri di educazione degli adulti e di sviluppo sociale.
Vi sono anche due campi nei quali ho lavorato con
continuità, e che qui accenno senza illustrare: quello della libertà religiosa
in Italia, stabilendo collaborazioni con laici, dal mio punto di vista di
libero religioso per cui la libertà è indispensabile per tutti; e quello della
difesa della scuola pubblica dalla pressione e dall'invasione confessionale, un
campo nel quale promossi un'associazione che ha avuto anni di buona efficienza,
l'A.D.E.S.S.P.I. (Associazione per la difesa e lo
sviluppo della scuola pubblica italiana). Né intendo qui illustrare il lavoro
per i problemi educativi, pedagogici (con una mia pedagogia diversa da quella umanistico-empirista),
scolastici (con l'iniziativa di una Consulta di professori universitari di
pedagogia), ai quali ho dedicato l'attività dell'insegnamento, e libri, tra cui
i due recenti volumi di Educazione aperta.
Ma un campo, ancor più strettamente connesso con la profezia e l'apostolato
religioso, è quello della trasformazione della società, per
cui, rifiutando ogni carica offertami nel campo politico, ho piegato la
politica, e l'interesse in me fortissimo per essa, alla fondazione di un lavoro
per la democrazia diretta, per il potere di tutti o omnicrazia (come lo
chiamo).
Per me è intrinsecamente connesso con la religione, che, per me, è più della
compresenza che di Dio; e perciò la compresenza di
tutti (religiosamente dei viventi e dei morti) deve continuamente realizzarsi,
come ho già detto, nell'omnicrazia; e chi è centro della compresenza, è centro
anche di omnicrazia; ed è intrinsecamente connesso con la nonviolenza, di cui è
l'idea politico-sociale. Il lavoro per i C.0.S., per il pacifisnmo integrale,
per la proprietà pubblica aperta a tutti e creante continue eguaglianze, non
sono che effettuazioni dell'interesse per l'omnicrazia.
Se dovessi indicare i punti dove ho espresso la tensione fondamentale, da
cui tutte le altre, del mio animo per l'interesse inesauribile agli esseri e al
loro animo, e perché ad essi sia apprestata una realtà
in cui siano tutti più insieme e tutti più liberati, segnalerei due righe di un
mio libro poetico, Colloquio corale (sulla festa), nel quale ho ripreso
accentuando la compresenza, un modo di esprimermi lirico, già presentato negli Atti
della presenza aperta. Il Colloquio corale (1955) è così poco noto
(il libro di cui ho più copie nel mio magazzino di carte!), ed è invece così
espressivo, che non mi oppongo alla tentazione di
citare qualche cosa da esso piuttosto che da altri libri.
La mia nascita è quando dico un tu.
Mentre aspetto, l'animo già tende.
Andando verso un tu, ho pensato gli universi.
Non intuisco dintorno similitudini pari a quando penso alle persone.
La casa è un mezzo ad ospitare.
Amo gli oggetti perché posso offrirli.
Importa meno soffrire da questo infinito.
Rientro dalle solitudini serali ad incontrare occhi viventi.
Prima che tu sorridi, ti ho sorriso.
Sto qui a strappare al mondo le persone avversate.
Ardo perché non si credano solo nei limiti.
Dilagarono le inondazioni, ed io ho portato nel mio intimo
i bimbi travolti.
Il giorno sto nelle adunanze, la notte rievoco i
singoli.
Mentre il tempo taglia e squadra cose astratte, mi trovo in ardenti secreti di anime.
Torno sempre a credere nell'intimo.
Se mi considerano un intruso, la musica mi parla.
Quando apro in buona fede l'animo, il mio volto mi
diviene accettabile.
Ringraziando di tutti, mi avvicino infinitamente.
Do familiarità alla vita,.se teme di essere sgradita ospite.
Quando tutto sembra chiuso, dalla mia fedeltà le
persone appaiono come figli.
A un attimo che mi umilio, succede l'eterno.
La mente, visti i limiti della vita, si stupisce della mia costanza da
innamorato.
Soltanto io so che resto, prevedendo le sofferenze.
Ritorno dalle tombe nel novembre, consapevole.
Non posso essere che con un infinito compenso a tutti.
Il discorso fatto fin qui, prevalentemente di « prassi », non ha affrontato
il mio lavoro filosofico. Ho approfondito soprattutto, nell'ultimo ventennio,
la conoscenza del Kant e dello Hegel,
e il singolare è che, malgrado le mie simpatie per il primo e per certi aspetti
del suo pensiero etico, religioso e circa i valori, lo Hegel
mi ha interessato profondamente, e l'ho studiato per anni e anni. Ciò che mi ha
attratto, oltre la forte complessità del suo pensiero, è stato principalmente
il proposito di calare gli elementi ideali nella realtà.
Ho spiegato largamente altrove (e specialmente nel libro Il fanciullo nella liberazione dell'uomo) questo tema. Mi è
parso che proprio questo suo programma « realistico » fosse attuato, nel suo
umanesimo immanentistico, in modo insufficiente,
facendo condizionare gli elementi « ideali » da elementi « reali » assunti come
insuperabili, quali lo Stato, la proprietà privata, la violenza, la morte degl'individui singoli. E che invece spetti proprio ad un
programma religioso impostare «la discesa» degli elementi ideali (la compresenza di tutti nella produzione dei valori) nella
natura e in una nuova storia.
Questo spiega anche il mio atteggiamento riguardo al marxismo, che ha avuto
tanto sviluppo in Italia nell'ultimo ventennio. In quanto
immanentismo di tipo hegeliano esso non va oltre lo stoicismo dell'individuo
che si immola per l'avvento di una umanità liberata, ma in quanto pone il tema
della « discesa » degli elementi ideali nell'umanità e in una tensione
escatologica, il marxismo può essere un passo verso una concezione religiosa
della compresenza.
E' da rilevare anche come si presenta l'apertura religiosa alla compresenza: fuori di ogni pretesa ontologica di tipo
vecchio, autoritario e sistematico, che « costringa » gli altri, ma come libera
aggiunta alla base di ogni realtà, vedendo ogni essere nascere nella
compresenza per sempre, oltreché nella natura che lo
consuma; un'apertura pratica come ipotesi di lavoro, modesta e senza armi
immanenti o trascendenti; un'ipotesi che è fuori da ogni verifica scientifica.
Bisognava che la concezione religiosa tradizionale, appoggiata
dall'istituzione, entrasse nella crescente crisi che la dissolve, malgrado la vittoria sul modernismo e l'appoggio dello Stato
fascista e del successivo. Specialmente dopo il Concilio, altro che modernismo
si diffonde! e altro che intangibilità dei dogmi!
Bisognava anche che le si contrapponesse la concezione
marxistica, e che il popolo italiano, specialmente in alcuni strati e in alcune
zone, si politicizzasse attraverso un laicismo comunista.
Si è visto poi che la cosa non era così semplice come pareva ad alcuni
stalinisti nel primo decennio dopo la Liberazione; oggi, vista la rivoluzione
violenta inattuabile e cresciuta l'esigenza di un'articolazione democratica in
cui il «basso» conti effettivamente, ferventi
comunisti arrivano a scrivere la formula « socialismo e libertà ».
Dico questo delle due forze di massa in Italia, perché nel ventennio esse
hanno occupato, anche con una larga produzione libraria, il campo in Italia.
Perché si arrivasse a capire il valore e l'efficienza della
sintesi da me proposta (di riforma religiosa, di metodo nonviolento, di
democrazia diretta e proprietà pubblica) era necessario che dessero
quanto potevano, mostrando i loro limiti, le due concezioni etico-politiche
precedenti.
Difatti oggi erompono più chiare, anche se di gruppi limitati, le esigenze
religiose e sociali, perlomeno nella forma di richieste più indipendenti e più
severe di prima. Con ciò non voglio dire affatto che proprio le mie proposte
religiose e politiche troveranno chi le farà sue e le svolgerà. Tutt'altro che questo!
Si vedrà molto del laicismo anche notevolmente critico accettare prima o poi l'influenza americana, anche se essa si farà
meno democratica, ma giudicata da quei laici pur sempre il male minore, in una
certa circolazione di culture e di beni. Si vedrà anche la spinta
rivoluzionaria farsi sempre più estremista, attuando anche colpi violenti se
non di guerra, di guerriglia, fino alla speranza di un controimpero
che spazzi tutto il vecchio.
Dopo i due terzi di secolo siamo arrivati ad un
punto da cui si vede tutto questo. Nell'ultimo terzo del secolo Croce e anche Gramsci saranno meno presenti nella nostra spiritualità.
L'Europa, unita al Terzo Mondo e al meglio dell'America, elaboreranno la più grande riforma che mai sia stata comune all'umanità, quella
riforma che renderà possibile abolire interamente le disuguaglianze attuali di
classi e di popoli, e abolire le differenze tra i « fortunati » e gli «
sfortunati ».
Non con piani di assistenza e di elargizione sarà
possibile costituire una nuova società nel mondo, in cui tutto sia di tutti,
con la massima naturalezza, superando il vecchio individualismo borghese che ho
visto così fiorente all'inizio di questo secolo. Ci vorrà una profonda
concezione religiosa che abbia arricchito l'uomo, e fors'anche una grande semplificazione nella vita, che non
impedirà ai più alti valori di avere il primato, perché diventi conseguente un
modo di trattare tutti, nel modo più aperto, con crescenti uguaglianze, con la
gioia di portare gli ultimi tra i primi. Questa comunità nella società sarà la
premessa di una vittoria sulla stessa natura, diventata al servizio di tutti.
Non molto lontano dai settant'anni,
e in un momento in cui meno che in ogni altro posso prevedere se potrò anche
nell'ultimo terzo del secolo dare un contributo, questa visione
religioso-sociale di tutti mi eleva. Ho insistito per decenni ad
imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva
pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e
un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti
e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o
parte interna di tutti, la loro possibilità infinita,
la loro novità pura, il loro « puro dopo » la finitezza e tante angustie, l'ho
chiamata la compresenza.
Aldo Capitini
Perugia, 16 agosto 1968.