RADICI DI ROMAGNA
AL NOSTAR RADĬSI
"Ciò che ci lega è anche ciò che ci eleva."
 
Radici di Romagma
Al nostar radĭsi
Questo sito è la prosecuzione e proiezione all’esterno di una rubrica settimanale tenuta dal 2001 al 2005 , e poi interrotta, presso il Corriere Romagna, Cronaca di Cesena, con il titolo “ al nostar radĭsi”, le nostre radici, ad indicare un “dialogo reale” dal fondo delle nostre radici di humanitas e di pietas,di ciò che ci lega che è anche ciò che ci eleva.

Cesena,30 Gennaio 2006
Tosca Placuzzi
Ora vive e lavora a Forlì. Non la rivedevo dal ’70, giovane pittrice cesenate dagli occhi verdi, trasognati e inquieti. Con la signora Bruna Solieri Biondi, al Cenacolo Villa Bruna di Forlì, si discuteva dei suoi “Arcani”, pittura che trafiggeva corpi e rutilava colori, celesti-verdi, per rivelare qualcos’altro. Scrivevo che per lei “lo spazio vince il tempo, il luogo assorbe l’esistere”. Ancora oggi.
Mi restano in casa, sopra la testata del letto in una sinfonia surreale, una chitarra con ali e mani che suonano in una distesa di colori cangianti a ondulazioni in cerchi che si espandono, suoni quasi con i colori di una musica celestiale, i segreti della vita cosmica. E anche una sanguigna dal colore spesso, uniforme, opaco, due corpi inermi voltati di schiena, uomo e donna, a volume tondo, sculture che sbalzano dal quadro, teste chine, pensose nel silenzio, al buio di un destino, di un’attesa, l’uno accanto all’altra. Ed Ester bambina dal volto scavato, pensoso, altro destino.
Era un esistere che si scioglieva nell’essenziale.
E’ passata la metà di una vita, ma è come allora, un marito noto avvocato con studio a Forlì e un figlio che si laurea in legge.
Tra le ventisei tele degli ultimi due anni presentate alla “Galleria del Vicolo” a Cesena ritorna fermo lo studio della natura e della figura della donna sempre nella stessa atmosfera di un diaframma traforato.
La figura della donna emerge di fronte e di schiena, la stessa. E’ un doppione, l’una accanto all’altra, due volti, due corpi, che dovrebbero essere la stessa donna, ma si volta avanti e si guarda indietro, non la stessa, i due aspetti della nostra esistenza, su di un letto di ranuncoli che accarezzano loro i fianchi come smagliature lucenti, brillìo fugace.. Lontano è lo scuro del mare. Brume adriatiche della nostra marina.
Sempre la stessa questa pittrice, la ricerca serena, imperterrita, nel corpo di donna di un segreto, una ondulazione ritmica di vita nella fissità di uno sguardo. Il quadro si ripete per altri corpi di donna, la stessa sempre in una duplice presenza, che ora fluisce dall’acqua. L’acqua, un motivo di sorgente di vita.
Bisogna tornare ad una pittura più antica, per capire, una pittura delle origini, glabra, colori che si sfaldano, si perdono nel fondo, graffiti di un tempo senza tempo. E’ quel che cerca la giovane donna, dentro. Ha accumulato nuove esperienze e ancora si anima nella ricerca d’arte.
Sono tanti questi paesaggi, una immersione continua, alcuni più densi, all’ombra dei grandi alberi che tolgono luce, angoli di silenzio cupo, e calanchi stagliati nel chiaro del nostro Appennino, quadri di meditazione in una natura viva da non perdere, sempre più nostra mentre se ne va con i nostri sogni. Una colata di vita negli spazi più lontani.

Cesena, 15 Febbraio 2006
L’Arpa Celtica. Un abbraccio che viene da lontano.
Quest’ultimo libro di Gabriele Tristano Oppo è molto raffinato, nella stampa ( Schifanoia editore, Ferrara 2005 ) nella stesura limpida e nella trama che si dipana a completare una figura di donna, Johanna Steyr, virtuosa suonatrice d’arpa, nella quale l’amore per l’arte e l’aspirazione a un completamento di se stessa come donna si fondono insieme. Raffinatezza, sensibilità, gusto dell’arte e della cultura si alternano ai più alti livelli in questo romanzo di una donna alla ricerca di se stessa nei frangenti di una guerra straziante di un popolo che lotta per la sua autonomia.
E’ l’ottavo libro di narrativa di questo illustre ginecologo e caro amico rotariano dall’animo sensibile. L’ultimo di cui mi sono occupato, un capolavoro di analisi documentaria e psicologica, riguardava l’amore di Gabriele D’Annunzio per Barbarella, Barbara Leoni.
Questo libro è diverso, più freddo e distaccato, ma articolato, un viaggio per le vie di Ferrara, di Dublino e dell’Ulster, un confronto tra due mondi e l’analisi di cosa significhi irredentismo irlandese, che non conosciamo da dentro. Il contrasto infine è tra ragioni politiche e ragioni del cuore. La trama poliziesca è superata dal sogno di una donna che potrebbe ricantare come la Tosca di Puccini, “Vissi d’arte, vissi d’amor”.
La storia si ripete, ma sempre in modi diversi.
Johanna si integra e si ritrova con se stessa, nel passaggio dalla Ferrara dei nostri tempi all’Irlanda dell’irredentismo dell’I.R.A, nelle cui spire viene coinvolta suo malgrado. Johanna vive nella cerchia del suo piccolo gruppo scelto di amiche. E’ una trentaquattrenne stanca della vita familiare, con un marito cinquantenne, appesantito e assente, Amos Crostoli, direttore di una industria di apparecchiature elettroniche d’avanguardia, preso dal lavoro, un perito elettrotecnico che chiamano dottore per i successi della sua fabbrica, ma senza la cultura e la sensibilità per condividere le aspirazioni della moglie, devota all’arte e che accusa invano il desiderio di fare un viaggio in Irlanda per trovare un’arpa originale celtica. E’ l’inquietudine velata di una donna incompresa.
Il viaggio in Irlanda, “il paese dei desideri del cuore”, non è solo per trovare un completamento alla sua arte, ma una fuga dal marito alla ricerca di ciò che le manca.
L’arpa che cerca è “quella che fa vibrare il cuore”, il ricordo ancestrale della musica celtica.
Il viaggio le viene progettato da un irlandese, giovane interessante, Bob Brendan, che le è presentato da una delle sue amiche. La meta per un’arpa originale è Galway, la città di Brendan, agente segreto collegato con gli irredentisti dell’IRA e che deve fuggirsene di nascosto dall’Italia quando gli inglesi hanno individuato e messo in carcere il fratello. Il suo piano era di impadronirsi dei disegni di un dispositivo elettronico necessario alla lotta armata, che il marito Amos aveva nella sua fabbrica. Johanna se ne va in Irlanda e si proietta in un altro mondo. Si gode la visita di Dublino e poi si affaccia a Galway alla ricerca del negozio indicatole, di Fergus O’ Casey, esperto di arpe. La trova, originale e perfetta, e la acquista. Viene coinvolta in un attentato.
Dal suo arrivo a Dublino ha dovuto subire la presenza insistente di un giovane irlandese che le si offre come accompagnatore e la colma di attenzioni, Steve Mc Kenna. Le è stato messo alle costole dall’organizzazione, per proteggerla e per sequestrarla, merce di scambio per i disegni dell’apparecchio elettronico a fini militari.
Cerca di seminarlo, ma lo si trova accanto come una guida sicura e alla fine deve riconoscere che ne è profondamente attratta. Se ne innamora e ne è ricambiata. Anch’egli fa parte dell’organizzazione e le sta accanto. Johanna viene sequestrata dal gruppo di Brendan. Sarà liberata solo in cambio dei disegni.
Il problema si sposta a Ferrara. Non ci sono remore da parte di Amos per farglieli avere con una trafila complicata lungo i capanni delle valli di Comacchio, ma proprio Amos viene trovato in uno di questi capanni assassinato. Il brillante Vice questore Paolo Venturini, amico e ammiratore entusiasta di Johanna, riesce a scoprire che l’assassinio è stato compiuto in uno squallido incontro omosessuale, riesce a portare i disegni a Johanna, privati di un suggerimento importante per l’esecuzione che deve restare segreto, Johanna viene liberata e può tornarsene a casa.
Il dilemma è a questo punto: lasciarlo o restare con Steve, l’uomo di cui si è innamorata. Steve non può abbandonare la causa cui ha dedicato la vita, Johanna non può abbracciare il suo destino:
” Ma Steve, non ti rendi conto che se continuate ad uccidere, condannate i vostri figli e i vostri nipoti a vivere nel terrore di essere ammazzati, a odiare per tutta la vita? Pensa a quanto è bello amare! Pensa a quanto dovrai rinunciare per non tradire l’Irlanda: non potrai farti una famiglia, non potrai provare la gioia di avere dei figli, dovrai rinunciare ad una vecchiaia serena…vieni via con me…Non vale la pena, credimi, di continuare a correre dietro a un sogno…” ( pag.188).
Per Steve non è un sogno. Gli hanno sterminato la famiglia gli inglesi: “ La Repubblica Libera di Irlanda, mia cara, non è un sogno! E’ una realtà che ci spetta per onorare il sangue di coloro che hanno sacrificato la vita per lei! I maledetti inglesi non potranno imprigionarci in eterno!”.
Sono stati cacciati via dalle loro colonie in tutto il mondo, perché non dovrebbero lasciare “questo piccolo lembo di terra irlandese?”.
Sappiamo che dietro queste parole c’è una storia di oppressioni, una cultura, una lingua e la coscienza di una tradizione che non è quella imperialistica, Oscar Wilde, William Butler Yeats, James Joyce, Samuel Beckett, scrittori “contro”. E si potrebbe tornare ancora più indietro.
Al ritorno a Ferrara Johanna riceve una lettera da Steve che le dice che parte per una missione da cui non potrà tornare più. Le chiede di suonare l’ arpa in suo ricordo, “in nome dell’amore che ci ha uniti e ci unisce ancora”. Il suono dell’ arpa celtica fonde amore e libertà.
Questo romanzo non è un giallo, un poliziesco di intrighi, è un inno ai valori più integri di libertà e di amore da un cuore antico. Gabriele è un sardo vero che si è innestato ad Arezzo, ma che conosce bene la nostra terra emiliana e romagnola e il battito di aspirazioni profonde, le più umane, di rispetto della nostra dignità di uomini. Il suo è un abbraccio che viene da lontano, dall’anima celtica.

Cesena, 1 marzo 2005
Il Cittadino
Il Cittadino (pubblicato in Paesi di Zolfo, Giornale notiziario della Società di Ricerca e Studio della Romagna Mineraria, diretto da ppmagalotti@aliceposta.it. Nel Corriere Roamagna era stato preceduto da un articolo su Paesi di Zolfo, pubblicato il 21 giugno 2005 col titolo “Quanta storia nei Paesi di zolfo”)

Il Cittadino

Ringrazio Pier Paolo Magalotti e la Società di Ricerca e Studio della Romagna mineraria’ di Cesena per questa iniziativa straordinaria. Mettere a disposizione del più vasto pubblico, specie in Internet, migliaia di pagine di stampa locale che ci riportano alle radici della nostra storia quotidiana è un’impresa di grande valore socio-culturale, se si pensa che molti testi sono irreperibili e di non facile consultazione per i non addetti ai lavori.
Debbo all’amicizia e alla generosità di Dino Bazzocchi, che fu direttore della Malatestiana dopo Renato Serra ed in particolare erede diretto delle testimonianze dell’Archivio storico dopo Nazzareno Trovanelli, il dono negli anni Sessanta della raccolta completa de Il Cittadino,dal 1889 fino al 1910, fino a un anno prima che il fondatore del giornale più significativo ed elevato per cultura e autonomia di pensiero nella partecipazione storico-politica alla vita della nostra città ne fosse estromesso per ragioni di chiusura “partitica” dopo ventitré anni di pubblicazioni. Il Circolo Monarchico costituzionale assumeva le vesti di partito vero e proprio con una forma di conservatorismo liberale chiuso che non poteva essere accettato da chi aveva cercato per anni l’incontro più aperto con le forze vive della città. Il Cittadino continuerà fino al 1922, ma con un vistoso calo di tono politico e culturale.
Il ricordo commosso e dettagliato che ne fece nel 1920 Dino Bazzocchi,” il maggiore figlio della nostra Cesena”
( Nazzareno Trovanelli, Cesena Edito per cura de “Il Cittadino”, Tip.F.Lega, Faenza ) resta tuttora il punto di riferimento più fedele , nonostante gli studi che ne sono seguiti. Nazzareno Trovanelli era nato il 1° settembre 1855 a Forlimpopoli e morto a Cesena il 20 marzo 1915.
Che significa “Cittadino”, per un monarchico costituzionale, nel contesto degli anni che vanno dal Depretis, al Crispi, al Giolitti,destra e sinistra storica, nell’Italia post-unitaria che sente già i prodromi delle trasformazioni sociali di fine secolo e dell’avvento della democrazia di massa del Novecento?
“Citoyen” dopo la rivoluzione francese non è più il “suddito” del regime assolutista e non si hanno diritti per nascita, per sangue e nemmeno per grazia divina. Il “costituzionalismo” è la nuova carta dei diritti e il riferimento alla monarchia è il legame storico che dovrebbe sovrastare ai partiti e ai loro contrasti.
Trovanelli difende il costituzionalismo, ma all’inglese. Il suo liberalismo è originale, si è nutrito di cultura anglosassone e risente del magistero carducciano risorgimentale, “dell’Italia sopra tutto”. Tra i suoi libri c’è la Collection of British authors che raccoglieva il meglio degli scritti della cultura inglese.
In una Cesena che ha subito la dominazione plurisecolare dello stato pontificio questa cultura che a prima vista sembra moderata è invece una rivoluzione culturale di base, un modo nuovo di sentirsi cittadini liberi e responsabili del proprio destino.
La testimonianza letteraria che il Trovanelli fin dal Ginnasio esprime nelle sue traduzioni, specie dall’inglese, sotto la guida del prof. Pietro Pacchioni, e che lo accompagnano per una vita, dalla Settimana, allo Specchio ancora prima che dal Cittadino, proviene da questo fondo di civiltà che prima di essere costituzionale si innesta in una nuova visione della dignità e responsabilità umana, premessa per qualsiasi altro impegno sociale. Le riflessioni sulle rivoluzioni che mangiano i propri figli vengono dal liberalismo anglosassone e si allargano alla democrazia americana.
Popolano, Lotta di classe, Cuneo,Savio, Corriere cesenate, saranno i giornali cesenati ad esprimere nuove esigenze, ma dopo Trovanelli il problema sarà di come controllare le democrazie di massa perché non scadano nel culto della personalità, premessa ad ogni forma di totalitarismo. E’ il fondo autenticamente liberale di ogni umanesimo sociale
Il dispotismo si cela in ogni angolo della nostra storia passata. Trovanelli lo documenta con minuzia “notarile” dagli archivi e alla fine egli stesso ne resta vittima quando viene estromesso il 31 dicembre 1911, per chiusura partitica, dalla direzione del giornale che aveva fondato e diretto per 23 anni e che rappresenta tuttora la testimonianza alta di una coscienza civile, prima che critica.
Pietro Castagnoli
Cesena, dicembre 2005

Paesi di zolfo

Il Premio rotariano Antonio Veggiani che ha coinvolto le scuole medie della vallata del Savio, da Borello a Verghereto, in memoria dell’illustre amico e geologo scomparso nel 1996, ci ha fatto capire quanto sia importante la “coscienza storica di un territorio” e quanto sia complessa una ricerca a tutto campo che ne ponga in relazione aspetti storici e scientifici, sociali e morali.
Gli alunni vi si sono dedicati singolarmente o in gruppo, con l’assistenza di valide insegnanti e il sussidio di una vasta bibliografia, ma anche di ricerche sul campo. Siamo abituati oramai da una vita alle interviste che Vittorio Tonelli, un vero maestro della ricerca in loco, da Sarsina ha condotto e pubblicato in una trentina di volumi. Pare che nulla possa essere sfuggito al suo sguardo indagatore.
Ci ha abituato a strappare anche dal linguaggio quotidiano brandelli di storia umana caduti nel dimenticatoio. L’ultimo è sulle strade montanare, veri i propri sentieri per il passo lento e misurato di chi deve resistere a percorsi impervii.
Ora ci troviamo di fronte a un altro tentativo di salvaguardia di due secoli di storia che fu chiamata l’epopea del nostro far-west. Il protagonista è Pier Paolo Magalotti che nel 1983 si dedicò con la sua tesi di laurea a riesumare la storia delle Miniere sulfuree nel cesenate dal 1860 al 1890, mentre la moglie Aurora Mazzanti si occupava egualmente sullo stesso argomento degli Aspetti sociali, economici e politici alla fine del secolo.
Il contributo a queste ricerche è stato condensato in “Paesi di zolfo. Le miniere di zolfo nel cesenate. Vicende storiche, economiche e sociali di un’attività scomparsa”.(Soc.ed.Il Ponte Vecchio, 1998). Vi sono appendici di Leopoldo Fantini e Antonio Veggiani e un capitolo da “Gite in Romagna” del Conte Giuseppe Pasolini-Zanelli, che ci ripiomba al vivo da parte di spettatori sensibili, ma estranei, nell’inferno della “buga”.
Un ipertesto informatico, sempre a cura del Magalotti, ci ricostruisce attraverso la storia di quaderni di alunni che hanno abitato nei luoghi abbandonati dai minatori dopo la definitiva chiusura della miniera di Formignano nel 1962, i ricordi degli ultimi personaggi sopravissuti. La Scuola elementare di Bacciolino vi figura in primo piano per questo lavoro di filtro di un amarcord con tutti gli alunni.
Sempre a cura di Pier Paolo Magalotti è il grosso volume su L’Inchiesta Agraria “Jacini” nel circondario cesenate dalle monografie di Filippo Ghini e Federico Masi ( Stilgraf - Cesena, 2004) indispensabile per documentarsi sul nostro retroterra storico-culturale da un’angolazione economica.
C’è da dire anche che esiste un Giornale-notiziario della Società di ricerca e studio della Romagna mineraria, che fa capo a Borello di Cesena, con redazione in Cesena ( Via N.Tommaseo,230) che raccoglie studi, testimonianze e collaborazioni di scrittori interessati alle miniere.
Ci sono due considerazioni da fare su questa presa di coscienza storica del territorio. La prima è il contatto con le fasi di un tipo di lavoro estremamente rischioso, non solo per i crolli dei cunicoli, gli scoppi e le esalazioni, ma anche per le conseguenze sulle condizioni di salute. La seconda è che è stato un lavoro integrativo per un secolo di una manodopera stagionale che veniva dalle campagne, famiglie raccolte in minuscole baracche in condizioni igieniche spaventose. Nella Sicilia dell’Ottocento la chiusura delle miniere fu dovuta a interventi inglesi antifrancesi e lo sfruttamento dei “carusi”, bambini di otto anni, era una norma. In Ciaula scopre la luna Luigi Pirandello ci dà una rappresentazione vivida della condizione di chi esce dall’inferno di buio e disperazione di una miniera.
Poi ci sono le condizioni di sfruttamento integrale ai vari livelli e una situazione di precarietà delle società minerarie dovuta alla concorrenza internazionale. Dopo la seconda guerra mondiale le miniere furono abbandonate per la concorrenza americana.
Pier Paolo Magalotti ci riporta una intervista del 1990 all’ottantasettenne Aldo Bertozzi, che sulla scia del pensiero mazziniano, molto diffuso in Romagna, sperava come minatore in una società diversa in cui lavoro e capitale fossero compartecipi nei dividendi: “Il suo stipendio, quello del dirigente, deve essere superiore al mio, che sono un operaio, però il dividendo deve essere uguale per tutti. Allora non ci sarà più lo sfruttamento fra gli uomini” e invece si spendono soldi in armamenti per guerre tra nazioni che dovrebbero essere unite…siamo tutti esseri umani e con un po’ di buona volontà e buon criterio si riesce in tutto…”. Era la voce di chi si era salvato e invece di maledire continuava a sperare.
GIOVANNI PASCOLI
I Poemi Conviviali
Nella Conviviale del 28 maggio 2004 al Rotary Club di Cesena, presieduto dal Mons. Piero Altieri, Mario Pazzaglia, maestro di più di una generazione di studenti con la sua storia della letteratura italiana, professore emerito dell’Università di Bologna, Presidente dell’Accademia Pascoliana di San Mauro Pascoli, ha celebrato il centenario dei Poemi Conviviali.
Di solito nel Rotary le relazioni si condensano in venti minuti, ma i cinquanta e più in cui ha svolto i temi più complessi di una poesia che raggiunge i vertici della meditazione sul senso della vita sono trascorsi in un attimo. Il messaggio del poeta filtrava oltre il tempo. Si facevano i conti con ciò che vale la pena di vivere.
La risposta del Pascoli è quella di una Bibbia Giapetica, che parte dai Greci e dai Romani antichi e si incontra con la risposta della Bibbia Semitica. Si ferma alle soglie della fede, ma si incontra con il messaggio cristiano del dolore e della redenzione dell’uomo. Il prof. Pazzaglia passa in rassegna con cura le figure dominanti dei Poemi Conviviali facendo capire che il tema centrale è quello dell’identificazione di ogni essere, della sua “congruenza con il flusso metamorfico della vita”.
Meglio non poteva essere detto.
Il Pascoli è “lontano dallo storicismo romantico-idealistico e, in sostanza, anche dal mito positivistico del progresso. Quella di Pascoli è una concezione ciclica della storia, fondata, se mai, sugli eterni ritorni, sul dramma dell’io, della sua piccola come della grande storia davanti alla morte, della quale nessuno, a suo avviso, può comprendere la ragione e la giustificazione. In tale prospettiva egli vede la motivazione del Cristianesimo nella coscienza piena del dolore umano e nel messaggio di fraternità e di pace che permane l’unico conforto al buio che circonda la vita dell’uomo”.
Da questa prospettiva il prof. Pazzaglia si sofferma in particolare sul pianto di Calipso sul cadavere di Ulisse che il mare ha restituito alla riva dopo una vita di navigazione alla ricerca del suo essere: ” -Non esser mai! non esser mai! più nulla, / ma meno morte, che non esser più!- Il commento del Pazzaglia è di ampio respiro:”Parole che sembrano arieggiare l’ambigua incomprensibilità dei decreti del fato, ma che, in realtà, presentano un significato inesorabile: è meglio il non esistere, piuttosto che l’essere per la morte. Esso sarebbe un nulla maggiore, ma certo un minore strazio: l’assenza di un’angoscia forse vana.
Un pessimismo radicale, dunque, senza l’impeto di rivolta di quello di Leopardi, ma come questo non disgiungibile da un inestinguibile amore della vita: di quel sogno che rimane l’intima, remota e intatta poesia del cuore”.
Sappiamo che gli antichi Greci avevano detto che era meglio non essere che essere e se nati morire al più presto, mentre Martin Heidegger in pieno Novecento dirà che è proprio di fronte alla nostra temporalità che si decide dell’autenticità del nostro essere. E’ nella coscienza dell’”essere per la morte” che consiste la condizione per superare la nostra fisicità naturale per entrare nella dimensione più autentica della “realtà umana”. Forse è questo il senso della problematica esistenziale del Pascoli. Ciascun essere vive e muore col suo destino temporale in un infinito e correlativo palpitare di vite.
I personaggi che Pazzaglia mette in correlazione in questa rassegna da Solone, a Ulisse, ad Alessandro Magno, a Psiche, al Galata morente sono solcati da questa tragicità dal volto più cristiano che greco.
Pubblicheremo in Realtà Nuova e in Internet il testo integrale di questa magnifica “lezione” che si lega all’altra che nel pomeriggio il prof. Pazzaglia aveva tenuto nell’Aula Magna Renato Serra del Liceo Monti per gli studenti. Questa era sui Canti di Castelvecchio di cui si è celebrato il centenario lo scorso anno. Il tema era su “Le due Romagne”, la prima di Myricae e l’altra del Ritorno a San Mauro, le sue Myricae autunnali, ove prevale il ricordo della madre. Se nei Poemi Conviviali l’Inconscio esala dal fondo di ogni essere e realizza quella che il Pazzaglia chiama la democrazia poetica, nella “fusione simbiotica di tutte le creature”, piccole o grandi che siano, nei Canti di Castelvecchio il simbolismo raggiunge il suo apice e si impone a livello europeo come il più consapevole nel rappresentare il nostro destino nell’ambito di un respiro cosmico. Il dialogo coi nostri morti è come con una presenza viva mentre il tempo continua a scorrerci dentro e ci porta via.
Adesso tocca a noi, in accordo con l’Accademia Pascoliana, continuare queste “Letture pascoliane” nell’Aula magna del Liceo classico Monti per gli studenti e le persone che amano meditare e insieme sentire il calore della nostra poesia più vicina e più alta.
L’itinerario umano e poetico di Giovanni Pascoli
Dialogo a due voci con il prof. Don Dante Piraccini
Convegni Maria Cristina,
Cesena, 14 febbraio 2006

A Gaspare Finali

In occasione del 70° genetliaco di Gaspare Finali il Cittadino di Cesena diretto da Nazzareno Trovanelli il 21 maggio 1899 gli dedica un numero speciale. Oltre ai settant’anni si celebrano i suoi quarant’anni di attività politica, più volte ministro della Corona e a capo della Corte dei conti dopo le giovanili cospirazioni mazziniane e l’esilio.
I contributi sono di due “valorosi scrittori contemporanei”, un’ode del Pascoli ed uno scritto di Raffaello Ricci. La poesia del Pascoli è inviata dalla lontana sede di Messina e datata 15 maggio. Il Ricci nota come il Finali sia un ministro che ha sulla scrivania da una parte il Dante e dall’altra un’antica edizione di Plauto, di cui è stato traduttore.
Sottolinea che è la rara base culturale necessaria per una politica più integra. Ripete con Terenzio: “Disce quid sit vivere”, Impara che sia vivere .
Nazzareno Trovanelli, notaio, è l’ uomo più colto nella Cesena tra i due secoli, devoto al Carducci vate della nuova Italia. E’direttore del Cittadino, il simbolo di chi non si sente più suddito dopo la rivoluzione costituzionale del Risorgimento. E’ un giornale singolare in Romagna, denso di cultura, che aveva fondato dal 1889 e che continuerà fino al 1911, quando si staccherà dai monarchici costituzionali perché si erano costituiti in un partito chiuso.
Vuol presentare nella ricorrenza l’accoglienza dovuta al Pascoli: “…l’eclettissimo poeta romagnolo, che nel verso italiano è giunto a tale altezza, quale forse nessun altro corregionale conseguì dopo Vincenzo Monti, e nel verso latino rinnova quel vanto che alla nostra regione procurava, nella prima metà del secolo, il nostro Cesare Montalti…”. I parametri di riferimento sono locali.
Il Pascoli aveva già dedicato a Gaspare Finali una copia del “Veianus”, il Carme latino vincitore al Concorso heufftiano di Amsterdam. Saranno 13 , in seguito, le medaglie d’oro vinte fino alla vigilia della morte nel 1912, con Thallusa, un capolavoro-testamento Il Pascoli deve al Collegio Raffaello dei Padri Scolopi a Urbino la conoscenza perfetta del mondo classico come un mondo vivo da ricreare, e non di lingue morte.
“Ad Gasparem Finalium Hospitem Paternum,all’ amico del padre, legato al ricordo delle vicende tragiche della sua famiglia. Il padre aveva il suo recapito di lavoro a Cesena, nei palazzi demoliti ove ora è la Piazza della Libertà.
L’Ode A Gaspare Finali sarà poi inserita nell’edizione di Odi e Inni del 1906.
Vi riaffiorano i ricordi del passato, confinato a Messina.
Ripercorre la strada che dalla croce, ora interrata sotto la siepe di Gualdo, il padre aveva fatto per Cesena e il ritorno da Gambettola, la fucilata che ha distrutto il suo mondo famigliare e non si sono trovati, o voluti trovare, i colpevoli
Gaspare Finali si gode da patriarca la sua famiglia, i nipoti come un’elce, il leccio, una quercia che spande i suoi rami “tra uno sciame d’api canore”.
E’ con lui, “partito dall’alba dal mio san Mauro”, tra siepi di vitalba lungo la strada bruna, tra le messi che ondavano
( agl’undèva, ondeggiavano, è un nostro modo di dire) nei cantieri (in t’ i cantĭr sono i nostri campi lavorati, a quadre, i’ quèdar) il volo tacito delle rondinelle, il raggio che balena dal mare sui cipressi, il bisbiglio degli uccelli, il pispillìo quasi sottovoce, piano piano ,”un conversare d’anime”. Fermo e solo, udiva l’usignolo piangere a Gualdo. Sotto una siepe fiorita è “il resto d’una bruna croce travolta”. Nella siepe è vivo un mondo di coccinelle e “un gaio strepito, un giocondo rombo di vita”, ma lui è’ stranito, quasi straniato. Non conosco la mia Romagna? “I doppi delle sue chiese?” Il Bosco grigio ( e’ Bosch, la nostra Gambettola) tra i pioppi? Il Bosco che era chiaro per l’agreste fiera di San Lorenzo? Di quel dì…”. Il singhiozzo è rappreso: “ad che dé”…
Si riprende, per un augurio nella rapida identificazione paterna di un viso che si nasconde nel dolore, senza parole, di chi non ha mai avuto giustizia:“Ma sono con te , Finali, o nostra mente austera, cuore mio buono!/ Beviam la gioia dell’albana bionda/ per ciò che più nel cuor ti piaccia! Ma prima, il viso lascia che nasconda/ tra le tue braccia”. Lasciami piangere.
Si sapeva chi aveva ucciso il padre. Ne volevano la morte i contrabbandieri della via del sale per San Marino cui si era opposto. La giustizia in un sistema di omertà poi non aveva potuto fare il suo corso.
Mariù, la sorella, ricordava: non poteva far tornare la salma del fratello in Romagna tra i suoi.

Odi
A Gaspare Finali
E teco io sono in questo dì che augusto,
co’ tuoi nepoti, all’ombra del lavoro
tuo, siedi e narri che piantavi arbusto
l’elce, per loro:

l’elce che spande a molto ciel le rame
forti, e nel tronco, ove sarebbe il cuore,
chiude un segreto murmure, uno sciame
d’api canore.

Anch’io son teco. Son partito all’alba
dal mio San Mauro. Sotto la rugiada
era, tra siepi ingombre di vitalba,
bruna la strada.

E nei cantieri ondavano le messi
con, sopra, un volo taciturno e nero
di rondinelle. E c’erano i cipressi
d’un cimitero.

E un primo raggio balenò dal mare
sopra i cipressi: e se n’udìa lontano
un pispillìo d’uccelli, un conversare
d’anime, piano

piano. Io seguiva. Ed era fermo e solo,
che ancor dal cielo non pioveva il caldo,
nella mia strada, udendo l’usignolo
piangere a Gualdo.

A Gualdo, solo e fermo ero, press’una
siepe fiorita, assai grande, assai folta:
c’era al suo piede il resto d’una bruna
croce travolta.

E nella siepe si pasceva un mondo
di coccinelle; e dalla sua fiorita
sorgeva un gaio strepito, un giocondo
rombo di vita.

E io seguiva. O forse non conosco
la mia Romagna, i suoi villaggi, i doppi
delle sue chiese? Non è quello il Bosco
grigio tra i pioppi?

Il Bosco chiaro per l’agreste fiera
di San Lorenzo? di quel dì... Ma sono
con te, Finali, o nostra mente austera,
cuore mio buono!

Beviam la gioia dell’albana bionda
per ciò che più nel forte cuor ti piaccia!
Ma prima, il viso lascia che nasconda
tra le tue braccia.

Messina, 15 maggio 1899
La piccozza Le scansioni di una vita

La Piccozza fu pubblicata il settembre del 1900 in occasione delle nozze di Margherita, figlia del conte Codronchi Argeli, il romagnolo ministro dell’istruzione che lo aveva nominato professore di lettere latine nell’università di Messina. Il Pascoli osserva nelle note alla 2° edizione di Odi e Inni che in quel caso “ non aveva fatto da me”. Dichiara però che non lo aveva chiesto.Sappiamo che avrebbe preferito Roma. Però, meglio la cattedra in Sicilia per il vecchio socialista anarchico. Il ministro amante dei buoni studi liberali, come Gaspare Finali, Filippo Mariotti e Sidney Sonnino, ne apprezzava l’opera. Però anche le figlie Sfinge e Margherita, “gentili sue lettrici”, ne avevano impetrato l’intervento. Ricorda in nota che di esse Margherita ora non è più da tre anni e anche il padre è scomparso.
Il Pascoli ripercorre il cammino in salita e in solitudine di una vita di orfano dopo la distruzione del suo nido famigliare, per l’assassinio del padre, la morte della madre, le due sorelle, la serie di lutti dei fratelli: “nei cupi sconforti non voce che voce di morti”. Si è scavato nel gelo “il fine e il mezzo”, la sua via, fino al culmine, non per gli applausi, ma per chi salirà dopo a trovarlo immerso “nell’alga vermiglia” guidato dai riflessi della sua“piccozza d’acciar ceruleo” che “riflette le stelle dell’Orsa”. La sua poesia viene a commisurarlo da lontano, da Urania, dalla specola stellare.

Nadia Ebani, alla quale dobbiamo la recente edizione critica dei Canti di Castelvecchio, ha riassunto le scansioni di questa vita in cinque tappe: 1) dalla nascita, a S.Mauro il 31 dicembre 1855, al 1884, come insegnante di Liceo a Matera. Nel 1867 c’è l’assassinio del padre e la progressiva distruzione del nido famigliare, con l’intermezzo a Bologna del carcere per la sua attività di socialista. 2) Dal 1884 al 1895, con l’insegnamento nei licei di Massa e Livorno e i relativi trasferimenti di casa con le sorelle Ida e Mariù. 3) Dal 1895 al 1897, Ida con suo dispiacere lascia il nido famigliare ricostruito, vicenda vissuta dal poeta come un “tradimento”, e va sposa in Romagna, mentre è incaricato a Roma dal Ministero per la revisione di testi classici scolastici e a Bologna riceve l’incarico di grammatica latina, non gradito, ma che lascia per le minacce e le beghe creategli dal fratello Giuseppe, la pecora nera della famiglia. 4) Dal 1898 è nominato professore di letteratura a Messina , non a Roma come desiderava, e in seguito a Pisa 5) Dal 1906 è il “successore” discusso della cattedra del Carducci, resasi disponibile perché gravemente ammalato Severino Ferrari , il preferito dal maestro.
Muore di tumore al fegato, il 6 Aprile 1906

In Internet, Nadia Ebani, nel sitoweb “La vita di Giovanni Pascoli”, riporta la “Narrazione fosca”, una vera e propria narrazione in prosa del 1892, con una nota introduttiva di Cesare Garboli. Per il giorno di San Lorenzo, venticinque anni dopo, il Pascoli pensava di erigere un monumento funebre per i suoi morti:”I pensieri che tu, o padre mio benedetto, facesti in quel batter d’ala –Il momento fu rapido…ma ( i pensieri) non furono brevi e pochi. Quale intensità di passione! Come un lampo in una notte buia: dura un attimo e ti rivela tutto un cielo pezzato, lastricato, squarciato, affannato, tragico;una terra piena d’alberi neri che si inchinano e si svincolano, e case e croci – Oh qualche volta io ripenso quel tuo pensiero e mi fremono nella gola le parole che tu non potesti dire – E non le posso dir io: ma mi stringono la gola e il cuore mortalmente”…
La conclusione è sugli assassini :” Dietro la siepe aspettano…Pensate non vi ha fatto nulla,nulla, nulla. Lo conoscete solo di vista. E voi lo volete uccidere…Vedeste una rondine col verme nel becco nell’atto di adarlo ( anche questa, nella concitazione, è una nostra espressione romagnola:” ad dèl”, darlo a) ai suoi rondinini, non la uccidereste, non è vero?...L’aspettano a cena, non cenerà più. Eccolo. Vedete: in questo momento (il) pensier corre alla sua bambina piccina: non la bacerà più! Pensa alle sue carezze, non le avrà più. No: eccolo: voi prendete il vostro infame strumento in mano; lo alzate con precauzione; lo ponete alla spalla; senza affrettarvi, lentissimamente, per mirar bene; mirate alla tempia, un piccolo punto in quella testa di padre. Oh! Infami, figli di nessuno”.

Pascoli è folgorato. Nella lingua romagnola “e zèia” è il lampeggiare,come un battito di ciglia, l’occhio che si apre e si chiude nella tragedia del mondo. In Omero il battito delle ciglia di Zeus è il lancio della folgore.
Il Pascoli esprime lo sguardo “esterrefatto”, uscito di sé, nella morte. Non c’è più un soggetto, ma una simultaneità di sovrapposizioni di immagini.

Da Myricae

Il Lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì, sparì d’un tratto;
come un occhio, che largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.

La piccozza
Da me!… Non quando m’avviai trepido
c’era una madre che nel mio zaino
ponesse due pani
per il solitario domani.

Per me non c’era bacio né lagrima,
né caro capo chino su l’omero
a lungo, né voce
pregnante, né segno di croce.

Non c’eri! E niuno vide che lacero
fuggivo gli occhi prossimi, subito,
o madre, accorato
che niuno m’avesse guardato.

Da me, da solo, solo e famelico,
per l’erta mossi rompendo ai triboli
i piedi e la mano,
piangendo, sì forse, ma piano:

piangendo quando copriva il turbine
con il suo pianto grande il mio piccolo,
e quando il mio lutto
spariva nell’ombra del Tutto.

Ascesi senza mano che valida
mi sorreggesse, né orme ch’abili
io nuovo seguissi
su l’orlo d’esanimi abissi.

Ascesi il monte senza lo strepito
delle compagne grida. Silenzio.
Ne’ cupi sconforti
non voce, che voci di morti.

Da me, da solo, solo con l’anima,
con la piccozza d’acciar ceruleo,
su lento, su anelo,
su sempre; spezzandoti, o gelo!

E salgo ancora, da me, facendomi
da me la scala, tacito, assiduo;
nel gelo che spezzo,
scavandomi il fine ed il mezzo.

Salgo; e non salgo, no, per discendere,
per udir crosci di mani, simili
a ghiaia che frangano,
io, io, che sentii la valanga;

ma per restare là dov’è ottimo
restar, sul puro limpido culmine,
o uomini; in alto,
pur umile: è il monte ch’è alto;

ma per restare solo con l’aquile,
ma per morire dove me placido
immerso nell’alga
vermiglia ritrovi chi salga:

e a me lo guidi, con baglior subito,
la mia piccozza d’acciar ceruleo,
che, al suolo a me scorsa,
riflette le stelle dell’Orsa.

Socialismo, scienza, cristianesimo.

In questi ultimi tempi si sono moltiplicate le analisi sul socialismo del Pascoli. L’ultima raccolta è di Gianfranco Miro Gori, l’attuale sindaco di San Mauro Pascoli: “Pascoli socialista ( a cura di Gianfranco Miro Gori, Patron Editore, Bologna 2003 ).
La critica dai tempi del Croce , dopo essere stata costretta a proclamare l’innegabile originalità creativa della poesia del Pascoli, che si inserisce ogni giorno di più in un contesto europeo, si è soffermata su aspetti singoli: il frammentismo delle Myricae ( la poesia dell’intuizione lirica, la poesia pura) , il rapsodismo dei Canti di Castelvecchio e Poemi Conviviali ( la meditazione cosmica, astrale, e anche colta e alessandrina ), il decadentismo della poetica del Fanciullino ( il ritorno all’infanzia, al mondo dell’innocenza primitiva, “nativa”, tipica della rivoluzione dell’arte del Novecento) , la mitologia politica del socialismo umanitario e anticlassista che si fa nazionale nel confronto tra nazioni proletarie e imperialiste.
C’è una linea conduttrice che rimane costante nella rivoluzione linguistica che gli è riconosciuta dopo le analisi di Gianfranco Contini del 1974, un .linguaggio profondamente rinnovato pregrammaticale e post-grammaticale, per le onomatopee musicali tratte dalla natura e l’inserimento della lingua gergale fino a Little Italy, all’epica degli emigranti della Lucchesia.
Però c’è anche una linea continua nello sguardo sul mondo, lo sguardo dall’osservatorio di Urania, da “cittadino del cielo” alla Camille Flammarion, che non è solo l’immersione nella natura con la fine della storia, la storia umana di un passare effimero, vista secondo una prospettiva cosmica in cui l’uomo non è più protagonista, anche se giustamente ne viene celebrato il suo lavoro creativo come valore ultimo.
Dopo la rivoluzione copernicana l’uomo è un “orfano nell’universo infinito”, disorientato se non trova la bussola in se stesso e la sua domanda, senza fine sul senso della vita di fronte alla sua fine, diventa sempre più radicale.
E’ la linea costante della poesia del Pascoli, che inserisce il suo dramma personale nel dramma dell’uomo moderno, in particolare in quello che chiama i “miseri”, i diseredati che in una società senza giustizia e senza rispetto della dignità di ognuno, sono nella condizione “servile”
La poesia del Pascoli nasce dal bisogno di esprimere un mondo suo in una società in cui non si riconosce e che non può trovare espressione nel linguaggio aulico della tradizione letteraria.
Si ritorna al mondo dell’infanzia dell’umanità, quando non ci sono divisioni e i sentimenti sono allo stato puro, in una lingua per tutti, quasi un balbettio, un pispillìo che è un conversare d’anime, sottovoce.

X Agosto è questo sguardo. Lo spettacolo nella notte delle stelle cadenti coinvolge ogni palpito di vita nel divenire dei mondi, nel flusso universale degli effimeri, piccoli e grandi, il dolore di un uomo che viene ucciso mentre porta due bambole in dono alle sue bambine, la rondine mentre portava la cena ai suoi rondinini, al nido che ora pigola sempre più piano.
Davanti al mistero del divenire dei mondi che sconvolge l’universo e accomuna stelle e uomini, invece di aiutarci trionfa l’odio e l’accanimento tra gli esseri umani in questo nostro pianeta, vero atomo opaco del male.
La novità è nello sguardo umano che abbraccia uomini e cose, nella musica lenta che si distende in simboli che si sovrappongono eguali, il concavo cielo sfavilla, la rondine nel becco un insetto, gli occhi aperti un grido il padre, le braccia alzate due bambole in dono, ultime parole: “perdono”.
Elegie
X AGOSTO
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.
Ora è là come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido
portava due bambole in dono...
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
Oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

La voce
C'è una voce nella mia vita,
che avverto nel punto che muore;
voce stanca, voce smarrita,
col tremito del batticuore:
voce d'una accorsa anelante,
che al povero petto s'afferra
per dir tante cose e poi tante,
ma piena ha la bocca di terra:
tante tante cose che vuole
ch'io sappia, ricordi, sì... sì...
ma di tante tante parole
non sento che un soffio... Zvanî...
Quando avevo tanto bisogno
di pane e di compassione,
che mangiavo solo nel sogno,
svegliandomi al primo boccone;
una notte, su la spalletta
del Reno, coperta di neve,
dritto e solo (passava in fretta
l'acqua brontolando, Si beve?);
dritto e solo, con un gran pianto
d'avere a finire così,
mi sentii d'un tratto daccanto
quel soffio di voce... Zvanî...
Oh! la terra, com'è cattiva!
la terra, che amari bocconi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- No... no... Di' le devozioni!
Le dicevi con me pian piano,
con sempre la voce più bassa:
la tua mano nella mia mano:
ridille! vedrai che ti passa.
Non far piangere piangere piangere
(ancora!) chi tanto soffrì!
il tuo pane, prega il tuo angelo
che te lo porti... Zvanî... -
Una notte dalle lunghe ore
(nel carcere!), che all'improvviso
dissi - Avresti molto dolore,
tu, se non t'avessero ucciso,
ora, o babbo! - che il mio pensiero,
dal carcere, con un lamento,
vide il babbo nel cimitero,
le pie sorelline in convento:
e che agli uomini, la mia vita,
volevo lasciargliela lì...
risentii la voce smarrita
che disse in un soffio... Zvanî...
Oh! la terra come è cattiva!
non lascia discorrere, poi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- Piuttosto di' un requie per noi!
Non possiamo nel camposanto
più prendere sonno un minuto,
ché sentiamo struggersi in pianto
le bimbe che l'hanno saputo!
Oh! la vita mia che ti diedi
per loro, lasciarla vuoi qui?
qui, mio figlio? dove non vedi
chi uccise tuo padre... Zvanî?... -
Quante volte sei rivenuta
nei cupi abbandoni del cuore,
voce stanca, voce perduta,
col tremito del batticuore:
voce d'una accorsa anelante
che ai poveri labbri si tocca
per dir tante cose e poi tante;
ma piena di terra ha la bocca:
la tua bocca! con i tuoi baci,
già tanto accorati a quei dì!
a quei dì beati e fugaci
che aveva i tuoi baci... Zvanî!...
che m'addormentavano gravi
campane col placido canto,
e sul capo biondo che amavi,
sentivo un tepore di pianto!
che ti lessi negli occhi, ch'erano
pieni di pianto, che sono
pieni di terra, la preghiera
di vivere e d'essere buono!
Ed allora, quasi un comando,
no, quasi un compianto, t'uscì
la parola che a quando a quando
mi dici anche adesso... Zvanî...



Canti di Castelvecchio
La poesia
I
Io sono una lampada ch'arda
soave!
la lampada, forse, che guarda,
pendendo alla fumida trave,
la veglia che fila;
e ascolta novelle e ragioni
da bocche
celate nell'ombra, ai cantoni,
là dietro le soffici rócche
che albeggiano in fila:
ragioni, novelle, e saluti
d'amore, all'orecchio, confusi:
gli assidui bisbigli perduti
nel sibilo assiduo dei fusi;
le vecchie parole sentite
da presso con palpiti nuovi,
tra il sordo rimastico mite
dei bovi:
II
la lampada, forse, che a cena
raduna;
che sboccia sul bianco, e serena
su l'ampia tovaglia sta, luna
su prato di neve;
e arride al giocondo convito;
poi cenna,
d'un tratto, ad un piccolo dito,
là, nero tuttor della penna
che corre e che beve:
ma lascia nell'ombra, alla mensa,
la madre, nel tempo ch'esplora
la figlia più grande che pensa
guardando il mio raggio d'aurora:
rapita nell'aurea mia fiamma
non sente lo sguardo tuo vano;
già fugge, è già, povera mamma,
lontano!
III
Se già non la lampada io sia,
che oscilla
davanti a una dolce Maria,
vivendo dell'umile stilla
di cento capanne:
raccolgo l'uguale tributo
d'ulivo
da tutta la villa, e il saluto
del colle sassoso e del rivo
sonante di canne:
e incende, il mio raggio, di sera,
tra l'ombra di mesta viola,
nel ciglio che prega e dispera,
la povera lagrima sola;
e muore, nei lucidi albori,
tremando, il mio pallido raggio,
tra cori di vergini e fiori
di maggio:
IV
o quella, velata, che al fianco
t'addita
la donna più bianca del bianco
lenzuolo, che in grembo, assopita,
matura il tuo seme;
o quella che irraggia una cuna
- la barca
che, alzando il fanal di fortuna,
nel mare dell'essere varca,
si dondola, e geme -;
o quella che illumina tacita
tombe profonde - con visi
scarniti di vecchi; tenaci
di vergini bionde sorrisi;
tua madre!... nell'ombra senz'ore,
per te, dal suo triste riposo,
congiunge le mani al suo cuore
già róso! -
V
Io sono la lampada ch'arde
soave!
nell'ore più sole e più tarde,
nell'ombra più mesta, più grave,
più buona, o fratello!
Ch'io penda sul capo a fanciulla
che pensa,
su madre che prega, su culla
che piange, su garrula mensa,
su tacito avello;
lontano risplende l'ardore
mio casto all'errante che trita
notturno, piangendo nel cuore,
la pallida via della vita:
s'arresta; ma vede il mio raggio,
che gli arde nell'anima blando:
riprende l'oscuro viaggio
cantando.
(Dal sito web Joannis Pascoli Carmina di Maurizio Pistone)
Thallusa (1911)
Tallusa
Al concorso di Amsterdam del 1912 il Pascoli ottenne la medaglia d'oro per questo poemetto pochi mesi prima della morte.
Esametri. La ninna nanna usa una ricostruzione pascoliana dell'antico metro saturnio.
Una schiava riconduce a casa da scuola due fanciulli, attraverso il mercato. I bambini si attardano a guardare le bancarelle; la schiava è preoccupata perché teme che i padroni si adirino. [1-42]
Quando il padrone torna a casa, trova la moglie ad aprirgli la porta, con in braccio il bambino più piccolo. Perché la schiava non è ancora tornata? Ma questa è l'ultima mancanza: ha già deciso di venderla. La padrona cerca debolmente di difenderla, ma il marito è deciso: non sopporta più il suo umore variabile, la sua irrequietezza; e poi sospetta che sia della setta dei cristiani. Poi annuncia alla moglie che deve cenare fuori. [43-72]
La moglie è imbarazzata: anche lei si prepara ad uscire, per partecipare con le vicine ai rituali della Buona Dea, ma non fa in tempo a parlare.
Il marito è appena uscito che arriva la schiava con i bambini. Ora si siedono a cena; i bambini raccontano la loro giornata. Prima di uscire, la padrona fa le ultime raccomandazioni a Tallusa, ma poi si accorge che la serva sta piangendo. La padrona dice che la Buona Dea la proteggerà, ed esce. [73-118]
Quando la padrona è uscita, la serva impreca fra le lacrime. Le augura che le capiti come a lei, a cui è stato ucciso il marito, venduto il figlio appena nato. Neppure Dio, neppure la morte la potrà mai consolare [119-142]
In quel momento il bambino più piccolo, dalla culla, si mette a piangere e chiama « Mamma ». Tallusa accorre, cerca di consolarlo, gli canta la stessa ninna nanna che cantava al suo figlio venduto. Il bambino sorride, e Tallusa, come pazza, piange e ride, guardando quel bambino, come se fosse il suo. [143-191]
Ma ecco che arriva la vera madre, e le dice di andare a dormire. Il mattino dopo arriva il nuovo padrone, e si porta via la schiava. [192-194]
Trad. e commento: Questi gli ultimi versi che fecero subito riconoscere alla giuria di Amsterdam che si trattava del Pascoli: “ Piange Tallusa cantando , memore e immemore insieme. Ecco che il fanciullo placato col lieve movimento della cuna e il dolce canto smette già di piangere e singhiozzare: tranquillo sgrana gli occhi aperti e la mira che canta sotto la tremula fiamma del lume. Poi si stupisce della lacrima vaga che col lume della lampada uscita labile pende e arde dal ciglio di Tallusa. Subito s’increspa la bocchina. Ride “ Ride” dice Tallusa furente, dimentica di sé, nulla vedendo con gli occhi né sentendo, tutta persa nel bambino, piangendo nel riso ( risum lacrimans, Piangendo il riso) : Ridi! Cominciasti col riso a riconoscere tua madre!”. La madre vera ritorna e ode quel che dice.” Vai a letto, domani devi alzarti presto”. Di buon mattino un nuovo compratore strappò via di casa la schiava.
180
Flet Thallusa canens, aeque memor, immemor aeque.
Ecce puer leni pacatus momine cymbae
et dulci cantu, iam cessat flere nec idem
singultit: tranquillus hiat patulisque canentem
sub tremula lychni flamma miratur ocellis.
185 Tum stupet in varia, quae lumine lampadis icta
labilis a cilio Thallusae pendet et ardet,
lacrimula. Tandem crispatur buccula. Ridet.
« Ridet! » ait Thallusa furens, oblita sui, nil
percipiens oculis aliud, nil auribus, omnis
190 in puero, risum lacrimans, deperdita « Ride!
Coepisti tandem risu cognoscere matrem! »
Mater adest sed vera redux auditque loquentem.
« I cubitum: primo cras surgas mane necesse est ».
Primo mane domo servam novus emptor abegit.

Il prof. Don Dante Piraccini accompagna l’esposizione di questo ideale “ritorno a casa” dalla lontana Messina con la lettura e il commento di stralci dei brani proposti, con specifici riferimenti al Van Gogh dei paesaggi agresti col volo dei corvi. Si sofferma a lungo su Thallusa, anche per la lettura metrica e versi come aeque memor immemor aeque, o risum lacrimans, la schiava che perde i sensi per il dolore del marito e del figlio uccisi, o che “lacrima il riso”, ride un attimo piangendo al ricordo del bimbo perduto, davanti al riso del bimbo della padrona gelosa che la venderà di nuovo, buttata fuori.
Inserisce con intelligenza altre due proposte sul “senso della vita”, un bilancio complessivo dell’esistenza , Guido Gozzano accanto al Pascoli.
Sono due “demitizzazioni” del personaggio di Ulisse, prototipo dell’eroe classico della ricerca umana, due bilanci finali dell’esistenza di fronte al problema della morte.
Per quanto riguarda Gozzano ricordiamo le sottolineature del nostro comune maestro a Bologna, Carlo Calcaterra, che ricordava, dopo il Serra, che questo poeta faceva rimare Nietzsche con “camicie” ne La signorina Felicita ovvero la Felicità::
Tu non fai versi. Tagli le camicie
Per tuo padre. Hai fatta la seconda
Classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi…E non mediti Nietzsche…
Mi piaci. Mi faresti più felice
D’un intellettuale gemebonda…
Se il D’Annunzio vedeva in Ulisse il superuomo che dalla sua solitudine aristocratica scende a guidare schiavi a compiere sempre nuove eroiche imprese, il Gozzano demolisce questo “Re delle tempeste” in questo nostro mondo moderno e dissacrato. E’ un viveur che viaggia in cerca di fortuna e precipita insaziabile nel gorgo finale.
L’ipotesi è un poemetto scritto nel 1907, preludio alla Signora Felicita, ma nella cornice della Signora vestita di nulla, la morte. Ha senso lasciare la vita al calduccio della routine familiare e andarsene a navigare su “un Yacht” con “allegre brigate”, “deplorevole esempio d’infedeltà maritale”? E correre alla fine con un “folle volo” a cercar fortuna e arricchirsi in America?
Il ritornello che fa da cornice ironica è per chi sa di dover morire, come il Gozzano, giovane e tisico:
“Io penso talvolta che vita, sarebbe la mia,
se già la Signora vestita di nulla, non fosse per via
Io penso talvolta…
Il Pascoli ritorna più volte sulla figura di Ulisse. Ne L’Ultimo Viaggio nei Poemi Conviviali, del 1904,
rovescia completamente il senso della vita classica, le “gloriose imprese” di un mondo di navigatori, che sono anche mercanti e rapinatori. Il vecchio eroe ritorna sui suoi passi. Polifemo non c’è più, non c’è mai stato. Nella sua isola una donna ospitale accoglie i due vecchi in attesa del ritorno del marito pastore con il suo gregge e i figli numerosi. Mai sentito parlare di giganti con un occhio che rotolano pietre nel mare, forse è il vulcano che ogni tanto romba lontano. Iri, il Pitocco che Ulisse uccise in lotta, ora lo accompagna e preferisce restare in quel mondo agreste di pace.
Nemmeno le Sirene ci sono mai state. Tutto quel che è stato non è più. “ Ciò che non è tutto è nulla”. Ulisse tornava per sapere, ma ha perso ogni certezza. Non sa più chi è. La sua ricerca:“ -Il mio sogno non era altro che sogno; e vento e fumo.Ma sol buono è il vero-”.
Il suo cadavere viene gettato dalla tempesta a Ogigia, nell’isola di Calipso, la dea che gli aveva offerto l’immortalità e che disperata “ululò sul flutto / sterile, dove non l’udìa nessuno:
“Non esser mai! non esser mai! più nulla
ma meno morte, che non esser più!”.
Il nulla per il Pascoli è meno angosciante della morte da attendere. Il tema dell’Essere per la morte, Sein zum Tod, segnerà il XX secolo per i figli dell’angoscia e delle scelte esistenziali che vogliono cavalcare l’Idra del tempo. Il Pascoli non toglie lo sguardo dal destino, il suo Ulisse la affronta nel disincanto.
In questa stretta d’angoscia mortale inserisce la speranza del ciclo della “rinascita”, espresso compiutamente nella poesia Gesù
Da L’Ipotesi, pp.855-862. G. Gozzano ,Opere ( a cura di C. Calcaterra ). Ed.Garzanti, Milano 1953..
Parlare dei nostri destini, parlare di amici scomparsi
(udremmo le sfingi librarsi sui cespi di gelsomini...)

Parlare d'amore, di belle d'un tempo... Oh! breve la vita!
(la mensa ancora imbandita biancheggierebbe alle stelle).

Parlare di letteratura, di versi del secolo prima:
«Mah! Come un libro di rima dilegua, passa, non dura!»

«Mah! Come son muti gli eroi più cari e i suoni diversi!
È triste pensare che i versi invecchiano prima di noi!»

«Mah! Come sembra lontano quel tempo e il coro febeo
con tutto l'arredo pagano, col Re-di-Tempeste Odisseo...»

Or mentre che il dialogo ferve mia moglie, donnina che pensa,
per dare una mano alle serve sparecchierebbe la mensa.

Pur nelle bisogna modeste ascolterebbe curiosa;
- «Che cosa vuol dire, che cosa faceva quel Re-di-Tempeste?»

Allora, tra un riso confuso (con pace d'Omero e di Dante)
diremmo la favola ad uso della consorte ignorante.

Il Re di Tempeste era un tale
che diede col vivere scempio
un bel deplorevole esempio
d'infedeltà maritale,
che visse a bordo d'un yacht
toccando tra liete brigate
le spiaggie più frequentate
dalle famose cocottes...
Già vecchio, rivolte le vele
al tetto un giorno lasciato,
fu accolto e fu perdonato
dalla consorte fedele...
Poteva trascorrere i suoi
ultimi giorni sereni,
contento degli ultimi beni
come si vive tra noi...
Ma né dolcezza di figlio,
né lagrime, né pietà
del padre, né il debito amore
per la sua dolce metà
gli spensero dentro l'ardore
della speranza chimerica
e volse coi tardi compagni
cercando fortuna in America...
- Non si può vivere senza
danari, molti danari...
Considerate, miei cari
compagni, la vostra semenza! -
Vïaggia vïaggia vïaggia
vïaggia nel folle volo
vedevano già scintillare
le stelle dell'altro polo...
vïaggia vïaggia vïaggia
vïaggia per l'alto mare:
si videro innanzi levare
un'alta montagna selvaggia...
Non era quel porto illusorio
la California o il Perù,
ma il monte del Purgatorio
che trasse la nave all'in giù.
E il mare sovra la prora
si fu rinchiuso in eterno.
E Ulisse piombò nell'Inferno
dove ci resta tuttora...

Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia,
se già la Signora vestita di nulla non fosse per via.
Io penso talvolta...

Poemi conviviali

L' ULTIMO VIAGGIO
XXIV
CALYPSO

E il mare azzurro che l'amò, più oltre
spinse Odisseo, per nove giorni e notti,
e lo sospinse all'isola lontana,
alla spelonca, cui fioriva all'orlo
carica d'uve la pampinea vite.
E fosca intorno le crescea la selva
d'ontani e d'odoriferi cipressi;
e falchi e gufi e garrule cornacchie
v'aveano il nido. E non dei vivi alcuno,
né dio né uomo, vi poneva il piede.
Or tra le foglie della selva i falchi
battean le rumorose ale, e dai buchi
soffiavano, dei vecchi alberi, i gufi,
e dai rami le garrule cornacchie
garrian di cosa che avvenia nel mare.
Ed ella che tessea dentro cantando,
presso la vampa d'olezzante cedro,
stupì, frastuono udendo nella selva,
e in cuore disse: Ahimè, ch'udii la voce
delle cornacchie e il rifiatar dei gufi!
E tra le dense foglie aliano i falchi.
Non forse hanno veduto a fior dell'onda
un qualche dio, che come un grande smergo
viene sui gorghi sterili del mare?
O muove già senz'orma come il vento,
sui prati molli di viola e d'appio?
Ma mi sia lungi dall'orecchio il detto!
In odio hanno gli dei la solitaria
Nasconditrice. E ben lo so, da quando
l'uomo che amavo, rimandai sul mare
al suo dolore. O che vedete, o gufi
dagli occhi tondi, e garrule cornacchie?
Ed ecco usciva con la spola in mano,
d'oro, e guardò. Giaceva in terra, fuori
del mare, al piè della spelonca, un uomo,
sommosso ancor dall'ultima onda: e il bianco
capo accennava di saper quell'antro,
tremando un poco; e sopra l'uomo un tralcio
pendea con lunghi grappoli dell'uve.
Era Odisseo: lo riportava il mare
alla sua dea: lo riportava morto
alla Nasconditrice solitaria,
all'isola deserta che frondeggia
nell'ombelico dell'eterno mare.
Nudo tornava chi rigò di pianto
le vesti eterne che la dea gli dava;
bianco e tremante nella morte ancora,
chi l'immortale gioventù non volle.
Ed ella avvolse l'uomo nella nube
dei suoi capelli; ed ululò sul flutto
sterile, dove non l'udia nessuno:
- Non esser mai! non esser mai! più nulla,
ma meno morte, che non esser più! -

Jesus charitas est

Pascoli è il poeta di Gesù, secondo Mariù , fedele all’educazione materna che la accomunava al fratello in una pietà religiosa devozionale: “Dì’ le orazioni…”, molto forte nelle nostre campagne.
Mariù ha difeso, anche come “vestale possessiva” di una tradizione famigliare, la visione cristiana
del fratello Giovannino contro ogni tentativo di laicizzazione ad oltranza diffusa negli ambienti anticlericali accademici e colti del tempo.
Luigi Pietrobono, padre Scolopio che fu amico del Pascoli e interprete anche dei suoi studi contestatissimi sulla Divina Commedia, il caro amico “Gigibono”, nella antologia pascoliana che dal 1932 al 1945 ebbe ben 20 edizioni, ha questo commento in nota alla poesia “Gesù”, tratta dalle Varie: ” E prese il bimbo…” : per la vita che darà in luogo di Barabba, del ladro a lui anteposto, egli sente di essere il padre vero di quel fanciullo; e in un impeto di amore lo piglia sui ginocchi e lo carezza. Rivivere con più intimità e profondità di questa lo spirito di Gesù, non credo sia possibile, e nemmeno tratteggiarne più semplicemente e brevemente la figura divina e animarla di più poesia. Solo per questo carme il Pascoli meriterebbe di essere chiamato il poeta di Gesù” ( Giovanni Pascoli, Mondatori Editore, Milano 1945, pagg.258-259 ).
Jesus charitas est, si dovrebbe dire. E’ profonda la meditazione del Vangelo di Giovanni, XII 24. La presentazione del Pietrobono è lapidaria: “Gesù vede: la morte lo attende, non lontana. E le va serenamente incontro. E’ il suo momento supremo. Appresso Egli ha soltanto uomini che, pure amandolo, poco hanno inteso del suo insegnamento e conservano il cuore ai beni della terra; o uomini che, per un vile guadagno, domani lo ripagheranno de’ benefici ricevuti col tradimento. Ma, nel contrasto, l’ideale del regno da tanto intraveduto e annunziato gli brilla ancor più luminoso al pensiero. Se si vuole che il grano germogli, bisogna nasconderlo sottoterra, seppellirlo; il calice amaro bisogna berlo fino all’ultima stilla per apprendere al mondo avvenire che la religione è sacrificio di sé al bene di tutti e specialmente de’ cattivi che sono, forse, i più infelici” ( op.cit. pag.257).
Per rinascere agli altri bisogna morire a se stessi, come il grano: “ Se non è chi celi / sotterra il seme, non sarà chi mieta”. Per Mircea Eliade qui ci sono 10.000 anni di storia di riti agrari.
E’ il punto in cui socialismo umanitario pascoliano e cristianesimo si incontrano, alle radici ultime.

Gesù

E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte:
il suo giorno non molto era lontano.

E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava la giorno di sua morte.

Egli si assise all’ombra d’una meta
di grano, e disse: Se non c’è chi celi
Sotterra il seme, non sarchi mieta.

Egli parlava di granai ne’ Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.

Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,
temp per l’inconsutile tua veste.

Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
- Il figlio – Giuda bisbigliò veloce –
d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra’ piedi:

Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà. – Ma il Profeta, alzando gli occhi,
- No, - mormorò con l’ombra della voce;
e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.

La convivialità e il Pascoli

Lunedì, 25 sono stato invitato a parlare dei Poemi Conviviali del Pascoli alla Scuola Media Gervasi di Cervia per la Libera università per adulti e la terza età di Ravenna e Cervia. Avevo concordato il titolo con lo storico dott. Gregorio Caravita. Nelle scuole impariamo qualche poesia legata all’assassinio del padre e alla distruzione di un nido famigliare, nostalgie e incanti del “poeta delle piccole cose”.
Lo scorso anno si è celebrato il centenario dei Canti di Castelvecchio, una ripresa in chiave “astrale” delle Myricae. Facciamo parte di un universo in cui dal filo d’erba alle galassie più lontane siamo legati a un divenire in un ciclo che per noi umani è segnato dal ritorno delle stagioni, tutti coinvolti nel flusso di un destino Ignoto. E’ la “democrazia poetica” del Pascoli secondo Mario Pazzaglia, presidente dell’Accademia pascoliana e maestro dall’Università di Bologna di letteratura italiana.
Il Pazzaglia ha voluto riscattare per il centenario anche i Poemi Conviviali.
Pesa ancora il giudizio del Croce che il Pascoli vi parli “greco”. Ci si ferma al suo alessandrinismo stilistico.
Il Pazzaglia ne rivendica la solidità e compattezza di un disegno secondo una linea storica che va da Omero alla caduta dell’impero romano e all’avvento del cristianesimo. Una linea ciclica sovrasta la storia umana secondo i ritmi della natura. Il primo poema è Solon per le feste di primavera e l’ultimo La Buona Novella, in Occidente, per la morte in solitudine del gladiatore Geta e l’annuncio cristiano di un Natale di pace.
E’ una silloge di motivi che si intrecciano, incomprensibili se non si tiene conto dell’enorme lavoro che il Pascoli ha fatto per rivivere dal fondo di un inconscio comune il mondo antico. Non è l’erede carducciano di un idealismo classico-risorgimentale, o il coevo della dannunziana celebrazione di un vitalismo erotico-eroico.
Pascoli è solo, davanti a se stesso. Rifiuta ogni codice che nasconda violenza. E’ il suo socialismo umanitario. Restano i valori dell’incontro tra amici, la convivialità. Per gli antichi era il momento sacro del ricordo, il rivivere ciò che è stato. Il convito greco è il simposio, si liba prima di bere e si attinge al cratere in cui il vino è mescolato all’acqua per evitare l’ebbrezza. Rivolti a un’altra dimensione.
In Romagna qualcosa è rimasto, non solo per la nostalgia di un passato. Si parla tra amici, fuori da una vita di corsa.
Il Pascoli apre la raccolta con Solon. Il politico e poeta greco avrebbe voluto morire solo dopo avere imparato un canto di Saffo:”Ch’io l’impari e muoia”. “Triste è il convito senza canto…”. La cantatrice ne ha due, il primo d’amore e sembra di morte e l’altro di morte e sembra d’amore.
Nel primo il Pascoli fa rivivere Saffo:” Splende al plenilunio l’orto; il melo / trema appena d’un tremolio d’argento…Nei lontani monti color di cielo/ sibila il vento”. Su questo paesaggio d’estasi si abbatte la passione: “ …Il mio non sembra/ che un tremore, ma è l’amore e corre, / spossa le membra”… Bello è come il sole che muore: “ Dileguare e altro non voglio; voglio/ farmi chiarità che da lui si effonda”…Questo è l’amore. Il canto di morte è nell’inno alla poesia che non muore. Il poeta fin che non muoia l’inno vive immortale, è la voce dell’Ignoto che parla per tutti.
Ulisse ritorna nei luoghi che ha visitato in gioventù, ma nessuno lo riconosce e neanche lui vi si riconosce. Aveva detto a Polifemo che si chiamava Nessuno, ma ora è proprio Nessuno in un mondo cambiato e in cui anche il suo volto non pare più il suo. Nemmeno le Sirene rispondono alla sua domanda: “Ditemi almeno chi sono io! Chi ero!”. La zattera s’infrange sugli scogli di Ogigia da cui era partito quando aveva rifiutato l’immortalità che le offriva Calipso, la dea nasconditrice. Resta il pianto disperato di una dea che gli avvolge nella nuvola dei suoi capelli la testa sulla quale pendeva ancora un tralcio di vite. La natura continua, lui no. E allora, meglio non essere nati, non conoscere l’angoscia del vivere per la morte: “…più nulla, ma meno morte, che non esser più”.
E’ la perdita della propria identità in un universo di vita di cui non comprendiamo i confini. Per Achille resterà solo il canto della cetra. Alessandro Magno dopo le sue conquiste si arena davanti all’Oceano del Niente.
Il Geta morente è il gladiatore strappato col raffio dall’arena del circo e gettato nello spoliario, nella camera mortuaria tra l’ammasso dei cadaveri. Non gli è stata recisa la carotide e il sangue continua a fluire goccia a goccia. “Solo restava nel fragor del mondo”, nella Roma dei conquistatori e della corruzione. “Vegliava il Geta…Entrò l’angelo: Pace!/ disse. E nella infinita urbe de’ forti / sol quegli intese. E chiuse gli occhi in pace. / Sol esso udì; ma lo ridisse ai morti”. E’ un reietto della storia da cui sorgerà il mondo cristiano delle catacombe.

Corriere Romagna, 31.10.2004
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