SELEOLOGIA URBANA A TODI
lo sviluppo della rete idrica nei secoli
Todi,genesi e conformazione geologica del colle.
La presenza dell’uomo: il fiume come divinità.
Il colle di Todi si erge al centro di una vasta conca, anticamente sommersa dalle acque del lago Tiberino. Qui il Tevere deponeva i detriti che sottraeva agli Appennini e terminava il suo cammino, bloccato da una insormontabile montagna. Quando la roccia cedette all’erosione e, aprendosi, diede vita alle Gole del Forello, il lago defluì, liberando la vallata. Una terra promettente, fertile e ricca di pascoli. Da allora l’uomo ha fatto le sue prime fugaci apparizioni in questa zona. Oggetti rinvenuti nelle cavità che sovrastano le Gole portano all’uomo del tardo neolitico; nella grotta di San Francesco, a strapiombo sul Tevere, a quello dell’Età del Bronzo.
Quando si trasferì sulle sponde del fiume, l’uomo visse anni di vita pacifica e prosperosa. Per lui il Tevere non rappresentò solo una fonte di sopravvivenza. Un’ara dedicata al Dio Tiberino, ora custodita nell’Antiquarium Comunale di Baschi, fa ipotizzare l’esistenza, sulle sponde del fiume, di un’area sacra dedicata alla divinità. Riti religiosi legati allo studio del volo e del canto degli uccelli e alla lettura delle viscere di animali, accompagnarono la nascita del successivo insediamento, in un luogo più sicuro e protetto. Sulla cima del colle, gli Umbri segnarono il destino della città di Todi.

Tular: il confine tra mondo Umbro ed Etrusco, tecnologia di scambio per la costruzione delle opere sotterranee.

Le città di origini etrusche sono accomunate, nel sottosuolo, da ragnatele di cunicoli e gallerie di drenaggio atte a convogliare l’acqua nei pozzi o a trasferirla in zone aride. Se scambi ci sono stati tra il mondo umbro e quello etrusco, in questa città che sorge proprio sul loro confine, devono aver interessato particolarmente le opere di ingegneria idraulica realizzate durante i primi insediamenti del colle. A quei tempi, dalla cima dell’attuale Rocca, sorgenti facevano sgorgare l’acqua copiosa. Un bene che andava sfruttato ma che, in quella fase, costituiva principalmente un ostacolo all’espansione della città e una minaccia alla sopravvivenza stessa del colle, di natura palesemente instabile. Con i primi cunicoli realizzati per convogliare l’acqua e bonificare il colle, cominciò a prendere vita un mondo sotterraneo che, nel corso dei secoli, diverrà sempre più articolato, seguirà di pari passo l’espansione urbanistica e si trasformerà in un elemento sempre più indispensabile per la vita cittadina.

La “Fida Colonia Tuder”: il nuovo impianto della città fondato secondo gli schemi dell’estetica ellenistica.

Il momento di maggior espansione della città avvenne in età romana.
Passeggiando oggi per le strade si incontrano resti di strutture e monumenti che testimoniano, anche se solo in parte, la grandiosità delle opere monumentali e dei terrazzamenti che consentirono la grande espansione urbanistica.
Per essere all’altezza del suo ruolo di “fida colonia”, Todi dovette rinnovarsi, abbellirsi. Ecco come Tuder appariva ai visitatori: il Foro, su cui oggi sorge Piazza del Popolo; il Teatro Romano, che sfrutta l’inclinazione del colle; il muro a nicchie, noto come i Nicchioni; le Terme, le imponenti mura; secondo gli storici locali, sulla cima più alta si stagliava il Tempio di Giove. Le tecniche costruttive dei romani non trovarono espressione solo nelle opere monumentali a cielo aperto. Alle preesistenti strutture di drenaggio e di raccolta delle acque, aggiunsero nuovi elementi, estremamente innovativi.
Gli edifici pubblici e privati erano forniti, già in epoca romana, di affidabili sistemi di approvvigionamento idrico e di smaltimento. I numerosi pozzi e le oltre trenta cisterne del Foro, realizzate sulla depressione tra i due colli, assicureranno alla città di Todi una riserva idrica che si rivelerà costante nei secoli.

Il Medio Evo: la fonte pubblica, ordinamenti e statuti
per la tutela degli acquedotti e l’uso pubblico delle acque.

La rete idrica di Todi ha continuato nella storia a espletare i suoi compiti: raccoglieva acqua pulita, la forniva agli abitanti e la immagazzinava, una preziosa riserva particolarmente utile durante gli assedi e i periodi di siccità.
Questo stato di totale autosufficienza ha sempre contribuito alla ricchezza di Todi. Certamente ha fornito le condizioni ideali per la nascita e lo sviluppo di numerose attività artigianali. Il Medioevo fu un lungo periodo di cambiamenti nell’assetto urbanistico e nello svolgersi quotidiano della vita cittadina. Todi era libero comune, con tutti i privilegi che comportava. na nuova cinta muraria circondava ora quella più antica e la città, grazie ai nuovi terrazzamenti, ampliò di molto i suoi confini.
Sul Borgo Nuovo si affacciavano le botteghe di calzolai, tessitori, orafi, falegnami, fabbri e conciatori, che lavoravano alacremente La popolazione aumentò sensibilmente e ancora una volta la rete idrica seguì lo sviluppo della città. Nuovi cunicoli si aggiunsero a quelli antichi e molti pozzi vennero aperti in giardini privati e luoghi pubblici. L’utilizzo della rete divenne così massiccio da rendere necessari, nell’interesse pubblico, ordinamenti e statuti che regolassero l’uso delle acque, che ne vietassero l’inquinamento, che provvedessero alla manutenzione e la tutela dei condotti.

La Fonte Cesia: l’acqua come elemento scenografico nella cultura umanistica.

Tra il XVI e il XVII secolo Todi vide il fiorire di nuovi elementi scenografici.
Era un’epoca in cui famiglie facoltose adornavano le loro case con statue e quadri pregiati, bronzetti etruschi e ritrovamenti archeologici, influenzate, seppure in ritardo, dal gusto delle civiltà del rinascimento; in città chiese e palazzi venivano eretti o restaurati.
Anche il vescovo dell’epoca, Angelo Cesi, molto amato dal popolo per essere un uomo magnanimo e particolarmente attento agli interessi del Comune, aveva una predilezione per le architetture ed un notevole gusto per l’estetica. Ilescovo fece costruire il Palazzo Vescovile, ammirevole per l’ingresso, per la maestosa galleria e la sala del trono.
Fece restaurare la Cattedrale e affrescare il Giudizio Universale; volle il Convento dei Cappuccini.
Per dar spazio alla sua fontana, la Fonte Cesia, fece allargare un tratto della “Rua”, allora la strada principale della città.
Il Vescovo Cesi aveva scelto l’acqua come elemento scenografico.
In un lato della fontana, dietro una piccola porta in legno, si accede al condotto che portava l’acqua fino a qui, realizzaot in quella occasione per deviare l’antico corso. Dal colle della Rocca l’acqua scendeva veloce per fuoriscire dalla fontana, in un gioco di zampilli sottili.

“Dilamazioni”: le frane rovinose del XVIII°secolo, breve storia della città scomparsa.

Gli strati orizzontali alternati di argilla turchina e di breccia arrotondata, sovrapposti dal fiume nel corso dei tempi, caratterizzano l’instabile natura geologica del colle.
A più riprese, nella storia, si sono verificati episodi franosi o crolli, documentati da cronache, disegni, quadri, o ancor meglio, resi evidenti dai danni alle strutture architettoniche.Il XVIIIsecolo vide i risultati di un enorme dissesto idrogeologico, il primo di una serie di eventi franosi documentati che colpì edifici pubblici e privati.Per quasi tutto un secolo, tra il ‘700 e l’800, i cantieri della Fabbrica a est e della Valle ad ovest della città, si occuparono del recupero di strutture superficiali e sotterranee. Una prima ambiziosa opera di restauro, di cui rimangono nella memoria, documentati, i turni di lavoro, i materiali usati, i ruoli degli operai e le regole da seguire.

1926, il nuovo acquedotto: abbandono dei pozzi, delle cisterne e degli antichi sistemi drenanti.

Negli anni venti cominciò la costruzione del grande acquedotto urbano che dai monti Martani e dalla pianura di Ponte Naia porta l’acqua al comune di Todi. Nella Rocca, sotto al piazzale e nel Maschio, la grande torre, sono nascoste le vasche per la riserva idrica della città.
Fu in quegli anni che l’antica conservazione delle acque per mezzo di pozzi e cisterne e la funzionalità delle condutture vennero a mancare, così come le opere di manutenzione e di cura delle stesse. Gallerie e cunicoli a lungo rimasero chiusi, bloccati dai crolli, dal fango e dai detriti, ricordati dai cittadini con quell’alone di fascino e mistero che evocano gli anfratti bui, umidi, nelle viscere della terra.

1970, la riscoperta delle antiche gallerie sotterranee: storia delle esplorazioni e delle scoperte archeologiche.

Erano gli anni ’70 quando, spinti dal desiderio di approfondire le conoscenze su quell’intricato mondo ipogeo che si sviluppava sotto i loro piedi, un gruppo di giovani tuderti ha dato vita al Gruppo Speleologico Todi e iniziato la grande esplorazione.
In Italia, fu uno dei primi esempi di speleologia urbana. L’interminabile lavoro ha avuto inizio sui testi antichi dell’Archivio Storico, tra avvenimenti documentati, storie di fantasia e congetture. Basandosi su mappe consumate e libri in pergamena gli speleologi scendevano e cercavano conferme. Liberando i cunicoli dai detriti e spingendosi oltre scoprendo nuovi tratti, il Gruppo Speleologico Todi ha percorso oltre 5 chilometri di cunicoli e gallerie. Ancora oggi la sua ricerca continua. Il contributo apportato è tangibile: una memoria più approfondita e dettagliata del mondo ipogeo e una storia civica arricchita di nuovi elementi.

La legge speciale : recupero e tutela della rete idrica sotterranea

I fenomi franosi che hanno interessato Todi nel passato corrispondono nella maggior parte dei casi a momenti molto difficili come guerre, carestie, epidemie, quando la cura delle risorse pubbliche, in particolare della rete idrica, veniva trascurata.
In epoca moderna è stato l’acquedotto civico a portare al suo totale abbandono. L’insieme dei fenomeni erosivi più recenti, ma anche l’entusiasmo che ha seguito la scoperta negli anni ’70 di un patrimonio sotterraneo architettonico di così grande valore, hanno portato la comunità a compiere un passo decisivo verso la tutela e la salvaguardia delle sue architetture. Consistenti interventi che hanno portato negli ultimi trent’anni di lavori di ripavimentazione, di restauro dei muri di contenimento, di manutenzione della rete idrica, a quello che si spera possa essere il definitivo risanamento idrogeologico del colle. La rete sotterranea di Todi non è da considerarsi un’opera monumentale di interesse prettamente architettonico e artistico.
Il vero patrimonio sta nella più importante delle sue funzioni: cunicoli e cisterne, strutture di epoche ormai antichissime, sono state in grado, a dispetto delle più moderne tecnologie, di preservare nei secoli il colle tuderte dalla sua distruzione.
Branzani, veduta ovest delle mura di Todi con i cunicoli
       
 
Leandro Astancolle, Perito Agrimensore del Comune di Todi, realizzò nel 1859 la prima mappa dettagliata del sottosuolo tuderte: con linee blu segnò il tracciato dei cunicoli e delle vie d'acqua,con punti neri, pozzi e cisterne. Sulla base di questo importante documento, il Gruppo Speleologico Todi iniziò la sistematica esplorazione della città sotterranea; il primo rilievo,"Cunicolo Mura Etrusche-1°", datato 1973, è firmato da Maurizio Todini, Carlo Arconi, Enzo Zoccoli. Durante ricerche svolte dal GST presso l' Archivio Storico di Todi, l'Archivio di Stato a Roma e la Biblioteca Oliveriana di Pesaro, ricerche incoraggiate e sostenute da Giorgio Comez e Don Mario Pericoli, sono stati recuperati una notevole quantità di documenti, carte e mappe dal medioevo al secolo xix° che ancora oggi rappresentano uno strumento indispensabile per la conoscenza e la ricerca degli antichi sistemi sotterranei della città. Altre topografie e la prima pianta moderna delle cisterne di Piazza del Popolo,sono state elaborate da Maurizio Todini,Carlo Zoccoli, Luca Marruco, Vitaliano Palombba, Massimo Catrica, negli anni '80 e '90, dal GST e disegnate da Daniele Parasecolo,rilievi principalmente realizzati in occasione dei lavori di consolidamento del colle, risultano però incompleti o, comunque, perlopiù andati perduti. Il primo riordino delle notizie sul sottosuolo della città, è stato realizzato nel 1997 per volontà del Comune di Todi; nel 2003 è stata realizzata, da Carlo Zoccoli, Federico Spiganti e Stefano Spiganti, una mappa generale digitalizzata dei cunicoli di Todi.
La cartografia di L. Astancolle, riportava circa 5000 metri di gallerie e 950 tra pozzi e cisterne.
TODI – CONFORMAZIONE GEOLOGICA

Todi sorge a 417 metri slm , la formazione geologica del colle è dovuta alla sedimentazione di origine lacustre plio-pleistocenica dell'antico bacino tiberino che si estendeva nella Valle Umbra, nella Valle Tiberina ed in alcune valli minori. Il colle, nato al margine sud-occidentale di questo bacino, è composto da successioni litologiche distinte, dalla quota inferiore, in due complessi:
- complesso argilloso di base: argille grigio azzurre siltose-sabbiose, localmente marnose con pendenza media di qualche grado verso N-E;
- complesso conglomeratico sommitale: ghiaie e sabbie con matrice limosa e giacitura lenticolare.
Questi materiali sono interessati da superfici di discontinuità di origine tettonica e di deposizione di sottili strati di sabbia.
Questo insieme sedimentario geologicamente giovane, da sempre influenzato da fattori morfogenetici, è destinato a continue modificazioni dovute al naturale degrado, costantemente incrementato da contributi antropici dannosi. Attualmente, su quasi tutti i versanti del colle sono in atto fenomeni franosi che minacciano il perimetro della città, comunque da sempre soggetto a dissesti oggi ben visibili negli ammanchi e nelle lesioni di alcune sue parti strutturali.Le frane sono causate essenzialmente da due fattori predominanti:
l'incisione continua dei fossi e l'alterazione delle argille e dei limi sottofalda.L'incisione dei fossi è dovuta all'azione dinamica delle acque meteoriche e all'aggressione chimica di sostanze, contenute nelle acque fognali, che alterano le componenti organiche delle argille e dei limi. Il continuo approfondirsi di questi tagli sul colle richiama parti di terreno limitrofe provocando la perdita retrogressiva verso monte della stabilità della pendice.
In questo ambiente paesisticamente bello, ma così incerto a causa di frane e sismi, si insediarono, oltre 2500 anni fa, gli Umbri e in seguito i Romani che nel contempo estesero la città adattandola alla conformazione del colle e successivamente ampliandola con terrazzamenti che, oltre a colmare vallecole e fossi, servirono da cinta muraria perimetrale.Tale insediamento è stato sicuramente agevolato dalla facilità di attingimento idrico della falda non profonda, per mezzo di pozzi e cunicoli drenanti.
CRONOLOGIA DEI SOTTERRANEI

Il complesso dei cunicoli della città di Todi, per l'importanza che ha sempre rivestito come unica fonte di approvviogionamento idrico, la città non era munita da acquedotto esterno e per l'assetto idrologico del colle, come sistema di drenaggio delle acque sorgive, mantiene ancora oggi, anche se parzialmente, la sua funzionalità grazie alle continue opere di restauro effettuate nel tempo.
Le tecniche costruttive dei cunicoli variano a secondo dell’uso a cui erano destinati:
drenaggio, distribuzione, adduzione, scarico, per il diverso periodo in cui sono realizzate, ma anche per la natura degli strati attraversati dalle costruzioni: nei tratti scavati nel conglomerato (strato permeabile e compatto) i cunicoli sono quasi sempre senza rivestimento, mentre se lo strato è costituito da argilla (impermeabile ed incoerente) o da terreno di riporto (permeabile e instabile) questi sono invece rivestiti e provvisti di appositi apparati drenanti.

Tale premessa è indispensabile perché in alcune situazioni si verifica la coesistenza in uno stesso sistema, di tipologie costruttive diversificate, che non indicano necessariamente una progressione cronologica dello scavo, ma piuttosto l'adeguamento a fattori stratigrafici.

Vari sono stati i restauri e le modifiche apportati alla rete sotterranea, utilizzata in epoche post-antiche per scopi anche diversi da quelli originari. Un esempio tipico è offerto dalla configurazione dei cunicoli della Fonte di Scarnabecco (1241), in cui le gallerie preesistenti vengono usate ed adattate per l'approvvigionamento idrico della nuova fonte. Alcuni tratti sono restaurati (impermeabilizzazione del piano di scorrimento dell'acqua), altri vengono chiusi, altri ancora prolungati alla ricerca di una falda più ricca.
La fase più interessante per la storia dei cunicoli e delle cisterne si colloca nell' ambito del XIII° secolo. Sono questi gli anni in cui si assiste ad una radicale trasformazione dell' assetto urbano della città, ed ancora una volta, come lo era stato per i primi abitanti del colle, si presenta in modo pressante il problema di assicurare gli approvvigionamenti idrici e la stabilità del sottosuolo. In questo senso viene ripristinata la funzionalità degli antichi condotti e delle cisterne e si provvede anche alla realizzazione di un nuovo acquedotto. Oltre alla costruzione della Fonte di Scarnabecco, già menzionata, nel 1262 viene riattivata la cisterna di Piazza del Popolo, scoperta in occasione dei lavori di ripavimentazione. Nel 1275, con la stesura dello Statuto Comunale, vengono stabilite le norme riguardanti il libero deflusso delle acque superficiali e sotterranee. In particolare si prevede che le acque raccolte dai tetti dei palazzi della piazza debbano liberamente fluire fino alle cisterne, che queste siano chiuse per tutto il periodo invernale e aperte dalle «calende di giugno» fino alla festa di S. Angelo a settembre. L'acqua attinta è destinata comunque al solo uso alimentare.

Negli anni compresi tra il 1280 e il 1290 documenti d’archivio, menzionano le opere di costruzione di un nuovo complesso idrico. Il sistema doveva articolarsi in una serie di cisterne collocate sul «Campidoglio», il colle della Rocca, e un acquedotto che portava l'acqua fino alle cisterne di Piazza del Comune e da lì ad una fonte pubblica, rimossa a causa della sua inefficienza già nel 1479.

Gli Statuti del 1337 e del 1551 confermano le norme precedentemente stabilite attestandone l'idoneità; ed in particolare nell'ultima stesura, ci si sofferma sulla possibilità di alimentare la fonte di Scarnabecco tramite alcune cisterne: «cisternam stantem sub voltis scalarum palationum dicti communis», e le «cisternae stantes subtus seu iuxta palatium novum» individuabili nella zona dei portici comunali.

Nel XVI° secolo la rete drenante subisce alcune modificazioni, in particolare viene utilizzata l’acqua del cunicolo di S.Fortunato, per alimentare la nuova fontana costruita dal vescovo A. Cesi, in via della Rua. In questa occasione viene utilizzato un raccordo che collega la fronte monumentale al condotto antico, isolando anche due grandi cisterne oggi non più visibili e di incerta collocazione cronologica.

Nei secoli successivi sembra che l'attenzione rivolta allo stato delle cisterne sia dovuta essenzialmente a opere di carattere igienico-sanitario, più che ad una loro effettiva manutenzione, tanto che ne fu disposto lo svuotamento in più occasioni.
Intorno alla metà del XVIII° secolo cominciano ad evidenziarsi i danni causati dall'incuria nella manutenzione della rete sotterranea: con il crollo del muraglione di via Piana hanno inizio i lunghissimi lavori di restauro, la c.d. «fabbrica della Piana», che per oltre un secolo assorbe cifre esorbitanti all'amministrazione dello Stato Pontificio.

È interessante a questo proposito la supplica inviata dalla comunità di Todi il 2 luglio 1814 a Papa Pio VII° in cui viene prospettato un quadro dettagliato della grave situazione:

«Beatissimo Padre le più ragguardevoli fabbriche che adornano la città di Todi, poggiano sul dosso di un monte, il di cui piano inferiore viene fiancheggiato da un muro castellano di una robustissima fortificazione. Questo muro venne innalzato fin dall'anno 1760 per ovviare danni gravissimi, che apportava un'acqua sorgente sull'altura del suddetto monte e che se non si mantiene allacciata con la maggior precauzione si spande per vie sotterranee e non solamente corrode i fondamenti di alcune case ma indebolisce l'intera falda inferiore del monte con minacciar la ruina di tutte le fabbriche sovrapposte. A questo progetto si degnò la S.M. di Clemente XllI con suo special Chirografo segnato sotto il giorno 27 agosto 1760 di ordinare alla Rev. Camera Apostolica la somministrazione di scudi seimila in favore di questa infelice città, e tal somma fu appunto impiegata per la costruzione del grande e fortissimo muro. Non essendosi dato alcun pensiero i Ministri di questi ultimi passati tempi di sorvegliare sul corso dell' acqua, ha la medesima traboccato, e secondo il solito si è dissolta per caverne sotterranee ... Intanto avendo le acque presa maggior forza hanno rovesciato fino da Fondamenti gran parte della Muraglia sopra descritta, e minacciano il rimanente, radendo il terreno sottoposto alla sua base. Corrodono inoltre i fondamenti delle case, che sono sul piano superiore, e formano spacchi frequenti, per i quali
le acque medesime si introducono e vi si uniscono le piovane, che viè più affrettati i segni minacciosi di una ruina generale ...».

Con i primi finanziamenti ottenuti a seguito dei sopra citati interventi presso la Santa Sede, ha inizio una delle vicende più sintomatiche di come sia stato affrontato il problema del risanamento del colle nel secolo scorso. Le vicende del cantiere aperto in via della Piana interessano un arco di tempo che va dal 1814 a tutto il 1889, sebbene i lavori di sistemazione si interrompano già nel 1820. Al problema della continua caduta di tutti i contrafforti venne data in tempi più recenti una soluzione drastica: venne abbattuto il muro e riportato il terreno a ridosso della strada e da quel momento non si sono più verificati episodi macroscopici di cedimenti.
Sempre per gli stessi problemi si hanno notizie riguardanti il crollo delle antiche sostruzioni nella zona della Valle Inferiore e del complesso delle Lucrezie . Agli inizi dell'800 la città è tutta un cantiere per ovviare ai danni causati dal collasso della rete di smaltimento delle acque. È in questa ottica che viene realizzata la planimetria urbana di L. Astancolle in cui, per la prima volta, viene evidenziato il complesso dei cunicoli allora percorribili e la localizzazione dei pozzi.
ELEMENTI PER UNA RILETTURA DELL’AREA FORENSE DI TODI

Come sosteneva Vitruvio, l’area forense è innanzitutto una conseguenza della “Aerarum electio” e ciè di una interpretazione e di una scelta di tipo augurale.
La sacralità del foro visto anche come “Templum” si sostanzia nell’essere circondato o diviso da pali e alberi che poi diventeranno colonne. Nell’area del foro di Todi vi sono tracce evidenti di pozzetti a lastre dove potevano essere inseriti dei pali (come ad Albafucens), per delimitare le “Lineae”, ovvero i corridoi che servivano ad incolonnare gli elettori che andavano a votare nello spazio creato all’interno del foro.
Nel 1875, durante operazioni di ripristino della piazza, vennero alla luce le lastre di travertino della pavimentazione antica, insieme furono rinvenute delle lastre di “lapis niger” che purtroppo furono tolte per realizzare lavagne per le scuole!
I ritrovamenti fortuiti e gli scavi effettuati nel corso degli ultimi anni, consentono ora una prima ricognizione dell’area forense e possono consentire un’ipotesi di ricostruzione. La delimitazione dello spazio risponde ad una regola che Vitruvio, nel De Architettura, definisce nel rapporto 3:2, uno spazio di forma rettangolare con l’asse più lungo orientato verso nord. Ponendo dunque in relazione, lo spazio sotterraneo con quello soprastante ed utilizzando le due cisterne ed i pozzi di S.Polo e del Palazzo dei Priori, inequivocabilmente in asse con la pavimentazione, ed applicando la regola vitruviana, troveremo che le relazioni spaziali del foro tuderte, cambiano rispetto alle attuali ipotesi ricostruttive e diventano più leggibili.

LE CISTERNE DEL FORO ROMANO

La loro edificazione risale al I sec. a.C., quando l'antico centro umbro di TULAR divenne prima Municipium romano, quindi “Splendidissima Colonia” con il nome di TUDER. L’aspetto dell’antica Todi era caratterizzato da tutti quegli elementi urbanistici tipici della “colonizzazione romana: i templi, Il foro, il teatro e l’anfiteatro, gli edifici pubblici e privati, il cardo e decumano e un complesso sistema di drenaggio e distribuzione delle acque che aveva il doppio compito di approvvigionamento idrico e di bonifica del terreno. Le dimensioni delle Cisterne, associate alla presenza di altri notevoli complessi di conservazione dell'acqua dislocati in vari punti della città, inducono a pensare che il sistema urbano di approvvigionamento idrico fosse quindi costituito da una serie di cisterne, pozzi e condotti alimentati da numerose sorgenti naturali che per la particolare conformazione geologica, scaturiscono abbondanti sia sulla sommità che nei versanti esterni del colle.
Il complesso dell cisterne di Piazza del Popolo e Via Mazzini, oltre che per l’approvvigionamento idrico, furono realizzate anche in funzione dell’edificazione del foro. Dopo aver spianato una vasta area del colle, furono realizzati i due grandi scavi in leggera pendenza verso sud, di dimensioni e profondità idonee per contenere le casseformi in legno di pino dove gettare l’opus cementicium; sopra le grandi volte, fu pavimentata l’area forense con basoli di travertino ed eretti templi ed edifici pubblici.

CISTERNA DI PIAZZA DEL POPOLO

La cisterna, posizionata nel lato est di Piazza del Popolo, sviluppa per una lunghezza di 36 metri ed è a pianta rettangolare suddivisa in 12 ambienti comunicanti fra di loro e coperti con volte a botte. Attualmente sono accessibili 9 ambienti e risultano ancora inaccessibili le tre cisterne sotto il Palazzo dei Priori. Si accede al complesso sotterraneo attraverso 6 tombini situati nella piazza e corrispondenti ai pozzi a sezione quadrata, profondi m. 2, che si aprono nello spessore delle volte. Costruita interamente in Opus cementicium non si riscontra traccia di rivestimento sulle pareti. I setti divisori degli ambienti D-H presentano invece il paramento in opera vittata mista di blocchetti calcarei con ricorsi di laterizio (tegole), e non risultano ammorsati alla struttura perimetrale, ma solo appoggiati. La comunicazione tra i vani è assicurata da passaggi voltati che presentano ghiere in laterizio nelle pareti in opera mista, e sono situati lungo l'asse centrale della struttura, ma non allineati fra di loro. Nelle pareti O e E del vano I, parzialmente interrato, sono collocati gli sbocchi di due cunicoli percorribili per alcuni metri.' Un tratto del pavimento è visibile solo in un ambiente, per tutto il resto degli ambienti è coperto da uno strato di melma.

È difficile stabilire il sistema di alimentazione idrica, forse organizzato in una forma mista di conduzione sotterranea, come attesta la presenza dei condotti nel vano I, e di raccolta di acque di superficie. L'ampio bacino dell'intera piazza forense e gli scoli degli edifici circostanti, opportunamente convogliati, avrebbero potuto alimentare, attraverso tombini di superficie, la grande conserva. Questo tipo di sistema è accertato in età medievale, tanto che negli Statuti del 1275 sono numerose le disposizioni emanate per tutelare il corretto defluire delle acque ed il livello di igiene della piazza.
Dati certi riguardanti l’alimentazione delle cisterne sono la presenza di cunicoli nel vano xxxxx e la notizia in vari documenti d’archivio, dove sono trascritti pagamenti effettuati dal 1275 al 1288 per la costruzione di un acquedotto che conducesse acqua da nuove cisterne realizzate sul Campidoglio (oggi la Rocca) alle cisterne di Piazza del Popolo. Un condotto con tali caratteristiche, è stato recentemente ritrovato, il suo sviluppo planimetrico coincide anche con il cunicolo di S.Fortunato e in ambedue i sotterranei, sono presenti prosecuzioni ancora non esplorate che si intersecano e procedono verso piazza.

L'impiego di tecniche edilizie differenziate è indicativo di due diverse fasi cronologiche del monumento. In un momento successivo alla edificazione della cisterna deve essere subentrata la necessità di effettuare interventi puntuali di restauro ad un settore della struttura, come quello dei vani D-H. La coerenza del sistema di copertura fa supporre che si sia trattato di una ristrutturazione globale dell' edificio, che deve aver certamente coinvolto anche la pavimentazione soprastante
La datazione del complesso nella sua fase iniziale appare estremamente difficile. Nonostante l'opera mista di blocchetti e laterizio sia nota in ambiente campano già in età augustea, un impiego diffuso di questa tecnica è caratteristico della piena età imperiale. Numerose applicazioni sono note nell'ambito della regio VI, come in alcuni monumenti di Carsulae, Asisium e Mevania. L'ampio uso, accertato in questa area per l'età augustea della semplice opera vittata, certamente confermato a Tuder, farebbe propendere per una datazione più tarda degli interventi di restauro sul monumento, forse da ricollegare all' attività edilizia di età adrianea.

LE CISTERNE “NUOVE” O DI VIA MAZZINI (Piazza del Popolo lato ovest)

La cisterna di Via Mazzini, simile per tipologia costruttiva e parallella a quella di Piazza del Popolo, fu ritrovata dal Gruppo Speleologico Todi durante i lavori di ristrutturazione della tabaccheria Pazzaglia Valentini nel 1994. La cisterna è costituita da 12 ambienti, con dimensioni di 7,70x3,35x8,20; il piano della pavimentazione è a mt. 9 dal piano di campagna della strada.
Ogni ambiente è formato da una muratura perimetrale di contenimento realizzata in opus cementicium con lieve presenza di frammenti di coccio, gettato in casseforme di legno e senza rivestimento interno, tranne l’ultima cisterna verso sud, dove è presente un rivestimento in cocciopesto e grandi laterizi fissati alla parete mediante chiodi in ferro nella parete sud e solo laterizi nella parete est. Il fondo, presente solo in alcuni ambienti, è rivestito da una malta idraulica, forse opus signinum. La copertura dei vani e a volte a botte realizzate in opus cementicium gettato su centina di cui rimangono impressi sulla malta i segni delle tavole usate per la carpenteria. I passaggi di comunicazione tra un ambiente ed il successivo sono mediamente centrati rispetto ai setti di separazione, anche se non perfettamente allineati tra loro. L'alimentazione delle Cisterne, che potremmo definire mista, avveniva attraverso i pozzetti in cui era convogliata l'acqua piovana proveniente del foro e tramite l’adduzione di acque sorgive forse affluenti da un condotto proveniente dal campidoglio. Nel vano n° 9 è visibile una tamponatura “recente” nell’estradosso della volta, e nel n°12, si rileva la presenza di una fistola in piombo. Deposti sul pavimento sono visibili basoli di pietra, un tronco di colonna in granito e un chiusino in pietra arenaria con grosso anello in ferro; durante lo sterro della cisterna sono stati rinvenuti manufatti ceramici medioevali ed altro materiale ancora in fase di catalogazione.
La scoperta di questa cisterna, oltre che aver delineato con più precisione i confini dell’area forense verso il lato ovest, ha permesso una più corretta rilettura delle fonti documentali a fini esplorativi. La possibilità dell’esistenza di un collegamento tra le due cisterne monumentali, è oggi quasi certa. Le nuove conoscenze, e in particolare la relazione tra le notizie contenute in un documento del 1880, dove è descritta con precisione ed indicato in un disegno l’esistenza di un cunicolo di passaggio tra le cisterne di Piazza del Popolo e quelle di via Mazzini, salvo una incredibile coincidenza che metterebbe altri sotterranei tra i due complessi, accreditano tale ipotesi, anche se solo un’attenta verifica delle fonti storiche e un’indagine speleo-archeologica nei due siti, potrà darne la conferma.



IL CUNICOLO DI S. FORTUNATO

Questo condotto può essere considerato come il più importante dell’intera rete idrica Tudertina per la sua lunghezza, la varietà delle tipologie costruttive e una ricca documentazione di archivio che ne ha descritto nel tempo gli interventi di manutenzione e consolidamento. La complessità di questo intricato sistema sotterraneo, intersecato da altre strutture non ancora del tutto decifrate, fa si che ancora non sia possibile indicare la destinazione o le destinazioni finali del flusso idrico. Anche se fonti storiche comunemente accettate ipotizzavano un possibile collegamento con le cisterne di Piazza del Popolo, questo non è attualmente verificabile.
La scrupolosa costruzione della canalizzazione, oltre alla precisa attenzione alla morfologia del suolo e la cura nel drenaggio delle acque, nell'ambito della città antica caratterizzano l'opera come funzionaIe ad un'importante area pubblica la quale doveva collegare il foro a un luogo di culto e come le altre di pubblica destinazione (teatro, area antistante i cosiddetti Nicchioni, terme) fornita di un efficiente sistema idraulico.
Dalla zona della Rocca è noto infatti il rinvenimento di lastre fittili di rivestimento, di antefisse e di una statuetta di Venere cui si aggiungono i tre frammenti di antepagmenta rinvenuti nel ramo I del nostro cunicolo e un frammento di poculum è venuto in luce recentemente in un pozzo ubicato proprio sulla cima della rocca, sotto l'orto del convento delle monache Paolane tutti elementi che attestano chiaramente la presenza di un complesso sacrale di tipo etrusco-italico di III secolo a.c. La notizia che poi in età romana vi sorgesse il tempio di Giove viene riferita da tutti gli storici locali e trae origine dal rinvenimento avvenuto nel 1466 presso il tempio di San Fortunato della nota base con iscrizione ex voto CIL XI, 4639 "Pro salute/coloniae et ordinis/decurionum et populi/Tudertis lovi Opt(imo)Max(imo)/ Custodi Conservatori/; la presenza di un monumento romano di una certa entità d'altra parte è attestata dal grosso rocchio di colonna scanalata presente sul fondo del pozzo ora ostruito, sovrastante il cunicolo nel punto della biforcazione F-G .
Gli ampliamenti e i rifacimenti di età medievale e moderna e la regolare manutenzione nel corso dei secoli attestano la costante utilizzazione del sistema nel tempo.

Questo complesso di cunicoli, che in parte si intersecano o si affiancano, dal punto di vista strutturale presenta varie tecniche costruttive, che così si possono riassumere :

1) muri di spalla rivestiti da lastroni di pietra di 1,00 x 0,60 m; piano di scorrimento rivestito da un sesquipedale; copertura piana realizzata con lastroni di pietra muniti di corsie laterali per l'incastro sui muri di spalla (tratti C-D);
2) muri di spalla con cortina esterna costruita con pietre di piccolo e medio taglio e spessa malta, copertura piana realizzata con lastroni di pietra poggianti sui muri di spalla (tratto Al);
3) muri di spalla in blocchi di pietra di forma rettangolare scabri sulla superficie a vista con uso di leganti, copertura a doppio
spiovente con tegole e spesso strato di malta (tratto Bl);
4) muri di spalla con cortina esterna costruita con pietre di piccolo e medio taglio e spessa malta, volta arrotondata con gettata di calcestruzzo e impronte di carpenteria (tratto Cl);
5) muri di spalla con cortina esterna costruita con pietre di piccolo e medio taglio e spessa malta, piano di scorrimento formato da due mattoni inclinati verso l'interno, copertura a doppio spiovente ottenuta con gettata cementizia su cassaforma lignea (tratto E);
6) muri di spalla in pietre di piccolo e medio taglio unite con spesso strato di malta e volta arrotondata con laterizi messi in piano (tratto L);
7) muri di spalla intonacati con mensola di appoggio per la tubatura, pavimentazione in laterizio, copertura a volta arrotondata con laterizi a coltello (tratto A);
8) scavo diretto nello strato di conglomerato o di argilla privo di rivestimento (tratti F-G-H-I-M-N-O).
Il cunicolo principale presenta una altezza variante da 1,50 a 1,80 m e una larghezza variante da 0,45 a 0,65 m.

Alla prima età romana è riferibile la parte più bassa del complesso, quella che interessa il ramo A1, la cisterna B e il raccordo Bl.

Restauri o rifacimenti di età medievale e moderna è la tipologia costruttiva delle pareti a blocchi irregolari di pietra allineati e cementati, che si riscontra in vari tratti (Al, Cl, E, F, L) associata a diversi tipi di copertura: a lastroni orizzontali (Al), a volta arrotondata con impronte di carpenteria (cl)41, a doppio spiovente con impronte di lastre o di carpenteria (E)42, a volta arrotondata non rivestita scavata nel conglomerato (F), e infine a volta con laterizio messo in piano e cornice aggettante (L).

Impossibile la collocazione cronologica della parte superiore del complesso, che ne rappresenta la percentuale maggiore, scavata nel conglomerato e non rivestita, dove è però significativa la presenza dei frammenti di antepagmenta rinvenuti nel ramo I, in quanto si tratta di un ramo di lavoro non soggetto alla fluttuazione delle acque, dove pertanto questi reperti si può ritenere si siano depositati in antico.

A rifacimenti databili alla fine del XVII o agli inizi del XVIII secolo probabilmente risale, come abbiamo visto, la sistemazione del tratto A e ad un ampliamento della fine del secolo (1784-85) la costruzione del ramo L, che si inoltra sotto il chiostro del convento di San Fortunato.

L'eterogeneità delle tecniche costruttive nell'ambito del complesso, come abbiamo già rilevato, è del resto consueta e motivata sia dalla diversità degli strati geologici che esso si trova ad attraversare, sia dai restauri, rifacimenti, ampliamenti, che hanno impedito la conservazione dell'aspetto primitivo.
Il complesso fu scavato prevalentemente in galleria, dove principalmente è evidente la con temporaneità di azione di più squadre di lavoro, il cui punto di incontro si rileva nella frequente variazione di altezza della volta e poiché la morfologia del terreno attraversato lo permetteva per la maggior parte del suo percorso non venne foderato.
Furono invece costruiti a cielo aperto i tratti Al, C e D della parte più bassa e che sono rivestiti da lastroni di pietra.
Il condotto è affiancato lungo il suo percorso da alcuni pozzi (non sempre individuabili in superficie in quanto non conservano lo sbocco all'esterno); tra questi non è stata riscontrata una distanza regolare. Essi dovettero servire sia per la costruzione del condotto, che per l'ordinaria manutenzione e la loro tipologia costruttiva è quella classica: costruiti tutti a secco a più file sovrapposte di pietre a blocchi squadrati o di sassi fluviali di forma circolare, hanno un diametro medio di 1,50 m e sono collegati con i cunicoli direttamente sul fondo. A raccolta di acqua (tuttora ne contiene alcuni metri) era invece destinato il pozzo F2 di dimensioni maggiori e che è collegato con il cunicolo di sfioro ad una certa altezza.
cunicolo p.garibaldi
     
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