tratto da http://www.aectorino.org/NEC508.doc

 

Dalla diocesi di Livorno

Omelia per il culto ecumenico (Chiesa Valdese, 20 gennaio 2008)

Stefano Aspettati sdb (responsabile dell’oratorio salesiano della parrocchia del Sacro Cuore di Livorno)

 

            Veniamo al brano che cercherò di commentare brevemente. Il contesto è la lettera alla comunità di Tessalonica. Tessalonica era la capitale della Macedonia. La comunità cristiana era stata fondata da Paolo verso il 50 d.C. in un tempo piuttosto breve (gli Atti parlano di 3 sabati, forse ci sarà voluto qualcosa di più) comunque Paolo dovette fuggire precipitosamente da quella città lasciando il suo lavoro all’inizio. …

            Paolo non è quindi il teologo che si mette a tavolino e indaga astrattamente sulle questioni di fede, almeno non è solo questo. È un pastore preoccupato della sua comunità, coinvolto con essa. Egli ha sempre davanti delle persone concrete a cui portare un messaggio. Come non sono mai astratte le persone, non è astratto il messaggio. …

              Possono anche esserci fratelli che hanno bisogno di essere corretti, per il loro bene per la loro crescita. La fede deve essere stimolo per alleviare i fratelli dai loro fardelli, dalle loro pesantezze. Vi possono anche essere situazioni spiacevoli in cui qualcuno fa del male a qualche altro e allora anche lì Paolo invita a non cadere nella tentazione della vendetta. 

            Tra questi imperativi c’è anche quello di “pregare continuamente”, insieme a quello di “stare sempre lieti” e di “ringraziare in ogni circostanza”. Tornano queste espressioni: sempre, in ogni circostanza, continuamente.

State sempre lieti. Il cristiano ha sempre la possibilità di essere lieto anche in mezzo a prove e tribolazioni di ogni genere (e i cristiani Tessalonicesi ne avevano). La lettera di Paolo abbiamo visto che è partita dalla sua gioia e da quella della comunità stessa per essere rimasta salda nella fede in Gesù Cristo. Ora Paolo vuole rafforzare la gioia della comunità e radicarla sempre di più in Cristo. E sa che per fare ciò occorre una intensa vita di preghiera e di ringraziamento per passare dal primo entusiasmo alla fede solida.

            Il ringraziamento è la preghiera che deve caratterizzare sempre il cristiano. Ma anche, perché no, la preghiera di intercessione.

            Basta vedere altri versetti in cui Paolo parla di preghiera. In Ef 6,18 vi è la raccomandazione di pregare sempre. Altre volte invece vi è la raccomandazione alla preghiera di intercessione. Quante volte Paolo dice “pregate per me” o “pregate per noi”… anche nel prosieguo di questa lettera alla fine e nella seconda lettera e in Colossesi.

            Ma è il Signore stesso che ci dice chiaramente quanto è potente la preghiera. E quanto è importante pregare con fede e incessantemente. Pensiamo all’episodio del vangelo di Luca della vedova e del giudice, è un episodio che ci parla di quanto è importante l’insistenza. “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7,7) “tutto quello che chiederete nella preghiera abbiate fiducia e vi sarà dato” (Mc 11,24).

            Ma in Giacomo c’è un altro passo che ci illumina (e ci colpisce) che dice: “non avete perché non chiedete” (Gc 4,2). O forse continua Giacomo “se chiedete, chiedete male”, cioè non secondo la volontà di Dio. Vuol dire che dobbiamo mettere la fede quando preghiamo, altrimenti… vuol dire che non vi è spesso ricerca sincera della volontà di Dio, che non vi è fiducia sufficiente che Dio possa intervenire nella mia vita.

            Dobbiamo credere nell’importanza della preghiera.

            Recentemente ho affrontato la questione della preghiera con i giovani e con i ragazzi dell’oratorio. Quanto è difficile! È difficile perché non hanno molti modelli di riferimento riguardo a preghiera, forse riguardo a preghiere sì, ma in modi che loro vedono distanti. Per esempio nelle nostra chiesa cattolica c’è la difficoltà del capire che pregare è diverso da dire le preghiere, cioè recitare delle formule. C’è difficoltà addirittura a capire a che serve pregare. E quando anche si capisce questo resta sempre difficile l’arte della preghiera, perché è un’arte, un’abilità diversa dalla altre, è un’arte in cui il protagonista è lo Spirito Santo. È lui il vero maestro di preghiera. È lui che prega in noi e che attraverso la preghiera ci trasforma.

            Resta difficile capire l’importanza della preghiera perché intorno tutto è fretta, tutto è efficienza, tutto è produttività. E noi senza accorgerci cadiamo in questi meccanismi e a volte finiamo per applicarli anche alla preghiera. Che invece ha dei ritmi tutti diversi perché pregare consiste nell’abbandonarsi, nel lasciare sempre di più la signoria della nostra vita a qualcun altro, perché la possa trasformare.

            Pregare è difficile almeno quanto è difficile amare e lasciarsi amare. E sappiamo quanta fatica queste due azioni costino. Amare e lasciarsi amare.

            Ma Paolo riprende il “pregare” qualche versetto più avanti per chiedere preghiere per sé, per chiedere una intercessione. Se pregassimo di più per i nostri fratelli e sorelle saremmo anche più uniti, perché non è possibile pregare per qualcuno e volergli male o essere diviso da lui. Paolo chiede di pregare continuamente proprio nell’insieme di una serie di cose che chiede alla comunità di Tessalonica, che sono regole base di una comunità. Ma che senza la preghiera sono impossibili da vivere. Restare nella pace, non vendicarsi dei torti subiti, è qualcosa che spesso va al di là delle nostre capacità umane e che necessita solo di un dono divino che dobbiamo implorare.

            È bello che sia stata scelta questa frase di san Paolo come guida per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, perché ci ricorda proprio che l’unità, al di là degli sforzi umani, può essere frutto solo di una incessante preghiera. Lo stesso Gesù ce lo insegna quando dice: “ti prego per loro… perché siamo una cosa sola” (Gv 17,21). In Gesù l’unità ha preso la forma di una preghiera. La preghiera cambia noi, cambia il nostro cuore innanzitutto, lo rende capace di accogliere il dono dell’unità. Già, perché al di là della buona volontà delle singole persone l’unità è in definitiva un dono di Dio, che verrà quando lui vorrà e nei modi che lui vorrà, che avverrà quando saremo pronti per accoglierla.

            E per questo dobbiamo pregare e lasciare che la preghiera ci porti ad azioni concrete in direzione dell’unità.

 

[CzzC: ricordo un’intervista a Madre Teresa di Calcutta trasmessa dalla TV-RAI: all’intervistatore che le chiedeva di spiegare il segreto di tanta produttività nella carità lei rispose “prego”. L’intervistatore sapeva che la madre pregava tanto, ma cercava altrove la fonte di tanta energia, perché durante il giorno con tutto quel che aveva da fare … E lei ad insistere: “prego, prego continuamente”. L’intervistatore quasi deluso incalzò “ma almeno la notte si riposerà” e Madre Teresa ancora a rispondere “prego anche di notte”.]