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Il poeta é fingitore. Finge così completamente, che arriva a fingere che é dolore il dolore che davvero sente.
Fernando Pessoa: "il nonno e il nipotino" Alvaro de Campos: "tabaccheria" Alberto Caeiro da "poemi sciolti"
da: Fernando Pessoa - Fantasie di interludio Vedendo il nipotino giocare, Dice il nonno, intristito: «Ah, che darei per tornare A essere così spensierato ! Per poter riavere il tempo In cui facevo castelli, E a volte li lasciavo Fino al giorno successivo; E quanta tristezza Quando mi svegliavo per vederlo, E trovavo che la domestica Lo aveva già rimesso a posto». Ma il nipotino non ascolta Perché é tutto preoccupato Per un errore che c'é stato Nel portone del soldato. E, mentre il nonno è assorto, e triste Ricorda l'infanzia che non c'è più, C'è già un'altra casa O un altro castello crolla; E il nipotino, che infine si volta E vede piangere il nonno, Dice, «È crollato, ma non importa: Si riaccomoda subito». Fernando Pessoa, trad. Laura Nardini Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me
tutti i sogni del mondo. Finestre della mia stanza,
Della stanza di uno dei milioni
al mondo che nessuno sa chi è (E se sapessero chi è, cosa
saprebbero?), Vi affacciate sul mistero di
una via costantemente attraversata da gente, Su di una via inaccessibile a
tutti i pensieri, Reale, impossibilmente reale,
certa, sconosciutamente certa, Con il mistero delle cose sotto
alle pietre e agli esseri, Con la morte che porta umidità
nelle pareti e capelli bianchi negli uomini, Con il Destino che guida il
carretto di tutto sulla strada di niente. Oggi sono vinto, come se
sapessi la verità. Oggi sono lucido, come se
stessi per morire, E non avessi altra fratellanza
con le cose Che un commiato, e questa casa
e questo lato della via diventassero La fila di vagoni di un treno,
e una partenza fischiata Da dentro la mia testa,
E una scossa dei miei nervi e
uno scricchiolio di ossa nell'allontanamento. Oggi sono perplesso, come chi
ha pensato e creduto e dimenticato. Oggi sono diviso tra la lealtà
che devo Alla Tabaccheria dall'altra
parte della strada, come cosa reale dal di fuori, E alla sensazione che tutto è
sogno, come cosa reale dal di dentro. Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun
proposito, forse tutto è stato niente. Dall'insegnamento che mi hanno
impartito, Sono sceso attraverso la
finestra sul retro della casa. Sono andato in campagna pieno
di grandi propositi. Ma là ho incontrato solo erba e
alberi, E quando c' era, la gente era
uguale all ' altra. Mi scosto dalla finestra, siedo
su una poltrona. A che devo pensare? Che so di cosa sarò, io che non
so cosa sono? Essere quel che penso? Ma penso
di essere tante cose! E in tanti pensano di essere la
stessa cosa che non possono essercene così tanti! Genio? In questo momento
Centomila cervelli si
concepiscono in sogno geni come me, E la storia non ne rivelerà,
chissà? , nemmeno uno, Non ci sarà altro che letame di
tante conquiste future. No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono
pazzi deliranti con tante certezze! lo, che non possiedo nessuna
certezza, sono più sano o meno sano? No, neppure in me...
In quante mansarde e
non-mansarde del mondo Non staranno sognando a
quest'ora geni-per-se-stessi? Quante aspirazioni alte, nobili
e lucide -, Sì, veramente alte, nobili e
lucide -, E forse realizzabili, Non verranno mai alla luce del
sole reale né toveranno ascolto? Il mondo è di chi nasce per
conquistarlo E non di chi sogna di poterlo
conquistare, anche se ha ragione. Ho sognato di più di quanto
Napoleone abbia realizzato. Ho stretto al petto ipotetico
più umanità di Cristo. Ho creato in segreto filosofie
che nessun Kant ha scritto. Ma sono, e forse sarò sempre,
quello della mansarda, Anche se non ci abito;
Sarò sempre quello che non è
nato per questo; Sarò sempre soltanto quello che
possedeva delle qualità; Sarò sempre quello che ha
atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
E ha cantato la canzone
dell'Infinito in un pollaio, E sentito la voce di Dio in un
pozzo chiuso. Credere in me? No, né in
niente. Che la Natura sparga sulla mia
testa scottante Il suo sole, la sua pioggia, il
vento che trova i miei capelli, E il resto venga pure se verrà
o dovrà venire, altrimenti non venga. Schiavi cardiaci delle stelle,
Abbiamo conquistato tutto il
mondo prima di levarci da letto; Ma ci siamo svegliati ed esso è
opaco, Ci siamo alzati ed esso è
estraneo, Siamo usciti di casa ed esso è
la terra intera, Più il sistema solare, la Via
Lattea e l'Indefinito. (Mangia cioccolatini, piccina;
Mangia cioccolatini ! Guarda che non c' è al mondo
altra metafisica che i cioccolatini. Guarda che tutte le religioni
non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare
cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la
carta argentata, che poi è di stagnola, Butto tutto per terra, come ho
buttato la vita.) Ma almeno rimane dell'amarezza
di ciò che mai sarò La calligrafia rapida di questi
versi, Portico crollato
sull'Impossibile. Ma almeno consacro a me stesso
un disprezzo privo di lacrime, Nobile almeno nell'ampio gesto
con cui scaravento I panni sporchi che io sono,
senza lista, nel corso delle cose, E resto in casa senza camicia.
(Tu, che consoli, che non
esisti e perciò consoli, Dea greca, concepita come una
statua viva, O patrizia romana,
impossibilmente nobile e nefasta, O principessa di trovatori,
gentilissima e colorita, O marchesa del Settecento,
scollata e distante, O celebre cocotte dell'epoca
dei nostri padri, O non so che di moderno - non
capisco bene cosa -, Tutto questo, qualsiasi cosa tu
sia, se può ispirare che ispiri! Il mio cuore è un secchio
svuotato. Come quelli che invocano
spiriti invocano spiriti invoco Me stesso ma non trovo niente.
Mi avvicino alla finestra e
vedo la strada con assoluta nitidezza. Vedo le botteghe, vedo i
marciapiedi, vedo le vetture passare, Vedo gli enti vivi vestiti che
s'incrociano, Vedo i cani che anche loro
esistono, E tutto questo mi pesa come una
condanna all'esilio, E tutto questo è straniero,
come ogni cosa.) Ho vissuto, studiato, amato, e
persino creduto, E oggi non c' è mendicante che
io non invidi solo perché non è me. Di ciascuno guardo i cenci e le
piaghe e la menzogna, E penso: magari non ho mai
vissuto, né studiato, né amato, né creduto (Perché si può creare la realtà
di tutto questo senza fare nulla di tutto questo); Magari sei solo esistito, come
una lucertola cui tagliano la coda E che è irrequietamente coda al
di qua della lucertola. Ho fatto di me ciò che non ho
saputo, E ciò che avrei potuto fare di
me non l'ho fatto. Il domino che ho indossato era
sbagliato. Mi hanno riconosciuto subito
per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la
maschera, Era incollata alla faccia.
Quando l'ho tolta e mi sono
guardato allo specchio, Ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più
indossare il domino che non mi ero tolto. Ho gettato la maschera e
dormito nel guardaroba Come un cane tollerato dai
gestori Perché inoffensivo
E scrivo questa storia per
dimostrare di essere sublime. Essenza musicale dei miei versi
inutili, Magari potessi incontrarmi come
una cosa fatta da me, E non stessi sempre di fronte
alla Tabaccheria qui di fronte, Calpestando la coscienza di
stare esistendo, Come un tappeto in cui un
ubriaco inciampa O uno stoino rubato dagli
zingari che non valeva niente. Ma il Padrone della Tabaccheria
s'è affacciato all'entrata ed è rimasto sulla porta.
Lo guardo con il fastidio della
testa piegata in malo modo E con il fastidio dell' anima
che distingue male. Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l'insegna, io
lascerò dei versi. A un certo momento morirà anche
l'insegna, e anche i versi. Dopo un po' morirà la strada
dov'era stata l'insegna, E la lingua in cui erano stati
scritti i versi. Morirà poi il pianeta ruotante
in cui è avvenuto tutto questo. In altri satelliti di altri
sistemi qualcosa di simile alla gente Continuerà a fare cose simili a
versi vivendo sotto cose simili a insegne, Sempre una cosa di fronte
all'altra, Sempre una cosa inutile quanto
l'altra, Sempre l'impossibile, stupido
come il reale, Sempre il mistero del profondo
certo come il sonno del mistero della superficie, Sempre questo o sempre qualche
altra cosa o né l'uno né l'altra. Ma un uomo è entrato nella
Tabaccheria (per comprare tabacco?), E la realtà plausibile
improvvisamente mi crolla addosso. Mi rialzo energico, convinto,
umano, Con l'intenzione di scrivere
questi versi per dire il contrario. Accendo una sigaretta mentre
penso di scriverli E assaporo nella sigaretta la
liberazione da ogni pensiero. Seguo il fumo come se avesse
una propria rotta, E mi godo, in un momento
sensitivo e competente La liberazione da tutte le
speculazioni E la consapevolezza che la
metafisica è una conseguenza dell'essere indisposti.
Poi mi allungo sulla sedia
E continuo a fumare.
Finche il Destino me lo
concederà, continuerò a fumare. (Se sposassi la figlia della
mia lavandaia Magari sarei felice.)
Considerato questo, mi alzo
dalla sedia. Vado alla finestra.
L'uomo è uscito dalla
Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza
metafisica. (Il Padrone della Tabaccheria
s'è affacciato all'entrata.) Come per un istinto divino
Esteves s'è voltato e mi ha visto. Mi ha salutato con un cenno,
gli ho gridato Arrivederci Esteves! , e l'universo Mi si è ricostruito senza
ideale ne speranza, e il Padrone della Tabaccheria ha sorriso.
Lisbona, 15 gennaio 1928 trad .L.Nardini Ormai sul vano capo si fanno grigi I capelli del giovane che ho perso. Gli occhi brillano di meno. Non ha più diritto a baci la mia bocca. Se mi ami ancora, per amore non amarmi: Tu mi hai tradito con me.
trad.Luigi Panarese Non basta aprir la finestra Per vedere i campi e il fiume. Non è sufficiente non essere cieco Per vedere gli alberi e i fiori. È necessario anche non avere alcuna filosofia. Con la filosofia non ci sono alberi: ci sono solo idee.
C'è solo ciascuno di noi, come un sotterraneo. C'è solo una finestra chiusa, e tutto il mondo là fuori;
E un sogno di quello che si potrebbe vedere se la finestra si aprisse,
Che mai è quello che si vede quando si apre la finestra.
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