"Indocina libera
Il caso Laos trent'anni dopo. Dove la democrazia è reato"
di Massimo Lensi e Bruno Mellano
Con una prefazione di Emma Bonino

Rompere la cortina di silenzio
di Olivier Dupuis
Le vie della conoscenza sono infinite. Se poco più di due anni fa i radicali si sono imbattuti nella questione Laos, lo devono anche a Philippe Morillon, un generale francese membro del Parlamento europeo. Contattato da un esponente della diaspora laotiana in Europa che gli chiedeva aiuto, Morillon, incalzato da altre priorità, gli suggerì di rivolgersi ai radicali. Così, con un lavoro trasversale e con il supporto di alcune complicità attive in diversi gruppi del Parlamento europeo, fu votata a Strasburgo una risoluzione molto dura sulle gravi violazioni dei diritti umani in un paese tra i più dimenticati del pianeta. Erano su per giù dieci anni che non accadeva. La votazione fu anche l’occasione del primo incontro con il principe reggente Sauriyavong Savang, il principe ereditario Soulivong Savang ed esponenti della diaspora laotiana, tra cui Souksaveny Chantalangsy, giornalista con un passato di corrispondente a Strasburgo e ispiratore di questa offensiva parlamentare.
Da quel momento le cose si svilupparono rapidamente. Alcune settimane dopo a Parigi, su idea di Wei Jingsheng(1), ci ritrovammo insieme con amici birmani, vietnamiti, cinesi, taiwanesi, tibetani, laotiani, italiani e francesi e decidemmo di fondare un gruppo informale, denominato Forum Asie-Démocratie.
Ci fu poi, con Vo Van Ai e Penelope Faulkner di Quê Me – Azione per la Democrazia in Vietnam, l’organizzazione del blitz a Saigon (Ho Chi Minh Ville) in sostegno all’iniziativa del Venerabile Thich Quang Do, numero due della Chiesa Buddista Unificata che mirava a riportare a Saigon il patriarca ottantenne della Chiesa Buddista, il Venerabilissimo Thich Huyen Quang. Con più di dieci anni di campo di concentramento alle spalle, il Patriarca era – ed è tuttora – confinato in un villaggio sperduto, nel centro remoto del paese, impossibilitato a ricevere cure mediche adeguate al suo stato di salute nonché, ovviamente, ad esercitare liberamente le sue responsabilità di numero uno della Chiesa buddista unificata. L’operazione, che doveva coinvolgere centinaia di monaci, fu impedita all’ultimo momento dal regime di Hanoi con una nuova condanna agli arresti domiciliari del Ven. Thich Quang Do. Con Martin Schulthes organizzammo prima un sit-in di alcune ore dentro la Pagoda e poi, di fronte all’impossibilità di incontrare il Venerabile, una manifestazione improvvisata davanti alla Pagoda Than Minh. Dopo lunghi interrogatori da parte di diverse forze dell’ordine, stupefatte di fronte a questa manifestazione (la prima dalla vittoria del 1975), fummo caricati su un aereo ed espulsi verso Bangkok. È probabilmente lì che prende vita l’idea dell’operazione del 26 ottobre 2001 a Vientiane.
Chi non ricorda i processi truccati a Vladimir Bukowski, a Wei Jingsheng e a centinaia di altri dissidenti sovietici, cinesi, cubani o, appunto al Ven. Thich Quang Do. Procedimenti giudiziari in cui, dietro parvenze formali, tutte le regole del ‘giusto processo’ venivano disinvoltamente violate. In Laos, per cinque leader di una manifestazione pacifica svoltasi il 26 ottobre 1999, come per tante altre persone tutt’oggi sconosciute al mondo libero, quel processo-farsa non ha nemmeno avuto luogo. Sono semplicemente scomparsi nel nulla delle carceri laotiane, in luoghi ignoti perfino alle loro famiglie, gettati in celle senza luce (un metro e quaranta per un metro), in cui devono o dovevano tentare di sopravvivere. Come nell’Argentina o nel Cile degli anni bui sotto le dittature militari degli anni Settanta, queste cinque persone sono a tutti gli effetti dei desaparecidos.
Il grado ultimo nell’arbitrario. Pensieri, idee ed incontri si susseguono e si scambiano, per ovvie ragioni, tra poche persone. Un processo che ha portato cinque radicali (Bruno Mellano, Silvja Manzi, Nikolaj Khramov, Massimo Lensi e io) ad accettare di compiere, a due anni dalla manifestazione del 26 ottobre 1999, una manifestazione di solidarietà con i cinque leader a Vientiane, nello stesso posto in cui loro e alcune centinaia di amici avevano tentato di reclamare ‘Libertà, Democrazia e Riconciliazione’. Evidenti sono i due primi concetti, lo è meno il terzo se si ignora che, oltre alle decine di migliaia di persone morte nei campi di concentramento dal 1975 in poi (anno della presa del potere da parte del Pathet Lao, il partito comunista laotiano), circa mezzo milione persone, pari ad un decimo della popolazione complessiva, hanno lasciato il paese per scappare alle epurazioni. Mezzo milione di persone che hanno perso tutto e che, evidentemente, non nutrono simpatie per le attuali autorità di Vientiane. Noi, quel giorno, manifestammo dunque con il loro slogan ‘Libertà, democrazia e riconciliazione’, distribuendo lo stesso volantino dei cinque amici arrestati due anni prima con una breve spiegazione delle ragioni del nostro gesto di solidarietà.
Quello che avvenne dopo è più conosciuto. Qualcosa si può tuttavia aggiungere, alla luce di quello che abbiamo sentito, visto, intravisto nelle due settimane vissute in Laos. Del traffico di droga e delle ville miliardarie non lontane dal carcere; dei privilegiati del regime con stipendi di poche centinaia di dollari alla guida di Mercedes o di fuoristrada da ventimila dollari; del monopolio dei generali sul commercio del legno in un paese-foresta grande come l’Italia e dalle generose miniere di diamanti; del racket cui sono sottoposti gli imprenditori stranieri e della presenza massiccia, quanto discreta, dei proconsoli di Hanoi e delle loro legioni camuffate; dei progetti di cooperazione dell’Unione europea, gocce di pioggia in un deserto di legalità, incapaci di influire sulle condizioni di vita di una popolazione tra le più povere al mondo, ma pane benedetto per un regime che li usa come altrettanti segni di riconoscimento e di sostegno internazionale; della corruzione, della tortura ‘as usual’, dei processi-farsa come il nostro o, peggio, dei processi che non esistono, come per i cinque leader del 26 ottobre 1999. Ci sono poi gli agghiaccianti racconti sentiti nel carcere di Phontong o testimonianze come quella di Mothana Vilaysith e del suo bellissimo libro La strada n. 92.
Laos. Un paese insieme clepto-comunista, narco-comunista, corrotto e occupato. Un paese dove, per i privilegiati del regime, tutto è occasione di business: il legno pregiato, i diamanti, la droga, i detenuti, gli imprenditori stranieri. Un paese in tutto dipendente dal grande fratello vietnamita, un paese dove il comunismo è stato impiantato sulla punta dei fucili vietnamiti. Un paese piccolo, dimenticato, in balia degli interessi del Vietnam e della Cina, abbandonato e un po’ snobbato dalla Thailandia, invece così vicina culturalmente e linguisticamente.
Perché il Laos ? Piuttosto, perché non il Laos? I ‘cinque’ erano desaparecidos in un paese che veniva e viene tuttora generosamente aiutato dall’Unione europea nonché da diversi paesi membri – ovvero con i soldi dei contribuenti europei – grazie ad una molteplicità di progetti più o meno politically correct. Dalle operazioni di sminamento alla lotta contro alcune pandemie (il 20 per cento della scarsa spesa sanitaria è coperto dagli aiuti internazionali), dalla promozione del ruolo della donna allo sviluppo rurale e via dicendo.
Una politica di aiuto allo sviluppo che non produce alcuno sviluppo se non in alcune aree circoscritte, incapace di influire sulla situazione generale del paese. Per una così ovvia e accecante ragione (che in molti non vedono, nonostante le ripetute lezioni date dalla storia): senza democrazia e senza libertà non c’è sviluppo.
In Laos, Vietnam, Birmania, Cina, Tibet, Turkestan orientale, Mongolia meridionale, per non parlare della Corea del nord, l’Occidente persegue la stessa e identica politica che ha portato avanti nei confronti dell’ex Unione Sovietica e dei paesi allora suoi satelliti: una politica di complicità attiva con le burocrazie antidemocratiche al potere. Oggi come ieri, con pochi altri, il Partito radicale transnazionale tenta di rompere la cortina del silenzio che circonda questa politica di avallo delle peggiori efferatezze e crimini. Lo facciamo con la nonviolenza, sui marciapiedi delle capitali europee, davanti alle sedi dei nostri governi o delle rappresentanze diplomatiche di questi paesi, lo facciamo in sede parlamentare e, quando ne abbiamo la forza, in questi stessi paesi. Non è una politica del muro contro muro; è dialogo, certo intransigente, ma sempre attento a cogliere segnali di apertura, abbozzi di riforma nella direzione dell’affermazione della democrazia e dello Stato di diritto. È solidarietà attiva con quanti, in questi paesi, lottano, a rischio di galera, a volte di morte, per affermare la democrazia e la libertà. È l’altra faccia della battaglia che stiamo impostando per l’affermazione della democrazia a livello mondiale con la proposta di creazione di un’Organizzazione mondiale delle democrazie.
note
1 Dissidente cinese, presidente della Overseas Chinese Democracy Coalition.
2 Pubblicato a nome Mithouna, La route n° 9, L’Harmattan, 2001.


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