Recensioni

BRYAN
ADAMS Into The Fire (1987)
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Mi
preparo all’ascolto riscaldando le orecchie con il primo
dischetto (su 4!) dell’ultimo valzer della Band altrimenti non
sopravviverei allo shock; sfoglio nel frattempo il libretto e subito
noto (l’hanno scritto in neretto apposta, che bastardi) che è
prodotto da Bob Clearmountain, vecchia conoscenza di qualche altro
album che ora non ricordo. La band tranne il noto inventore della
ricetta risotto al curry è composta da comuni canadesi con
atteggiamenti e sguardi
tenebrosi-ma-bimba-puoi-tranquillamente-venire-tra-le-mie-braccia. 10
canzoni, conoscevo già Heat Of The Night. Non fa differenza.
Heat Of The Night: una mazzata sul rullante (per chi ricorda Like A
Rolling Stone) inizia col squartarci le palle. Classico rocchettino
amichevole con tastiere clementoni ma un buon organetto stempera la
delusione portando il brano verso il lido privato del cappellaio
matto Tom Petty. Alla fine non è neanche male ma mi vengono
già i brividi nella notte al pensiero dell’obbrobrio che
seguirà visto che questo dovrebbe essere l’apice della
scrittura del nostro Braia Adams dell’intero album. È la
canzone che cantano a squarciagola i liceali americani di ritorno in
una decappottabile dopo il ballo della scuola, quando le bimbe ormai
sono tornate a casa, e loro hanno i capelli al vento e tirano lattine
di birra vuota ai cartelli stradali. Into The Fire: questa è
una produzione levigata chissà chi si è preso la briga
di passare una mano di cera.. ‘sta chitarra languida ad
inseguire gli U2 mentre il chitarrista nel mezzo del brano in preda
ai fumi dell’alcool suona come D. G. in The Wall. Stessa solfa
della prima canzone, Braia avrà anche una voce catramata al
punto giusto ma scrive sempre e solo con una penna di serie b. È
un onesto rocchettone da birreria. Titolo impegnativo per la terza
canzoncina (Victim Of Love) che la dice lunga sulle nottate sudate
per cavare fuori una melodia dal cielo: ebbè! Mid tempo con
tastieroni manco pubblicizzasse un dentifricio, chitarroni che
ruggiscono nel finale volutamente amaro per sottolineare
l’incazzatura che attraversa Braia dopo che la bimba l’ha
scaraventato sotto un ponte.. e chi si credono, gli Who? In pratica
il disco è finito qua: rocchettone poco ruspante poi ballatone
agrodolce (cioè con chitarre che abbaiano, ma dolcemente) poi
rocchettone poi ballatone ecc per il festival dello scontato. Manco
fosse Van Morrison che fa i dischi tutti uguali. I rocchettini - la
traccia numero 4 (Another Day): ecco di nuovo fare cucù Tom
Petty. Canzone spedita come un corriere in autostrada (con il freno a
mano tirato. Effettivamente paragonarla al pendolino sarebbe stato
scrivere troppo). Potrebbe quasi muoversi il piedino ad accompagnare
questo rock n roll color magenta. - Only The Strong Will Survive
(allora addio, Braia): rock bluss finto sporco con il batterista che
spappola i tamburi come un marine, il vecchio chitarrista che
gorgheggia con la chitarra, il piano onchi tonc per far muovere le
chiappe. In teoria. E’ tutto di onesta serie b. - Rememberance
day - Hearts On Fire i ballatini - Native son: cantata e suonata con
i goccioloni agli occhi stile cartone animato giapponese, peccato sia
abbastanza patetica e pretenziosa nel rincorrere il Boss quando aveva
il sacro fuoco addosso.per questi suoni anni 80 ci vorrebbe
l’impiccaggione pubblica (batteria e tastiere soprattutto) -
Rebel: il ribelle senza una causa piazza l’ennesimo affondo ai
timpani con questo lentaccio da mettere in sottofondo alla prima
uscita con una bimba. “Bimba sono un ribelle ma sotto questo
scorza ho anche un dolce cuore tutto per te”. Ma vai a cagare -
Home Again: ecco! Questa ci voleva. Suono ovattato per concludere in
ridicolità il disco, avrei dato al tutto 2 stelle e mezzo (per
la stima. Non c’è un guizzo o una trovata è tutto
scialbo come le patate al forno quando dimentichi di mettere il sale.
Non hanno sapore anche se ha una sua onestà e coerenza), ma
questa ne toglie mezza solo lei. Ne piazzo 2 di stelle, come a
scuola!
B.

THE
BAND The Band(1969)
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"got a message in
my head that the papers had all come, Richard Manuel is dead and the
daylight is coming on"-counting crows. Con un nome cosi
anonimo(eppure in qualche modo definitivo)e una copertina con 5
brutti ceffi(non avevo mai visto una band formata da componenti piu
mocci di questi. a parte gli who o la e-street band.I queen non li
metto perchè roger taylor da giovane era un bell bocconcino)è
una fortuna che questo disco sia uscito nel 1968, un'epoca in cui
l'aspetto fisico non era fondamentale e si preferiva suonare
piuttosto che far vedere il pettorale;oggi, tra una cristina
aguilera, un justin timberlake e programmi che mandano in onda il tuo
faccino solo se provvisto di ombelico con un proprio codice fiscale,
questa accolita di boscaioli puzzolenti sarebbe un gruppo ye-ye
conosciuto da pochi intenditori(e poche parole)che lo spenderebbero
nei momnti clou con una bimba di passaggio("sali a casa che ti
faccio sentire un gruppo molto underground o yeah"). E invece,
ringraziando il tempismo della storia mi trastullo addirittura con
l'edizione speciale per il trentennale della sua uscita.Booklet
corposo con le solite ovvietà("il primo disco era bello
ma questo di piu") e ben 7 bonus track che sono sicuro non
aggiungeranno nulla al dsico originale. Robbie Robertson, il
chitarrista canucco, scrive tutti i brani lasciando solo le briciole
a Richard Manuel che, per nulla invidioso o risentito, ne canta
alcune con il suo falsetto ispirato e spalma il su tutte il suo
pianoforte singhiozzante come una grondaia e guida per molti
musicanti futuri. Il resto della band(un'accozaglia di debosciati
rubati alla strada e a una vita di stenti messi sulla strada per una
vita di...gloria?...be, non esagariamo)gentilemente ringrazia e crea
un pastoso sound degno della migliore tradizione contadina. Suono
classico e roots(carù o qualche altro trombone scriverebbe
"caldo" molte volte per questo lavoro che, mi gioco the
solo collection, per il buscadero è da 5 stellette. del resto
hanno messo tre stelle e 1/2 a quella cacata di peter malick...)in
tutti i 12 pezzi saporiti come un pollo paesano con i testi rubati a
qualche taccuino inedito di dickens o del dh lawrence più
sobrio declamati con una pronuncia molto auanaganaueà. Fiati
fotonici, ritmi cigolanti, organo splamato cme nutella, piano e
fisarmonica da festa di paese, mandolini e violini tradizionali e e
voci rassicuranti:un incrocio tra i creedence e il neil young di
tonight's the night. Il tutto sembra un quadro di quelli che ci sono
nelle vecchie bettole che osservano non osservati la tranquilla vita
dei viandanti di una famiglia dell'800, padre ferroviere, madre
casalinga volto imbronciato e fiero, 15 figli e il nonno che racconta
la guerra dell'indipendenza con voce querula. Da across the grat
divide, titolo che lascia presagire grandi spazi, alla bucolica e
conclusiva king harvest non c'e un minuto superfluo e anzi, abbondano
i momenti di gloria, momenti collettivi e di danza popolare(non
stupisce che rag mama rag sia stata ripresa dal boss nel suo recente
tour)come l'afflato erotico di jamina surrender(in cui il
protagonista la cerca senza ritegno alla bimba di turno)the night
they drove the old dixie down(con i suoi eroici la la la la), la
gaudente up on creeple creek e i tre tempi di jawbone. Un disco di
personaggi alla vecchia maniera dei cantastorie catarrosi e
affascinanti del west che piacerà agli amanti del van morrison
meno jazzato e ingessato. Adam Duritz, mi gioco il cappello,
possieede almeno tre copie di questo disco. E' ora che anche voi ve
ne procuriate una.
G.

BLACK
CROWES Amorica (1994)
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Ho letto la recensione
di Massignani del novembre 94. Gli mette 7. Ma non si strappa la
parrucca. Nicola mi ha regalato un librone del Rolling Stone con i
500 dischi migliori di sempre. La solita buffonata con i soliti noti.
Io e te (soprattutto tu) avremmo fatto di meglio. Come fanno a non
mettere Swordfishtrombones? E gli Eels? Hanno messo So di Peter
Gabriel e non il III (un capolavorone sensazionale che apprezzerai
quando ti svecchierai le orecchie). E tra i primi 100 c'è All
That You Can Leave Behind!! Si, proprio quello che con un eccesso di
cattiveria hai stroncato nel numero scorso. E non c'è The
Unforgettable Fire. Ok, basta che la bile sta bussando. Questione
Guido Giazzi: è un coglione sordo. La conferma l'ho avuta
leggendo la recensione di 9 di Damien Rice dove mette tra i pezzi
migliori Rootless Tree, un rocchettino che vuole essere aggressivo
(specie nel ritornello infarcito di fuck you) ma è patetico
come il cattolico che in mezzo a persone più emancipate, dice
"cazzo" per far vedere che ache lui dice le parolacce.
Giazzi, famm nu cuopp. Tornando asti corvacci neri, faccio un ascolto
one sors e poi scrivo una recensione più fresca e moresina.
Fingendo dinon sapere l'inglese cosìalmeno non mi incazzo per
la dozzinalità dei testi. Se sei onesto non lo puoi mettere
tra i 100 tuoi dischi migliori. Sono crudi, coerenti ma il sangue non
scorre uguale per tutte le ferite. Ecco, se non faccio caso a quelle
ciofeche di testi è molto più carino. Sound bello
compatto, cattivo ma non crudele, cantato e urlato con mestiere da
quel moccio di chris Robinson e suonato con la sigaretta in bocca e
il basso sotto lepallecome si addice ai gruppi sporchi e dannati.
Echi endrixiani (ani ani ani) qui e lì, una spalmata di
Zeppelin e il santino del Jeff Beck Group sul frigorifero (nel
ritornello di Conspiracy c'è Rod Stewart che fa cucù)!
Ogni tanto compare qualche scampolo di Bob Dylan (soprattutto in
alcune organate gettate nella mischia) ma con il ghigno al posto
dello sguardo da belloccio dei primi anni 60. Poi Mick Jagger è
distratto e va perdendo le canzoni o le regala (la strofa di Cursed
Diamond è degli Stones) e così viene fuori una bella
mezda di suoni anni 70 non male. Senza testi e sentendo il singer
sbraitare con tanta passione sembra quasi che canti qualcosa di
sensato (e non le solite erotiche e machiste parole per la "my
baby" oppure dichiarazioni accorate riguardo alla difficoltà
di andare avanti in questo mondo difficile dove sei solo contro tutti
e devi farcela con le tue forze anche se è una lotta lunga e
dura. E nessuno può aiutarti tranne te stesso. Che lezione di
vita. Ora mi commuovo e vado a meditare sulla vita) (e cazzo, ho
riletto i testi). Alla fine del viaggio non ho polvere sugli stivali
e c'è ancora benzina. Ho qualche buona canzone per il lettore
mp3 (le prime due, qualcuna nel mezzo) qualcuna da cancellare (Good
Sunflower sembra fatta seguendo le istruzioni), ballate a cui
affittare il cuore (quello che non ho inzuppato nella birra) tipo
Descending, un pezzo da giostra (London) e uno da veranda (Wiser
Time).Non è molto ma me lo faccio bastare. Non è poco
ma mi aspettavo un po' meglio.
G.

EELS
Electro - Shock Blues (1998)
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più
Schiribizzi di una
chitarra tortuosa aprono il secondo dischetto degli amichi eels e mi
fanno dimenticare tutta la sbobba sbirciata – leggermente - su
internet per aiutarmi nello scrivere questa recensione (non ho tanta
voglia, ultimamente, le scommesse vanno male): secondo disco, mi
sembra, dopo lutti omicidi e suicidi vari nei paraggi. E vabbè.
Non è da questo che si giudica un dischetto come non si
giudica un giocatore da un calcio di rigore.. e de gregori la smetta
di copiare dylan la canzone che era praticamente la stessa di
buonanotte fiorellino è winterlude su new morning (1970) te ne
avevo accennato ma non ti avevo detto il titolo. Dovrei mangiare più
pesce. Infatti sono già arrivato alla quarta canzone (My
Descent Into Madness) e non ricordo un cavolo di quello che ho
ascoltato e fra poco devo passare alla posta, ma in un paio c'è
qualcuno che ricama ® con un organetto in sottofondo come piace a
me; ma tu i miei gusti li conosci. E' meno industriale di quello che
immaginavo, non ci sono ciambotte particolari (mi aspettavo una copia
dell'ultimo tom waits) gli strumenti sono la chitarrina alla lou reed
di the blue mask – straconsigliato – l'organetto che
striscia come un serpente, qualche fiato sparato qua e là un
pianoforte alla tom & jerry e una batteria in sordina. Vado alla
posta e sono già alla sesta canzone (Hospital Food)! Che non
mi piace molto specie nel ritornello “hospital food”, mi
vengono in mente le canzone finto allegre che passano alle radio le
bimbe sculettanti ma dal bel culetto tondo. Suonano tutto i 2 signori
E. & Butch, manco fossero Jerry Garcia & Bill Kreutzmann
nello stupendo disco d'esordio del nonno barbuto (quello si, 5
stellette): si passa dalle atmosfere marinaresche della canzone n°1
e 5 (Elizabeth on the Bathroom Floor e 3 Speed)alle ballate
rumoristiche come le tracce n° 2 e 3(Going to Your Funeral, Pt. 1
e Cancer for the Cure), alla velvettiana n° 4 ((My Descent Into
Madness) ed è un sentire niente affatto pesante, non ti fa
stare con il pollice sul telecomando pronto a cambiare canzone appena
inizia a sfumare. Il resto è simile ai radiohead elettronici,
resta da capire chi abbia copiato chi,a partire dalle voci filtrate
nel citofono del palazzo, archi campionati e facce da bibliotecari,
qualche bella apertura melodica e simpatici ritornelli, dolci
schiamazzi acustici e così va la vita. Bel dischetto, credevo
molto peggio.Disco consigliato a coloro i quali tarderanno a prendere
sonno dopo l'eventuale vittoria del berlusca alle prossime politiche
e a coloro che non proveranno più a dormire.
B.

PETER
GABRIEL Growing Up Live DVD (2003)
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più Negli
stessi stracci usati da Sean Connery in Il Nome Della Rosa lo zio
Pete fa subito vibrare il Filaforum e noi sulle note piene e/o scarne
(a libera scelta) di Here Comes The Flood, una ballata strappacuore
che mette in evidenza una voce sempre più fumosa e
coinvolgente, mentre si affanna un po' sui tasti con la passione di
un adolescente alle prime armi. La seguente Darkness ci riporta al
suono mezzo maledetto di Up; melodie mai banali e da capogiro
affogate in una marea di diavolerie elettroniche. Intendiamoci,
sempre accettabili, ma se incidesse un album solo voce e piano e poco
altro (come il recente R. Newman) sarebbe una goduria. E poi che
voce, secondo solo a Van The Man. Per inciso a fine visione lo
denuncio per nepotismo: mi sfugge ancora il ruolo della figlia, a
parte quello di agitare di qua e di là il microfono. Togli
invece qualche disoccupato dalla strada! (Tra l'altro Peter Gabriel
l'ho scoperto io in tempi non sospetti). This is Red Rain: versione
roccata del classico del nostro. Organo insistente, ritmica accesa,
T. Levin che suona il basso col telecomando (o ha le bacchette rubate
ai ristoranti cinesi) mentre qualcuno nel retrobottega gigioneggia
alle tastiere. La stessa zampogna usata da Steve Earle in Copperhead
Road apre una liquida e discorsiva Secret World: great song, ballata
docile fino a quando non esplode, manco rivivessero gli spiriti
antichi di D. Teegardeen a battere sui tamburi e Mastro Phil Lesh a
fare l'incollone con il basso; per ora non posso stroncarlo un dvd
del genere! Con le successive Sky Blue e Downside Up abbiamo una
leggera caduta di tono, soprattutto quest'ultima, mediocre come
composizione e cantata dalla voce impertinente senza nè carne
nè pesce della corista (vedi su); il bassista suona una
cocozza modificata geneticamente ma è sempre il solito
stantuffo, il chitarrista viene messo invece sempre nell'angolino
buio come in tutte le altre canzoni. E quando scorazzano a testa in
giù per il palco verrebbe voglia di mandarli a cagare al circo
Togni, ma sappiamo che P. G. è ometto di spettacolo. Sky Blue
è una lunga jam session di 8 minuti che parte tambureggiante
con l'Africa nelle vene nel mezzo ha un grande ricamo fra organo
ecclesiale e pianoforte profano e finisce in gloria nel gospel dei
mitici (o mitichi) Blind Boys Of Alabama, che borbottando
all'infinito fanno tremare anche la madonnina del duomo. Poi si ha un
altro calo di qualità con The Barry Williams Show e More Than
This: arrotando gli strumenti e guidando la telecamera come Totti ci
propone una brutta versione funky dondolante del singolo dell'ultimo
album, canzone assai mediocre come la successiva che inizia in stile
discotecaro e alla fine conferma di essere una ciofeca. Ritorniamo a
grandi livelli col classico Mercy Street, ipnotica; nell'attacco è
chiaro l'omaggio a And We Bid You Goodnight con i quali i Grateful
Dead erano soliti chiudere le loro maratone musicali. Digging In The
Dirt, titolo waitsiano (per chi conosce Tom Waits) è una
canzoncina elettronica tipica degli anni 80, poche invenzioni, molto
chichè da stadio. Growing Up ce lo mostra nella palla di vetro
di Iva Zanicchi che gattona canticchiando la solita canzone zeppa di
suoni che si confondono a vicenda: peccato l'inizio era buono, poi si
perde un po' per la strada; la seguente Animal Nation è la
prima composizione finalmente libera da orpelli e roccocò,
niente di eccezionale ma la qualità ritorna a salire fino alla
jam finale di buona fattura. Ma il Boss presenta la band in
tutt'altro modo! Imparare, gente. Solsbury Hill e Sledghammer sono
poco arrosto e troppo fumo, nemmeno troppo divertenti, 2 canzoni
mediocri. L'unico spasso è vedere Peter Gabriel vestito da
gallinaccio. Il trittico poco lucano che conclude questo lungo
concerto (Signal To Noise, In Your Eyes, Father Son) invece è
una bella botta alle coronarie con in successione le melodie sghembe
dei gorgheggi di Nusrat Fateh Ali Khan (noi con l'anticolluttorio non
ci riusciamo così bene), il ritorno nelle braccia di mamma
africa della grande In Your Eyes (con la voce da ippopotamo di T. L.)
e la conclusione (come l'apertura) in solitudine accompagnato
solamente da tastiera e basso, quest'ultima dedicata al paparino.
Dettagli: ottima la prima parte e il finale, voce al muschio, T. L. è
sempre in palla, il chitarrista è un po' nascosto da tutto
l'ammasso di suoni che lo circonda, buono il pianoforte di Rachel ma
quando suona la diamonica fa solo danni. Troppa scena artificiosa, e
poi il canzoniere (a parte le perle) è quello che è..
B.

MICK
JAGGER Goddess In The Doorway (2001)
1/2 Recensione
rapida e indolore. Ospiti roboanti: uno spelacchiato Pete Townshend,
Bono appena di ritorno dalle foreste equatoriali dove uno sciamano
gli ha trapiantato la voce del cardillo africano, un barbone
miliardario (Lenny Kravitz) e il sultanese Joe Perry, noto attore di
film hard dal 1990 al 1998. Un mucchio selvaggio di gaglioffi e
brutti ceffi, come vedremo, che ben si è prestato ad affossare
la poca credibilità che può avere un uomo come Mick
Jagger, uno che ha avuto il coraggio di licenziare quella corista
nera doppia come l'acciaio, forgiata dal dio dell'Abbondanza (vedere
quel dvd dei Rolling Stones che davano con l'espresso qualche anno
fa). Allora è davvero un altro sporco gay. Si parte
sculettando col singolone Visions Of Paradise intorno alla melodia di
questo pianista monco, rocchiamo un poco nel ritornello ma ritorniamo
subito nei ranghi con la coda fra le gambe quando partono gli archi e
quella vocina elettronica. Cavoli a merenda. E come un broccoletto di
bruxelles ecco nella seconda traccia Mr. Bono, che passa il tempo a
dormire in tenda nelle sale di registrazione sparse qua e là
per raggiungere quota mille partecipazioni in dischi altrui entro il
2010, e come fai a dirgli di no visto che lo zio Mick è un
anche stato nominato qualcosa dalla regina d'inghilterra, quindi
conosce le buone maniere dei nobili. Ma perchè fare un puzzle
in ogni canzone: cori gospel, ritornelli rocchettari, archi, un po'
di sana elettronica? Il problema è che tutto mescolato in una
canzone, non spalmato in un disco. Però che inizio, questa
Dancing In The Starlight. Dico si fare lo smorfioso ma non deve per
forza ululare come un cojote puzzolente (tu che m'hai criticato Norah
Jones e poi mi slinguetti sulle chiappe di zio Mick, cito testuale
"però che voce, a 60 anni passati,e guarda ancora come si
muove"). Da qui in avanti si scende negli inferi. God Gave Me
Everything ricordo che fu usata per il lancio della playstation 2
mentre Lenny Kravitz con la sega elettrica al posto della chitarra
ammazzava tutti i cattivi e gli sbirri spioni del videogioco. Ah, ah,
ah, non ci credo! Sono alla canzone n° 5, e mi vergogno già
a leggere il titolo al posto suo. Beh, Jennifer Lopez almeno con
quelle chiappe tropicali ci avrebbe fatto la sua porca figura, ma lo
zio Mick, quello che blaterava “I'm a monkeyyyyyy”
ridotto in questo stato pre-comatoso e commerciale non me lo sarei
mai aspettato. Vado avanti rabbrividendo. L'ora del ballatino
puntuale come l'ora del the, Don't Call Me Up, dignitosa e il
ritornellino mi potrebbe anche acchiappare, se non fossi prevenuto.
Ma canta “don't call me Al?” come Paul Simon cantava “you
can call me Al”? Episodi disco e pure di grana grossa (Goddess
In The Doorway e Gun) su cui mi affretto a non pensarli affatto, Oh,
per mille balene. Everybody Getting High è una discesa
nell'inferno della formula 1, Lucky Day un r & b cantato alla
maniera di Robbie Williams, quindi soprassiedo. Too Far Gone. Almeno
alla fine del disco arriva una bella porzione di amarità con
l'organetto come piace a noi, suonato in un tramonto estivo e con la
lattina di birra appoggiata sui tasti e i mazzoccoli da
sgranocchiare. Brand New Set Of Rules: altro ballatino, ma
leggermente zuccherato. Siamo a dieta, signori, bisogna stare
attenti. 4 canzoni decenti su 12 sinceramente è poco e si
merita una simpatica stella e mezzo mentre viene spernacchiato. In
fede, un vero fan degli Stones della prima ora.
B.

THE
PETER MALICK GROUP FEATURING NORAH JONES New York City (2003)
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più Dischetto
tonico e stringato adatto per quelle mattine in cui hai poco tempo da
perdere e con voce granulosa ti lamenti "che cazzo mi sento in
mezz'ora?". Inizi a fare la lista dei cd appetibili che stanno
in un marsupio e se è vero che The Heart Of Saturday Night
dura 40 minuti, ne perderesti altrettanti per decidere cosa
sacrificare al Dio Tempo... "Depot, Depot? Nah, forse Shiver Me
timbers? Nemmeno." In un residuo di romanticismo da bar alle 6
del mattino decidi che hai legato le tue ossa a San Diego Serenade e
anche Fumblin With The Blues è irrinunciabile. Ma i 30 minuti
sono trascorsi e i piedi volano verso la stazione al suono di "Nessun
suono stamattina". Il fischio, oltre al vento, ti fa venire in
mente le figurine e gli scambi che facevi da bimbo, con tutte le
doppie che ti rimanevano sul groppone e pensi ad una doppia a cui
vorresti salire sulla groppa e il suo nome è Norah Jones che
ha fattoun disco di 30 minuti che mentalmente deponi sulla mensola
per l'ascolto del mattino successivo (che collegamento, coc).
Copertina blu come le notti senza lavoro ad ospitare 7 songs (tra cui
una cover dell'eterno Bob Dylan) elegantemente impacchettate dalla
voce della gatta morta affusante, altezzosa e iraconda (ma senza mai
scalfirsi le corde vocali) e trasgressiva come Donato Burundi con la
maglietta degli Iron Maiden. Del resto mica è Adam Duritz che
potrebbe farti commuovere cantandoti gli ingredienti delle Girelle.
Vamos, vamos. NYC - Premetto che non mi sono mai piaciute le donne
canterine (a parte Patti Smith ma non è una donna) ma uomini
che cantano con voce femminile (Thom Yorke, Jeff Buckley o
l'inarrivabile Freddie Mercury). Tant'è. Mi stupisce che ti
piacciano ste canzoni con 'sta batteria pulitina e un andamento finto
blues finto jazz finto vintage e questa voce che ti vuole fare
arrapare e tenta di ricarlcare le grandi voci soul (penso a sorella
Aretha) (ndr. ma tu quando cazzo mai hai ascoltato Aretha Franklin?
"mi hanno prestato un cd anni fa quando tu non potevi
controllare e non te l'ho mai detto" non vale come risposta) e
finisce col farti pensare a cosa fare stasera. Un'onesta canzone pop.
La voce mi fa abbottare i coglioni con quel suo voler cercare di
corteggiarti a tutti i costi. Ma risulta artefatta. Strange
Transmissions: Sua Antipatia blatera come dovrebbe fare una che è
stata definita the next big thing. Suono pulito e poco rootsy come
nei dischi di Clapton. Ed è proprio qualche pezzo di Slowhand
che mi ricorda, quelli (troppi) che ti salutano e il minuto dopo ti
sorprendi a chiederti il colore dei capelli del tipo svanito via.
Suono piatto come il mondiale di Totti ma in definitiva non male.
Deceptively Yours - Almeno ha un ritmo ma quella voce da gallina non
la sopporto. L'organista si dà da fare e per dare un ritmo il
drummer ha aperto l'hi-hat. Peter Malick giustifica la sua presenza
con un assolino alla Simon & Garfunkel. Vorrebbe far sudare le
pareti questo pezzo ma va sul palo, riga, fuori. All Your Love:
classico blusaccio da cantina niente male. Ma questa canta il blues
senza passione. Troppo maestrina, troppo precisina, troppo dentro le
righe. Un po' air-guitar, basso ciondolone. Ma a 'sto punto chiama
Giorgia che è più brava e costa meno. Pathos zero.
Canta il blues come si canta il blues, con tutti i clichè del
caso. Ma appunto, sono clichè. Coc, la odio, che ci posso
fare? Heart Of Mine: song countryeggiante ed è già
meglio con un bel cantato più arioso e spontaneo. Me la
immagino cantata da un cantante con i controcoglioni e mi spezzo la
schiena dai brividi. Ma te l'immagini cantata dalla voce spazzatutto
del boss? p.s. qualcuno dica al chitarrista che il pedale per
cambiare il suono è più a sinistra e alla cantantroppia
che non basta arrochire la "a" all'inizio di ogni sillaba
per risultare credibile come soul diva. Things You Don't Have To Do:
e chi è, Tom Petty? Chissà che mi credevo, coc.
M'aspettavo pianoforti commossi, latrati alla luna smozzicati,
chitarre ruggenti e cosa mi ritrovo? Ovatta dappertutto. Certo, non
aiuta il fatto che Norah Jones ce l'ho proprio sul culo. p.s. che
senso ha mettere la radio edit di New York City visto che l'originale
dura appena un minuto in più? Misteri del MARKETING.
G.

VAN
MORRISON Astral Weeks (1968)
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1/2 Van
Morrison (parente di Jim? In effetti come si chiama? Van è il
nome? Vanna? E’ una femmina?) prima dei festival di Spoleto e
Perugina, prima di entrare nello stereo di Nardozza senior, prima che
Carù si vantasse nelle sue interviste (“Ciao, Van.
Grazie per il regalo che mi hai fatto al compleanno”), quando
Mr Jones era solo un modo che usava Dylan per terminare la strofa di
una song del leggendario Highway 61 Revisited, prima di barattare una
corda vocale con 10 galloni di whiskey (town), prima di accendere il
sigaro e un santino a Tom Waits, prima che Michael Bublè
facesse masturbare le bimbe su Moondance, prima che Tom Waits
emettesse un solo latrato, prima del R & B, insomma, settimane
astrali fa, il vecchio Van the Man era un crooner da cuori solitari
che centellinava gli strumenti a non i minuti e che con la chitarra a
tracolla cantava nelle stradine di Dublino la sua disperazione di
amante in bilico, raccontando anche di drag queen e scrivendo un
piccolo manuale per giovani amanti.Riuniva i suoi appunti, le sue
verbosità ammutinate da gridolini soffocati e li portava in
giro a dire… Astral Weeks.Disco prevalentemente acustico a
parte qualche bordata di fiati qui e li, una sviolinata per comprare
una rosa ed un racconto stradaiolo.Dopo il terzo ascolto non faccio
il song by song ma mi affido ai ricordi. L’apertura (Astral
weeks) è la cartina di tornasole dell’intero disco: su
un tappeto persiano di chitarre arpeggiate e no, lo scorburbero
(aridaje) madonna e strepita con voce ancora sull’albero e si
lamenta con la bimba e come un adolescente ai primi dubbi si domanda
se sia adatto per questo mondo (quando dice “yeah” sembra
si metta due dita in bocca). Buona, finale allungato come le gonne
prima di Mary Quaint.Segue una canzone pretenziosa o troppo
pasticciata (Beside you non mi piace proprio) (o è il mio
neurone che proprio non riesce a capire ste canzoni) mentre Sweet
thing è una dichiarazione d’amore dall’andamento
corrucciato (ogni tanto gli si incastra la lingua) che si apre come
una finestra rotta ed è per questo più facile spiare il
giovane amore al quale la canzone è rivolta.Cyprus
avenuedall’andamento bucolico ci racconta di quanto è
tr’mon con le bimbe e allora va sul fiume con un vinello
cilieggiato e si mbriaca così da trovare il coraggio per
cercarla alla 14enne. Violini e strings a iosa per una canzone che
non mi dice granchè (e ancora la lingua che si incastra –
fatti visitare).The way young lovers do con una produzione migliore
(e non alla Gianni Morandi) sarebbe stata una canzone epocale con
quel ritornello che ti sbatte per terra e ti supplica di cantarlo.
Fiati manco fossimo a New Orleans e Van che fa il gradasso con le
ottave.Madame george, descrittiva, lunga ma affatto noiosa. Qui zio
Van mi fa allargare il follicolo pilifero e i peli delle braccia si
lamentano di non essere 2 miliardi perché, sai che effetto una
standing ovation di 2 miliardi di peli?Applausi sinceri. Si sale,
signori, allacciare le cinture.Ballerina: richiesta accorata di Van
che canta con maggiore sicurtà (nel frattempo glie l’avranno
data e fa il “vissuto”) rispetto alle prime songs. Ancora
una storia d’amore non corrisposto (e io che pensavo che nei
’60 fosse più facile rombare. Ma in effetti Van non è
sto gran gnoccolone). In questa song il cantato strascicato rende
perfetto il senso di incertezza delle liriche.Gli arrangiamenti sono
un po’ eccessivi (e ancora la lingua! Che cazzo hai, Van?) come
se dal numero delle note dipendesse lo stipendio.Slim slow spider:
Keith Richards, fosse stato nei paraggi, avrebbe rubato il taccuino
con gli accordi di ‘sta song e l’avrebbe messa tra Bitch
e Sister Morphine.Chiusura triste e dimessa. La bimba lo ha mandato a
cagare per uno che ha la cadillac (Springsteen?) e lui fa il
bellissimo dicendo che “tu stai morendo, bimba, e so che anche
tu lo sai”. Van, accetta la sconfitta e va ruorm’ in via
dei Cipressi.Coc G.Ps kok, di più proprio non posso 4 stelle
appena appena le ho date a Born To Run. Non fare l’offeso.
G.

QUEEN
News Of The World (1977)
![]()
So per
certo che il più grande successo dei Queen – We Are The
Champions – è un’ode ai ragazzi ciccioni di questo
mondo, forse lo stesso Freddie da piccolo era un ciccione smisurato
di quelli che si ingozzano e innamorati alla follia fanno un brindisi
collettivo a tutte le bambine con la coca cola nei bicchieri di
plastica rossa. Tutto questo viene confermato dalla canzone che la
precede (We Will Rock You): niente è lasciato al caso, la
sequenza delle canzoni del dischetto è voluta ed il suo
intento è proprio quello di abbattere un passerotto e di
diventare la colonna sonora preferita di ogni festa da ballo che si
rispetti; il coro (lo stesso coro schiavizzato più in là
da R. Waters) poi urla su un ritmo di guerra fino a quando non arriva
il profeta May con la sua chitarra sghemba ad offrire a tutta la
classe V sez. C. il suo tipico assolo che l’ha reso famoso e
riconoscibile in tutto l’istituto, quello che va bene anche per
i cartoni animati violenti giapponesi. Di We Are The Champions si sa
tutto, e la fine che ha fatto non le fa onore; se anche Ravanelli
l’ha urlata nel festino dopo aver vinto la ciempson lig, ui ar
de ciempions, qualcosa proprio non quadra. Le voci e gli effetti
delle voci in tutto il disco il più delle volte sono
stucchevoli e bambineschi. Qui sconfino nel campo della cronaca nuda
e cruda: quel mattacchione di R. Taylor dopo anni di ricerche e
fatiche omeriche finalmente vede premiata la sua costanza e finisce
con lo scrivere 2 canzoni incluse nell’album, la traccia numero
3 (Sheer Heart Attack) e la 6 (Fight From The Inside) a riprova che
l’album è dedicato a tutti i liceali sparsi in
Inghilterra. La cronaca, dicevo: dopo l’enorme sforzo
compositivo il Taylor si racconta sia stato ritrovato sudato esanime
e stropicciato all’alba dal Mercury desideroso di farsi
prestare in fretta e furia una lametta gillette per depilarsi le
gambucce. Freddie racconterà più volte la scena nelle
sue interviste. Il buon Roger giaceva a terra ma la sua mente
raggiungeva lidi esoterici, la macchina da scrivere divelta dal suo
solito posto e scaraventata lontano – come per esorcizzare una
maledizione antica – con accanto a sé i 2 fogli
protocollo autografi con la stesura completa (parole e note) di Sheer
Heart Attack – un geghegè a 100 all’ora, la
versione in seguito ripresa da Rita Pavone ne toccherà
solamente i 90 – e Fight From The Inside, ennesima
dimostrazione d’affetto per i ragazzi di strada (infatti è
brutta apposta come una periferia di città della Sacra Padania
Unita). Chiuso l’argomento toccante e storico – per far
comprendere ai lettori il travaglio di questo disco: molta farina
viene dal sacco del May (mi sembra 4 canzoni) il ricchione con i
baffi 3 songs (ogni tanto strimpella il piano), del Taylor abbiamo
già detto mentre J. Deacon si barcamena con Who Needs You e
Spread You Wings. Who Needs You: O, santi numi! Canzone leggera come
una fetta di mortadella, popparola, adatta alla colonna sonora del
filmino delle vacanze di qualche turista tedesco panzuto. Troviamo B.
May che si fighetta con i suoi arpeggi tropicali all’acustica,
il batterista che tiene il tempo sul tavolino del bar mentre
sorseggia un martini, il bassista non si sa se suoni oppure stia
facendo surf e fa ciao ciao con la manina agli amici che suonano al
bar in spiaggia. My Melancholy Blues. Ne ho sentite di baldracche
cantare nei night club ma questa zoccola dai labbroni rosso fuoco e
il pellicciotto con coda di volpe le batte proprio tutte. Mi avevi
rassicurato: “Questo è un bluss, caro mio!!”..
Invece è di una ridicolezza penosa, un piano bar, la
baldracca, potrebbe esserci tranquillamente una sezione ritmica di 73
anni di media che suona questo swing a basso costo e nessuno si
accorgerebbe della differenza, nel frattempo che i suonatori diano
un’occhiata distratta alle cameriere che sballonzolano la loro
mercanzia in giro per il locale e i signor Pannella, muniti di sigaro
rigorosamente sempre acceso – anche quando è finito –
in attesa dello spogliarello delle 2.30. All Dead, All Dead e Spread
Your Wings (c’è il pianoforte suonato a distanza con lo
stuzzicadenti, come se non volesse fare tanto rumore, mah, il
ritornellino è azzeccato) escono dal cilindro delle ballatone
e si prendono la loro sufficienza striminzita ma riescono a dare quel
minimo di dignità che ogni album dovrebbe mantenere, se tutti
si sfoderassero le orecchie appena svegliati. Get Down, Make Love è
un funkettone proto funk sottofondo di una fonderia di gay al lavoro,
il cantante – il gay – ha una chiave inglese numero 58 e
la struscia mentre gorgheggia amaramente sulle chiappe sculettanti
del Taylor che batte sui tamburi meccanici. May fa sempre il
gradasso. Oh, per mille balene, che finale. Testi profondi,
dappertutto nell’album. Li puoi trovare nell’abisso delle
banalità accanto all’ultimo Neil Young. Sleeping On The
Sidewalk è la centesima canzone da cabaret dei Queen e It’s
Late riffa già meglio ma perbacco questo disco me lo sono
perso per tutti questi anni, che io sia maledetto! Se proprio siete
fanatici dei Queen dovete comprarvelo e amarlo alla follia, se vi è
appena morto uno zio in Australia lasciandovi tutto il malloppo in
eredità potete spendere 10 €, per il resto dell’umanità
è meglio che pensiate a cosa mangiare stasera.
B.

QUEEN
Return Of The Champions (2005)
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meno inutile
stare a discutere se sia stato giusto per i vecchiacci taylor e may
tornare a calcare i palchi di tutta europa con il nome queen con un
nuovo cantante (il signor rodgers gia' ugola dei free e dei bad
company,gruppi che nn avevo mai sentito nominare in vita mia) e una
formazione priva del buon john deacon(sparito dalla circolazione nel
1997 dopo un'apparizione in compagnia di elton john per una data
dello spettacolo del coreografo maurice bejart).ormai il dischetto e'
uscito, i queen(bah)hanno avuto la loro dose di sold out e taylor
potra' comprarsi una nuova barca(a patto pero' di battezzarla con un
nome diverso rispetto alla precedente che si intitolava "tigerlily
of cornwall").dunque...le luci si abbassano e sul roboante boato
della folla troviamo un delicato e ruggente paul rodgers che si
accompagna con la chitarrina in una versione di reachin out(brano di
cui ignoro la provenienza)che nn sarebbe male se il vecchio paul nn
si affannasse a dimostrare che anche lui ha il vocione etc
etc(sensazione che si ha un po' per tutto il dischetto, in cui il
nostro forza un po' tutte le note quasi a voler giustificare la sua
presenza).dopo l'intro entra la band, may fa ruggire la sua red
special per un'ottima versione del classicone tie your mother down in
cui taylor perde almeno 15 dei 30 chili accumulati in questi anni
senza tour.il ritmo viene subito spezzato da una delle versioni piu'
flosce di i want to break free, brano che si reggeva in piedi solo
grazie all'interpretazione di freddie e che qui si rivela in tutta la
sua pochezza(sempre meglio,comunque, della versione in studio in cui
la produzione affossava l'assolo clownesco di may...ah, gli anni
80).si prosegue con fat bottomed girls (che i nostri nn facevano dall
tour di hot space) in una versione abbastanza fedele
all'originale.wishing well sara' di paul rodgers ma me la ricordo
poco.taylor conta i 4 come nei mitichi giorni di wembley per una
funkeggiante another one bites the dust con rodgers che omaggia
freddie ripetendo i suoi stessi vocalizzi.altro giro altro regalo con
crazy little thing called love che poco aggiunge allle versioni gia'
conosciute.qui si sente puzza di pilota automatico.l'atmosfera si
rilassa con taylor che prende il microfono per say it's not true,
scritta nel 2003 per nelson mandela.danny miranda alla chitarra
accompagna il vecchio rog in una canzone ca ne feta a ne
addora.arriva il momento di gloria anche per may che toglie dalla
soffitta '39 e stroppia un po' love of my life(ma lo perdoniamo, lo
fa per omaggiare freddie e poi la ggente c'ha bisogno de cantalla,
aho').ancora may(ma a che cazzo serve paul rodgers se cantano tutto
sti due?)che inizia hammer to fall come un bluss anni 30 poco male
per poi far entrare la band.taylor per poco nn sbaglia l'attacco e a
me per poco nn mi viene, un attacco.feel like makin love ci porta
negli anni 60,bel feeling bel sound.taylor per la prima volta dal
tour di the game(1980) torna a fare un assolo di batteria seguito da
una selvaggia versione di im in love with my car cantata dallo stesso
rog con la grinta di sempre anche se le parti alte nn le becca
piu'(ah,l'eta').il guitar solo ci ricorda che may e' il solito
scassapalle(meno male che hanno inventato il tasto skip)e il primo cd
si conclude con la chitarrra che sanguina in last horizon.il secondo
cd inizia con taylor che canta these are the days of our lives con
mestiere e nulla piu e si va avanti con radio gaga(duetto tra taylor
e rodgers)che gia' mi faceva cagare cantata da mercury figurarsi
così.a questo punto rodgers si rompe il cazzo e dice "oh
il microfono e' mio e canto io".can't get enough of your love e'
puro divertimentto con la band che picchia come la e-street band con
la differenza che may sa suonare la chitarra. a kind of magic
avrebbero fatto meglio a nn metterla visto che paul rodgers l' avra'
ascoltata 2 volte mentre in i want it all may ci regala un assolino
niente male anche se roger e' esausto e ogni tanto accelera a
capocchia(ora capisco perche non hanno fatto now im here).boh rhap e'
una paraculata con un duetto virtuale tra mercury e rodgers(il quale
si baglionizza nel finale stile varieta' del sabato sera abbinato
alla lotteria).the show must go on e' presentata nella miglior
versione possibile considerando che neanche freddie sarebbe riuscito
a cantarla dal vivo come in studio.all right now(dei free)e' all
right con i matusa in grande spolvero e rodgers che sfoggia la sua
invidiabile estensione vocale(oh, il nonnetto ha 56 anni,mica
cazzi).si conclude come da 28 anni a questa parte con l'accoppiata we
will rock you/champions,quest'ultima impreziosita da una ottima
interpretazione bluesy di zio paul.in conclusione:la band gira bene
su i pezzi piu' veloci mentre su i lenti perde colpi come un jack la
motta a fine carriera.il repertorio poteva essere migliore(troppi
classichi e poche chicchette...mi aspettavo qualche pezzone in piu'
dai primi dischi)ma si sa:business is businness. tre stelle meno
G.

TOM
PETTY Wildflowers (1994)
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Il
cantante di Gainsville (U.S.A.) sotto la supervisione di Re Mida Rick
Rubin dà alle stampe Wildflowers, disco che contiene ben 15
canzoni di ROCK ANNACQUATO suonate con la solita professionalità
dai fidi Heartbreakers e cantate con l'usuale svogliatezza dal
barbuto biondino. Il disco, coerente nella sua piattezza, forse
impoverito dalla produzione (che a volte risulta un po' troppo
levigata per il tipo di musica proposta) presenta i pregi e i difetti
tipici della scrittura di Petty. Rock col freno a mano tirato, Petty
privo di una voce degna di nota, non marchia a fuoco neanche una
canzone, col suo incedere da Lucky Luke dei poveri, armato di
caramella a molla enuncia con scarsa convinzione un rosario di
canzoni che avrebbe bisogno di una voce sguaiata ed abrasiva e non
questo flebile vegliardo che non sarebbe buono manco per leggere le
previsioni del tempo. Certo, poco lo confortano i testi,
un'accozzaglia di banalità e copia e incolla dal catalogo dei
peggiori Def Leppard e giri armonici incisivi come il sole di notte e
noiosi come una ragazza dopo che sei venuto. Ma non è tutta
merda quella che puzza: qualche canzone saporosa di anni 60 (Don't
Fade On Me) una To Find A Friend strappacuore rubata a Simon &
Garfunkel e qualche blue collar rock di buona fattura (Cabin Down
Below, Honey Bee e qualche altra). Per il resto tanto mestiere con un
occhio al conto in banca e uno al songbook di Dylan (ma il barbuto
Tom deve avere problemi di vista.. o ha messo il libro al contrario).
A peggiorare il tutto l'espressione cazzuta che il nostro ha nel
booklet, manco avesse scritto Highway 61 Revisited (e non 15 scoregge
inodori) . E questo sarebbe uno dei migliori autori americani?
G.

LOU
REED Berlin 1973
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più Ti
avevo detto: "coc, prestami un bel cd con le chitarre che mi
fanno saltare la forfora" e mi hai appioppato Berlin, una pseudo
opera rock prodotta da quell'antipaticone di Bob Ezrin (dice: "Ma
ha prodotto Alice Cooper". Ma tu quanti dischi hai di Alice
Cooper? Io so che ha prodotto il primo di Peter Gabriel e, sarà
un caso, ma è quello che mi piace di meno, con quelle
orchestrazioni alla Guerre Stellari che manco Freddie Mercury in
Barcelona). Pimpante come un tacchino il 24 dicembre. Ma io sono un
coc di parola e quindi la faccio lo stesso la recensione di questo
disco ridicolo e pretenzioso che quando uscì fu stroncato
anche dall'omino delle bibite di san Siro. Copertina antipatica come
morire a 16 anni, le solite note di copertina che omaggiano (sempre a
celebrare) il disco. Contiene 10 pezzi che ascolterò per i
primi 30 secondi per poi mettermi seduto in poltrona a guardare il
dvd di Del Piero (il fenomeno vero). Andiamo. Berlin: il piano
suonato da un ubriacone di talento incornicia il recitato funebre di
Lou Reed, stranamente ispirato. Lady Day: su un organetto che si
espande come lava sugli amanti di pompei, il vecchio Lou ci regala un
pezzo apocalittico suonato con l'urgenza di chi sta per scappare dal
Titanic. Ritornello febbricitante e meraviglioso. Men Of Good
Fortune: uomini con la coglia. Bel ballatone commovente cantato con
la mappazza. Il signor Lou si fa dio e osserva uomini ricchi
lamentarsi e uomini poveri accontentarsi. Lui, se ne fotte, non
esprime giudizi. Il poeta è lì per descrivere. Caroline
Says (I): caroline è una baldracca conosciuta alla Factory che
tratta il povero Lou come un tappetino da bagno. E Lou gode. Del
resto che fosse masochista lo avevamo capito da Venus In Furs.
Musicalmente è il pezzo più vicino al Reed as we know
it. Fin'ora gli arrangiamenti sono indovinati e il drogato canta
bene. How Do You Think It Feels: la sincopezza è la
caratteristica di questo disco con il batterista sudoroso e felice.
Quasi un pezzo da music hall e ballerine a far vedere il pelo e
chitarra a prova di tappi per le orecchie. Sul finale i fiati si
aggiungono a far baldoria. Oh, Jim: sto pezzo ce lo vedrei bene
cantato dai Blues Brothers. Qualunque cosa voglia dire. Caroline Says
(II): Caroline s'è presa un bel cazzotto sul muso. Così
impara a fare la zoccola. (Mo mi è venuto in mente che Lou
Reed è uguale a quella merda di Capello). Sto pezzo è
talmente semplice, immediato e bello che lo puoi mettere nelle
compilation che fai alla tua fidanzata tra Ryan Adams e Bruce
Springsteen. Coc, non capirò un cazzo ma sto pezzone mi
commuove anche se è quello più semplice fin'ora. The
Kids: 8 minuti! Che palle. Inizia come Colpa D'Alfredo. Altro pezzo
cantautorale,quasi valzereccio e meditativo con cantato indolente
come un bimbo che non si vuole fare il bagno. Cazz, il bambino che
piange c'è davvero!! Quando vuole lo zio Lou sa essere tenero
come un saccottino. The Bed: altro giro altra tragedia. Una che si
suicida tagliandosi le vene. E il marito rivive un'epifania di
immagini, il letto dove hanno concepito loro figlio, le scatole dove
lei teneva le poesie e altra roba, la stanza dove lei ha preso il
rasoio. E alla fine lui dice che non è neanche tanto triste.
Il tutto su una musica onirica guidata da pochi accordi e da un
organo prepotente e sfacciato come il ricordo. Sul finale si gioca a
creare atmosfere da bosco fatato. Sad Song: aria da film di Walt
Disney, con orchestrazioni a iosa e chitarra strappacuore. Quasi una
Goodnight del White Album dei Beatles. E Lou Reed non fa rimpiangere
l'assenza di un cantante.
G.

LOU
REED Coney Island Baby (1976)
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Bowie
a Berlino, Iggy Pop su qualche marciapiede della follia, John Cale a
succhiare giovinezza da Patti Smith, Michael Stipe un quindicenne
butterato con la passione per le banane (e infatti, secondo il famoso
aforisma, formò i R.E.M. di lì a poco) e Lou?Dov'è
lo zio Lou fiore di New York, sperimentatore di suoni, voce monocorde
e 3 accordi "one two three"?"She's my Coney Island
Baby, she's my Coney Island Girl"(kok, sopra stanno facendo i
lavori e io non connetto. In più "Se una notte d'inverno
un viaggiatore" di Calvino mi ha scombussolato i piani)Dopo
Metal Machine Music che.. (si veda una qualunque recensione del disco
in questione su un qualsiasi sito qualsiasi. Io risparmio il polso,
voi il pippotto) ecco qui Coney Island Baby, 8 tracce scarne e
scarnificate cantate con il solito vocione beccaccesco (che ha tra i
suoi epigoni Mark Knopfler) da Sua Maestà dei Bassifondi Lou
"sono nei tufi" Reed.Si parte sparati con Crazy Feeling (è
consuetudine del nostro cominciare con una bombetta, si veda Vicious
in Transformer - OIMIMI' TUNAI) anche se a metà pezzo ci si
accorge che non hanno tolto il freno a mano. "Oh, ma ste
chitarre? Le alziamo o no? Lou.. cristo, svegliati Lou".Però
ha imparato a fare i fraseggi, la beccaccia. Peccato per quei cori
che sdolcinano tutto. Leggera e saporita come una macina.Charley's
Girl: questa è Walk On The Wild Side il giorno dopo.Oppure ha
sbagliato a portare la partitura con gli accordi.Ma il produttore non
s'è accorto di nulla? Poi dici che la droga non fa danni.
Mah.She's my best friend: in questa canzone (che si differenia dalle
altre per il titolo e perhè a un certo punto il drummer si
sveglia dal solito tum-cha) Lou Reed prende addirittura un sol e
sembra quasi cantare. Il finale "altogether" la riscatta,
con il bassista che dà 5 dollari a Lou e si fa l'assolo. Ne
bastavano 4. Con l'altro poteva pagare un killer per uccidere i
coristi.Kicks: "Chi ha portato il vino?". Lou, alla festa
di compleanno del batterista, non viene cagato da nessuno ("Si,
ce l'hai già racontato di quella volta alla Factory"), si
mette in un angolino e riesce a fare un pezzo neanche male che come
tutti quelli che piacciono al kok, dura un minuto superchio. A Gift:
ma non è quella del pacco che gli arriva a casa? (con questi
trapani, oltre al muro, indovina cosa stanno rompendo?)Dopo la birra
annacquata della festa della sera prima ecco la trasposizione in
canzone. Dopo un minuto ha già dato tutto. Fino ad ora è
quella che mi dice di meno. Ma forse doveva arrivare ad 8 per forza.
Inutile. Oooh Baby: escclamazione da dopo fellatio. Canzone che si fa
ricordare per un assolo claunesco alla Brian May e per qualche buon
fraseggio. Nello stereo aveva qualche disco degli Stones. Ritornello
stupido e cantato con la grinta di un suiida. Una canzone da under.
Anzi, mi gioco il risultato esatto: zero a zero.Nobody's Business:
sembra un pezzo di Gram Parsons (e io non ho mai ascoltato Gram
Parsons).Blues con le cataratte ma in definitiva non è male.
Avesse almeno un'ottava, il mollusco, farebbe faville.Coney Island
Baby: ed alla fine, eccolo il pezzo che fa accaponare la pelle al
Bertoncelli.Mezzanotte, bastonato dopo l'ennesima sola con la bimba
conosciuta in chat che aveva mandato la foto dell'amica (e non poteva
mandare l'amica, all'appuntamento?) torni a casa e prima di
parcheggiare decidi di regalarti una parentesi gloriosa facendo il
giro largo e non c'è nessun angolo lurido o luci o un cazzo di
birrozzo. Ma hai Lou Reed e sottolinei le frasi con una pacca
rassegnata sul volante e anche se non capisci le parole, sai che
potresti averle scritte tu, e anche se sei solo tu per strada, ti
fermi per far passare il pedone perchè hai letto Whitman e ti
senti esteso e corpo e anima sono lo stesso imbroglio abbagliante. E
anche se Coney Island non è un capolavoro, menti e dici che è
il cd singolo della title track e che "per essere un singolo con
7 b-sides un 6 e mezzo glie lo metto"
G.

R.E.M.
Around The Sun (2004)
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caro kok,dopo più
e più ascolti sono pronto per fare la VERA recensione del
disco dei rem (che andrò a vedere a barcellona il 9
gennaio..ho il biglietto). dunque...la magia e' svanita.come si
poteva già capire da reveal(ma si sperava fosse un momento di
passaggio), i ragazzi sono stanchi e nn hanno più quasi un
cazzo da dire. si adagiano su melodie a presa rapida e su testi a
volte anche banalotti nel loro ricercare metafore scontate(e qui
michael mi uccide.lui che era stata la mia fonte per milioni di
tentativi di testi).peter e mike quasi nn si notano,sovrastati da
questo nulla che pervade quasi tutte le tracce appiattite da una
produzione che cerca a tutti i costi di risultare radiofriendly.ma
purtroppo nn siamo neanche dalle parti di out of time perché
almeno lì c'erano canzoni di una pr¡ofondita' da
lasciarti le piaghe nell'anime.qui ci resta al massimo qualche
ritornello da canticchiare nel traffico. il disco si assesta su una
sufficienza stiracchiatissima ma solo perché sono i rem. o
forse perché sono i rem altrimenti magari lo avrei valutato in
maniera più serena e senza aspettarmi magie(che questa
volta,duole dirlo,nn ci sono) pausa-kinder bueno. ritorno con la song
by song leaving ny:checche' ne dicano in tanti,nn mi dispiace
affatto.melodia catchy quanto ti pare ma i cori sono fantastici.
electron blue:primo passo falso.un synth alla "ve famo vede' ce
anche noi semo moderni" per una melodia che stanca dopo 2
minuti. pretenziosa e piatta. outsiders:qui una buona produzione
avrebbe reso le cose un po' migliori.il pezzo sta in piedi e si
affaccia anche toro seduto peter ma la lama della sua chitarra nn e'
affilata.peccato.poteva essere un'ottima song.cosi' e' solo buona.sul
rap finale si puo' discutere una settimana senza arrivare a una
soluzione make it all ok:siamo dalle parti di at my most beautiful e
beat a drum.nn male ma neanche eccelsa. final straw:tipica canzone
folk con la chitarra asciutta ed essenziale.nn male wanted to be
wrong:find the river parte seconda ma l'arrangiamento zuccheroso
allenta la tensione ed e' un peccato wanderlust:la classica canzone
da meta' guado.quasi cabarettistica boy in the well:i rem che fanno i
rem.tanto mestiere e poca passione.il bridge e' ottimo ma viene
affondato da un ritornello sottotono aftermath:rieccoli i
rem,finalmente.anche se nn ci si taglia certo le vene per questa
canzoncina,per lo meno si rifà ai fasti del passato,tra
texarkana un altro posto sperduto.leggera e calorosa. high speed
train:nn ho paura a dire che e' la canzone peggiore dei rem worst
joke ever:melodia stanca,sentita mille volte da stipe e nei solchi
dei dischi precedenti.il ritornello aggiunge un po' di pathos. ascent
of man:di nuovo i rem anche se e' un peccato che le poche idee buone
vengano ripetute molte volte e rese piatte proprio per questo motivo.
around the sun:classica rem song che sul finale si fa eterea.tra le
migliori cose del disco. in definitiva:kok,mi sa che dobbiamo
staccare la spina. il malato e' gravissimo. lo zio tom l'ho ascoltato
solo una volta.e' un po' pesantuccio,realgone.
G.

BRUCE
SPRINGSTEEN Tracks (1998)
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Negli anni '90 il boss
ha iniziato ad avere altri interessi: l'agricoltura (produce un
discreto vinello), la fedeltà alla sua mogliettina (ma ogni
tanto il pioppo lo pianta anche altrove) e i figli (Sam, Evan e
Jessica). Produce pochissimo a parte quella zozzeria di Human Touch,
l'ignavo Lucky Town e la raccolta di copia e incolla da un paio di
libri di The Ghost Of Tom Joad. Niente da dire, anzi, paradossalmente
la mancanza dei temi portanti (fuga, auto e conflitti generazionali)
fa del boss un esempio di onestà. Voglio dire, scrivere una
nuova Born To Run a 45 anni sarebbe ridicolo e disonesto. Nel 1998,
vista la scarsità delle patate prodotte, Bruce decide di
svuotare gli archivi (e le tasche di noi adorati fan) pubblicando
Tracks, un cofanone di 4 CD con tutte le canzoni che per vari motivi
non sono mai state incluse sugli album ufficiali. Il primo CD parte
dalle prime registrazioni fatte per John Hammond (1972) e arriva alle
sessions per Darkness (1978). Il secondo è il fratello
sfortunato di The River e Nebraska. Il terzo contiene gli scarti di
Born In The USA e Tunnel Of Love mentre il quarto è lo scarto
di uno scarto (Human Touch) più qualcosina da Tom Joad. CD 1
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Ancora alla ricerca di un suono personale, il boss è indeciso
se scopiazzare Van Morrison per composizioni fantasiose e lunghe o se
seguire la vena sul collo. 1 to 4: il boss nel tinello di John
Hammond. 2 grandi pezzi (Growin' Up + It's Hard To Be A Saint In The
City) 2 minori (Mary Queen Of Arkansas + Does This Bus Stop At 82nd
Street? ma non sono queste le zozzerie). Bishop Danced: dal vivo.
Divertente, un testo scioglilingua e D. Federici che zampetta sulla
fisarmonica. Santa Ana: il boss s'era addormentato con Astral Weeks
nelle cuffie. Ottima song. Seaside Bar Song: roccherrol fotonico con
Clemons abbattuto a fine canzone. Zero and Blind Terry: storiellina
verbosa tipica dei primi 2 dischi. Non da strapparsi i capelli ma
buona per un giro in macchina. Linda Let Me Be the One: sarò
di bocca buona ma una sega su sta song me la faccio sempre
volentieri. Piano soffice, voce sussurrante e sax che si innalza
verso il cielo. Thundercrack: ancora sound 1973. Dal vivo sarà
una bomba. Rendezvous: dal vivo. Il boss si sgola allegramente ma
senza esagerare. Max litiga con la batteria e glie ne dà di
santa ragione. Give The Girl A Kiss: R&B senza pretese. Iceman:
che amarità. Voce glaciale e sound apocalittico. Bring On The
Night: che stacco con Clarence che fa il vuoto. Summer Of '69 7 anni
prima. So Young And So In Love: vedi la 12. Con aggiunta di un bello
scat vocale. Hearts Of Stone: festa dei 18 anni. I 2 piccioni hanno
litigato e parte il lentone. Questo. Don't Look Back: ancora rock
adrenalinico che troverà maggior soddisfazione dal vivo. CD 2
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1/2
Bombe sonore da sfiancare Tonkov, solite ballate e capolavori
nascosti. Manca il boss da abbracciare tutta la notte. Manca l'urlo
primordiale (come in tutto il box, dove si privilegiano i pezzi più
immediati). Non manca il divertimento. Restless Nights: uno dei pezzi
più aggressivi del boss. Band da paura. A Good Man Is Hard To
Find: si, non male ma ne ha fatte 100 così. Roulette:
dev'essere stata scritta dopo che gli hanno rigato la camaro perchè
è incazzato nero. Solo in Adama Raised A Cain era più
nervoso. Doll House: anni '50 a profusione. Altro pezzo da infarto.
Where The Bands Are: 2 accordi, volume al massimo e iamma. Non una
gemma ma divertente. Loose Ends: buona ballata. Il sax la salvao la
affossa. Dipende dai gusti. Living on the Edge of the World: il testo
è quello di Open All Night. Si, ok, è il solito pezzo
allegro. Ma se non muovete il culo su questa chiamate il carro
funebre perchè siete morti. Wages Of Sin: il pezzo amaro. I
soliti discorsi fatti da milioni di canzoni ma quando c'è il
boss è sempre meglio. Take 'Em As They Come: i puritani (il
coc B.) storcano pure il naso. Io me ne f-r-e-g-o e DICHIARO questo
pezzo un'arma impropria. E MAGNIFICA. Be True: non appena trovate una
nuova bimba, regalatevi questa song: vi farà sentire stupidi e
uniti. Like only young lovers do. Ricky Wants A Man Of Her Own: qui
perdiamo un po' di colpi. Geghegè buono per la macchina del
babbo. I Wanna Be With You: se potessi scegliere quale cantato
imitare, questa canzone sarebbe tra le prime scelte. Abrasivo, cazzo.
(eh, coc, qua ci sta proprio). Mary Lou: testo uguale a Be True. Se
non avete di meglio. Stolen Car: buona versione full band ma sulla
scarna versione di The River ci ho passato un'adolescenza. Non
scherziamo, please. Born In The U.S.A.: acustica. Non ha la carica
esplosiva di quella full band ma rende più giustizia al senso
della song. 16 - 17 (Johnny Bye Bye e Shut Out The Light): il boss è
stanco (anche io) e mette il pilota automatico. CD 3
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1/2
Che puzza di anni 80. Via il piano, ecco il synth. Ma ritorna
l'armonichetta. Questo è il primo disco fin'ora le cui canzoni
meritano di essere chiamati scarti perchè non aggiungono nulla
a quanto il boss aveva cantato sui dischi ufficiali. Cynthia:
imbarazzante e inutile. Oh, stiamo sempre parlando dell'uomo che ha
scritto Backstreets. My Love Will Not Let You Down: buon rock da
urlare in concerto. This Hard Land: meglio la versione sul G. Hits.
Ma gran pezzo. Frankie: forse un po' sfilacciato nel finale ma alcune
parti sono meravigliose. TV Movie: roccherrol a 1000 all'ora. Si
balla. Stand On It: è uguale alla 5. Ma U-G-U-A-L-E. Lion's
Den: altro pezzo prescindibile con fiati a iosa. Car Wash: pezzo
scritto in 30 secondi. Piacevole e basta. Rockaway The Days: vedi la
8. Brothers Under The Bridges: retorica a valigiate per un pezzo che
è l'antenato con i brufoli e con la gobba di No Surrender. Man
At The Top: ballatino country. Pink Cadillac: dal vivo sarà
una bomba. Sul disco è un bluesettino pastello. Two For The
Road: semplice semplice. Tanto è breve tanto è bella.
Janey, Don't You Lose Heart: una Bobby Jean senza lacrime. When You
Need Me: buona, si. Ma niente di che. Acustica e minimale. E' quella
che dimentichi ai concerti: "Ha fatto anche questa?". The
Wish: il boss racconta la sua storia da bravo ragazzo, con chitarra,
mamma e natale. The Honeymooners: vedi la 15. Lucky Man: mah.
Saporita come pasta e fagioli col raffreddore. CD 4
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meno
Aiuto! Hanno rapito il boss e l'hanno restituito con una palla sola.
Alieni di merda! Suono minimale e spartano, la chitarra a riparare o
usata come poggiafoto. In compenso, galassie di tastiere. E fanno
cagare. Leavin' Train: si, vabbè.. e quindi? Ti scivola
addosso comeun disco dei Prejaten. Seven Angels: altro rock
arrabbiato con discrezione. Bello il bridge. Gave It A Name: inutile.
Sad Eyes: questa glie l'ha scritta B. Antonacci, mi gioco l'uncino.
My Lover Man: All That Heaven Will Allow più insulsa. E ho
detto tutto. 6 - 7 (Over The Rise e When The Lights Go Out): questo è
quello che succede quando il boss passa troppo tempo davanti alla tv.
Loose Change: come quasi tutte, suono alla Streets Of Philadelphia
cioè tastieroni e batteria elettronica. Ma qui c'è il
guizzo e un bel testo. Trouble in Paradise: oh mio dio! Deve aver
incontrato Gianni Morandi durante una maratona. Happy: rispetto alla
precedente è un capolavoro. Rispetto a Something In The Night
meglio tacere. Part Man, Part Monkey: i critichi dicono che questo
rocchettino reggae sia un bel bocconcino. Io lo lascio al gatto.
Goin' Cali: continuo a non capire. Back In Your Arms: shhh..
respira.. si muove.. chiamate l'infermiera. E' ancora vivo (sarà
un caso ma c'è la band). Brothers Under The Bridge: questa s'è
proprio scordato di metterla su The Ghost Of Tom Joad. Era distratto
da una barzelletta di Steve.
G.

BRUCE
SPRINGSTEEN Devils & Dust (2005)
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A tre
anni di distanza da The Rising torna il Boss con il nuovo lavoro
Devils & Dust ancora sotto la supervisione di Brendan
O'Brien.Messa la E-Street Band nell'armadio e con essa la Telecaster,
Springsteen torna ad un suono acustico che già aveva fatto la
sua comparsa in Nebraska e The Ghost Of Tom Joad anche se nel nuovo
lavoro trova spazio anche qualche bordata elettrica (All The Way
Home). Testi che parlano di sconfitti, speranzosi di vita,
ammainatori di bandiere, pugili in rovina, soldati in Iraq
(l'iniziale Devils & Dust) per un disco impreziosito dalla
produzione mai sopra le righe di O'Brien (che in "The Rising",
ahinoi, aveva letteralmente seppellito la E-Street Band) che solleva
l'umore di alcune canzoni altrimenti sottotono (come la già
citata Devils & Dust, troppo simile a Blood Brothers e a Brothers
Under The Bridge '95). Un ritorno sulle scene tutto sommato buono,
che alterna momenti gloriosi (le trombe di Leah, lo stonato falsetto
di All I'm Thinkin' About, Reno - la canzone più hot del Boss
- Long Time Comin', il gospel educato di Jesus Was An Only Son, il
ritmo marziale di The Hitter) a momenti tutto sommato "normali"
come Silver Palomino - forse la meno pregiata del lotto - ed altre
che puzzano di già sentito (come Black Cowboys, davvero troppo
simile a The Line contenuta in The Ghost Of Tom Joad). Non resta che
aspettare il ritorno in studio e sul palco con la E-Street Band e nel
frattempo mettersi sul salotto buono ad ascoltare le scarne note di
Devils & Dust.. fino al prossimo volo del pianoforte.
G.

ROD
STEWART Every Picture Tells A Story (1971)
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1/2 Ho
capito da chi ha copiato la pettinatura scomposta - ordinatamente la
bimba di raifutura, basta guardare lo zio Rod in copertina: e
qualcuno penserebbe (tra l’altro mentre l’italia
femminile - quota 1.22 - di pallavolo dopo essere stata sul 2 a 0 è
ora sul 2 a 2 contro l’azerbaijan e a quel qualcuno gireranno
tanto i coglioni se non vince il quinto set) che diavolo di disco sia
un album dove il protagonista ha scritto metà canzone e il
resto sono tutte cover più o meno blasonate ed questo potrebbe
significare che il tempo nello studio di registrazione l’hanno
passato a mangiare panettone e a bere spumantini. Non tutti sono
Johnny Cash, ragazzi. Bel dischetto, però, caspita / e almeno
l’italietta ha vinto 3 a 2.A dire il vero mi aspettavo un
dischetto elettrico invece è acustico in alcune c’è
il violino in altre il mandolino, in molte canzoni mi chiedo se ho
sbagliato a mettere cd perché sembra di ascoltare gli Who
quando pisciavano sul monolite di Kubrick. (per chi non ha capito
l’allusione il riferimento è Who’s Next) Spazio
alla cronaca / il primo pezzo che dà il titolo all’album
è stato registrato in presa diretta nella cantina del
batterista e infatti dalla frescura si nota che il bassista porta il
tempo con il piede appoggiato sulla cassetta delle birre a
rinfrescare: il pezzo durava in origine una decina di minuti ma poi
si vede che il resto del gruppo andava di fretta e suonano come se
avessero la polizia alle calcagna, ma il buon Rod ci era rimasto male
ma dato che non contava un cazzo con quel suo strafare da secchione
(prendere esempio da Mike Scott) che vuole fare questo e quello e poi
quel classico e poi riproviamo quel vecchio bluss mentre i ragazzi
assoldati pestavano alla grande e il chitarrista scorticava
l’elettrica e l’altro o lui stesso si pincopallinava
all’acustica come zio Pete, con assoli battibaleno accelerando
di nascosto il tempo mentre Rod ruggiva alla metà della loro
velocità insieme alla bimbetta doppia su cui aveva già
messo gli occhi e forse le manacce luride. Grande pezzo, nonostante
la congiura. Poi arriva il ballatone col bel pianoforte in sottofondo
come ci è sempre piaciuto il corettino angelico e la chitarra
elettrica mai prepotente, ma dovrebbero evitare di copiare dai
ballatoni di Bob Seger, se vi acchiappa il barbuto vi spacca una
bottiglia in testa. Promossi ma senza lode.Poi si passa alla cover
casalinga di Elvis Presley, vedi la traccia numero 1, siamo sullo
stesso piano. Che vocina. E non sparate sul pianista. Bello il finale
soul. Considerazioni iniziali dopo 3 canzoni: il bassista non
affogato nel suono, sembra uno strumento a parte, non suona da
incollone, insomma sembra di sentire un gruppo + un basso, spero di
essermi spiegato.La 4 è altro pezzettino niente male, ah già
l’ha scritta Bob Dylan (Tomorrow Is A Long Time), col violino
danzereccio e giusto per celebrare i tuoi dischetti diamo merito a
Rod Stewart di suonare come i migliori dischi degli Uncle Tupelo e
dei Whiskeytown ma 40 anni prima che non sono chiacchiere e un
vaffanculo agli scaruffi che sanno solo criticare, per sottolineare
che la grande musica è già stata suonata e non ci sarà
più un originale. Maggie Mae inizia a suonare un medievale
intrufolatosi a fare un provino poi Roger se ne accorge e richiama il
chitarrista che aveva appena licenziato e in più assolda anche
un organista niente male e un mandolinista emigrato in america per
condurre il finale a tarallucci e vino, tutto per cantare la serenata
alla bimba che non aveva ancora avuto, la famosa maggie mae. Infatti
dopo c’è Mandolin Wind e il batterista saranno 3 o 4
canzoni che è sdraiato e dorme ubriaco sotto un pioppo ma si
tira avanti perché bisogna finire di registrare l’album
prima delle 19.30 quindi il batterista o c’è o non c’è
non importa a nessuno. questa mi ha acchiappato davvero e nella
conclusione arriva anche il batterista di corsa a suonare a casaccio
come al solito visto che non ha ancora capito quale canzone stiano
suonando. I’m losing you è più un rocchettino
oscuro, nella media. Reason To Believe pianofortino alla the band e
organettino alla the band, voce di carta vetra, batteria giocattolo
violino umile e solite intrecci di chitarre acustiche. Il cammello.Ps
mi scuso col lettore per la brevità della recensione ma non ho
proprio la penna facile in questi tempi anche perché
rileggendola non riesco a capire nemmeno io di quale disco abbia
parlato. Rimedierò.
B.

U2
All That You Can' t Leave Behind (2000)
La
montagna ha partorito il topolino: un gruppo di 4 persone (gruppo,
eh..) 6 produttori, 10 bimbi in totale e se ne escono con questo
dischetto da pelle d'oca per confermare le dicerie che tutto quello
che è stato fatto in qualche anno di sala d'incisione è
stato abbuffarsi come tacchini americani di sandwich al formaggio.E
poi vi lamentate e abbaiate a Maria De Filippi. Gli U2 sono la più
grande fregatura mondiale dopo la pizza 4 stagioni (la paghi molto e
non sa di un cazzo).E invece sono la band più famosa del mondo
insieme ai Queen del ricchione baffuto e ai REM (brutta fine anche
per loro). Tutto torna.Il cecchino che li aveva sotto tiro quando
stavano registrando The Joshua Tree sotto il baobab in presa diretta
(allora le scintillanti visioni desertiche di Running To Stand Still.
Grande disco che ora dubito l'abbiano scritto loro. E'
scientificamente impossibile. Ora un'accozaglia di 11 canzoni in un
calderone puzzolente degno della peggior maga amelia) a subire
l'arsura, avrebbe fatto meglio a premere quel maledetto grilletto.E
invece devo sbolognarmi Bono Vox - già il nome giapponese da
riparatore di tv è un programma per niente invitante - che
canta con la stessa voce isterica e flebile di quando urlò
nella bottega del suo calzolaio di fiducia perchè gli aveva
montato al rovescio la zip del giubbettino di pelle fresca,
dimenticandosi che fosse un patetico mancino.Sorbirmi lo stesso
identico riff di The Edge (quello appena disceso dal pianeta dei
power rangers) che suona ininterrottamente dal 1980. Provate a
citofonare a casa Edge e avrete una piacevole sorpresa. Il batterista
è l'unico che si guadagna la pagnotta anche perchè
sembra un militare olandese quindi ho qualche timore a criticarlo; e
poi viene il libretto: foto in bianco e nero in cui puoi riconoscere
4 terroristi prima di imbarcarsi al check-in.Brutti ceffi
inespressivi e chissà che ordigno rudimentale va nascondendo
The Edge sotto lo zuccotto.Santi numi che brutta musica. Di seguito
la breve cronaca nuda e cruda, dato che ci tengo a mantenere le
orecchie in buona salute.It' s A Beautiful Day: Il battito animale
apre il dischetto. Prima di ascoltare l'album credevo che questo
singolo fosse la peggior canzone fra le 11 o 12 (di conseguenza
sarebbe stato ottimo come singolo da spalmare sulle masse ad ottenere
successo) invece scopro che nonostante gli archi che non c'entrano
una verza, tutti questi rumorini elettronici a nascondere il vuoto
(lanois ha letteralmente rotto il cazzo e non si sognasse più
di produrre dylan, che è già mezzo sotterrato di per
se), bono che quella mattina aveva un maledetto raffreddore - e già
ha una voce da canarino triste - i corettini sdolcinati, il suono
odioso della batteria, almeno provano a roccare.Elevation:
ahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahaha.
brano da impiccagione senza processo all'alba della mattina
successiva.Stuck In A Moment You Can't Get Out Of: "sto cercando
una melodia decente" ma non la troverai accanto alla scatola del
panettone la mattina di natale. colonna sonora da passare e ripassare
in sottofondo in una casa di riposo oscura dove regna un primario
sadico e bramoso di dobloni e gettoni d'oro che stende le vecchiette
diabetiche a base di mars e queste melodie ad alto contenuto
zuccherino e poi felicemente potrà papparsi l'accredito della
pensione. il modulo sarà firmato nel momento di massimo
stordimento, quando ci sarà il passaggio in cui il nostro gay
tenterà un improbabile falsetto ad inseguire quello smorfioso
di Mick Jagger. Il piano sembra non faccia acqua.Walk On: nonostante
l'inizio da psicodramma, stavo già andando avanti, poi
migliora un poco, un passo di formica. l'organetto e il piano timidi,
una chitarra acustica in sottofondo (suonata nella stanza a fianco.
perchè?) un assolo millimetrico ma almeno.. è già
qualcosa.Kite: Ma è robbie williams oppure no? si, è
lui. anche se non è accreditato nel libretto.In A Little
While: questo cd lo userò per schiacciare il verme (e a me
fanno schifo i vermi) che si è piazzato sulla finestra da
stamattina e non si schioda.Wild Honey: più o meno.Peace On
Heart: Ma è robbie williams oppure no? si, è lui. anche
se non è accreditato nel libretto.When I Look At The World:
non l'ho nemmeno ascoltata, spero di non essermi perso niente.New
York: the edge ancora non si è rassegnato, si bea ancora come
un idiota della sua chitarrina a 2 corde. e che palle.Grace: le bimbe
qua butteranno il reggiseno sul palco e i 4 babbei si daranno un
cenno d'assenso ad intendere.Considerazioni e riflessioni: bono
dovrebbe comprarsi una voce alla standa o farsi un trapianto o
clonarsi qualche voce con le palle, vedi steve earle, van morrison,
anche se per il tipo di musica che fanno gli u2 e con chissà
quale coraggio quella di sting andrebbe bene, che palle quadrate
tutte queste diavolerie elettroniche a riconfermarmi che non hanno
uno straccio di suono personale, coprono tutto con un computer,
produzione esagerata e buffonesca, tutti questi archi e chi si crede
di essere frank sinatra? il bassista è sostituito da un
replicante made in japan. per tutto il resto, canzoni melodie
arrangiamenti non mi viene niente da dire, non posso criticare il
nulla. 1 stella solo per il fegato che hanno avuto a pubblicare il
dischetto.ps a me aveva fatto cagare anche l'album dove c'era One,
non ricordo il titolo. e l'unico che ha saputo cantare One è
stato Johnny Cash. e ti fa venire la pelle d'oca.
B.

LUCINDA
WILLIAMS Car Wheels On A Gravel Road (1998)
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1/2
più
In attesa di fare una figura di merda stasera butto giù (BUTTO
GIU'?! CRISTO, PARLO COME UN PAVONE) due righette al fulmicotone su
'sta vecchiaccia di Lucinda Williams. 2 anni fa il primo quaderno
(che era a quadrettoni, se non sbaglio) e Mariano V. mi sembra timido
(come sul retro-cover di Souljacker Mr E sta su un trattore) .. Credo
che c'entrasse l'orecchio. Devo chiamare Maurizio Maio almeno per
provare al veglione ("tra le dita sue affilate vedo già
le mie nottate - quand'è che sarò più grande
cosa lecombinerooooooò!") Lucinda Williams professor Roy
Bitten on the piano. Ieri dopo un paio d'anni mi so sentito Sheer
Heart Attack, A Night At The Opera e A Day At The Races: che
superdischi, kok! Si passa dall'hard rock al cabaret. Una festa per
le nostre orecchie al caviale. E comunque su Devils & Dust sono
d'accordo con te... è na mezza merda. Non mi fa venire voglia
di consumarlo. Right In Time: minchia mi piace. Ryan Adams meets Gram
Parsons. Questa song introduttiva mi fa venire voglia di innamorarmi
Che voce alla Baudelaire, altro che Norah Jones di nostra doppiezza.
Oh my baby. In Cold Roses ce ne sono di song così, zuccherose
ma con filo interdentale incorporato. Title track: che mandolino
ciondolante per una bella song cincischiante. Occhio alle mucche che
stanno uscendo dal ranch. Troppo figo per essere dimenticato: suono
secco come un martini senza olive. eppure lo producono quei
ciambottoni dei TWANGTRUST. La senti la fisarmonica di zio Roy come
ti bacia la schiena e ti promette le stelle? Buon trittico iniziale.
Mo mi aspetto un paio di Let It Ride (vedi Cold Roses seconda traccia
disc 2). Drunken Angel: bello il cantato sguaiato... eeee vabbè,
il detenuto modello Steve ci regala un'armonica strazzacannarun.
Anche se la strofa mi ricorda qualcosa. Concrete: li senti quei
vecchiacci che si prosciugano la voce con una morra all'ultimo
bicchiere di vino? Lake Charles: qua perdiamo un po' di colpi. Sto
canto tradizionale con un testo scontato e ruffiano che cita Howlin'
Wolf. Non da buttare ma rispetto alle prime 4 un passo indietro. Il
giro della fisarmonica mi ricorda The Sound Of Silence e anche un po'
Mansion On The Hill dal live in NYC. Can't Let Go: ho le mani unte di
mortadella per cui non prenderò il libricino con i testi. Buon
tiro. Che è, blues? Mi ricorda qualcosa di Clapton o dei
vecchi Stones. Assolo di chitarra un po' di maniera ma efficace.
Grandissimo il ritornello. I Lost It: attacco spaccone. Bella canzone
di quelle che mi piace cantare. Mi ricorda in alcuni punti Yellow
Ledbetter dei Pearl Jam. L'atmosfera, intendo (quindi è
inutile che ti consumi il dito sul tasto SKIP). Di quelle canzoni
corali che ci vogliono ogni tanto. Metal Firecracker: la signora ha
una voce notevole che spreca a cantare testi banali. Ancora profumo
di Ryan Adams ed è un gran bel profumo. Greenville: il
ballatone dove glie ne canta 4 al cowboy che le ha spezzato il cuore.
Kok, mi hai dato un cd che dovrebbe stare tra i miei, cioè in
buona compagnia. Il testo della song è quello che è ma
il ritmo avvolgente quasi a spirale lo conpensa. Still I Long: mi
ricorda sempre qualcosa, forse qualche outtake del Boss. Ancora un
testo ridicolo e sempre parla di un ex. La signora ha bisogno di un
bel cazzo. Sta canzone m'ha un po' rotto i coglioni. Bruttina. Joy:
io mi vergognerei a cantare un testo del genere. Cantato abbaiante
alla Patti Smith (nelle finali di alcune parole) per un pezzo dal
discreto tiro con delle buone chitarre anzi più che buone.
Interessante ma trovatele un paroliere. Jackson: pezzo crepuscolare
che avrebbe trovato spazio in qualche scena di Forrest Gump. Kok,
belli i suoni, bella voce ma ha alcune cadute di tono. Come al solito
i giornali esagerano.
G.