i concerti a zonzo per il mondo
EELS a roma, 8 marzo 2008 Nell’ottore 2006 ho comprato il dvd degli eels Live at town hall. Sarà stata l’atmosfera rilassata della performance(solo strumeti acustici a sorreggere la voce finta afona di E), sarà stata l’assenza di una vera e propria batteria(la sezione ritmica sostiutuita da un bidone della spazzatura), sarà stato che nn appena mi è arrivato(l’avevo ordinato su internet)ho saputo che la regina si era ammalata...insomma saranno state tutte ste cose ma il dvd nn sono mai riuscito a vederlo tutto intiero. Mi sono sempre addormentato dalle parti di souljacker part II. Ciò nonostante quando ho saputo che gli eels erano a roma ho comprato il biglietto sperando di avere una performance spaccatimpani ben differente da quella raffinata ma soporifera del dvd. Mi sbagliavo ma... andiamo per ordine. Il luogo scelto per il concerto è l’Auditorium parco della msica che rispetto all’abitazione casuccia che mi ospita amorevolmente è proprio in culo al mondo. L’auditorium è un luogo raffinato, teatrino sottile che avrebbe fatto avere un’erezione a Shakespeare ma perdio nn adatto ad un concerto rock. Le mie perplessità riguardo alla teutonicità della performance cominciavano a spettinare i pensieri miei e quelli della mia biNba curiosa nn appena abbiamo poggiato il culo sulle poltrone rosse della galleria. Mi sono guardato intorno in cerca di qualche grassone tatuato e ruttante che potesse giustificare ed anticipare la ruvidità del gig ma solo persone educate e con il quotidiano sotto l’ascella. Provo a mettermi scomodo ma le poltrone conciliano il sonno arretrato di questi giorni noleggiati a cupido. Alle 21 spaccate(che precisione questi americani)si spalanca il sipario ma...niente band, solo un documentario che speravo durasse il tempo di un insomma ed invece si è dilungato fino a quando la mia binba mi ha colpito nei fianchi con il gomito e la frase BABBEO, SI COMINCIA. Nel dormiveglia(ho sognato la scaletta dei queen a Montreal e ho sognato di sognare) ho capito che il filmato(durato un’ora)parlava del genialoide pazzoide umanoide babbo di Mark Everett(il cantente degli eels, ignoranti), tale Hugh Everett, professione inventore della teoria degli universi paralleli(parallel universe quando ho lo smoking e il sigaro spento)morto a 51 anni e altre inutilità varie. Alle 22 un voce roboante annuncia l’arrivo di E(Mark...aridaje)che con il suo cappelluccio bucato si mette a strimpellare Grace Kelly Blues. Uhm, mi piace ma...non è che c’è solo lui?Secondo pezzo al piano(e secondi di panico da parte mia...oddio, c’è solo lui!!!!), It’s a motherfucker(piacere per le orecchie.In una notte estiva di mille anni fa l’avevo dedicata ad una bimba nera con le labbra sottili e il polso volitivo). Bravo, bravo, applausi ma io un concerto intiero cosi non lo reggo. Ma al terzo pezzo entra The Chet, polistrumentista lungagnone(suona batteria, piano, sega, wurlitzer, fisarmonica, chitarra, campanello e anche qualcuno che gli sta antipatico)e il concerto prende quota. Mi aspetto che da un momento all’altro entri la band intera ma alla fine scoprirò che no alarms and no surprises. Mi posiziono con il mood sul concerto intimista, niente sconvoglimenti ai capelli tagliati male da mia mama, canto basso Benny’s diary(ops, jeannie,s diary), urlacchio quando fanno tremare con discrezione il soffito su una bella versione di Souljacker part I(rivelo alla biNba che ho rubato il ritornello per scrivere Drama Queen pezzo del mio ex gruppo prejaten), mi commuovo su Climbing to the moon, traduco i discorsi di E, sorrido anche quando non capisco un cazzo per non fare una figuraccia con il mio vicino di sedia, provo a riconoscere il pezzo degli zeppelin(su cui uno scatenato E alla batteria ciambotta l’attacco-ah il pezzo è good times bad times), mi diverto durante il cambio di strumenti in Flyswatter e mumbleggio soddisfatto ma non estatico fino alla chiusura di Souljacker part II. Si accendono le luci, aspettiamo il bis, niente bis. Torniamo verso l’autobus, io mi addormento in piedi sorretto dalla biNba stoica. A casa mangio un bel piatto di pasta e penso che ho assistito ad un bel concerto ma a San Siro il boss sì che mi farà ballare le chiappe.
G.
BOB DYLAN a torino, 26 aprile 2007 Accompagnato davanti la mia entrata del palaolimpico da Mariangela (il parterre de roi come ci ha insegnato de zan) secondo copione alle 18.30 mi fiondo sul camioncino appostato di fronte al cancello dove già bazzicano - dall'1.30, verrò più tardi a sapere origliando - alcune losche figure barbute per risciacquarmi la gola con un bicchiere di bud, dicesi la birra più annacquata dell'occidente, alla modica cifra di 4 €. Sarà l'ultima, spaventato più dai cessi situati nelle catacombe del palazzetto dove un annoiato caronte sfoglierà un novella 2000 ed ha il cestino degli spiccioli mezzo pieno, il frutto delle pipì dei dylaniani, che da questi prezzi allupati. Non ho voglia di perdere il posto a 10 metri da Dio (sto sempre a celebrare) e mi concentro perchè la cisterna tenga fino all'ultimo. Alle 9 già mi fanno male i piedi, ho sbagliato a mettere scarpe, queste sono sì eleganti e mi danno il portamento che merito ma sembra di stare scalzo, la prossima volta al bando le ciance e mi affido alle vecchie e puzzolenti scarpette. E poi non posso nemmeno sedermi perchè ho circa 20 cmq di spazio per terra, fra una stazza umana di un quintale e mezzo (se si dovesse girare e cadermi addosso non so se ne uscirei vivo) e uno che segue Dylan tappa per tappa, beato lui. Quindi all'entrata della band già sono in condizioni pietose, e sudato, e mi rendo conto che non ricorderò un cazzo del concerto e come farò la recensione? Vedo prima sbucare una capa grossa come il gelato mangiato di nascosto con zio Tanino il giorno dopo (mai mangiato un gelato così, per finirlo ci ho messo 20 minuti, e non è uno scherzo. Forse gelartica è il locale) su un tronco di almeno un metro e ottanta d'altezza e seconda rivelazione sarò costretto a spostare la testa dal un lato all'altro, dipende se questo ha intenzione di ciondolare, e che cazzo. In pratica vedo a metà, se mi sposto sulla sinistra vedo Denny Freeman chitarra solista e Tony Garnier a pavoneggiarsi al basso, sulla destra Dylan, Stu Kimball alla ritmica Donnie Herron a fare il tuttofare (violino, banjo, steel). Non trovo George Recile che sta giusto in mezzo ma mentre entrava noto che è la copia quasi identica di Angelo Mototoss, stesso viso e stesso fisico, anzi è lui, e allora non importa, anche perchè pesta discretamente sui tamburi. Si aprono le danze e già rimbrotto “porca vacca, ma che cazzo di canzone è?” e meno male che c'è un altro dalle mie parti che o ha la scaletta in anticipo o ha la palla di vetro o sta seguendo tutta il tour ma le indovina tutte fra il primo e secondo accordo. Cat's In The Well, dice, bene non la conosco e Dylan è all'elettrica e mi piace subito un casino, coc, questi sessantenni saranno un po' grossolani e senza troppa inventiva (sto sempre a criticare) ma è una buona band solida, mi aspettavo di peggio, hanno un bel suono duro e bluesato, alla faccia dei meneguzzi che tu riconosci la domenica in tv. The Times They Are A-Changin' , meno male che me lo dice il signore, se no aivoglia io a mortificarmi perchè non ho comprato Selfportrait dove saranno tutte queste maledette canzoni che io non ho mai ascoltato, e giusto stasera doveva farle. E' una versione bellissima, forse la migliore canzone del concerto, secondo me; Watching The River Flow (ottima) e a memoria una splendida It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding), alla fine della quale Bobby (che nervi quelli che lo chiamano Bobby, come se da piccoli avessero piantato in giardino il basilico insieme, e io sono stato il primo a chiamarlo Bobby) lascerà l' elettrica per andare a sacrificarsi alle tastiere, diminuendo la portata del mito visto che in mezzo a quel casino non si sente proprio, tranne qualche nota ogni tanto, ma si impegna si contorce mette a dura prova le ossa ormai bucate (fa tenerezza nel portare in giro ancora quel mucchietto di carne, peserà si e no 50 chili) ma da' solo l'impressione di essere un cugino di campagna in playback. Forse è colpa dell'acustica, costretti nella conca dell'arena a schivare i leoni. Grandissima apertura. Tra l'altro la mia memoria non è esattamente d'acciaio, ad esempio al ritorno salito sull'autobus con il telefonino in mano, nei 4 passi che ho fatto per sedermi al mio posto ho perso il cellulare per ritrovarlo dopo una mezz' oretta nella busta dei panini, che non ricordavo nemmeno di avere mai aperto. Alle tastiere elettriche. Non sarebbe meglio, a questo punto, un bell' organo da giudizio universale? Spirit On The Water è simile alla versione dell'ultimo album (che ho ascoltato solamente due volte. E' la brutta copia di Love And Theft, con qualche pezzo fantastico) e non mi acchiappa più di tanto, è troppo nella parte del crooner anni 40 e la canzone è mediocre, ne approfitto per farmi spazio con piccole spallate innocenti ma arriva Rollin' And Tumblin', buona, e poi una irriconoscibile Boots Of Spanish Leather, una delle mie preferite, ma cazzo non riesco a cantarne nemmeno mezzo verso. Ora capisco perchè molti seguano il concerto con il dito sulle labbra, nella posa di chi sta attento ad un convegno sul miele d'acacia, tanto già sanno che è inutile sperare di cantare. Things Have Changed è abbastanza simile a quella su disco, apposta per smentirmi, e noto che c'è l'oscar che si porta sempre in tour su un'amplificatore. My Back Pages, ma non ci credo ancora forse era un'altra canzone, poi questi babbei timidoni piazzano un'epocale High Water (For Charley Patton) ma è una canzone epocale di per sé anche suonandola voce e piffero, mi inizio a sciogliere, dai che lascio a Torino un po' di grasso sudista. When The Deal Goes Down, buona, meglio che in studio, poi arriva il pezzo da 90 Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again, suonata come la suonavano i Grateful Dead, forse me ne accorgo solo io e riesco quasi a cantilenare il ritornello. Poi una meravigliosa Nettie Moore, una perla dell'ultimo cd, interrotta da varie standing ovation che partono sempre dagli anelli, forse perchè lì ci sarà un'acustica migliore anche se io qua sotto potrei fregargli il microfono. Per chiudere con una durissima Highway 61 Revisited. Luci, ritorno per i tre bis: una stravolta Blowin' In The Wind, Thunder On The Mountain (avrei preferito altro) e l'immancabile e meno male cantabile Like A Rolling Stone, dove anche i sapientoni finalmente alzano il braccino, ancheggiano disinvolti e cantano a squarciagola. E' andata.
B.
BRUCE SPRINGSTEEN a caserta, 8 ottobre 2006 Dopo numerose vicissitudini dovute ad una illogica organizzazione dei mezzi per raggiungere il palamaggiò mi sono ritrovato su un autobus da gita pensionistica con colazione al sacco per andare a vedere il boss o quello che ne resta. viaggio speso a bestemmiare la sfortuna per via delle scommesse, a cercare di indovinare i possibili pezzi che avrebbe fatto e tentare un recupero all'ultimo minuto sui testi delle canzoni(di cui conoscevo solo il ritornello di alcune.per il resto ho ciancicato a caso " astumoa ere stari eh tari tarò..."e tanto chi mi cagava!). arrivo in perfetto ritardo di fronte ai loggioni(verso le 18)e subito incolloni alla fila.la mi aventennale esperienza concertistica mi ha insegnato che non bisogna mai disperare sul posto.aperti i cancelli...PARTITI.macchè, le prime file tutte occupate e allora abbiamo opato per una tranquilla gita sonora sugli spalti "tanto si vede lo stesso e mica hanno l'impianto dei prejaten". 2 ore a sfuggire al serrato controllo degli omoni antifumo e poi the lights go down. eccolo bruce!BRUUUUUUUUUCE(e qui tutte le mie dichiarazioni della vigilia-"ho 27 anni ormai, mica mi posso mettere a zompare e gridare come un brufoloso teenager,cazzo.dai, laura per chi mi hai preso?"-sono andati a farsi un bagno con il mare mosso)ehi, bruuuuuuuuce, GUARDA QUA, NGULA A MAMMETA.LAURA, EEEEEEEEEEE AAAAAAAAAAAA...QUESTA E' JOHN HENRY! JOHN HENRY UAS A LILE BERY SITTIN ON A ERI RI....non si sente tanto bene.e' l'annoso problema delle sale italiane, cazzo, manca proprio la cultura dell'evento.bah(il tutto detto con un'espressione severa alla santoro).ah, dan tucker...bella, bella.guarda charlie (giordano, il factotum. passa dal professor roy bittan ad antonio paglione in un attimo)! che sagomaccia. eeeeeeeeeee...ma...ma....questa e' adam raised a cain...non ci credo....adam raised a cain..però è diversa.irriconoscibile se non fosse per il testo.bella versione in linea con le altre del disco nuovo. che artista. e guardalo come aiza la folla con un semplice cenno della manina sudata e grassoccia.patti non c'è, allora è vero che si sono lasciati.un paio di shhhhhhh di bruce completamente ignorati dal pubblico e c'è una growin upo da brividoi lungo la trache.peccato che manco questa la so pero' sul ritornellone siamo io bruce soli nella stanza (in gabriel's room there are pictures of his heros on the wall). e poi quando attacca l'aromonichetta non c'e' storia.siamo dalle parti dei racconti epici, omero e tutto l'odissea.a un certo punto, dopo una oklahoma home di routine ricompare l'armonichetta, le luci si abbassano e io, pensando che si ail turno di the river, mi appoggio al loggione per buttarmi di sotto.ma i primi accordi non sono quelli.."mmm, poco male, sembra blood brothers...ah no...if i should fall behind".nada, è devils and dust.che versione!da ultima chiamata prima del giudizio universale con le percussioni apocalittiche e la fisarmonica diama ntina.a un certo punto ho pensatoi che scendesse dio a dare il triplice fischio finale.avete sentito troppo. si chiude, signori.e poi con quell'aronichetta, lo giuro, signore, mi è quasi scappata la lacrimuccia. il boss si deve essere accorto di avrela fatta troppo grossa e allora ha abbassato la tensione con jacob's ladder che su disco salto sempre ma ieri era esagaratamente coinvolgente(anche i due casaveri che mi erano accanto hanno accennato un movimento.impercettibile. l'ho scoperto sollo alla moviola)con una durata spropositata ma nient'affatto noiosa.. WE ARE CLIMBINGG JACOB'S LADDER WE ARE CLIMBINGG JACOB'S LADDER WE ARE CLLLLLLLAAAAAAAAAAIMBIN JACOBS LADDER WEA ARE BROTHERS SISTERS ALL(questa la so). e i fiati ti riportano in un baretto con tom waits sullo sfondo che ubriaco raccota due barzellette sporche agli avventori.ancora chitarrina e SBAM.ma questa è OPEN ALL NIGHT...minchia che versione full band dal tiro cajun e tex mex(non fiatare, coc).mi ha fatto proprio divertire.domani la riascolto su nebraska. ed ecco il momento che i 3/4 della platea aspettava.avrebbero pagato solo per questa canzone.."I thought I heard the captain say Pay me my money down Tomorrow is our sailing day Pay me my money down Pay me, PAY ME Pay me my money down Pay me or go to jail Pay me my money down" ED E' IL DELIRIO.il boss che da' sfondo a tutte le sue mosse, charlie che si alza le maniche della camicia,"CASERTA, ANDIAAMOOOO", suzie e l'altro violinista che lavorano sodo e sorridono, i fiati ricchi e saporosi(come in tutto il concerto).si va avanti per un quarto d'ora.e poi i bis con my cit of ruins e 4 canzoni che non conoscevo ma con l'ultima in particolare da far venire un infarto alla metà dei non fumatori.altro che detroit medley.e quando è finito ho detto già finito?ma erano passate due ore e un quarto e il boss non è più un ragazzotto ma la voce fa ancora spavento e anzi si è annerita ancora di più. la band gira che un piacere, una locomotiva a vapore ai tempi di thoreau con tutti gli altri in carrozza. se dobbiamo dar retta alle voci ci vediamo l'anno prossimo con la e-street band. e andiamo!!!!
G.