Piano Sonata n. 2 (1983-1992)
« Caro Alessandro, domani userò la tua Seconda Sonata per fare un po’ di lezione sulla percezione del tempo all’interno del mio corso sulla radiofonia alla Scuola Holden »

Nicola Campogrande, compositore, 8 maggio 2002


« La Sonata n. 2 mi pare davvero un brano importante e “sconcertante”, per la scelta estrema, iper-radicale, dell’ambito armonico, per la sua adesione a mondi e modi espressivi desueti, ma innanzitutto per la sua originalità. Sarebbe ingenuo, da parte mia come di chiunque altro, parlarne in termini di “bello” e “brutto”, in quanto mi sembra che la Sonata si nutra, quasi bulimicamente, di bellezza, ma appunto in misura tale da stravolgerne la funzione e il senso. Pianisticamente è scritta benissimo, con una varietà ed una fantasia notevoli proprio perchè l’ambito di libertà è, per altri versi, ridottissimo. Appartiene decisamente al novero delle opere “monstre”, come Triadic memories di Feldman, Well Tuned Piano di La Monte Young, Van Cao’s Meditation di Ashley...ed il contrasto tra razionalità e misticismo, tra esoterismo e lucidità ne fa un enigma, interessante e certamente destinato a dividere il pubblico »

Emanuele Arciuli, pianista, 2 dicembre 2006


« Your piece for me flows like a river. We keep listening to the sound of this river for more than an hour without actually feeling the time »

Luciane Cardassi, pianista, 26 novembre 2000


« ... mi abbandono a questi giri di note, a questo suadente moto circolare che al suo centro si romperà in un episodio drammatico, quasi ad avvisare che la vita non è stata estromessa da questa costruzione sonora, ma assunta e risolta nel suo flusso »

Cesare De Marchi, scrittore, 24 giugno 2009


« [Your Second Sonata] toys with being perseverative (a sign of frontal lobe damage in which people keep approaching a problem the same way - oh, there are examples in my book somewhere) or ruminative (a somewhat higher-order misbehavior of the same type, caused by depression usually, when a person can’t let go of an insolvable problem and picks at it the way one might pick at a scab, never allowing it to heal), but in fact in your piece there is movement towards a solution, there is progress ».

Alice Flaherty, neurologa, 13 novembre 2006


« Ho ascoltato la Seconda Sonata, che mi ha davvero incantata. Ne ho apprezzato tantissimo non solo la bellezza formale, l’eleganza, la ricercatezza e nel contempo la purezza dell’architettura, ma anche e soprattutto la profondità, l’ascesi, la ricchezza interiore che se ne promanano È un’arte che, pur essendo bellissima in sé, si apre anche alla trascendenza ».

Chiara Bertoglio, pianista, 20 maggio 2008


« La Seconda Sonata per pianoforte di Carlo Alessandro Landini contiene al suo interno un vero e proprio esercizio di Analisi combinatoria. Uno dei problemi che Landini si pone è quello della variazione. Ebbene nella sua Sonata, Landini insiste nella proposta di nuove riletture del tema come se stesse conducendo la ricerca esaustiva di certe configurazioni combinatorie ».

Ottavio d’Antona, matematico, studioso di architettura dei calcolatori, 27 gennaio 2007


« Ciò che mi ha più colpito nella tua singolarissima creazione è il rifiuto di ogni dialettica formale, quasi tu volessi cogliere il suono prima ancora della sua manifestazione in pensiero musicale. Ascoltando la tua Seconda Sonata mi è venuto di pensare al fondo di un oceano (pedale di re bemolle) da cui salgono bolle sino alla superficie nella quale si riassorbono, ricominciando un inesauribile ciclo. Più che musica mi sembra la mimesi di un processo naturale (penso alla mimesi musicale di altri processi naturalistici colti nel loro divenire, come l’arrivo del ribollente turbine dell’introduzione della Nona di Beethoven o di alcuni passi id Stockhausen con processi di aggregazione o disgregazione che sembrano alludere più a processi cosmogonici che musicali) ».

Antonio Ballista, pianista, 10 agosto 1999


« Ho molto ammirato la tua Seconda Sonata e l’ho trovata ricchissima d’ispirazione nei suoni diafani e dolci che danno vita a eterei richiami. Un continuo vagare da una tonalità all’altra in circolari volute, suoni ondeggianti come la superficie di un lago, come le spighe nel vento, fino al sovrapporsi dei volumi sonori: nell’ora della notte le profondità dello spirito ».

Carlo Maria Mariani, pittore, New York, March 15, 2000


« Fare l’esperienza di ascolto della Seconda Sonata di Landini significa porsi davanti al silenzioso scorrere del tempo per riscoprire le anomalie percettive che lo accelerano o lo rallentano a seconda di come gira il motore dell’emozione. Il continuo flusso di coscienza che associa lunghi episodi che si reiterano come una lenta e continua metamorfosi, questi settantacinque minuti ininterrotti della Sonata in un solo movimento sono veramente una nuova avventura. Il pensiero musicale di Landini viaggia in controtendenza con la violenza aforistica e la velocizzazione dei linguaggi televisivi che bombardano da decenni le persone [...] Quello di Landini è uno dei casi più fertili di uno di linguaggi anacronistici, dove il suono è in stretto contatto con l’emozione immediata, ma al tempo stesso c’è una visione metalinguistica dell’uso delle forme compositive che rende protagonista lo scorrere del tempo e con esso la forte carica semantica che soltanto dal fluire del tempo può assumere climi sonori persuasivi come in un discorso sintatticamente compiuto. In altre parole, una musica che oggi è veramente alla portata di tutti nella sua formulazione grammaticale ma che richiede un tempo diverso sia dal movimento dell’orologio, sia dalla frammentazione di attimi che un orecchio fluttuante ascolta per casuali, sporadiche campionature ».

Daniele Lombardi, compositore, pianista e musicologo, Festival XXI Secolo, 19 luglio 2000, programma di sala.


« Let me tell you immediately how deeply impressed I was by your work. It was a really long piece as it was announced, but it did not feel to be so long. Its particular treatment of musical time created an experience similar to Wagner’s “Parsifal” which I have never found a particularly long piece. However, the most exciting was to notice that it is indeed possible to develop something new from Scriabin’s style which many have considered so idiolectic that no one could follow his path. The sonorities in your Sonata were always pleasant to the ears and the whole piece was exciting to be followed until the end [...] So, I thank you once again for this memorable event in the musical life of my town Helsinki ».

Eero Tarasti, musicologist, Professor University of Helsinki, January 4, 2000


« L’attesa musicale ha la prevalenza, anzi pare che questa nozione di attesa sia la caratteristica della Sonata, attesa che non chiude un ciclo vitale, ma che rimane interamente formale senza distendersi in aperta melodicità [...] La ragione della Sonata rimane chiara, elaborata nello schema ideale e tuttavia nascosto del non detto, del non manifestato. Potremmo pensare ai Prigioni michelangioleschi, alle facce ceree di Medardo Rosso, a tutto l’iter contemporaneo delle inanimate fattezze che non chiudono un viso, non completano un carattere. Al non finito musicale ci si avvicina con riguardo, timorosi di indovinare qualche cosa che non c’è, e che non bisogna attendersi. Il climax assoluto rimane “in levare”... ».

Gilberto Finzi, scrittore e critico, ottobre 2000


« Ich weiß auch gar nicht, wo ich anfangen soll, was ich davon halte soll. Aber irgendwo finde ich das Werk faszinierend. Alles ist im Fluss, wie Du schreibst, kennt kein Anfang und kein Ende? Aber ja doch! Trotzdem meine ich, mich beim Anhören im kreis zu bewegen. Du bietest Zeitlosigkeit in einer festgelegten Zeit dar. An sich ein Unding. Ist Dein Stück die Quadratur des Kreises? Man könnte es fast meinen. Ein Stück für das neue Jahrtausend? Vielleicht ein Endpunkt des alten. Oder Anfang und Ende, der Anfang vom Ende, das Ende vom Anfang... endlos. Doch endlos ist es nicht. Es stößt ab und zieht gleichermaßen an. Und das ist irgendwie unerklärlich faszinierend ».

Heinz Zietzsch, giornalista (Darmstädter Echo) 26 settembre 1999


« Il tuo racconto musicale, come l’ha definito giustamente Leprino, è veramente bello, pieno di fascino, di avvenimenti, di fantasia, di autentica soavità, di efficace aggressività a largo respiro: è sempre piacevole, chiaro, coerente, prende, convince e vince ».

Luciano Chailly, 17 aprile 1999


« Landini concepisce l’oggettività del tempo come fondamento narrativo dell’intero pezzo della durata di ottanta minuti. Non deve avere fretta chi ascolta Landini, ma deve cercare di immedesimarsi in un’espressività complessa, filosoficamente formata alla scuola dei grandi [...] Questa bellissima pagina è un esempio di come il linguaggio, frantumato dal punto di vista della struttura armonica tradizionale, ritrovi solo in se stesso una sua giustificazione, una sua ragion d’essere viva nella dimensione del tempo che scorre ».

Maria Giovanna Forlani, “Musica e Scuola”, Anno XIII, n. 16, 15 settembre 1999, pp. 29-30


« L’effetto complessivo, la percezione della forma, è di qualcosa che prima si gonfia e poi si sgonfia, lentamente, come un atto di respirazione che tiene in vita un organismo ».

Mario Tesio, “La Sonata n. 2 di Landini: enigma in forma di note”, La Provincia Pavese, 4 giugno 1999, p. 35.


« È passato del tempo dalla prima volta in cui ho ascoltato la tua Seconda Sonata, ma l’impressione è sempre vivissima, ho trascorso 78 minuti indimenticabili e invidiabili. Certo che non è musica d’ascolto leggera o di sottofondo, per giovarsene appieno occorre la massima concentrazione: allora sì, si parte davvero per le stelle e le galassie. Ho sentito l’universo dentro di me, il silenzio e la pace, il fuoco creatore e la danza. Straordinario il benessere del corpo. Curioso che la metà inferiore fosse immobile e tutta la parte superiore – direi proprio a partire dall’ombelico – si muovesse a spirale, le braccia poi che sollievo, il collo non parliamone neppure: urlava di felicità e liberazione. Straordinario. Così mi si è aperta la porta sull’universo e sul mito, fisico ed extra fisico si sono fusi in mirabile sintesi e sono stata nella curva del tempo. Ho avuto un’illuminazione, credo, ma ora, anche se l’impressione è ancora bruciante, non riesco a formularla in parole ».

Sara Laguzzi, giornalista Rai, Roma, 14 maggio 2000