Pagina in continuo cambiamento ... perchè su questo argomento non bisogna mai abbassare la guardia!
Incontro tenuto nel novembre scorso a Villa Vogel a Firenze promosso dall'Ass.ne Consumattori - OSPITE IL PROF. GIANNI TAMINO (DOCENTE UN. PADOVA)

Sicurezza alimentare

La sicurezza alimentare è stata vista fino a qualche anno fa come garanzia di approvigionamento del cibo, laddove c’era carenza di prodotti alimentari. Ora bisogna fare una fondamentale distinzione fra paesi ricchi e paesi poveri:

 

PAESI RICCHI

 

PAESI POVERI

S.a. = cibo sicuro dal punto di vista igienicosanitario

 

S.a. = approvigionamento di cibo

1 miliardo di persone muoiono o si ammalano per malattie legate a problemi legati al cibo (troppo o di scarsa qualità)

 

1 miliardo di persone muoiono o si ammalano per malattie legate alla carenza di cibo o alla cattiva qualità dell’acqua

Malattie più comuni: cardiovascolari

 

Malattie più comuni: infezioni intestinali

 

Per garantire la sicurezza alimentare ai paesi ricchi bisogna pensare ad un’agricoltura che non sia più “macchina di produzione” in senso quantitativo ma qualitativo. L’esempio più lampante è stato ciò che è accaduto dopo lo scandalo del vino al metanolo.

Prima il vino costava pochissimo grazie alla sua bassissima qualità e ciò determinava un abuso da parte dei consumatori a scapito della salute, dopo lo scandalo, è stata scelta la strada di un prodotto di qualità, più caro ma migliore. In questo modo se ne beve meno (che è meglio) ma si guadagna in salute e gusto.

Prima della rivoluzione verde, l’uomo in agricoltura selezionava le piante più adatte all’ambiente e fra queste sceglieva quelle più produttive. Era quindi l’ambiente che determinava la pianta più adatta allo scopo.

Successivamente la scelta è stata fatta sulla pianta più produttiva a prescindere dall’ambiente in cui deve vivere, quindi è stato necessario adattare l’ambiente alla pianta!

A questo punto è quindi intervenuta l’industria chimica che ha imposto sementi ad “alta produttività” dove questa parola nasconde un inganno: se prima c’erano varietà di piante tali (biodiversità) da garantire sempre una produttività dignitosa, adesso ci sono piante che producono moltissimo ma solo in certe condizioni, quando c’è grosso apporto di acqua e di energia (intesa come prodotti chimici, lavoro di adattamento del terreno). In mancanza dei quali non c’è alcuna garanzia di produzione.

Inoltre negli ultimi anni c’è stato un’incremento vertiginoso di coltivazione di sementi (riso, frumento e mais sono il 50% della produzione mondiale) a parità di un sempre minor consumo da parte degli uomini, ciò significa che sono prevalentemente destinati al consumo animale.

Le industrie chimiche sono, col tempo, diventate industrie agro-chimiche-sementarie e, da dieci anni, si sono specializzate in biotecnologie transgenetiche.

Chi dice che da sempre ingeriamo cibo geneticamente modificato è in errore. Le piante che sono arrivate fino a noi hanno subito delle mutazioni, a volte cercate dall’uomo, ma sempre in un meccanismo evolutivo naturale. Mai si era verificata un’intrusione artificiale come quella di mischiare informazioni genetiche di una pianta con una completamente diversa. Il sistema evolutivo si è sempre trasformato in centinaia di anni, gli adattamenti sono sempre stati lenti e in armonia con i cambiamenti ambientali; adesso in pochi anni, l’uomo, pretende di interferire con questa macchina perfetta che è la natura e pretende di ottenere dei risultati in pochissimo tempo, senza interessarsi di quelli che saranno gli effetti collaterali fra cento anni!

Fortunatamente in Europa c’è la regola di precauzione che ci protegge dall’inquinamento da ogm. C’è però da dire che già nel 1999 le multinazionali delle sementi, con un inganno, regalarono sacchetti di semi ogm ai coltivatori italiani ignari. Questo, non per aprire direttamente un mercato, ma con la deliberata intenzione di inquinare i nostri raccolti! Le multinazionali infatti, si sono rese conto che solo così possono insinuarsi nel mercato europeo senza il quale fallirebbero (e infatti molte aziende sono già in crisi). 

La proposta quindi in discussione alla Commissione Europea di permettere l’entrata di un “innocuo” 0,1% di sementi ogm nel nostro mercato è pericolosissima! Ciò significherebbe che su un ettaro di terreno, 60 piante sarebbero transgeniche, il loro polline presto si espanderebbe nel raggio di un chilometro così da inquinare almeno il 20% del raccolto e ciò si diffonderebbe ancora di più nella piantagione successiva e in quelle a seguire. L’inquinamento entro pochi anni sarebbe totale. A questo punto, in un contesto come questo, le multinazionali delle biotecnologie tornerebbero all’attacco senza più limitazioni. Così, grazie alla vendita di sementi e di prodotti chimici (dai quali gli ogm dipendono) e, altro fattore importantissimo, la detenzione dei brevetti delle sementi, avrebbero in mano il controllo di tutta l’alimentazione mondiale!

D’altra parte il cittadino non sarebbe più disposto a spendere cifre più alte per cibi bio o convenzionali se l’inquinamento da ogm fosse totale.

Per questo è necessario creare delle alleanze fra cittadini, pubbliche amministrazioni, agricoltori, associazioni di categoria e di volontariato per bloccare questo processo irreversibile.

ottobre 2002: i Nas e l'Istituto Zooprofilattico di Torino trovano Ogm nel latte in polvere per lattanti ("Alsoy2" della Nestlè e "Multisoy" della Dieterba). La normativa attualmente in vigore (D.P.R. n°128 - art.3 - del 7 aprile 1999) stabilisce il divieto assoluto di utilizzare Ogm negli alimenti per lattanti e per l'infanzia, in ragione massimo rischio che si potrebbe riscontrare in questi soggetti a causa della fragilità del loro sistema immunitario. Il Procuratore Raffaele Guariniello avvia un’indagine per frode in commercio nei confronti delle due multinazionali. Grazie però all'entrata in vigore di un nuovo regolamento del Ministero della Salute (31/5/01) anche i neonati potranno bere latte e mangiare pappine con ogm!!! Basta che la loro percentuale sia inferiore al 1%! 

settembre 2002: i risultati di un’indagine condotta da Aiab (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) rivelano che il 40% dei mangimi utilizzati negli allevamenti biologici sono contaminati da soia geneticamente modificata; la percentuale sale al 91% negli allevamenti tradizionali.

 

Il DNA è una grossa molecola presente in tutti gli organismi viventi che porta in sé l'informazione genetica che determina lo sviluppo, il differenziamento e la riproduzione di ogni individuo. Dapprima si cominciò a modificare il patrimonio genetico di alcune piante semplicemente esponendo i semi a sostanze mutagene (es. radiazioni). Successivamente si scoprirono alcune metodiche che consentirono di tagliare il DNA in piccoli pezzetti che potessero essere spostati (trans-genetica) ed integrati all'interno di altri organismi viventi anche molto diversi tra loro. Fu subito chiaro che questa tecnologia consentiva di superare in pochi secondi quelle barriere alla riproduzione tra Regni e specie diverse che la natura aveva innalzato nei 4,6 miliardi di anni del nostro pianeta: infatti la manipolazione genetica "combina" organismi che in natura non possono fecondarsi: batteri con cereali, pesci con fragole, scorpioni con piante ecc. Enormi le potenzialità, enormi i rischi connessi ad un utilizzo errato di questa nuova tecnologia.

Queste tecnologie sono applicate oggi sostanzialmente in campo medico-farmaceutico, in zootecnia (ma non si è riusciti a produrre nessun animale transgenico senza problemi collaterali) e nel campo agroalimentare.

Gli OGM - Organismi Geneticamente Manipolati - sono organismi artificiali, spesso brevettati e dunque di proprietà privata di una azienda.

Degli oltre 44 milioni di ettari di terra nel mondo coltivati ad Ogm, il 97% è ricoperto da piante modificate per due soli caratteri: resistenza a diserbanti e resistenza agli insetti. Tali caratteristiche sono conferite a soia, mais, patata, cotone e colza. Tra le altre caratteristiche indotte: produzione di grassi insaturi e ritardata marcescenza.

In Europa risalgono al 1996 le prime autorizzazioni europee all'importazione ed alla vendita di prodotti transgenici. Attualmente gli Ogm in commercio sono 18: tra questi una tipologia di soia, alcuni tipi di mais e di oli di colza, radicchio e tabacco. Molti Paesi (Francia, Germania, Austria e Lussemburgo, Norvegia ed Italia) hanno posto dei limiti a queste autorizzazioni vietando autonomamente la circolazione di alcune tipologie di mais gm. La coltivazione di Ogm (mais Bt) è attualmente autorizzata solamente in poche migliaia di ettari in Spagna. Negli Stati Uniti, maggiori produttori mondiali di Ogm, attualmente è autorizzata la coltivazione ed il commercio di 52 tipologie di prodotti transgenici, tra cui soia, mais, cotone, colza, patata, melone, pomodoro, papaya e tabacco. Sono in commercio anche latte, carni e prodotti caseari provenienti da vacche trattate con l'ormone transgenico della crescita, proibito in Europa perché cancerogeno.

Rischi per la salute. Non è ancora stata provata l’innocuità per l’organismo umano o animale di una alimentazione a base di Ogm, ma non è neppure possibile effettuare un monitoraggio sulla popolazione che utilizza tali alimenti poiché questi non sono identificabili dagli acquirenti. Non è possibile quindi cercare delle correlazioni tra la dose di Ogm assunta e la risposta corporea. Tuttavia, si ipotizza il rischio di: aumento delle allergie alimentari, acquisizione della resistenza agli antibiotici; tossicità acuta e cronica; problemi al sistema immunitario; ingestione di maggiori quantità di residui di erbicidi; sviluppo di nuove varianti virali. Il problema è che per il consumatore è impossibile individuare i prodotti derivati da ogm dagli altri  per la mancanza di etichettatura.

Rischi per l'ambiente. Il problema fondamentale è l'alto grado di imprevedibilità che comporta il rilascio di organismi transgenici in ambiente, essendo normale ed incontrollabile in natura il trasferimento di geni tra specie diverse o tra individui della stessa specie. I problemi ipotizzabili sono: inquinamento genetico di varietà naturali, trasmissione della resistenza agli erbicidi a piante infestanti; evoluzione di parassiti "super-resistenti"; evoluzione o trasmissione di nuovi virus; permanenza di tossine Bt nel terreno o sui vegetali; diffusione del polline contenente tossine insetticide; aumento nell'uso di pesticidi/erbicidi; erosione sempre più rapida della biodiversità.

Rischi per la società. Non meno preoccupanti appaiono i possibili rischi per la società sintetizzabili in: perdita di identità ed autonomia per gli agricoltori; monopolio alimentare delle multinazionali; biocolonialismo e biopirateria

QUALCHE APPROFONDIMENTO

Il primo animale transgenico - un topo di dimensioni notevoli - fu prodotto con l’obiettivo di ottenere in un secondo tempo animali da allevamento in versione “gigante”. Oggi questo ambito di ricerca è quasi completamente abbandonato perché non si è riusciti a produrre nessun animale transgenico sano, senza cioè problemi collaterali (digestivi, di sterilità, di deambulazione, morte precoce etc.). L’unico animale transgenico che, pur presentando numerosi problemi, è stato recentemente brevettato anche in Europa è un salmone che può raggiungere dimensioni circa sette volte maggiori rispetto alla specie selvatica!

Le più diffuse tecnologie transgeniche oggi sul mercato sono essenzialmente due, nonostante ben venti anni di ricerca nel settore: una conferisce resistenza nei confronti di erbicidi, prodotti dalle stesse multinazionali detentrici dei brevetti sui semi (tecnologia Roundup-Ready), l’altra agli insetti (tecnologia Bt). Queste tecnologie vengono oggi applicate a molte specie vegetali (mais, soia, tabacco, patata, colza e diverse altre anche ornamentali) ed a diverse varietà per ogni specie. Nella maggioranza degli altri esperimenti effettuati (ritardata marcescenza, resistenza a stress ambientali etc.) i risultati ottenuti sono ancora scarsi.

Il rilascio in natura di OGM tramite coltivazione e allevamento o contaminazione accidentale può produrre effetti irreversibili sugli ecosistemi. Diversamente da un inquinante chimico, gli OGM possono riprodursi e moltiplicarsi, estendendo la propria presenza sia nello spazio che nel tempo e sfuggendo a qualsiasi controllo.

Con gli OGM non si hanno nè vantaggi ambientali nè sanitari, al contrario si orienta la ricerca verso la direzione opposta adattando gli organismi viventi alle esigenze della chimica (per esempio, rendendo alcune colture agrarie tolleranti a particolari erbicidi). Questo è ciò che fa la Monsanto, nonostante presentati le sue tecnologie come rispettose dell'ambiente e capaci di lenire gli impatti negativi dei pesticidi; ricordiamoci che si tratta della multinazionale diventata famosa per aver prodotto l'Agente Arancio, il defoliante tossico e cancerogeno usato nella guerra del Vietnam e successivamente i PCB, i pericolosi composti organoclorurati più nocivi del DDT ora vietati pressoché ovunque, ma che continueranno per millenni ad inquinare fiumi e mari, a causa della loro persistenza. Adesso acquistando i semi ogm Monsanto, l'agricoltore è obbligato ad acquistare anche l'erbicida da essa prodotto. Detti semi, infatti, sono maggiormente resistenti all'erbicida quindi il coltivatore è portato ad abusarne per difendersi dai parassiti e assicurarsi - comunque - un raccolto cospicuo ... anche se intossicato.

Il processo di concentrazione oligopolistica dell'industria biotecnologica interessa anche altre multinazionali impegnate in fusioni societarie fra giganti o nell'assorbimento di piccole aziende di ricerca. Il controllo in poche mani dei brevetti biotecnologici e delle sementi che ne derivano, mette in serio pericolo quell'agricoltura plurale, sostenibile e 'bio-diversa' che tutt'ora occupa il 50% della forza lavoro mondiale, per la quale l'accesso alla terra e alle risorse genetiche è letteralmente fonte di sopravvivenza. Ecco perchè la Monsanto viene portata ad esempio di una politica commerciale sensibile alle sole logiche del mercato e indifferente alle molteplici conseguenze negative di carattere ambientale e socio-economico.

Circa il 60% dei prodotti trasformati presenti sugli scaffali dei nostri supermercati contiene almeno un ingrediente originato da una di queste due colture. Si tratta di piante che danno un prodotto - il seme - estremamente duttile e poliedrico, capace di dar luogo a numerose applicazioni sia nell'industria agroalimentare che mangimistica. Queste virtù rendono inoltre il mais e la soia particolarmente vocate al commercio internazionale e si può dire che svolgano un ruolo da apripista per la globalizzazione agricola, ancora lontana dall'imporsi essendo i flussi di import/export di derrate limitati intorno al 10% della produzione agricola mondiale.  

La soia viene generalmente chiamata una proteoleaginosa in quanto il suo seme è ricco sia di grassi che di proteine; l'iniziale estrazione delle sostanze oleose utilizzate principalmente nei prodotti alimentari umani lascia un sottoprodotto particolarmente ricco di proteine molto ricercate per l'alimentazione del bestiame. A differenza del mais, la distinzione tra alimenti e mangimi è meno importante per la soia, per la quale sia la farina che l'olio provengono dallo stesso processo di lavorazione. Da questo si evince che se l'intero mercato dell'olio di soia si orientasse verso l'esclusione degli OGM, si otterrebbe lo stesso risultato anche per la farina di soia (prodotta dalla stessa pianta non-OGM). Una tale scelta è però limitata dal fatto che l'olio - in particolare se sottoposto a processi di raffinazione intensi - non contiene né proteine, né DNA (entrambi invece presenti nella farina). E' quindi impossibile sapere se un olio derivi da una fonte ogm, a meno di monitorare la filiera nella sua interezza attraverso un adeguato sistema di tracciabilità. La soia si trova in una grande quantità di alimenti trasformati in quanto i suoi derivati sono di uso comune sotto forma di farina, olio e lecitina. La lecitina è un emulsionante di provenienza quasi esclusiva dalla soia, mentre la dicitura "grassi vegetali" e "grassi vegetali idrogenati" corrisponde in circa l'80% dei casi ad olio di soia. Inoltre, oltre al mais è usatissima nei mangimi animali.

Il mais rappresenta una importante fonte mangimistica somministrata al bestiame sia 'tale e quale' che dopo un processo di trasformazione. Per quel che riguarda altre modalità di utilizzazione, il mais interessa l'industria alimentare per molteplici prodotti di consumo, sotto forma di dolcificante (come sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio) o amido, oppure quale fonte di etanolo (usato nella produzione delle bevande oltre che dall'industria meccanica). Un sottoprodotto di molte delle lavorazioni menzionate è il glutine di mais impiegato come alimento degli animali allevati.

Il Mais Bt è un prodotto transgenico della Ciba Geigy che contiene un gene per la produzione della tossina Bt del Bacillus thuringensis ad azione insetticida, principalmente contro le larve dei lepidotteri (farfalle). Questo mais è stato inoltre ingegnerizzato integrando un fattore per la resistenza al Basta (un erbicida della Hoechst, affiliata alla Ciba), ed un gene per la resistenza all'antibiotico ampicillina quale marcatore. Il Bacillus thuringensis ancor prima di trovare impiego nelle colture transgeniche rappresentava un efficace ed 'ecologico' insetticida naturale spesso usato in agricoltura biologica, spargendo le spore del batterio. Quando la spora viene inghiottita da una larva essa si attiva nello stomaco e produce una tossina che normalmente la uccide. Le piante Bt, invece, producono costantemente la tossina, con tre principali conseguenze: 1) gli insetti nocivi che cominciano ad attaccare il mais non sempre muoiono, nel qual caso possono riuscire a spostarsi in un campo limitrofo esercitando l'attività parassitaria; 2) la tossina passa al suolo attraverso le radici o con l'interramento delle stoppie, dove si caratterizza per una notevole persistenza e per la nocività verso molti organismi terricoli utili; 3) la diffusione della tossina su larga scala aumenta la probabilità di insorgenza di forme di resistenza da parte delle popolazioni di insetti target, innescando un processo di selezione che favorisce gli insetti resistenti. L'acquisizione progressiva di resistenza rende fatalmente inefficace l'applicazione di Bt, oltre che nelle colture ingegnerizzate, anche da parte degli agricoltori biologici per i quali il Bacillus thuringensis rappresenta una delle non numerose soluzioni valide nel contenere gli attachi parassitari.

L'opposizione dei consumatori europei verso l'uso di OGM in campo alimentare ha imposto alle autorità di mettere a punto un sistema di etichettatura dei prodotti come strumento per assicurare l'esercizio della libera scelta del consumatore. L'etichettatura benché indispensabile, non è purtroppo sufficiente, in quanto è ben più necessario tenere separati i prodotti agricoli transgenici da quelli tradizionali. In caso contrario la contaminazione da OGM nei prodotti tradizionali rende vana e insensata anche l'etichettatura.

Nel 1998 è entrata in vigore una Direttiva che prevedeva l'obbligo di riportare in etichetta l'eventuale presenza di OGM. Ma dopo due anni, la Commissione Europea ha riconosciuto che lo stato di contaminazione delle sementi rendeva impossibile garantire l'assenza totale di OGM negli alimenti e ha quindi varato un testo corretto della direttiva in vigore dove si prescrive che la presenza di ingredienti transgenici non debba essere riportata in etichetta qualora la percentuale di OGM sia al di sotto dell'1% (ad esclusione di un impiego intenzionale, nel qual caso l'obbligo di etichettare si estende anche al di sotto di tale soglia).

L'obbligo di riportare in etichetta la dicitura relativa ad ingredienti originati da colture transgeniche scatta quindi solo nel caso si superi un valore limite e sia rilevabile analiticamente la presenza di DNA o proteine dovute alla manipolazione genetica, mentre nessuna informazione viene fornita per ingredienti come l'amido od olii particolarmente processati ottenuti da piante geneticamente modificate, ma 'sostanzialmente equivalenti ' a quelli ottenuti da piante convenzionali. Il consumatore ha quindi accesso ad una informazione parziale ed esclusivamente riconducibile al prodotto da acquistare, mentre viene totalmente tenuto all'oscuro delle modalità di ottenimento dei processi produttivi delle derrate agricole, su cui si possono nutrire preoccupazioni di carattere ambientale o etico. Il diritto all'informazione e alla scelta consapevole è, inoltre, negato anche all'agricoltore: i frequenti casi di contaminazione delle sementi emersi nel corso della primavera dell'anno in corso denunciano una situazione allarmante di rischio di inquinamento genetico dei nostri campi, di cui i contadini sono ignari, con potenziali ripercussioni anche sulla salute dei consumatori, come evidenziato dal caso StarLink (il mais transgenico che aveva ottenuto l'autorizzazione al commercio negli USA per il solo uso in zootecnia, ma che ha contaminato accidentalmente oltre 300 prodotti alimentari con decine di casi di allergie denunciati e un conseguente danno economico stimato in oltre 2.000 miliardi di lire dalla stessa Aventis, la multinazionale che lo ha prodotto, brevettato e messo in commercio).

Nel 1998, in risposta alle pressioni provenienti dalle industrie biotecnologiche, l'Unione Europea ha emanato una Direttiva che consente esplicitamente di brevettare organismi viventi come piante ed animali o parti di essi. La domanda di brevetti su organismi viventi e sulle tecnologie sviluppate per la loro manipolazione ha subìto un'impennata negli ultimi anni con il moltiplicarsi di ricerche su piante transgeniche e animali 'nuovi' come la chimera uomo-maiale, le cui applicazioni risultano ancora oscure. Ad oggi sono state presentate all'EPO di Monaco (l'Ufficio Europeo per i Brevetti) più di 15.000 richieste di brevetti nel campo dell'ingegneria genetica ed oltre 2.000 sui geni umani di cui circa 300 già concesse prima del 1998. Le domande di brevetti che riguardano specie animali sono oltre 600 e una dozzina circa sono già state approvate mentre per le piante le richieste sono 1.500 di cui 100 già accolte.

La concessione del brevetto è subordinata alla presentazione dettagliata dell'invenzione, che nel caso di organismi viventi transgenici riguarda anche la sequenza genica. I sostenitori della brevettabilità degli organismi viventi sostengono che la concessione del brevetto consente al mondo scientifico ed industriale di coprire i costi di ricerca e sviluppo delle tecnologie.

Secondo una ricerca commissionata dal quotidiano britannico The Guardian, sono circa 127.000 i geni umani o sequenze parziali di geni umani brevettati da aziende farmaceutiche, aziende biotecnologiche, istituti di ricerca privati ed università. Un'azienda francese, la Genset, detiene circa il 29% del totale dei brevetti di geni umani, "possedendone" oltre 36.000.

L'azienda Myriad Genetics dello Utah, che possiede i diritti intellettuali di due geni mutanti, il BRCA1 ed il BRCA2, considerati indicatori della predisposizione al tumore alle ovaie ed alle mammelle, ha inviato lettere di diffida a molti laboratori di ricerca chiedendo di interrompere l'uso diagnostico dei due geni in assenza del pagamento dei diritti brevettuali. Molti istituti di ricerca hanno ricevuto una simile lettera dalla compagnia Athena Diagnostic che rivendicava il possesso di diritti esclusivi di alcuni test diagnostici per il morbo di Alzheimer e ricordava che il loro uso da parte di qualsiasi altro istituto rappresentava una violazione della legge.

L'Athena offriva di condurre i test al prezzo di circa 450.000 lire per ogni campione, un prezzo circa il doppio rispetto a quello offerto da molte strutture sanitarie attrezzate. La brevettabilità degli organismi viventi, quindi, danneggia lo sviluppo e l'applicazione terapeutica dell'ingegneria genetica.

le fonti: sito Legambiente (www.legambiente.com), sito Greenpeace (www.greenpeace.it)

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