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Pagina in continuo cambiamento ... perchè su questo argomento non bisogna mai abbassare la guardia! |
| Incontro tenuto nel novembre scorso a Villa Vogel a Firenze promosso dall'Ass.ne Consumattori - OSPITE IL PROF. GIANNI TAMINO (DOCENTE UN. PADOVA) | ||||||||||||
Sicurezza alimentare
La sicurezza alimentare è stata vista fino a qualche anno fa come garanzia di approvigionamento del cibo, laddove c’era carenza di prodotti alimentari. Ora bisogna fare una fondamentale distinzione fra paesi ricchi e paesi poveri:
Per
garantire la sicurezza alimentare ai paesi ricchi bisogna pensare ad
un’agricoltura che non sia più “macchina di produzione” in senso
quantitativo ma qualitativo. L’esempio più lampante è stato ciò che
è accaduto dopo lo scandalo del vino al metanolo. Prima
il vino costava pochissimo grazie alla sua bassissima qualità e ciò
determinava un abuso da parte dei consumatori a scapito della salute, dopo
lo scandalo, è stata scelta la strada di un prodotto di qualità, più
caro ma migliore. In questo modo se ne beve meno (che è meglio) ma si
guadagna in salute e gusto. Prima
della rivoluzione verde, l’uomo in agricoltura selezionava le piante più
adatte all’ambiente e fra queste sceglieva quelle più produttive. Era
quindi l’ambiente che determinava la pianta più adatta allo scopo. Successivamente
la scelta è stata fatta sulla pianta più produttiva a prescindere
dall’ambiente in cui deve vivere, quindi è stato necessario adattare
l’ambiente alla pianta! A
questo punto è quindi intervenuta l’industria chimica che ha imposto
sementi ad “alta produttività” dove questa parola nasconde un
inganno: se prima c’erano varietà di piante tali (biodiversità) da
garantire sempre una produttività dignitosa, adesso ci sono piante che
producono moltissimo ma solo in certe condizioni, quando c’è
grosso apporto di acqua e di energia (intesa come prodotti chimici, lavoro
di adattamento del terreno). In mancanza dei quali non c’è alcuna
garanzia di produzione. Inoltre
negli ultimi anni c’è stato un’incremento vertiginoso di coltivazione
di sementi (riso, frumento e mais sono il 50% della produzione mondiale) a
parità di un sempre minor consumo da parte degli uomini, ciò significa
che sono prevalentemente destinati al consumo animale. Le
industrie chimiche sono, col tempo, diventate industrie
agro-chimiche-sementarie e, da dieci anni, si sono specializzate in
biotecnologie transgenetiche. Chi
dice che da sempre ingeriamo cibo geneticamente modificato è in errore.
Le piante che sono arrivate fino a noi hanno subito delle mutazioni, a
volte cercate dall’uomo, ma sempre in un meccanismo evolutivo naturale.
Mai si era verificata un’intrusione artificiale come quella di mischiare
informazioni genetiche di una pianta con una completamente diversa. Il
sistema evolutivo si è sempre trasformato in centinaia di anni, gli
adattamenti sono sempre stati lenti e in armonia con i cambiamenti
ambientali; adesso in pochi anni, l’uomo, pretende di interferire con
questa macchina perfetta che è la natura e pretende di ottenere dei
risultati in pochissimo tempo, senza interessarsi di quelli che saranno
gli effetti collaterali fra cento anni! Fortunatamente in Europa c’è la regola di precauzione che ci protegge dall’inquinamento da ogm. C’è però da dire che già nel 1999 le multinazionali delle sementi, con un inganno, regalarono sacchetti di semi ogm ai coltivatori italiani ignari. Questo, non per aprire direttamente un mercato, ma con la deliberata intenzione di inquinare i nostri raccolti! Le multinazionali infatti, si sono rese conto che solo così possono insinuarsi nel mercato europeo senza il quale fallirebbero (e infatti molte aziende sono già in crisi). La proposta quindi in discussione alla Commissione Europea di permettere l’entrata di un “innocuo” 0,1% di sementi ogm nel nostro mercato è pericolosissima! Ciò significherebbe che su un ettaro di terreno, 60 piante sarebbero transgeniche, il loro polline presto si espanderebbe nel raggio di un chilometro così da inquinare almeno il 20% del raccolto e ciò si diffonderebbe ancora di più nella piantagione successiva e in quelle a seguire. L’inquinamento entro pochi anni sarebbe totale. A questo punto, in un contesto come questo, le multinazionali delle biotecnologie tornerebbero all’attacco senza più limitazioni. Così, grazie alla vendita di sementi e di prodotti chimici (dai quali gli ogm dipendono) e, altro fattore importantissimo, la detenzione dei brevetti delle sementi, avrebbero in mano il controllo di tutta l’alimentazione mondiale! D’altra
parte il cittadino non sarebbe più disposto a spendere cifre più alte
per cibi bio o convenzionali se l’inquinamento da ogm fosse totale. Per
questo è necessario creare delle alleanze fra cittadini, pubbliche
amministrazioni, agricoltori, associazioni di categoria e di volontariato
per bloccare questo processo irreversibile. |
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ottobre
2002: i Nas e l'Istituto Zooprofilattico di Torino trovano Ogm nel latte in
polvere per lattanti ("Alsoy2" della Nestlè e "Multisoy"
della Dieterba). La normativa attualmente in vigore
settembre
2002: i risultati di un’indagine condotta da Aiab (Associazione Italiana
Agricoltura Biologica) rivelano
che il 40% dei mangimi utilizzati negli allevamenti biologici sono contaminati
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Il DNA è una grossa molecola presente in tutti gli organismi viventi che porta in sé l'informazione genetica che determina lo sviluppo, il differenziamento e la riproduzione di ogni individuo. Dapprima si cominciò a modificare il patrimonio genetico di alcune piante semplicemente esponendo i semi a sostanze mutagene (es. radiazioni). Successivamente si scoprirono alcune metodiche che consentirono di tagliare il DNA in piccoli pezzetti che potessero essere spostati (trans-genetica) ed integrati all'interno di altri organismi viventi anche molto diversi tra loro. Fu subito chiaro che questa tecnologia consentiva di superare in pochi secondi quelle barriere alla riproduzione tra Regni e specie diverse che la natura aveva innalzato nei 4,6 miliardi di anni del nostro pianeta: infatti la manipolazione genetica "combina" organismi che in natura non possono fecondarsi: batteri con cereali, pesci con fragole, scorpioni con piante ecc. Enormi le potenzialità, enormi i rischi connessi ad un utilizzo errato di questa nuova tecnologia. Queste tecnologie sono applicate oggi sostanzialmente in campo medico-farmaceutico, in zootecnia (ma non si è riusciti a produrre nessun animale transgenico senza problemi collaterali) e nel campo agroalimentare. Gli
OGM - Organismi Geneticamente Manipolati - sono organismi artificiali, spesso
brevettati e dunque di proprietà privata di una azienda. Degli oltre 44 milioni di ettari di terra nel mondo coltivati ad Ogm, il 97% è ricoperto da piante modificate per due soli caratteri: resistenza a diserbanti e resistenza agli insetti. Tali caratteristiche sono conferite a soia, mais, patata, cotone e colza. Tra le altre caratteristiche indotte: produzione di grassi insaturi e ritardata marcescenza. In Europa risalgono al 1996 le prime autorizzazioni europee all'importazione ed alla vendita di prodotti transgenici. Attualmente gli Ogm in commercio sono 18: tra questi una tipologia di soia, alcuni tipi di mais e di oli di colza, radicchio e tabacco. Molti Paesi (Francia, Germania, Austria e Lussemburgo, Norvegia ed Italia) hanno posto dei limiti a queste autorizzazioni vietando autonomamente la circolazione di alcune tipologie di mais gm. La coltivazione di Ogm (mais Bt) è attualmente autorizzata solamente in poche migliaia di ettari in Spagna. Negli Stati Uniti, maggiori produttori mondiali di Ogm, attualmente è autorizzata la coltivazione ed il commercio di 52 tipologie di prodotti transgenici, tra cui soia, mais, cotone, colza, patata, melone, pomodoro, papaya e tabacco. Sono in commercio anche latte, carni e prodotti caseari provenienti da vacche trattate con l'ormone transgenico della crescita, proibito in Europa perché cancerogeno. Rischi per la salute. Non è ancora stata provata l’innocuità per l’organismo umano o animale di una alimentazione a base di Ogm, ma non è neppure possibile effettuare un monitoraggio sulla popolazione che utilizza tali alimenti poiché questi non sono identificabili dagli acquirenti. Non è possibile quindi cercare delle correlazioni tra la dose di Ogm assunta e la risposta corporea. Tuttavia, si ipotizza il rischio di: aumento delle allergie alimentari, acquisizione della resistenza agli antibiotici; tossicità acuta e cronica; problemi al sistema immunitario; ingestione di maggiori quantità di residui di erbicidi; sviluppo di nuove varianti virali. Il problema è che per il consumatore è impossibile individuare i prodotti derivati da ogm dagli altri per la mancanza di etichettatura. Rischi per l'ambiente. Il problema fondamentale è l'alto grado di imprevedibilità che comporta il rilascio di organismi transgenici in ambiente, essendo normale ed incontrollabile in natura il trasferimento di geni tra specie diverse o tra individui della stessa specie. I problemi ipotizzabili sono: inquinamento genetico di varietà naturali, trasmissione della resistenza agli erbicidi a piante infestanti; evoluzione di parassiti "super-resistenti"; evoluzione o trasmissione di nuovi virus; permanenza di tossine Bt nel terreno o sui vegetali; diffusione del polline contenente tossine insetticide; aumento nell'uso di pesticidi/erbicidi; erosione sempre più rapida della biodiversità. Rischi per la società. Non meno preoccupanti appaiono i possibili rischi per la società sintetizzabili in: perdita di identità ed autonomia per gli agricoltori; monopolio alimentare delle multinazionali; biocolonialismo e biopirateria |
QUALCHE APPROFONDIMENTO
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Il
primo animale transgenico - un topo di dimensioni notevoli - fu prodotto
con l’obiettivo di ottenere in un secondo tempo animali da allevamento
in versione “gigante”.
Oggi questo ambito di ricerca è quasi completamente abbandonato perché
non si è riusciti a produrre nessun animale transgenico sano, senza cioè
problemi collaterali (digestivi, di sterilità, di |
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Le
più diffuse tecnologie transgeniche oggi sul mercato sono essenzialmente
due, nonostante ben venti anni di ricerca nel settore: una conferisce
resistenza nei confronti di |
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Il
rilascio in natura di OGM tramite coltivazione e allevamento o contaminazione
accidentale può produrre effetti irreversibili sugli ecosistemi. Diversamente
da un inquinante chimico, gli OGM possono riprodursi e moltiplicarsi, estendendo
la propria presenza sia nello spazio che nel tempo e sfuggendo a qualsiasi
controllo. |
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Con gli OGM non si hanno nè
vantaggi ambientali nè sanitari, al contrario si orienta la ricerca verso la
direzione opposta adattando gli organismi viventi alle esigenze della chimica
(per esempio, rendendo alcune colture agrarie tolleranti a particolari
erbicidi). Questo è ciò che fa la Monsanto, nonostante presentati le sue
tecnologie come rispettose dell'ambiente e capaci di lenire gli impatti negativi dei
pesticidi; ricordiamoci che si tratta della
multinazionale diventata famosa per aver prodotto l'Agente Arancio, il defoliante
tossico e cancerogeno usato nella guerra del Vietnam e successivamente
i PCB, i pericolosi composti organoclorurati più nocivi del DDT
ora vietati pressoché ovunque, ma che continueranno per millenni ad inquinare
fiumi e mari, a causa della loro persistenza. Adesso acquistando i semi ogm
Monsanto, l'agricoltore è obbligato ad acquistare anche l'erbicida da essa
prodotto. Detti semi, infatti, sono maggiormente resistenti all'erbicida quindi
il coltivatore è portato ad abusarne per difendersi dai parassiti e assicurarsi
- comunque - un raccolto cospicuo ... anche se intossicato. |
| Il processo di concentrazione oligopolistica dell'industria biotecnologica interessa anche altre multinazionali impegnate in fusioni societarie fra giganti o nell'assorbimento di piccole aziende di ricerca. Il controllo in poche mani dei brevetti biotecnologici e delle sementi che ne derivano, mette in serio pericolo quell'agricoltura plurale, sostenibile e 'bio-diversa' che tutt'ora occupa il 50% della forza lavoro mondiale, per la quale l'accesso alla terra e alle risorse genetiche è letteralmente fonte di sopravvivenza. Ecco perchè la Monsanto viene portata ad esempio di una politica commerciale sensibile alle sole logiche del mercato e indifferente alle molteplici conseguenze negative di carattere ambientale e socio-economico. |
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Circa
il 60% dei prodotti trasformati presenti sugli scaffali dei nostri
supermercati contiene almeno un ingrediente originato da una di queste due
colture. Si tratta di piante che danno un prodotto - il seme -
estremamente duttile e poliedrico, capace di dar luogo a numerose applicazioni
sia nell'industria agroalimentare che mangimistica. Queste virtù rendono
inoltre il mais e la soia particolarmente vocate al commercio internazionale e
si può dire che svolgano un ruolo da apripista per la globalizzazione agricola,
ancora lontana dall'imporsi essendo i flussi di import/export di derrate
limitati intorno al 10% della produzione agricola mondiale. La
soia viene generalmente chiamata una proteoleaginosa in quanto il suo seme è
ricco sia di grassi che di proteine; l'iniziale estrazione delle sostanze oleose
utilizzate principalmente nei prodotti alimentari umani lascia un sottoprodotto
particolarmente ricco di proteine molto ricercate per l'alimentazione del
bestiame. A differenza del mais, la distinzione tra alimenti e mangimi è meno
importante per la soia, per la quale sia la farina che l'olio provengono dallo
stesso processo di lavorazione. Da questo si evince che se l'intero mercato
dell'olio di soia si orientasse verso l'esclusione degli OGM, si otterrebbe lo
stesso risultato anche per la farina di soia (prodotta dalla stessa pianta
non-OGM). Il
mais rappresenta una importante fonte mangimistica somministrata al bestiame sia
'tale e quale' che dopo un processo di trasformazione. Per quel che riguarda
altre modalità di utilizzazione, il mais interessa l'industria alimentare per
molteplici prodotti di consumo, sotto forma di dolcificante (come sciroppo di
mais ad alto contenuto di fruttosio) o amido, oppure quale fonte di etanolo
(usato nella produzione delle bevande oltre che dall'industria meccanica). Un
sottoprodotto di molte delle lavorazioni menzionate è il glutine di mais
impiegato come alimento degli animali allevati. |
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Il
Mais Bt è un prodotto transgenico della Ciba Geigy che contiene un gene per la
produzione della tossina Bt del Bacillus thuringensis ad azione insetticida,
principalmente contro le larve dei lepidotteri (farfalle). Questo mais è stato
inoltre ingegnerizzato integrando un fattore per la resistenza al Basta (un
erbicida della Hoechst, affiliata alla Ciba), ed un gene per la resistenza
all'antibiotico ampicillina quale marcatore. Il
Bacillus thuringensis ancor prima di trovare impiego nelle colture transgeniche
rappresentava un efficace ed 'ecologico' insetticida naturale spesso usato in
agricoltura biologica, spargendo le spore del batterio. Quando la spora viene
inghiottita da una larva essa si attiva nello stomaco e produce una tossina che
normalmente la uccide. Le piante Bt, invece, producono costantemente la
tossina,
con tre principali conseguenze: 1) gli insetti nocivi che cominciano ad
attaccare il mais non sempre muoiono, nel qual caso possono riuscire a spostarsi
in un campo limitrofo esercitando l'attività parassitaria; 2) la tossina passa
al suolo attraverso le radici o con l'interramento delle stoppie, dove si
caratterizza per una notevole persistenza e per la nocività verso molti
organismi terricoli utili; 3) la diffusione della tossina su larga scala aumenta
la probabilità di insorgenza di forme di resistenza da parte delle popolazioni
di insetti target, innescando un processo di selezione che favorisce gli insetti
resistenti. L'acquisizione progressiva di resistenza rende fatalmente inefficace
l'applicazione di Bt, oltre che nelle colture ingegnerizzate, anche da parte
degli agricoltori biologici per i quali il Bacillus thuringensis rappresenta una
delle non numerose soluzioni valide nel contenere gli attachi parassitari. |
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L'opposizione
dei consumatori europei verso l'uso di OGM in campo alimentare ha imposto alle
autorità di mettere a punto un sistema di etichettatura dei prodotti come
strumento per assicurare l'esercizio della libera scelta del consumatore. L'etichettatura
benché indispensabile, non è purtroppo sufficiente, in quanto è ben più necessario tenere
separati i prodotti
agricoli transgenici da quelli tradizionali. In caso contrario la contaminazione
da OGM nei prodotti tradizionali rende vana e insensata anche l'etichettatura. Nel
1998 è entrata in vigore una Direttiva che prevedeva l'obbligo di riportare in
etichetta l'eventuale presenza di OGM. Ma dopo due anni, la Commissione Europea
ha riconosciuto che lo stato di contaminazione delle sementi rendeva impossibile
garantire l'assenza totale di OGM negli alimenti e ha quindi varato un testo
corretto della direttiva in vigore dove si prescrive che la presenza di
ingredienti transgenici non debba essere riportata in etichetta qualora la
percentuale di OGM sia al di sotto dell'1% (ad esclusione di un impiego
intenzionale, nel qual caso l'obbligo di etichettare si estende anche al di
sotto di tale soglia). L'obbligo
di riportare in etichetta la dicitura relativa ad ingredienti originati da
colture transgeniche scatta quindi solo nel caso si superi un valore limite e
sia rilevabile analiticamente la presenza di DNA o proteine dovute alla
manipolazione genetica, mentre nessuna informazione viene fornita per
ingredienti come l'amido od olii particolarmente processati ottenuti da
piante geneticamente modificate, ma 'sostanzialmente equivalenti ' a quelli
ottenuti da piante convenzionali. Il consumatore ha quindi accesso ad una
informazione parziale ed esclusivamente riconducibile al prodotto da acquistare,
mentre viene totalmente tenuto all'oscuro delle modalità di ottenimento dei
processi produttivi delle derrate agricole, su cui si possono nutrire
preoccupazioni di carattere ambientale o etico. Il diritto all'informazione e
alla scelta consapevole è, inoltre, negato anche all'agricoltore: i frequenti
casi di contaminazione delle sementi emersi nel corso della primavera dell'anno
in corso denunciano una situazione allarmante di rischio di inquinamento
genetico dei nostri campi, di cui i contadini sono ignari, con potenziali
ripercussioni anche sulla salute dei consumatori, come evidenziato dal caso
StarLink (il mais transgenico che aveva ottenuto l'autorizzazione al commercio
negli USA per il solo uso in zootecnia, ma che ha contaminato accidentalmente
oltre 300 prodotti alimentari con decine di casi di allergie denunciati e un
conseguente danno economico stimato in oltre 2.000 miliardi di lire dalla stessa
Aventis, la multinazionale che lo ha prodotto, brevettato e messo in commercio).
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Nel
1998, in risposta alle pressioni provenienti dalle industrie biotecnologiche,
l'Unione Europea ha emanato una Direttiva che consente esplicitamente di
brevettare organismi viventi come piante ed animali o parti di essi. La domanda
di brevetti su organismi viventi e sulle tecnologie sviluppate per la loro
manipolazione ha subìto un'impennata negli ultimi anni con il moltiplicarsi di
ricerche su piante transgeniche e animali 'nuovi' come la chimera uomo-maiale,
le cui applicazioni risultano ancora oscure. Ad oggi sono state presentate all'EPO
di Monaco (l'Ufficio Europeo per i Brevetti) più di 15.000 richieste di
brevetti nel campo dell'ingegneria genetica ed oltre 2.000 sui geni umani di cui
circa 300 già concesse prima del 1998. Le domande di brevetti che riguardano
specie animali sono oltre 600 e una dozzina circa sono già state approvate
mentre per le piante le richieste sono 1.500 di cui 100 già accolte. La
concessione del brevetto è subordinata alla presentazione dettagliata
dell'invenzione, che nel caso di organismi viventi transgenici riguarda anche la
sequenza genica. I sostenitori della brevettabilità degli organismi viventi
sostengono che la concessione del brevetto consente al mondo scientifico ed
industriale di coprire i costi di ricerca e sviluppo delle tecnologie. Secondo
una ricerca commissionata dal quotidiano britannico The Guardian, sono circa
127.000 i geni umani o sequenze parziali di geni umani brevettati da aziende
farmaceutiche, aziende biotecnologiche, istituti di ricerca privati ed università.
Un'azienda francese, la Genset, detiene circa il 29% del totale dei brevetti di
geni umani, "possedendone" oltre 36.000. L'azienda
Myriad Genetics dello Utah, che possiede i diritti intellettuali di due geni
mutanti, il BRCA1 ed il BRCA2, considerati indicatori della predisposizione al
tumore alle ovaie ed alle mammelle, ha inviato lettere di diffida a molti
laboratori di ricerca chiedendo di interrompere l'uso diagnostico dei due geni
in assenza del pagamento dei diritti brevettuali. Molti istituti di ricerca
hanno ricevuto una simile lettera dalla compagnia Athena Diagnostic che
rivendicava il possesso di diritti esclusivi di alcuni test diagnostici per il
morbo di Alzheimer e ricordava che il loro uso da parte di qualsiasi altro
istituto rappresentava una violazione della legge. L'Athena
offriva di condurre i test al prezzo di circa 450.000 lire per ogni campione, un
prezzo circa il doppio rispetto a quello offerto da molte strutture sanitarie
attrezzate. La brevettabilità degli organismi viventi, quindi, danneggia lo sviluppo e l'applicazione terapeutica dell'ingegneria genetica.
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le fonti: sito Legambiente (www.legambiente.com), sito Greenpeace (www.greenpeace.it)