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Profilo Artistico

 

Non è facile, da parte mia, redigere un’analisi seppure sommaria sull’operato artistico del defunto Maestro Attilio Bizzarri per i motivi che sinteticamente esporrò.
Come suo allievo e soprattutto amico da vecchia data, il rapporto che si era venuto a creare fra di noi andava oltre ciò che erano gli interessi artistici di entrambi, coinvolgendo, seppure nella reciproca e più ampia libertà, non soltanto scelte di tipo culturale, ma interessando i più ampi valori esistenziali dell’individuo e pertanto sentimenti quali l’amicizia, la fiducia, la stima ed il rispetto, la lealtà e l’onestà e tutta quella gamma di relazioni interpersonali che avevano tramutato il nostro rapporto più che da maestro ad allievo, quasi da padre a figlio, con tutti i risvolti che ciò può comprensibilmente comportare.
In conseguenza a quanto detto sopra, ho avuto il privilegio di apprezzare l’uomo-artista nella sua interezza.
Questo mio breve contributo sull’exursus del Bizzarri come artista sarà, però, una valutazione il più obiettiva ed asettica possibile che terrà esclusivamente conto della di Lui produzione pittorica..

Bizzarri era un pittore che dipingeva da sempre ed in tutta la sua opera, ma soprattutto nelle nature morte, vi è una continuità di discorso che si ritrova nel tempo sia nei soggetti come nei colori.
Questa continuità non voleva significare immobilismo, ma piuttosto ricerca personale, che faceva parte del suo lavoro quotidiano per trasformare il realismo delle stesse nature morte in nuove epifanie di impasti cromatici che, oltre a consegnare rinnovata vita agli oggetti dipinti, focalizzavano e focalizzano anche un’assoluta padronanza della tecnica pittorica.
Tutta l’opera del Maestro è quindi dotata di una forte carica pittorico-plastica, che si può evincere sia nei paesaggi che nelle sopracitate nature morte, ma che assume i connotati più marcati nei ritratti e negli autoritratti.
In essi si coglie infatti purezza e profondità di segno quasi che la figura, prima di prendere corpo sulla tela, fosse stata filtrata dalla mente in modo scultoreo o addirittura da essa pre-disegnata.
Tuttavia l’investigazione, con occhio sempre attento alla natura, ha portato il Maestro a prediligere il paesaggio sviluppando, nella stesura dello stesso, un cromatismo ora acceso ora più delicato, riuscendo così a cogliere, specialmente in alcune opere dell’età matura, a mio avviso, aspetti della spazialità fontanesiana e caratteristiche del colorismo naturalistico davoliano.
Questo attaccamento quasi “simbiotico” agli elementi concreti del paesaggio, agli aspetti fenomenici della natura, intesi non come un “ do ut des”, ma come investigazione disinteressata e poetica del mondo che lo circondava, gli ha permesso di riflettere a fondo sulla rappresentazione
della realtà, trasformandola spesso in limpide cromie e corpose luminosità che, quantunque mai sradicate dal reale, gli hanno permesso una reinterpretazione del paesaggio.
Tramite essa è pertanto possibile intravvedere un superamento dei dati puramente naturalistici in una più ampia operazione mentale di decantazione del dato naturalistico stesso che, attraverso questa “catarsi”, assurge ad una visione trasfigurata che permette di cogliere con una immediatezza ancora più folgorante l’armonicità delle forme, dei suoni e dei colori dei paesaggi dipinti.
La sua tavolozza sempre viva, convincente, imprime alle tele una personalità inconfondibile.
Da esse infatti traspare un messaggio artistico e umano che sfocia nel poetico che incanta.
L’equilibrio delle luci e dei toni sono il tramite per portarci a cogliere e capire nel modo più immediato il linguaggio semplice, ma universale di una realtà fenomenica che da ancestrale può rivivere, riveduta e corretta dall’artista, anche ai giorni nostri.
Non a caso, oltre al suo amato maestro Ottorino Davoli, Bizzarri amava Cézanne..
Ne è conferma quel suo indagare sempre sullo stesso oggetto per coglierne le continue variazioni.
Egli, infatti, fino a quando gli fu possibile, compatibilmente con l’età, ogni inverno si recava a dipingere paesaggi innevati nei medesimi luoghi del nostro Appennino Reggiano, per potere scavare e ristrutturare in modo diverso e sorprendente lo stesso paesaggio, per poterlo convertire sempre in nuova materia pittorica, rispettando e contestualmente forzando la natura, spinto, consapevolmente o inconsapevolmente, da quell’impulso dal quale non è possibile sfuggire per potere capire il segreto che conduce alla grande pittura".

 

Bonfiglio Costetti

 

 

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