Commento di Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

 

Con il Canzoniere siamo alle soglie di della fine di un nuovo periodo storico. Le inquietudini, le dicotomie interiori sono realtà di una persona tutta protesa verso l’aldilà. Petrarca avverte una crisi di coscienza che è divisa tra una intensa propensione verso il terreno e un sentimento di peccatore. Le caratteristiche dell’intera opera sono tutte trattate in maniera più o meno evidente all’interno del proemio. “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” è un sonetto proemiale alla somma opera di Petrarca anche se è stato rilevato come esso possa rappresentarne un epilogo. Il sonetto si propone come una analisi retrospettiva (sonetto EX POST). Posto ad incipit del Canzoniere esso induce il lettore a pensare i sonetti che seguono come in una sorta di flash back. Infatti esso rappresenta la riflessione in un secondo momento di una esperienza vissuta nella gioventù ma anche come una analisi del suo presente e del suo senso di scrivere.

Il sonetto si apre con una invocazione che si rivolge chiaramente al pubblico. “Voi Ch’ascoltate” con la ripresa successiva che ne delimita i parametri (“ove sia chi per prova intenda amore”) segnano la definizione di una prima idea di pubblico: non si tratta di quella cerchia elitaria di persone a cui potevano rivolgersi i testi medioevali: questo pubblico non è definito socialmente e ideologicamente. Uno solo sembra il requisito: il lettore non deve ascoltare ma mostrarsi sensibile ed avere esperienza d’amore e che per speranza di Petrarca deve provare pietà e perdonare (“spero trovar pietà nonché perdono”). A questo pubblico Petrarca propone una storia d’amore che è anche storia di un iter simbolico e spirituale, che non è solo suo ma di tutti. Essendo, infatti, un “testo sull’etica cristiana” riguarda un pubblico universale e non specifico. 

Il primo verso, però, è significativo anche perché induce il lettore ad immedesimarsi con il narratore e a non fossilizzarsi sul testo. Il sonetto dunque va visto come voce e non come scrittura: è anche vero d’altronde, che la poesia è fatta per essere letta a voce alta più che per essere letta silenziosamente. La testimonianza ci è data d alcune spie lessicali quali “ascoltate” e “suono” ed è un’attenzione fonica che trae le sue origini dall’arte provenzale.

Il sonetto è caratterizzato da una divaricazione temporale tra un presente e un passato che assumano un ruolo centrale. Questa distinzione risulta evidente per l’alternanza di verbi presenti (ascoltate, piango, ragiono, spero, trovar, veggio, vergogno ecc.) e verbi passati ( nudriva, era, fui). Essa è anche enfatizzata dall’antitesi che si crea tra il verso 4 (quand’era in parte altr’uomo da quel ch’io sono) e il verso 9 (ma ben veggio or sì...): si tratta del distacco tra l’or che è il tempo del giudizio e il giovenil errore che costituisce il tempo della caduta nel peccato). E il distacco dall’or sì è reso ancora enfatizzato ancora più dalla doppia pausa nella lettura del verso che è accentato in quinta posizione, dopo la regolarità metrico ritmica dei versi precedenti.

Questo provoca naturalmente una scissione dell’io che prevale nel poema. Da ciò si arriva agli argomenti centrali nel poema, la divaricazione temporale e l’autoanalisi, da cui è totalmente esclusa Laura. L’amore trattato è colto nel suo incedere psicologico che provoca un mutamento all’interno del poeta. Si può dunque parlare di due soggetti. C’è un soggetto dell’enunciazione che vive nel presente, consapevole del giovenile error e della vergogna frutto del suo “vaneggiar”, alla ricerca della pietà e del perdono altrui e c’è un soggetto che vive nel passato che era nel buio del suo “primo giovenile errore” e che era in parte diverso da ciò che è adesso.

Non è un caso che l’analisi si ponga proprio in termini psicologici.  Ma la riflessione è nascosta dietro una sapiente elaborazione sintattica, che ha nascosto fino al verso 8 l’io sottinteso di spero. Ma questa assenza del soggetto è in parte coperta dalla presenza di tre Io (2, 4, 5) e di un mio (3) che non placa comunque è quella dissimulazione del protagonista logico del poema. Nelle terzine questo non avviene e si ha una chiara identificazione del soggetto (“Ma ben veggio”) che è portata alla esasperazione dall’allitterazione e annominazione del verso 11 (“di me medesmo meco mi vergogno”) e 12 (e “et del mio vaneggiar...). Dopo la dissimulazione viene l’insistenza dell’io che simula un balbettamento che  lascia immaginare l’incertezza dell’autore e della sua vergogna; vergogna che è messa in rilievo dalla annominazione (11, 12). Infatti la vergogna è ciò che sente l’io al presente con il pentimento: ha ormai capito con la sua ragione l’errore giovenile e la transitorietà delle cose e dei piaceri terreni. In questo senso va colta l ripetizione dei suoni Va o Van nel susseguirsi dei versi (Vario... Vane... Van... Prova... Trovar... Vaneggiar...). Questa comprensione però non lo chiarifica totalmente e infatti conosce “chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno”.

Va inoltre definita l’analisi metrico stilistica del sonetto. “Petrarca si è innamorato delle volute del periodo ciceroniano e lo ha rifatto a suo modo”. Il sonetto si forma come un gioco di proposizioni subordinate che terminano con una proposizione principale. Se lo stile di Dante ha una forte tendenza a dare risalto ai particolari e tutto è sotto il dominio della volontà, lo stile di Petrarca tende a sistemare equilibratamente  le parole: il risultato è un supremo senso di equilibrio. Per questo il discorso di Petrarca non è primitivo e nelle incisive coglie il suo equilibrio generale.

Queste sono le caratteristiche generali che sono presenti in tutto il Canzoniere e il testo ne è proemiale per questo oltre che per la sua posizione di rilievo.