COMMENTO DI “Al cor gentil rempaira sempre amore”

Guido Guinizzelli

 

 

La canzone “Al cor gentil rempaira sempre amore” costituisce un importante testo dal punto di vista letterario- culturale. Guido Guinizzelli, autore della canzone, viene ricordato come un innovatore nella tradizione letteraria italiana: la maggior parte dei suoi testi è riconducibile alla scuola siculo- toscana ma alcuni sonetti, tra cui il più rilevante è “Al cor gentil rempaira sempre amore”, paiono orientati verso una nuova tendenza quale quella che sarà definita Stilnovista. La canzone è infatti considerata un emblema della poetica stilnovista.

Composta da sei stanze di dieci versi ciascuna, la canzone rivela un precisa ricercatezza e una compostezza formale che si sostanziano nella meticolosa volontà di enfatizzare i termini con la loro area semantica  e di metterli in rapporti precisi. Lo schema metrico secondo cui è scritta ogni stanza è ABAB nella fronte in cui i versi, divisi in due piedi uguali, sono tutti endecasillabi; nella sirma, in cui si alternano endecasillabi e settenari, lo schema è cDcEdE. Restando a livello metrico è importante sottolineare la presenza di figure retoriche o di altre tecniche, anche di derivazione provenzale. Le COBLAS CAPFINIDAS (Anadiplosi), ad esempio, che legano tutte le stanze tranne la V e la VI e la III e la IV, riprendendo all’inizio dell’una la parola che termina la stanza precedente, mettono in evidenza dei termini che risultano essere fondamentali all’interno del testo. A questa stessa funzione servono le similitudini, il chiasmo presente nei versi 3 e 4, e la ripetizione dei termini.

La ripetizione però riguarda anche le analogie che sono una costante nel testo. Il Guinizzelli per argomentare quella che è la sua concezione di amore fa uso di questa tecnica. Ogni volta che si parla di “cor gentile” l’autore accompagna la sua affermazione con un paragone con elementi e fenomeni naturali. E’ chiaro il riferimento ai lapidari che nel Medioevo hanno molta rilevanza. I riferimenti riguardano nozioni della conoscenza naturale e scientifica che è spesso connessa alla cultura religiosa e affonda le basi sul misticismo medioevale. Le sue affermazioni sono, così, verificate tramite un confronto reale e materiale che di certo non ne abbassa lo stile sublime e l’astrazione dei concetti di amore, gentilezza e natura. Anzi si ritorna nelle ultime due stanze ad un livello che non solo sul piano linguistico ma anche su quello lessicale e strutturale si configura come molto complesso e articolato. Si passa da una realtà immanente a una concezione trascendentale che comporta un innalzamento concettuale ma anche formale. Nella sesta di fatto si deve parlare  di una tecnica dialogico- narrativa in cui lo stesso autore interviene direttamente in un discorso.

Questa struttura non può, dunque, non appartenere ad una canzone dottrinaria, che sia per definizione soggettiva. Come canzone, il suo tema principale è l’amore e questo la rimanda alle origini sicule e provenzali. Ma il tema è affrontato in maniera dottrinale, ossia l’autore esprime i  legami astratti tra natura, cor gentile e amore, uscendo dagli schemi prettamente lirici e riflettendo teoricamente. La riflessione di conseguenza risulta soggettiva: l’autore esprime, cioè , la sua posizione a proposito di quella che chiama gentilezza.

Nelle prime quattro strofe egli vuole affermare la inconciliabilità tra l’amore e un animo meschino, non nobile: l’amore nasce in maniera contemporanea all’animo gentile e questo possiede in se stesso le qualità idonee affinché questo avvenga. Questo concetto viene confermato dai vari paragoni tra cui quello del sole risulta più evidente. La luce non nasce prima del sole o viceversa:queste sono realtà omogenee, contemporanee e ineludibili (nella terza stanza l’amore prende dimora nell’animo che è la sua vera casa). A questo va aggiunto che il Sole a cui Guinizzelli fa spesso riferimento, è intriso di un’altra caratteristica quale la simbologia divina: il sole nella cultura mistica e simbolica del Medioevo è segno di Dio che con la luce infonde amore ed è capace di cambiare qualsiasi cosa lo permetta. Una ideologia che viene anche espressa nella quarta stanza. Il sole qui viene paragonato alla nobiltà autentica. Il concetto che si vuole esprimere è proprio quello per cui solo l’animo che nella sua gentilezza lo permetta può accogliere la vera nobiltà. Ma la nobiltà intesa in senso astratto e non in maniera ereditaria: la vera nobiltà è esterna a qualsiasi forma di trasmissione “ per schiatta”. Di fatto l’innamoramento è per il Guinizzelli una manifestazione e una realizzazione delle virtù e di quelle disposizioni naturali, morali che sono già presenti nell’uomo anche se in forma virtuale. L’uomo in quanto tale è l’unico a poter inglobare l’amore ma per fare questo, ossia per rendere operative quelle predisposizioni naturali, è necessario che qualcosa le renda effettive: questa cosa è la donna che tramite uno sguardo infonde la forza con cui scoprire l’amore nella sua vera essenza. Questo è perciò un processo di ingentilimento e miglioramento interiore che si realizza solo in chi ha una tale predisposizione.

La concezione di una nobiltà staccata dal legame sanguigno ha una connotazione storica che non deve essere dimenticata. Guinizzelli scrive e vive in una società in cui l’aristocrazia inizia a cedere davanti all’incessante ascesa della nuove classi borghesi che si sono affermate in piena autonomia indipendenti politicamente e culturalmente.

Nelle ultime due stanze il tema verte su un piano molto più astratto che non quello delle comparazioni con la natura che hanno animato le precedenti stanze. La tecnica rimane l’analogia nella V stanza. Vengono presentate le intelligenze celesti che contribuiscono alla creazione di un ordine cosmologico per volontà di Dio, muovendo gli astri nel cielo, come la donna- angelo porta l’uomo al bene secondo il volere divino. Si vengono così a creare due sistemi  quasi gerarchici, uno sul piano cosmologico l’altro sul piano morale, che vedono però come somma realtà a cui rispondere Dio: Dio ordina all’intelligenza di muovere il cielo; Dio tramite la donna angelo permette l’ingentilimento il cuore dell’uomo. Da ciò ne deriva che la donna non è una entità solo fisica la cui bellezza la rimandiamo solo ai sui caratteri esteriori. Ora la donna è posta ad un livello superiore per cui la sua bellezza va cercata al di la delle apparenze fisiche: è una entità che opera beneficamente sia sull’uomo sia intellettualmente che religiosamente e moralmente. Aspetto questo che non interesso solo l’autore ma tutti coloro che entrano a far parte della sua sfera: Guinizzelli d’altronde si riferisce a tutti coloro che sono predisposti e che sono avvicinati dalla donna- angelo. Il poeta inoltre come afferma nell’ultima stanza si dice apertamente incolpevole. Questa sua confessione è esplicita e diretta a Dio: non si sente in colpa di aver amato la donna dal momento che lei apparteneva a quel regno di cui Dio è sovrano. Ha obbedito all’ordine della donna e così facendo ha obbedito a Dio. Riesce in questo modo a conciliare aspetti che nella tradizione precedente avevano rappresentato un motivo di divergenza tra l’etica cristiana e la profana poetica dell’amore cortese: ora l’amore è ricondotta alla fede e reso cristiano. Nello stilnovo addirittura è l’amore che rende cristiani (Dante) e Guinizzeli infatti unisce il concetto di amore e di fede descrivendo tutto al di sotto di una stessa realtà: Dio.

Guinizzelli, dunque, rompe con la tradizione precedente: la donna non ha caratteristiche esornativa ma morali. Se l’amore prima era extraconiugale e adulterino ora la concezione si adatta all’etica predominante e religiosa. E’ per questo che Bonagiunta lo accusa di aver abbandonato il topos guittoniano abbracciando una nuova maniera.