COMMENTO DE “La vergine cuccia” tratto da “Il mezzogiorno

di Parini

 

 

Questo episodio è uno dei più celebri de “Il mezzogiorno”. Qui il precettore assume un atteggiamento diverso da quello di ironico distacco che caratterizza l’intera opera. La pietà di Parini ricopre la parte finale dell’episodio mostrandosi a volte come uno spirito di indignazione.

La storia narrata si svolge a tavola: Parini ha descritto il pranzo di un goloso e di un vegetariano. Se quest’ultimo è disgustato il goloso, grasso, è colto nel momento in cui gusta tutti i cibi che gli si pongono davanti. Il confronto suscita un senso comico ma ben presto degenera nel patetico. Il vegetariano parlando difende la sua causa contro coloro che uccidono animali per cibarsene. La Dama, dunque, interviene mostrandosi commossa nel ricordare l’episodio che è costato un “calcio” alla sua cagnolina.

Parini comincia col descrivere con un linguaggio aulico le lacrime della “Dama dolce”. Le lacrime sono: “pari a le stille tremule, brillanti,/ che a la nova stagion gemendo vanno/ dai palmiti di Bacco entro commossi/ al tiepido spirar de le prim’aure/ fecondatrici”. C’è un passaggio ben riuscito dal discorso di Parini al discorso indiretto della Dama: “Or le sovviene il giorno,/ Ahi fero giorno!”.

Dal verso 516 fino al verso 540 lo spazio narrativo è occupato dalla descrizione dell’episodio che riguarda la cagnolina. “Vergine cuccia de le Grazie alunna” è l’epiteto con cui ci si riferisce più di una volta alla cagnolina. E’ descritta infatti come una divinità e con uno stile classicheggiante nel gesto di mordere il piede del servo. Il suo morso pare innocente e quasi un rito sacro (“giovenilmente vezzeggiando, il piede/ villan del servo con l’eburneo dente/ segnò di lieve nota”) soprattutto se confrontato con i versi successivi in cui il servo risponde con un atteggiamento di riflesso e del tutto naturale ma rappresentati come un sacrilegio (“ed egli audace/ con sacrilego piè lanciolla”). A questo segue una momento dai tratti epici (la formula “tre volte” riecheggia i poemi epici”) in cui la cagnolina rotola e si scompiglia i peli. I versi hanno un tono drammatico e largamente patetico se si considera chi parla (la dama) e il oggetto di tale discorso (la vergine Cuccia). Il tono patetico è evidente anche nel momento in cui la cagnolina sembra parlare e l’Eco sembra rispondere. La scena si fa più concitata con le damigelle che accorrono e con la Dama che sviene. Rinvenuta prende dei provvedimenti. E’ pervasa da ira e dolore e con fulminei sguardi ma con voce languida caccia il servo e chiama la sua “cuccia”. Atteggiamento quasi ridicolo e sicuramente non giusto. Parini risponde a questa descrizione patetico- ironica disegnando un quadretto dai tratti pietosi di una famigliola ridotta a chiedere l’elemosina. La pietà di Parini domina l’ultima parte. Il servo che ha lavorato duramente e fedelmente per 20 anni al servizio della Dama è ora cacciato via dalla sua signora per un episodio spiacevole. Il servo allora diviene “misero” e la vendetta della vergine cuccia è stata placata.

I versi ironici e patetici allo stesso tempo rappresentano bene l’intera opera di Parini. L’intento ironico è ben riuscito: critica della nobiltà e apprezzamento del popolino. Si criticano i costumi e le abitudini della nobiltà che è poco razionale nel risolvere questioni di poca importanza come quella di Cuccia e del servo della Dama.