| SADDAM HUSSEIN...UNA IMPICCAGIONE SENTENZIATA IN FRETTA PER COPRIRE LE COMPLICITA' DELLE PETROLMONARCHIE | |
E’ stata la tv “Al Iraqiya” la prima a trasmettere le immagini degli ultimi istanti di vita di Saddam Hussein, il quale vestiva pantaloni con giacca neri e camicia bianca.
Appariva deciso ma teso con in mano il Corano, circondato da uomini incappucciati che lo accompagnavano al patibolo, dove gli è stato applicato un cappio attorno al collo.
Poi sono arrivate le foto del cadavere, avvolto in un lenzuolo bianco, la testa piegata e il collo spezzato.
Saddam è stato impiccato all’alba di sabato a Baghdad.
Secondo quanto riferito dal giudice Munir Hadda, testimone dell'impiccagione, le ultime parole di Saddam sul patibolo sono state un monito agli iracheni ''Spero che resterete uniti e vi metto in guardia a non fidarvi della coalizione iraniana, perchè questa gente è pericolosa''.
Un chiaro riferimento al governo sciita guidato da Nuri Al Maliki, che molti sunniti accusano di essere strumento dell’Iran.
In un ultimo scatto di sfida, Saddam ha quindi tuonato: ''Non ho paura di nessuno''.
E, apertasi la botola sotto i piedi, la sua morte è avvenuta rapidamente.
Si era ritenuto in un primo momento che il suo corpo potesse essere seppellito in località segreta per evitare che la tomba divenisse un luogo di culto.
Ma, nel cuore della notte tra sabato e domenica, la salma del dittatore, consegnata allo sceicco della tribù degli Albunaser a cui Saddam apparteneva, è stata in fretta tumulata ad Awja, suo villaggio natale a circa 4 km. da Tikrit nel nord dell'Iraq.
Nello stesso villaggio sono sepolti anche i due suoi figli uccisi dalle forze USA nel 2003 a Mosul.
Saddam è uscito, dunque, dalla storia dell’Iraq, ma ora si apre il dopo Saddam, fra le polemiche, le critiche e le congratulazioni.
Certo è che le irregolarità del processo, le violazioni dei diritti della difesa, la stessa pena capitale preconfezionata dal clan texano di Bush dimostrano quanto si sia stati lontani, a Baghdad, da quel processo giusto che i paesi civili assicurano anche ai peggiori criminali e che sarebbe stato forse assicurato se, anzichè un tribunale iracheno, a giudicare il tiranno per i suoi eccidi fosse stato chiamato un tribunale internazionale.
Il processo dei vincitori sui vinti, infatti, non è mai un processo giusto, perchè condizionato dagli odi ed intriso dei sentimenti della vendetta.
Frattanto, mentre Saddam Hussein saliva sul patibolo per essere impiccato, il presidente degli Stati Uniti, George Bush, la cui grottesca imperizia politica ha trasformato il nemico da tiranno a martire grazie ad un processo farsesco quanto inutile, soggiornava nella sua tenuta di Crawford, in Texas, dove si trova per festeggiare il Nuovo Anno.
Appena informato dell’avvenuta esecuzione, ha voluto suggellare la sua vittoria con un discorso, che, dai toni e dai contenuti, dimostra drammaticamente quanto questa America di Bush sia incoerente con tutti quei princìpi e valori di cui vorrebbe erigersi a rappresentante.
“Oggi Saddam Hussein è stato giustiziato dopo essere stato sottoposto ad un processo equo - ha detto Bush - ossia a quel tipo di giustizia negata alle vittime del suo brutale regime”.
Per Bush, dunque, la tragica morte di Saddam rappresenta “un atto di giustizia”, la conclusione di “un processo equo”.
Sono la continuazione delle falsità, con le quali Bush junior si vuole scrollare dalle spalle il peso del caos irakeno provocato dalla sua ossessione di voler definire "preventive" o "umanitarie" le proprie guerre per meglio venderle all’opinione pubblica.
Non sarà l’impiccagione del personaggio Saddam a dare un sospiro di sollievo al popolo d’America, dove non si fermano le notizie di morte e di lutti dei giovani in guerra, della quale non si vede ancora la fine.
L’inutilità della morte di Saddam ha fatto gridare allo scandalo il mondo civile, quello che considera, giustamente, la pena di morte come una sconfitta dell’umanità intera.
Ma a rendere ancora più imprudente l’intera vicenda c’è la consapevolezza che Saddam Hussein aveva già perso popolarità anche tra i sunniti iracheni, i quali oggi lo considerano responsabile del loro declino.
Ora l’esecuzione di Saddam potrebbe, invece, trasformarlo in un martire e rinfocolare presto altre vendette.
Dagli sciiti e dai curdi, intanto, la morte di Saddam è vista come un atto dovuto per i crimini che ha commesso contro di loro, ma la sua messa in atto sembra una vendetta e non la giustizia, con l’inevitabile conseguenza di una nuova guerra dentro l'Islam tra le diverse comunità.
Dunque, la polveriera mediorientale, con la morte di Saddam, è diventata più instabile che mai per la miopìa e l’incapacità di questa presidenza americana ad uscire da una ostinazione che spaccia ancora pubblicamente per “strategia politica” il disastro di una guerra programmata con le menzogne e gli intrighi del potere economico.
In quel processo dei vincitori ai vinti è prevalsa la forza del più forte, ma ora la condanna di Saddam e poi la sua morte aberrante dovrebbero suggerirci di misurare le responsabilità del mondo occidentale, in special modo del Governo americano, i quali proprio in quegli anni in cui avvenivano i crimini appoggiavano abbondantemente il dittatore prima contro i curdi e gli sciiti iracheni ed in seguito contro l’Iran khomeinista, diventati un’insidia per gli interessi americani.
E non scomponeva nessuno se allora gli oppositori andavano repressi con ogni genere di armamento, comprese le armi chimiche di distruzione di massa fornite per anni a Saddam per facilitargli lo sterminio di popolo nel silenzio e nell’indifferenza della stampa occidentale.
Dovremmo analizzare, inoltre, i reali motivi che sono alla base di quel processo-farsa, intentato da ex oppositori fuorusciti al servizio del Governo Bush, nei confronti del dittatore iracheno per il primo e meno importante dei 12 capi d’imputazione di cui era accusato, cioè quello di aver ordinato nel 1982 la fucilazione sommaria di 148 sciiti del villaggio iracheno di Dujail in ritorsione ad un attentato a cui Saddam era riuscito a scampare e nel quale costò la vita a diversi membri del suo seguito.
E poi perchè quell’impiccagione è stata così frettolosamente sentenziata ed eseguita grottescamente dopo il pretestuoso giudizio di condanna del solo primo capo d’accusa??
Perchè non si è potuto aspettare che si esaurissero i restanti molto più gravi 11 capi d’imputazione??
Si intuisce chiaramente che così l’ex dittatore non potrà ora contestare o inficiare il resto dei capi d’accusa e nessuno potrà mai sapere come si sono svolti i fatti, nè scoprire i retroscena o le complicità internazionali che hanno permesso la loro attuazione.
Eppure sarebbe stato interessante sviscerare tutte le altre imputazioni per fare piena luce anche sulle forniture del potentissimo arsenale di armi chimiche in funzione anti-iraniana, che, a quanto sembra, risultano essere state tecnicamente progettate, materialmente assemblate e praticamente rifornite dalle maggiori industrie chimiche americane ed europee, nonchè finanziate da una filiale della BNL italiana che operava negli USA e da consistenti prestiti a fondo perduto del Governo americano anche se ufficialmente destinati allo sviluppo dell’agricoltura irachena.
In questo caso difficilmente Washington, molte capitali europee e le petrolmonarchie avrebbero potuto salvarsi la faccia non solo per le collaborazioni dirette o indirette verso quei crimini dell’umanità, ma anche per quella guerra “umanitaria” dichiarata all’Iraq e che ha prodotto in nome della democrazia 700 mila morti sotto i bombardamenti “intelligenti”, una feroce guerra civile tra sunniti e sciiti, e probabilmente fra breve anche i curdi insorgeranno se non otterranno l’indipendenza.
Dunque, accanto a Saddam Hussein si sarebbero dovuto sedere anche altri imputati di Washington e di Londra o altre anime europee ora contristate dal cappio del boia.
Così, invece, il texano G.Bush ha avuto la “sua inutile vittoria”, quella che gli mancava e che ha pagato con la vita di 3 mila soldati americani uccisi (*), 42 mila feriti e 600 miliardi di dollari.
Un prezzo di sangue enorme, a cui ha voluto aggiungere, per completare la vergogna totale della sua presidenza alla Casa Bianca, la montagna di morti del popolo iracheno ed il trofeo della testa di Saddam, descritto come l’incarnazione dell’anticristo ma che risulta essere stato creato, sostenuto ed usato dal “clan texano” della famiglia Bush.
---------------------------------------
(*) Per ricordare i tanti giovani americani mandati al sacrificio dalla politica imperialista di Bush e dalla sua follia guerrafondaia, il giornale “New York Times” pubblica sul suo sitoWeb l’immagine rappresentativa di un soldato scomposta in 3 mila pixels pari al numero totale dei giovani militari americani deceduti e che definisce “i volti della morte” in Iraq. E cliccando su ciascun pixel di quella immagine, vengono fuori la foto e la storia di ogni singolo soldato americano morto: dati anagrafici, città e stato di provenienza, data della morte.
CLICCA, intanto, sull’immagine a fianco riprodotta per collegarti al sitoWeb del noto giornale americano.
31/12/2006 | |
|
| L'anno 2006 se ne va lasciandoci le ultime foto di un processo-farsa e di una esecuzione contraddittoria, di cui il mondo civile dovrà vergognarsi. |
|
Viviamo in uno stato di guerra mondiale, combattuta sostanzialmente da una parte sola. Qualcuno ha il coraggio di opporsi all'ingiustizia ed alla distruzione, ma pochi si rendono conto di come l'esercizio di una violenza permanente e senza confini venga giustificato continuamente con l'invenzione di "cause buone".
****************************
CLICCA sull'immagine sottoriprodotta per collegarti alla pagina Web del noto giornale americano NEW YORK TIMES. |
|
|