IL SITO DI ENZO ARENA
DA OGGI 15 MAGGIO 2011…ASPETTANDO L’ALBA DEL 18 MARZO 2013...
...MANCANO ANCORA 674 GIORNI..!!
POLITICI per lucro,
PROFESSIONISTI arrampicatori,
IMPRENDITORI del delitto
ovvero..L'EVOLUZIONE DELLA NUOVA CUPOLA.

«…a Settembre un piano pluriennale di vera Antimafia…» così annunziò il pio Berlusconi nel mezzo del marasma del Ferragosto 2009, concludendo uno dei suoi tanti momenti pubblicitari con la frase «l'antimafia delle leggi contro l'antimafia delle chiacchiere» e riadattando l’ingloriosa locuzione dell’amico Bush (ex presidente USA): « fare la guerra alle forze del male, schierando in campo l'esercito del bene ».
Poi, esattamente il 18 Marzo 2010 dichiarava a Napoli: « sconfiggeremo la Mafia in 3 anni ».
Niente più paura. Ci pensa lui, l’uomo della provvidenza.
Dunque, la mattina del 18 marzo 2013 ci sveglieremo “miracolati” dalla profezia di Berlusconi, che nel frattempo per ispirazione divina avrà operato una bonifica antropologica, disinfestata dai bubboni delle mafie.
Ma, da miscredente qual sono, in attesa di quel profetico appuntamento mattutino, mi balena una riflessione alla luce dell’attuale intoccabile disonestà al potere.
Per un momento scordiamoci che il mafioso Mangano sia esistito nella villa di Arcore del premier, immaginiamo anche che la Banca Rasini (che lanciò Berlusconi) non fosse “ la cassaforte della mafia” ma la più innocente del mondo e che il senatore Dell’Utri non sia stato mai condannato per concorso in associazione mafiosa, ignoriamo pure che in questi giorni i pentiti abbiano parlato di legami tra Stato e mafia, o di lettere e assegni in cui spunta anche il nome del premier in documenti custoditi dal figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo (don Vito Ciancimino).
Dimentichiamoci di tutto in attesa che si chiarisca se il Ciancimino junior stia bluffando o no.
Benissimo. Smemorati di tutte queste vicende, chi non sarà d’accordo con l’intraprendenza di un premier che vuol predisporre un piano per sconfiggere le forze del male?.
Ormai siamo abituati ad un Berlusconi mostrarsi con copricapo in testa a seconda della categoria di circostanza alla quale vuole raffigurarsi.
Lo abbiamo visto, infatti, presidente imprenditore, presidente ferroviere, operaio, costruttore, panettiere, pompiere ed ultimamente papi sciupafemmine...e filantropo di avvenenti ragazzine.
Adesso (con la coppola che oggi sembra essere "fashion trend") diventa anche presidente protettore degli onesti e fustigatore di mafiosi.
Ma il suo piano pluriennale delle leggi antimafia, preannunciato nel vago, è veramente rivolto al problema principale, cioè a spezzare quell’indissolubile patto di coesistenza tra politica e malaffare?
O è un surrogato del pacchetto sicurezza, divenuto legge, soltanto per dare rassicurante percezione che il suo governo voglia contrastare la delinquenza comune, il ribaldo borsaiolo, lo straniero clandestino, le violenze metropolitane…ma con la recondita pretesa di offuscare invece quelle violenze invisibili dei colletti bianchi che regnano indisturbati ed impuniti nelle alte istituzioni, e regolano i compromessi tra mafia e Stato?
Perché questo è il male fondamentale della nostra società: la coesistenza di tacite regole tra “onorata società” e personalità dello Stato, in virtù della quale non si può permettere che venga combattuto tutto l’illecito, ma solo una parte di delinquenza, un livello, ovviamente quello basso e mai gli intoccabili d’alto livello, perché altrimenti il potere potrebbe mordersi la coda.
Ma in Italia, si sa, che i reati commessi da uomini eccellenti finiscono sempre per farla franca e l’abolizione delle intercettazioni serve non a tutelare la privacy, ma solo per proteggere dai codici la corrotta casta dei colletti bianchi.
Tutto questo, purtroppo, si sviluppa nella disattenzione generale, quando il senno della ragione dormicchia facendo scivolare la politica sempre più in basso al punto che lo scandalo non fa più notizia.
Ed allorquando il livello della politica sprofonda nella bassezza morale si finisce sempre per partorire il mostro che degrada la democrazia e la nostra Repubblica, l’uomo nuovo unto del Signore, all’occorrenza barzellettiere e canterino, che con il sorriso beffardo dell’imbonitore traffichino allieta ed istupidisce i poveri diavoli col suo genio di produrre ricchezza: affarista di origine incerta ed ingrossato col privilegio concessogli dalle consorterie del potere, accumulatore di ricchezze in tutti i campi dell’economia, falsificatore di bilanci, evasore del fisco, scende in politica sotto la falsa bandiera di combattere contro i politicanti, inganna gli elettori, modifica le leggi a proprio vantaggio, demolisce la giustizia, corrompe istituzioni, trasforma la sua impresa finanziaria in partito, poi lo scioglie e lo reinventa il mattino dopo, assolda pseudointellettuali, imbarca sulla nave della sua politica gli illusi, emergono vecchi democristiani d’un tempo e fascisti riesumati, sgherri impuniti, uomini addomesticati, commedianti arrivisti, avvenenze femminili in cerca di un “imprimatur”.
E’ la patogenesi strategica di un sistema di potere che vuole disattenzionarci dal marcio che ci circonda, legittimare i notabili della casta che dovrebbero stare in galera ed infine assuefarci alle logiche dei furbetti e dei cortigiani delle mafie, cancellando i reati di mafia a colpi di legislazione, lungo un percorso che passa dall’illegalità garantita all’illegalità legalizzata.
Le recenti riforme processuali, infatti, hanno contribuito ad impantanare le indagini ed a ridurre al minimo il fenomeno dei collaboratori di giustizia: la legge sul rientro dei capitali illegali all’estero ed i condoni fiscali, le norme che impediscono le intercettazioni, le difficoltà imposte alle indagini da compiersi all’estero tramite rogatoria sul riciclaggio dei capitali mafiosi, la reintroduzione del legittimo sospetto nei confronti di giudici scomodi per l’imputato, lo strangolamento delle risorse da destinare all’amministrazione della giustizia, tutte cose destinate principalmente a premiare i furbi ed i potenti e che hanno impedito nei processi di mafia di assicurare l’efficienza della risposta giudiziaria.
Con la cattura di Totò Riina e poi di Provenzano, sembrava che lo Stato avesse inferto un colpo decisivo al potere mafioso, ma subito dopo la loro cattura cominciavano ad apparire i volti dei nuovi capi, indicati in medici, primari, commercialisti, imprenditori, burocrati e politici.
Insomma è emerso che Riina e Provenzano non erano gli ultimi epigoni di una cupola che non c’é più.
Oggi la vera cupola è costituita dai nuovi personaggi in doppio petto che sanno intercettare i flussi monetari, egemonizzare gli affari, possono rendere indisturbati i viaggi dei capitali di mafia nel mondo, si sono specializzati in Società finanziarie, nei mutui e nel riciclaggio, tanto che il fatturato annuo della borghesia mafiosa supera già i cento miliardi di euro, di cui un terzo viene reinvestito in attività criminali ed il resto è il prodotto di imprese, di cui non figurano i reali proprietari perché vengono abilmente configurate a titolari prestanome incensurati.
Si ha la sensazione che il potere degli apparati statali abbia ceduto dinanzi all’invadenza del sopruso, degli interessi privati e dei loro scandali, lasciando a quella borghesia dell’intrigo il potere di determinare la politica per predisporla così alle logiche con le quali questa nuova mafia si alimenta e trionfa in ogni ambito della finanza e dell’economia globale.
Si punta non più sull’attività dell’estorsione, che diventa soltanto un episodio marginale di sussidio per le famiglie dei picciotti liberi o in carcere, ma si preferisce entrare nel capitale sociale delle aziende, negli investimenti, negli appalti, nei grandi centri commerciali, nella sanità.
Alla nuova borghesia della mafia servono ora medici, avvocati, funzionari, ingegneri, i quali, invisibili o infiltrati fin sotto la maschera della politica, costituiscono le pecore nere nel gregge degli onesti e si rivelano poi, dietro le apparenze, personaggi al servizio degli “innominabili”.
Tutta gente che non ha più bisogno della violenza delle armi (se non in caso di necessità), perché, grazie ad una rete di relazioni con “eccellenze” che contano, può arricchirsi con l’uso di strumenti certamente illeciti ma non di facile accertamento.

Nelle ultime elezioni nazionali e regionali, grazie alla nuova legge elettorale del governo Berlusconi, ai primi posti “sicuri” delle liste sono finiti candidati di dubbie relazioni, personaggi che non avrebbero dovuto candidarsi perché sotto inchiesta per mafia o perché, se non eletti, avrebbero dovuto andare sotto processo.
Sono stati in molti gli indagati miracolati dalla prescrizione o dalle varie leggi-canaglia.
I loro nomi sono abbastanza noti a tutti e costituiscono la rappresentanza di una “onorata” associazione che siede ancora a Montecitorio. Dovrebbero essere impresentabili e rappresentano invece una “corporazione” che oscura la sana politica per far prevalere interessi particolari e di privilegio a dispregio di ogni norma o regola.
Succede, perciò, che costoro, onorevoli legiferanti in Parlamento e poi avvocati in Tribunale, si disegnano da sé riforme che hanno reso vano l’intervento penale contro molti reati: basti pensare alla legge sulla bancarotta fraudolenta, abuso d’ufficio, corruzione in atti giudiziari, alla ex Cirielli, alla legge Pecorella, alla legge Cirami.
Non sono mancate le leggi promulgate “ad personam”, come l’ultimo lodo Alfano dell’impunibilità alle cariche dello Stato, ma anche leggi “contra personam” per boicottare l’azione di coraggiosi magistrati.
Ed infine gli inciuci concordati tra le “corporazioni” parlamentari per far passare l’indulto.
E' nota la vasta campagna, portata avanti per anni nel nostro Paese, di delegittimazione dei magistrati che hanno il coraggio di fare il proprio dovere anche quando si trovano di fronte a personaggi che fanno parte dell'oligarchia di potere.
Agli atti delle procure d’Italia giacciono inchieste di cui probabilmente non si saprà mai nulla perché oscurate alla stampa oppure per intervenute leggi salva-imputati. Centinaia di Comuni sono sciolti per infiltrazione mafiosa ed altri sono in attesa di scioglimento come il comune siciliano di Paternò(CT) ed il comune laziale di Fondi, la Sanità (grazie al reportage giornalistico di "L'espresso") è sotto inchiesta anche se per il momento sono ancora poche le ASL accertate di dolo.
Un elenco di fatti giudiziari che in altri Paesi avrebbero avuto come conseguenza la demolizione di carriere pubbliche e private, ma in Italia no, dove il passaggio per le aule di tribunale diventa, invece, la porta per il successo.
E desta meraviglia, dunque, se poi ad aprirci gli occhi e a farci scoprire angoscianti scandali debbano essere l’audacia di qualche giornalista o le inchieste-tv di “Report”.
Una cosa resta comunque certa: in questi ultimi anni le finanze dello Stato sono andate allo sfascio, ma i profitti della borghesia mafiosa sono enormemente cresciuti, i dividendi più che raddoppiati, gli avventurieri finanziari sulla rovina del pubblico hanno razziato le ricchezze del Paese ed, infine, i “furbetti” hanno fatto riemergere i propri appetiti speculativi.
Però a pagar caro i rovinosi patteggiamenti tra politica, mafie ed istituzioni dello Stato sono sempre gli stessi: gli stipendi dei dipendenti sono rimasti bassi, il lavoro dei giovani diventa sempre più precario, i nuovi contratti hanno formule da ingaggio nero ed il potere d’acquisto dei lavoratori è subordinato inevitabilmente all’indebitamento forzato presso Società finanziarie predatrici, sulle quali si sono accentrati capitali di dubbia provenienza.
Ed ora il pacchetto sicurezza del governo Berlusconi o il preannunciato piano pluriennale contro la criminalità sono un modo per continuare ad alimentare nei cittadini l’illusoria percezione di sentirsi protetti dallo Stato contro le forze del male.
Sono scellerati espedienti per intontire sempre più i distratti, come fece il fascismo che reprimeva il ladruncolo di galline, e nel ventre del proprio sistema portava invece le metastasi mafiose. Fu, infatti, il prefetto Cesare Mori ad essere messo subito fuorigioco dal regime quando tentò di scoperchiare anche il vaso di Pandora del potere fascista.
Una storia che oggi si ripete nel nostro Belpaese, dove la sicurezza del cittadino non può risolversi semplicemente con un dispiegamento maggiore di forze dell’ordine e dell’esercito nel territorio, ma con la presenza costante dello Stato e delle istituzioni nell’assicurare il lavoro, i servizi pubblici, l’assistenza al cittadino e la garanzia della legalità in ogni settore di attività pubblica o privata.
Sì... sono propenso a credere che le cosiddette leggi antimafia si fanno già e ancora si faranno, ma sembrano essere strumentalizzate e legittimate dalla casta mafioso-finanziaria che detiene pro tempore la potestà politica e legislativa per concertare operazioni di annientamento su altre società mafioso-finanziarie allorquando viene a mancare il compromesso tra interessi su cui razziare; esattamente una rielaborazione di quello che avveniva nelle faide delle vecchie mafie prima del loro processo di mimetizzazione in politica.
E, comunque vada, ogni indagine sull’infame gioco di questa roulette mafiosa arriva sempre e soltanto non oltre l’ala armata della mafia, e mai invece agli intoccabili o invisibili protagonisti della cupola finanziaria, dove le inchieste delle procure vengono bloccate anzitempo dalle connivenze del potere politico.
Tra tangenti, appalti, veleni, escort, cardinali, ministri, uomini di partito e persino servizi segreti deviati prospera una incredibile ragnatela del potere, una banda di faccendieri che minaccia la democrazia all’ombra di Palazzo Chigi, sede istituzionale del Governo.
Dinanzi a tali intrecci e consorterie tra chi governa il Paese e chi lo deruba, dinanzi alle collusioni tra Stato e mafia, tra legalità e crimine sono ormai in molti a chiedersi se la nostra società avrà la forza di reggere allo sfascio criminale del Paese.
Controllano entrambi lo stesso territorio, si danno la caccia ma si accordano nelle banche, si proteggono e a volte si uccidono, ma portano nel sangue complicità ed omertà, dato che vivono con i soldi dello stesso comune trinomio finanziario: l’economia mafiosa, l’economia legale-mafiosa ed infine l’economia legale.
-Economia mafiosa, che gestisce direttamente il proprio potere criminale con la sua cultura, le sue regole, i suoi delitti e le sue punizioni.
-Economia legale-mafiosa , che col saccheggio del Paese garantisce mediazioni professionali e affari con la mafia senza sporcarsi le mani.
-Economia legale, che sfiora l’illecito in un mercato globale in cui si eludono i diritti e si riconosce lo sfruttamento del lavoro altrui.

Dubito fortemente, dunque, che un governo di plutocrati voglia porgere la malefica “mano nera” sul braciere del fuoco purificatore. Se poi circostanze sfavorevoli lo obbligheranno, conviene sempre al “potere” che venga sacrificata una mano, ma quantomeno sopravvive tutto il resto del corpo.
Ed il gioco continua.
Occorrerebbe, invece, uno Stato capace di sfidare sul serio la «castopoli» mafioso-finanziaria e colpire i vertici reali di questa nuova cupola che si è integrata nella politica e che oggi è nella situazione di patteggiare o di dettare le sue condizioni.
Non può l’illegalità, sconfiggere l’illegalità stessa. Non può l’ingiusto lottare contro l’ingiusto.
Ci vorrebbe, dunque, il giusto che faccia guerra all’ingiusto. Né si può scegliere l’uno e l’altro insieme.
E la racconta lunga il cavaliere Berlusconi quando afferma «fare la guerra alle forze del male, schierando in campo l'esercito del bene ». Non è nelle condizioni di essere credibile, perché l’unica sua arma è quell’esercito di mercenari asserviti al suo impero mediatico ed alle sue mistificazioni.
Tutto dipende dalle nostre scelte quotidiane, nella misura in cui gli italiani decidono o di sostenere l'attuale sistema diventandone complici, oppure di prenderne le distanze negandole ogni tipo di sostegno.
E tuttavia la società civile può ancora sperare che sia possibile il cambiamento solo se le persone dell’Italia onesta sapranno imporre il rispetto delle regole sociali e, soprattutto, la ridistribuzione delle risorse liberate dal cancro delle mafie finanziarie e dai conflitti d’interessi.
Ma per farlo occorre un compito legislativo, politico e culturale di vasta complessità, che riordini la grande confusione tra pubblico e privato e che sappia distinguere il lecito dall’illecito per realizzare nei fatti la vera «antimafia delle leggi» già scritta nelle pagine della nostra Costituzione in base ai principi rivoluzionari di solidarietà, di eguaglianza e di legalità.
BASTA SOLO APPLICARLA !...a cominciare dalla casta che siede, per la loro e la nostra vergogna, negli scanni istituzionali del Paese.
( Enzo ARENA )
UNA INTERVISTA DEL GIORNALISTA ENZO BIAGI a GIUSEPPE FAVA. Tratta da “FILM DOSSIER” del 28 Dicembre 1983.

Giuseppe Fava detto Pippo (Palazzolo Acreide, 15/09/1925 – Catania, 05/01/1984) è stato uno scrittore, giornalista e drammaturgo italiano, oltre che saggista e sceneggiatore. Apprezzato dai propri collaboratori per la professionalità e il modo di vivere semplice. È stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, primo vero giornale antimafia in Sicilia: « Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. » È stato ucciso nel gennaio 1984 dalla mafia catanese.

L’INTERVISTA:
BIAGI: Giuseppe Fava, giornalista, scrittore catanese, autore di romanzi e di opere per il teatro. Fava, per i suoi racconti a cosa si è ispirato?

FAVA: alle mie esperienze giornalistiche. Io ti chiedo scusa ma sono esterrefatto di fronte alle dichiarazioni del regista svizzero. Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. Questo signore ha avuto a che fare con quelli che dalle nostre parti sono chiamati "scassapagliare". Delinquenti da tre soldi come se ne trovano su tutta la terra. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Bisogna chiarire questo equivoco di fondo: non si può definire mafioso il piccolo delinquente che ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale… quella è piccola criminalità che credo esista in tutte le città italiane e europee. Il problema della mafia è molto più tragico e importante, è un problema di vertici della nazione che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l'Italia.

BIAGI: Tu hai fatto conoscenza diretta del mondo della mafia, come giornalista?

FAVA: Sì, ho conosciuto diversi personaggi dell'una e dell'altra parte. Attraverso le cronache, le indagini che andavamo conducendo e che abbiamo puntualmente riferito sui nostri giornali.

BIAGI: Chi ricordi di più di questi tipi? Dei vecchi mafiosi, ad esempio? Sono cambiati?

FAVA: Un uomo sì. C'è un abisso tra la mafia di vent'anni fa e quella di oggi. Allora il mafioso per eccellenza era Genco Russo. Io sono stato a casa di Genco Russo e, mi si perdoni il termine, sono stato l'unico ad avere l'onore di intervistarlo. Ad avere un memoriale firmato che iniziava con le parole "Io sono Genco Russo, il re della mafia". Genco Russo governava il territorio di Mussomeli dove, da vent'anni, non c'era stato non dico un omicidio ma nemmeno uno schiaffo. Non c'era un furto, tutto procedeva in ordine, nella legalità più assoluta. Era la vecchia mafia agricola, la quale governava un territorio di una forza straordinaria che il mondo di allora non poteva ignorare. Controllava tra i 15 e i 40mila voti di preferenza.Nessun uomo politico poteva ignorare questa potenza determinante. Era sufficiente che Russo spostasse quei voti non da un partito all'altro, ma anche all'interno dello stesso partito per determinare la fortuna o meno di un uomo politico.Ecco perché poteva andare alla Regione Sicilia e spalancare con un calcio la porta degli assessori: lui era il padrone.Poi la società si modificò e i mafiosi non furono più quelli come Genco Russo.I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Anche al massimo livello. Si fanno i nomi dei fratelli Greco. Si dice che siano i mafiosi vincenti a Palermo, i governatori della mafia. Non è vero: sono anche loro degli esecutori. Sono nella organizzazione, stanno al posto loro. Un'organizzazione che riesce a manovrare centomila miliardi l'anno. Più, se non erro, del bilancio di un anno dello Stato italiano. E' in condizione di armare degli eserciti, di possedere flotte, di avere una propria aviazione. Infatti sta accadendo che la mafia si sia impadronita, almeno nel medio termine, del commercio delle armi.
Gli americani contano in questo, ma neanche loro avrebbero cittadinanza in Italia, come mafiosi, se non ci fosse il potere politico e finanziario che consente loro di esistere. Diciamo che questi centomila miliardi, un terzo resta in Italia e bisogna riciclarlo, ripulirlo, reinvestirlo. E quindi ecco le banche, questo prolificare di banche nuove. Il Generale Dalla Chiesa l'aveva capito, questa era stata la sua grande intuizione, che lo portò alla morte. Bisogna frugare dentro le banche: lì ci sono decine di miliardi insanguinati che escono puliti dalle banche per arrivare alle opere pubbliche. Si dice che molte chiese siano state costruite con i soldi insanguinati della mafia.

BIAGI: una volta si diceva che la forza dei mafiosi è la capacità di tacere. Adesso?

FAVA: Io sono d'accordo con Nando Dalla Chiesa: la mafia ha acquisito una tale impunità da essere diventata perfino tracotante. Le parentele si fanno ufficialmente. Certo, si alzano le mani quando qualcuno sta per essere ammazzato, si cerca di tirare fuori l'alibi personale e morale. Io ho visto molti funerali di Stato. Ora dico una cosa di cui solo io sono convinto, quindi può non essere vera: ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità.

BIAGI: cosa vuol dire essere "protetti", secondo il linguaggio dei mafiosi?

FAVA: Poter vivere dentro questa società. Ho letta un'intervista esemplare, a quel signore di Torino che ha corrotto tutto l'ambiente politico torinese. Diceva una cosa fondamentale, una legge mafiosa che è diventata parte della cultura nazionale: non si fa niente senza l'assenso del politico e se il politico non è pagato. Noi viviamo in questo tipo di società, dove la protezione è indispensabile se non si vuol condurre la vita da lupo solitario. Questa vita può essere anche affascinante, orgogliosamente soli fino all'ultimo, ma 60 milioni di italiani non potranno farlo.

BIAGI: Vorrei fare una domanda: cosa si deve fare per eliminare questo fenomeno?

FAVA: A mio parere tutto parte dall'assenza dello Stato e al fallimento della società politica italiana. Forse è necessario creare una seconda Repubblica, in Italia, che abbia delle leggi e una struttura democratica che elimini il pericolo che il politico possa diventare succube di se stesso, della sua avidità, della ferocia degli altri, della paura o che possa anche solo diventare un professionista della politica. Tutto parte da lì, dal fallimento degli uomini politici e della politica. Della nostra democrazia, così come con la nostra buona fede l'abbiamo appassionatamente costruita e che ci si sta sgretolando nelle mani.

SETTE GIORNI DOPO QUESTA INTERVISTA, il 5 gennaio 1984, alle ore 10 di sera, a Catania Giuseppe Fava sta per scendere dalla sua auto. Mezz'ora prima ha chiuso dietro di sé, come ogni sera, la porta della redazione de "I Siciliani", la rivista da lui fondata appena un anno prima. Un saluto veloce al grafico Salvo Consoli, alla responsabile dell'amministrazione Cettina Centamore e al cronista Micki Gambino (uno dei suoi "carusi"). Fava posteggia la sua Renault 5. Deve solo attraversare la strada ed entrare nel teatro. La sua nipotina Francesca, che è impegnata nelle repliche della commedia di Pirandello "Pensaci, Giacomino!", lo sta aspettando. Ma in quel teatro Giuseppe Fava non entrerà mai. Un sicario lo uccide con 5 proiettili di calibro 7,65.
SONO PASSATI GIA’ 25 ANNI. Ormai i tempi sono cambiati e saranno certamente diversi, ma il cancro è rimasto.
RAPPORTO MAFIA.

Secondo il rapporto sulla criminalità, la prima azienda italiana si chiama «Mafia spa» e ha un fatturato annuo di 90 miliardi di euro: il 7% del Pil, pari a cinque manovre finanziarie e otto volte il Tesoretto.
Nel rapporto si sottolinea anche che usura e racket - con 40 miliardi di fatturato - costituiscono il principale business per le associazioni mafiose. Ma il fatturato della malavita organizzata è alimentato anche da estorsioni, furti e rapine, contraffazione e contrabbando, imposizione di merce e controllo degli appalti. «Dalla filiera alimentare al turismo, dai servizi alle imprese a quelli alla persona, dagli appalti alle forniture pubbliche, al settore immobiliare e finanziario - afferma il rapporto - la presenza della criminalità organizzata si consolida in ogni attività economica».
Secondo il rapporto, i componenti delle organizzazioni criminali, come una piovra dai mille tentacoli, sono sempre più impegnati direttamente nella gestione delle attività economiche. Per questa ragione, a volte, limitano l'imposizione del «pizzo», richiedendo somme puramente simboliche, perché sono più interessati a imporre merci, servizi, manodopera o a eliminare la concorrenza.
I commercianti taglieggiati oscillano intorno ai 160.000, ben oltre il 20% dei negozi italiani, con un fortissimo radicamento al Sud.
In Sicilia sono colpiti l'80% dei negozi di Catania e Palermo.
«Nei cantieri sotto controllo mafioso i diritti sindacali non esistono, le norme di sicurezza sono un optional», dice il rapporto. Si sottolinea anche il continuo sviluppo dell'area della cosiddetta «collusione partecipata» che investe anche la grande impresa italiana, soprattutto quella impegnata nei grandi lavori pubblici, che a volte preferisce venire a patti con la mafia piuttosto che denunciarne i ricatti. «Si tratta per lo più di grandi aziende che scendono a patti per "quieto vivere", quasi a sottoscrivere una polizza preventiva, perché la connivenza rende più forti rispetto alla concorrenza, perché per stare dentro certi mercati bisogna fare così, o semplicemente perché è più conveniente».

(Da Corriere della Sera)
"I deboli non combattono,
quelli più forti lottano
forse per un’ora,
quelli ancora più forti lottano
per molti anni,
ma quelli fortissimi lottano
per tutta la vita.
Costoro sono indispensabili”
( Bertold Brecht)
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