| GIORGIO GABER E...LA RAZZA IN ESTINZIONE | |
“La razza in estinzione” è la canzone trainante dell'ultimo album di Giorgio Gaber intitolato “La mia generazione ha perso”.
Non so se la generazione di Gaber, quella del '68 per intenderci, sia stata sconfitta. Più d'uno in ogni caso ha fatto in tempo a saltare sul carro dei vincitori. Penso che “la razza in estinzione” sia piuttosto quella degli intellettuali. Intellettuale in Italia è poco meno (o poco più) di un insulto. Visto dal basso, è una delle eterne figure dell'oroscopo nazionale, quel chierico cortigiano, spocchioso e servile a un tempo addetto alla manutenzione del potere. Visto dall'alto è al contrario un “comunista”. L’intellettuale è, per me, chiunque sia capace di pensare oltre l’interesse personale, di classe, di appartenenza; e quindi uno che vuole cambiare il mondo. Allora ci sono tanti intellettuali fra gli elettricisti quanti fra i professori, fra gli artisti come fra gli imprenditori o gli operai. Ovvero, sempre meno. Giorgio Gaber è stato, da uomo di spettacolo, un grande intellettuale. Come tale, certo, uno sconfitto a rischio di estinzione.
Tutti i poteri hanno cercato, per prima cosa, di combattere gli intellettuali, con una ferocia assoluta. L'antisemitismo è anzitutto l'odio contro un popolo “intellettuale” o vissuto come tale. Ma in nessun luogo e in nessuna epoca della storia, neppure nei regimi peggiori, l'eliminazione del vizio di pensare era riuscita così bene come nell’Italia contemporanea. Senza bisogno di prigioni e tribunali speciali. Semplicemente incatenando tutti al proprio narcisismo, alla mediocre e ipocrita difesa del “particolare”. E’ la cosa che, in quest’Italia così “ricca” e “libera”, ci fa mancare l'aria. Ma basta poco, una voce sola a volte, per uscire dalla prigione. La vittoria dello sconfitto Giorgio Gaber è d'averci fatto sentire più liberi, meno soli.
(CURZIO MALTESE)
LA RAZZA IN ESTINZIONE
Non mi piace la finta allegria
non sopporto neanche le cene in compagnia
e coi giovani sono intransigente
di certe mode, canzoni e trasgressioni
non me ne frega niente.
E sono anche un po’ annoiato
da chi ci fa la morale
ed esalta come sacra la vita coniugale
e poi ci sono i gay che han tutte le ragioni
ma io non riesco a tollerare
le loro esibizioni.
Non mi piace chi è troppo solidale
e fa il professionista del sociale
ma chi specula su chi è malato
su disabili, tossici e anziani
è un vero criminale.
Ma non vedo più nessuno che s’incazza
fra tutti gli assuefatti della nuova razza
e chi si inventa un bel partito
per il nostro bene
sembra proprio destinato
a diventare un buffone.
Ma forse sono io che faccio parte
di una razza
in estinzione.
La mia generazione ha visto
le strade, le piazze gremite
di gente appassionata
sicura di ridare un senso alla propria vita
ma ormai son tutte cose del secolo scorso
la mia generazione ha perso.
Non mi piace la troppa informazione
odio anche i giornali e la televisione
la cultura per le masse è un’idiozia
la fila coi panini davanti ai musei
mi fa malinconia.
E la tecnologia ci porterà lontano
ma non c’è più nessuno che sappia l’italiano
c’è di buono che la scuola
si aggiorna con urgenza
e con tutti i nuovi quiz
ci garantisce l’ignoranza.
Non mi piace nessuna ideologia
non faccio neanche il tifo per la democrazia
di gente che ha da dire ce n’è tanta
la qualità non è richiesta
è il numero che conta.
E anche il mio paese mi piace sempre meno
non credo più all’ingegno del popolo italiano
dove ogni intellettuale fa opinione
ma se lo guardi bene
è il solito coglione.
Ma forse sono io che faccio parte
di una razza
in estinzione.
La mia generazione ha visto
migliaia di ragazzi pronti a tutto
che stavano cercando
magari con un po’ di presunzione
di cambiare il mondo
possiamo raccontarlo ai figli
senza alcun rimorso
ma la mia generazione ha perso.
Non mi piace il mercato globale
che è il paradiso di ogni multinazionale
e un domani state pur tranquilli
ci saranno sempre più poveri e più ricchi
ma tutti più imbecilli.
E immagino un futuro
senza alcun rimedio
una specie di massa
senza più un individuo
e vedo il nostro stato
che è pavido e impotente
è sempre più allo sfascio
e non gliene frega niente
e vedo anche una Chiesa
che incalza più che mai
io vorrei che sprofondasse
con tutti i Papi e i Giubilei.
Ma questa è un’astrazione
è un’idea di chi appartiene
a una razza
in estinzione.
Giorgio Gaber non era un pollo d'allevamento. Aveva scelto di non esserlo all'inizio. Quando il successo era già arrivato. Quando era già una faccia, quella sua bella faccia con il nasone enorme, da festival di Sanremo o da varietà anni Sessanta. Ma non era quello il successo che Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, classe 1939, meneghino doc, voleva davvero. Non voleva pailette e lustrini, insomma, ma il palcoscenico. Era il teatro quello che voleva. Per cantare come un attore. E per recitare come un cantante. Per raccontare l'Italia che vedeva, e attraverso l'Italia per raccontare sé stesso.
E' morto a 63 anni, dopo una lunga malattia.
Gli inizi, quando aveva vent'anni, al Santa Tecla di Milano, dove si fanno vedere ogni tanto Celentano e Jannacci. C'è anche Mogol, che gli propone un provino per la Ricordi. Ne esce un disco, con quattro canzoni, La più famosa è “Ciao, ti dirò”, scritta con Luigi Tenco. Siamo a cavallo degli anni Sessanta. Tra poco l'Italia comincerà a bollire, e Gaber cambierà passo. Ma intanto ha successo come cantante melodico “Non arrossire” e come entertainer ironico “La ballata del Cerrutti”, “Torpedo blu). Sono gli anni del festival di Sanremo, quattro edizioni. Sono gli anni della tv e, nel 1969, di Canzonissima. Che per Gaber è la fine di un'epoca e l'inizio di tutta un'altra storia.
A Canzonissima canta “Com'è bella la città”, memorabile e anticipatrice canzone sull'alienazione metropolitana. Troppo cattiva, troppo vera, perché la sua carriera possa seguire i canali tradizionali. Il Piccolo Teatro di Milano se ne accorge, e gli offre la possibilità di allestire un recital. E' la svolta: nasce “Il signor G ”. Vale a dire che il signor Gaber abbandona la tv (dove tornerà pochissime volte), e farà della sua vita d'artista una sequenza irripetibile di spettacoli dal vivo. E' l'esordio del teatro-canzone, la formula tutta sua nata dal mix tra cabaret e Jacques Brel, ed è anche l'inizio della collaborazione con Giorgio Luporini. Insieme, negli anni a venire, saccheggeranno per i testi Celine, Sartre, Borges. Insieme racconteranno la gioia e l'idiozia degli anni Settanta, la volgarità e il delirio degli Ottanta, il disincanto dei Novanta. Suscitando passioni ed entusiasmo, ma anche attirando su di sè le accuse di qualunquismo, e anche peggio.
Il Gaber di “Far finta di essere sani” (1972), di” Libertà obbligatoria” (1976), di “Polli d'allevamento” (1978) è l'uomo di sinistra che detesta le pose della sinistra di piazza, ma anche gli alambicchi della sinistra ufficiale. E' il rivoluzionario che mentre i rivoluzionari chiedono più libertà, diffida della troppa libertà, E' il cantante, l'attore, e di nuovo il cantante che non smette di tenersi attaccato alla propria individualità, ma non sa smettere di subire il fascino della Storia. Lo dirà in una canzone memorabile “La strada”, una risposta alla paura negli anni bui del terrorismo che però prelude al ripiegamento e alla delusione. Quella che molti anni dopo lo porterà a cantare che oramai “Destra e Sinistra” sono uguali. E a tornare sempre di più all'io, all'indagine sui sentimenti e sui misteri delle emozioni umane.
In mezzo ci sono altre prove straordinarie. Monologhi che valgono più di un saggio di storia, come “Qualcuno era comunista”, e grandi prove d'attore, come ne “Il Grigio” (1989), dove per la prima volta si cimenterà solo con la parola teatrale, senza canzoni. Ed è qui che forse raggiunge il punto più alto della sua vita d'artista. Il Gaber che cantava quindici anni prima “Libertà e partecipazione”, ora si chiede come si può amare senza retorica, come si può trasformare l'amore in qualcosa che "Non sia una farfalla che si posa di fiore in fiore", ma diventi davvero "Terra e materia..., cosa".
Forse, come canterà in un altro dei suoi spettacoli, la sola risposta è affidarsi ai “Piccoli spostamenti del cuore”. Ma chi ha davvero una risposta per un amore che finisce, come dirà nelle parole de “Il dilemma”, la sua canzone probabilmente più bella. Sono gli ultimi anni della sua carriera, e sono lontani i tempi della clamorosa invettiva contro Aldo Moro, pronunciata in “Io se fossi Dio” dopo l'uccisione da parte delle Brigate Rosse. Ma Gaber non ha smesso mai del tutto di parlare di "politica". Solo che la sua politica, il suo mondo, sono ormai il teatro di una sconfitta. Lo dirà nel suo ultimo lavoro, “La mia generazione ha perso”, prima di un nuovo disco ("Io non mi sento italiano"), uscito postumo.
Una sorta di testamento, anche se sfogliando gli spartiti e i testi di trent'anni di teatro-canzone, almeno un altra pagina meriterebbe di recitare, insieme al suo autore, l'epitaffio per una vita d'artista vissuta pericolosamente in bilico tra dramma e sarcasmo. "Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri...", cantava Giorgio Gaber raccontando l'anima e il cuore di una generazione. Quella che ha perso, certo, ma che probabilmente se n'è andata con lo stesso sogno di allora. | |
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