IL SITO DI ENZO ARENA
FORZALAVORO E CAPITALE......OVVERO
UN IMPARI RAPPORTO DI SCAMBIO NELL’ITALIA DI SAN PRECARIO.
In Italia, secondo i dati Istat, si assiste ad un crescendo di tendenza da parte delle aziende a sostituire la forza lavoro stabile e qualificata con forza lavoro precaria e atipica, servendosi delle norme contrattuali previste dalla legge 30 o meglio dalla legge Biagi/Maroni.
Sono questi i nuovi contratti che, anziché tendere ad elevare la condizione del lavoratore (del braccio o della mente), invece lo aggrediscono al punto che ora anche chi ha un lavoro corre il rischio di trovarsi in condizioni non diverse di quelle del disoccupato assistito.
Infatti, in caso di licenziamento diventerà assai difficoltoso, soprattutto per chi abbia superato i 40 anni, essere rioccupato in un altro lavoro di pari livello o retribuzione. Ed ora, con l’allungamento dell’età pensionabile e la tecnica di produzione che frena la crescita del lavoro, diventa ancor più critica la condizione di trovare occupazione anche in presenza di produttività.

Infatti, quella tecnica, che doveva essere il mezzo per agevolare il lavoro dell’uomo ed il suo prodotto, oggi in realtà si scopre essere diventata uno strumento antisociale per accentrare sempre più velocemente ingenti profitti nelle mani di privilegiati, riducendo al minimo le risorse umane e assecondando una logica di cannibalismo economico che liquida l’equa distribuzione del reddito.
Avviene, perciò, che all’antica progettazione del lavoro a lungo periodo, si preferisce, con l’ausilio della tecnica, ottimizzare nell’immediato il massimo dell’utile con lo sfruttamento delle opportunità derivanti dalle circostanze. Ne consegue, dunque, che al lavoratore viene richiesta quella capacità di mutare a breve scadenza cicli e stili di lavoro, che vengono denominati “flessibilità”.

Ma oggi, più di ieri, tra forza-lavoro e impresa non sussiste un equo rapporto di scambio, poiché, chi può contare sulla sola capacità di lavorare, consapevole che il suo lavoro è a rischio o sospinto dai bisogni della sopravvivenza, non può rifiutare di vendere la propria forza-lavoro.
Invece gli imprenditori, poiché hanno assicurata la sopravvivenza consumando il proprio capitale accumulato, possono ricorrere alla riduzione dei posti di lavoro, usare l’arma del ricatto nel comprare la forza-lavoro a basso costo e agli alti ritmi di efficienza richiesti dalla macchina tecnologica della produzione o addirittura spostando investimenti da un Paese all’altro.
Soprattutto la “delocalizzazione” della produzione (cioè il trasferimento della produzione in altri Paesi) ha consentito che l’imprenditore potesse fare a meno di manodopera nazionale e di dettare le regole del gioco. Infatti col possesso del solo marchio e senza possedere una fabbrica di produzione, vende le merci che vengono prodotte nei paesi del terzo mondo a basso costo .
Insomma quelli che usufruiscono del profitto si sono liberati dalla necessità della forzalavoro, mentre la forzalavoro rimane incatenata al bisogno di lavoro salariato.

In questo conflitto sociale certamente il sistema capitalistico è più forte, perchè detiene il monopolio delle merci che tutti vogliono comperare, si serve della scienza, che è ormai un'appendice del mercato, usa l'informazione asservita ai suoi finanziatori e impone consumi con la pubblicità suadente, e soprattutto ha il monopolio del reddito, cioè di quello strumento che serve per poter sopravvivere.
Col lavoro a tempo indeterminato, il lavoratore aveva almeno la certezza di un reddito, e ciò gli permetteva di contrastare la struttura capitalistica. Ora, con le nuove contrattazioni (flessibilità, atipicità, part-time ecc.) non riesce neanche a difendere il reddito, proprio per la sua precarietà.

Protagonista e modello da imitare, dunque, diventa la macchina, che ignora il sociale.
E, così, gli acquirenti della forza-lavoro possono esercitare sui lavoratori una prevaricazione di strapotere.
Diminuiscono, infatti, i contratti a tempo indeterminato, molti posti di lavoro non sono più a tempo pieno e vari tipi di contratti a termine vengono usati dagli imprenditori per evitare l’assunzione stabile, rendendo difficile ai giovani di poter formulare previsioni e progetti di percorso esistenziali e familiari.

E’ la tendenza a questi esperimenti di mortificazione del lavoro che rende preoccupante l’instabilità dell’occupazione. Ed il Parlamento ( tanto col centrodestra che col centrosinistra) ha privilegiato il vergognoso ossequio ai diktat delle corporazioni finanziarie e della confindustria, demolendo via via, con un armamentario di strategiche modalità, lo stato sociale dei lavoratori per sacrificarlo ad una plutocrazia di regime.
Se le organizzazioni dei lavoratori e le forze della sinistra, anziché chiudersi nelle loro torri d’avorio a sperimentare conciliazioni o formule che si risolvono puntualmente a vantaggio del sistema di potere capitalista, puntassero invece ad elevare le coscienze per riprendere le lotte del passato, darebbero sicuramente all’assetto sociale non solo la consapevolezza necessaria della propria unità ma soprattutto la possibilità di incidere nelle contrattazioni per un equo rapporto di scambio tra forzalavoro e capitale, perché, fintanto che il potere economico avrà il monopolio sulla ricchezza del Paese, la lotta per il diritto al reddito sarà impensabile.
Naturalmente non sarà mai possibile parlare di reddito di esistenza fin quando i criteri di governo della società rimangono vincolati al predominio dell'accumulazione rispetto agli interessi sociali.
Occorre, perciò, ricondurre la lotta in un processo di ricomposizione sociale del lavoro, che la legge Biagi e il pacchetto Treu hanno sbilanciato a favore del capitale, affinché vengano formulate nuove regole, nuovi criteri di regolazione del rapporto lavoro-capitale per evitare le forti diseguaglianze economiche, per liberare il lavoro dalla distruzione dei rapporti umani e per arginare l’individualismo sfrenato.
Scriveva Carlo Marx: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi; ma il punto ora è di cambiarlo”.
Addì, 12 AGOSTO 2007

( ENZO ARENA )
Vito Fichera invia al sito questa sua riflessione che titola:
“ASSASSINI” e “SCHIAVI MODERNI”

Le “esternazioni” del Deputato di Rifondazione Comunista Francesco Caruso hanno suscitato un vero terremoto d’indignazione politica ed istituzionale. Caruso viene dal popolo di San Precario, patrono inventato dai giovani lavoratori atipici, ed è esponente dei movimenti “No Global”.
Ha rilasciato un’intervista dove definisce “assassini” Treu e Biagi, ai quali ha addossato la colpa di ''aver armato con le loro leggi le mani assassine dei padroni, permettendo loro di precarizzare e sfruttare con maggior intensita' la forza-lavoro ed incrementando in tal modo i loro profitti, a discapito della qualita' e della sicurezza del lavoro''.
Mette sotto accusa il pacchetto Treu prima e la legge Biagi poi (legge 30), come la causa della deriva della precarizzazione che molti giovani subiscono in prima persona.
"Parola dura e guastante, ma null'altro che uno sfogo incontrollato" ammette Francesco Caruso.
Spostandoci dai circuiti mediatici ed istituzionali, le polemiche sulle frasi di Caruso cambiano, diventano reali, “similari al pensiero di Caruso” si affollano nelle analisi di giovani e meno giovani, diventano diluvio di rancore e di protesta, uno sdegno trasversale contro la classe politica tutta, poi restano le migliaia di giovani che non si sentono protetti nemmeno dal nuovo corso sulla sicurezza sul lavoro e dalle promesse sulla stabilizzazione del lavoro.

Vorrei proporvi qui di seguito l’introduzione al libro di Beppe Grillo “Schiavi Moderni-il precario nell'Italia delle meraviglie":

< La legge Biagi ha introdotto in Italia il precariato. Una moderna peste bubbonica che colpisce i lavoratori, specie in giovane età. Prima non c’era, adesso c’è. Ha trasformato il lavoro in progetti a tempo. La paga in elemosina. I diritti in pretese irragionevoli. Tutto è diventato progetto per poter applicare la legge Biagi (Co. Co. Pro.) e creare i nuovi schiavi moderni. Dal pulire i cessi al rispondere al telefono. Lavoratori dipendenti si sono trasformati in imprenditori con partita Iva, senza soldi e senza sicurezze. Lavoratori transbiagici. Una sottospecie di schiavi. Meno tutelati degli schiavi sudisti. La legge Biagi è una legge di sinistra per una politica del lavoro di ultra destra. Copiata dai faraoni. Call-center al posto di piramidi. Usata per lo sfruttamento del lavoratore. Senza sicurezze. Senza niente. Neppure la dignità. Neppure la speranza degli operai degli anni ’50, che vivevano di sacrifici, ma sapevano che i loro figli avrebbero avuto una vita migliore.
Questo libro è la storia collettiva di una generazione che sta pagando tutti i debiti delle generazioni precedenti. Tutti gli errori. Tutte le mafie, tutti gli scandali, tutte le distruzioni di aziende da parte di finanzieri farabutti. Una generazione che non andrà mai in pensione. Che sta pagando la pensione ai vecchi. Che si sta incazzando. Che non ha rappresentanza politica. Una generazione senza soldi, senza tfr, senza speranze professionali. Una generazione di schiavi moderni.
La legge Biagi doveva inserire nel mondo del lavoro i giovani. Ha invece trasformato i giovani in merce a basso costo. In questo gorgo sono finiti anche i lavoratori di quaranta, cinquant’anni, che per non morire di fame insieme alle loro famiglie si sono adattati.
Hanno aperto una partita Iva e si sono uniti al popolo dei precari. Decine di migliaia di persone mi hanno scritto. Ho scelto alcune centinaia di testimonianze e le ho raggruppate per tema. Ci sono gli schiavi telefonici outbound e inbound, gli schiavi pubblici e quelli no profit, gli schiavi imprenditori. Call-center organizzati come istituti di pena. Kapò capufficio. Persino schiavi gratis.
Un universo infernale e allo stesso tempo surreale, comico, in cui tutto è permesso, tutto è rovesciato. Un luogo non luogo, dove il rischio imprenditoriale è del precario e il profitto del datore di lavoro.
Assomiglia ad Alice nel Paese delle Meraviglie. È ‘Il Precario nell’Italia delle Meraviglie’.
L’Italia è diventata la patria del lavoro a basso costo. Surclassiamo la Cina. Peccato che manchi il lavoro. Rimane allora solo il lavoratore a basso costo. Un primato tutto italiano >.

Sono giudizi che personalmente mi sento di condividere. Se “assassini” debbono esserci, non sono Treu e Biagi, ma un’intera classe politica che ha sostenuto ad oltranza tale sistema.
Addì, 12/08/2007

( Vito FICHERA )
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