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il Rimino - Riministoria



MARINERIA E SOCIETÀ RIMINESE TRA 1700 E 1800
SAGGIO PRESENTATO AL
CONVEGNO SU GIUSEPPE GIULIETTI,
RIMINI, 21 GIUGNO 2003

Nel corso del 1700 (*) e per la prima metà del 1800 nella vita sociale di Rimini (1), la Marineria gioca un ruolo molto importante, a cui però non corrispondono né una soddisfacente condizione economica, né un qualsiasi coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica.
Nel 1791 Francesco Battaglini scrive che alla «classe marinaresca tanto utile alla Città nostra, e nel tempo stesso sì grama, e misera», fanno capo «a dir poco» duemila persone (2).
Cinque anni dopo, nel 1796, un documento ufficiale della Municipalità riminese calcola questa classe in «circa tre mila Persone» (3), quasi un quarto degli abitanti della città. Faticosamente, dopo l’armistizio del 23 giugno dello stesso 1796, la Municipalità riminese ha impedito «l’emigrazione di molti abitanti del Porto» (4).
Nel 1835 «Naviganti e Pescatori» attestano che la «numerevole marina» del nostro Porto è «forte di tremila e trecento anime tutto compreso, tanto naviganti che peschereccia» (5). Cessato ogni commercio e resosi «scarsissimo il pesce» (essi scrivono alla Segreteria di Stato), «languiscono e moion di fame sì i Naviganti, che i Pescatori colle innocenti numerevoli loro Famiglie». Sono «gente buona sì, ma rozza, impetuosa, ed amareggiata da una miseria, che quasi la sospinge alla disperazione».
Nel 1843 la «classe infelice» e «numerosa de’ Marinai, e Calafati non che Commercianti» si dichiara costituire «una quarta parte della Popolazione» riminese (6).
Nel 1856, in lettera del Gonfaloniere di Rimini all’ingegner Maurizio Brighenti, autore di un progetto di rinnovamento del canale (7), si scrive che l’attività portuale è «l’unico mezzo di alimento» per «più di cinque mila persone dedite specialmente ai negozi marittimi d’ogni specie» (8).
Nel 1857 risultano 199 navigli, con 23 capitani mercantili, 65 «paroni di piccolo corso» ed 820 marinai in genere, per un totale di 908 addetti (9).
Nel 1861 il personale di Marina nel porto di Rimini raggiunge un totale complessivo di 1.659 addetti (1.165 per il commercio e 494 per la pesca) (10), per 123 navigli (46 da commercio e 77 da pesca). Nel commercio ci sono 27 capitani, 108 padroni, 730 marinari, 300 mozzi. Nella pesca, 90 padroni, 334 marinai, 70 mozzi.
Ad una famiglia di miseri pescatori appartiene Giuseppe Giulietti che nasce nel 1879, sul finire di un secolo in cui le cose non mutano granché rispetto al Settecento, come non muteranno neppure all’inizio di quello successivo, secondo quanto testimonia il deputato liberale Gaetano Facchinetti a proposito degli eventi bellici del 1915, annotando che essi colpirono gravemente «la numerosa e povera classe marinara» (11).
Nella catena delle forze sociali che vivono all’interno dell’«antico regime», la «classe marinara» costituisce l’anello più debole. Essa però è ugualmente temuta, come ricaviamo da una lettera del 14 luglio 1796 (dopo l’apparire dei Francesi in Romagna), in cui la Municipalità scrive al Legato, che questa «classe marinara» è non soltanto «numerosa», ma anche «poco docile» (12).
E «poco docile» essa si è già dimostrata il 26 aprile 1768, organizzando «un terribile tumulto» contro Serafino Calindri ed il suo progetto di espurgazione del canale. Calindri se ne era andato da Rimini temendo che un bandito, il «noto Brugiaferro», fosse stato assoldato per toglierlo dalla circolazione, allo scopo di favorire il prolungamento dei moli proposto dal medico Giovanni Bianchi (Iano Planco 1693-1775), nume tutelare della cultura e della scienza riminese (13). Sono questi gli anni in cui padre Boscovich definisce il porto «massima risorsa» della nostra città (14).
Ma «poco docile» la classe marinara appare anche nelle questioni che oggi chiameremmo sindacali, quando si tratta di difendere i diritti dei lavoratori nei confronti dei «Padroni» delle Barche che, ad esempio, somministravano ai loro marinai cattivo vitto e «vino corrotto» (15).
«Padroni» sono detti non i proprietari, ma i «Conduttori» della barche. Non sempre i «Padroni» sono anche i proprietari delle barche. Ad investire nell’ambiente del porto, oltre ai commercianti, figurano pure nobili cittadini che «impiegano vistose somme di denaro in crediti, cambi marittimi e nell’acquisto di barche» (16).
Fra questi nobili troviamo Nicola Martinelli, il quale, seguendo le teorie di Cesare Beccaria, si batte per la libertà di panizzazione, e si oppone a Francesco Battaglini che sostiene invece il sistema pubblico dell’Annona (17). La famiglia Martinelli inoltre possedeva 21 case nel Borgo San Giuliano (18).
Un «Padrone» per farsi la barca deve indebitarsi per un periodo così lungo che normalmente coincide con quasi tutta la durata della barca stessa, che è di dieci-quindici anni (19). Il povero pescatore, si scrive nel 1869 in un documento ufficiale, consuma tutta la sua vita «sempre in debito ed a vantaggio di quattro vampiri: costruttore, fabbro-ferraio, cordaio e venditore di pesce» (20).
Il «Padrone», nell’ingaggiare i marinai della sua ciurma, deve rispettare alcune regole che la Municipalità impone nel 1745 con i «Capitoli del Porto» (21), seguendo l’«inveterato stile» comunemente osservato. Sono regole che costituiscono una specie di contratto collettivo di lavoro. Nel periodo che va da dopo le «Feste di Natale» sino a Pasqua, il «Conduttore» non può licenziare gli uomini della barca «senza legittima causa da riconoscersi dal Signor Capitano» del Porto, sotto pena del pagamento dei danni da calcolarsi «secondo il guadagno della Barca». In caso di malattia, sia al «Patron conduttore» sia a qualsiasi «Uomo di Barca», è garantita «almeno per un Mese» la solita parte di guadagno.
A proposito dell’«inveterato stile» comunemente osservato, riporto un episodio del luglio 1804: «due Barche Pescareccie di questo Porto» sono «fatte preda di un Corsaro Inglese», e di conseguenze trenta marinai restano senza lavoro. Con una petizione alla Municipalità, essi chiedono ai «Patronati di Barche» di anticipare di due o tre mesi il «costume di aumentare un uomo per Barcha prima che entri la nuova stagione» che iniziava a novembre (22). La Municipalità immediatamente sollecita i proprietari ad anticipare questo «solito aumento di un uomo per Barca» (23).
I pescatori sono più tutelati dei lavoratori dei campi, duramente colpiti dalla carestia (24) che si sviluppa pure a Rimini tra 1765 e 1768. Molti di loro fuggono a Roma, ospitati a spese dell’Erario in due «serragli», in mezzo ad un’epidemia di vaiolo. In questa «miserabile città», scrive il cronista riminese Ubaldo Marchi nel 1767, i marinai sono «in molto gran numero» e lavorano su quaranta barche pescarecce; tremila sono invece i poveri che campano «con cercare elemosina» (25).
Un altro cronista cittadino, Ernesto Capobelli, scrive che «il Pontefice non pensò a solevar in conto alcuno li suoi sudditi, dispensò soltanto tesori spirituali» (26). La Congregazione del Buon Governo nel 1767 fa sapere ai riminesi che con «Erbaggi e Frutti» si poteva supplire «a qualche defi-cienza di Pane» (27).
Certamente la nostra marineria non era come il popolo romano durante la carestia, descrittoci da un abate francese, Gabriel François Coyer: «bien dévot, bien soumis», esso si riuniva soltanto «pour faire des processions et pour gagner des indulgences sous le doigt de Sa Sainteté» (28).
Alla carestia, il 22 luglio 1765 si aggiunge l’alluvione del Marecchia che porta all’«ultima rovina» il porto canale (29).
Nel 1799 la marineria riminese dimostra tutta la rabbia accumulata in molti decenni di sofferenze. Prima mette in fuga i soldati francesi dopo l’arrivo degli austriaci. Poi, seguìta dai «villani» dei dintorni, organizza una sommossa lunga e violenta che subentra alle devastazioni, alle prepotenze, agli abusi dei napoleonici.
I ripetuti e severi proclami degli austriaci, lasciano il tempo che trovano. Dal 30 maggio 1799 al 13 gennaio 1800, la Municipalità riminese vive una crisi istituzionale che non è una insorgenza a favore del Papato. Gli umori popolari sono ben riassunti da un sonetto anonimo in cui Roma è definita «infame», e si inneggia agli austriaci. I quali innalzano le insegne, care ai reazionari, dell’aquila imperiale e dell’«amore della Santa Fede».
I rivoltosi saccheggiano le botteghe degli Ebrei, assaltano il Palazzo pubblico dove rubano «tutto quello che vi era» dopo aver «rotto ogni cosa» (30). Arrestano, incarcerano, mandano in esilio.
Entrati nella Guardia Civica, i marinai fanno da pompieri e da incendiari. Il loro comandante Lorenzo Garampi ne approfitta per tentare di dominare sulla città, favorito dal fatto che agli austriaci sfugge il controllo di una situazione in continuo fermento. I marinai tentano di sistemare anche Lorenzo Garampi che per salvarsi, il 27 agosto in cattedrale durante una «sanguinosa zuffa», è costretto a rifugiarsi sul campanile.
Per tutto il Settecento i «Poveri Pescatori» tentano di migliorare le loro condizioni (31). A Roma trovano più ascolto che a Rimini, dove negano la loro miseria in base a due argomenti: essi si costruiscono case, e le loro mogli vanno «come tutto dì si vedono, tanto pompose» (32).
Nel 1787 in via provvisoria, e nel 1791 definitivamente, al posto del dazio del quindici per cento «del Prezzo ricavato» dalla vendita del pesce, subentra una tassa annuale sulle barche, suddivise in sei categorie. L’accordo finale approvato dal Legato, è firmato il 20 giugno 1792 come Transazione, e amichevole composizione fra Comunità riminese e Procuratore dell’Arte della Pesca a nome dei suoi iscritti.
La Municipalità per difendere il dazio del quindici per cento, ha sostenuto (33) che esso normalmente dall’appaltatore era ridotto all’otto, e che se i pescatori guadagnavano poco, la colpa era soltanto dei rivenditori del pesce, i cosiddetti «porzionevoli», che formavano società fra loro per esportare al prezzo più vantaggioso il pesce a Bologna ed in Toscana. Questo fatto diminuiva il «frutto de’ sudori, e pericoli degli infelici Pescatori». E lasciava Rimini senza pesce, o lo faceva pagare ad un prezzo maggiorato di un terzo.
Nel 1805, secondo un testo ufficiale, nel porto di Rimini sono attive oltre settanta barche con 780 marinai: settanta sono da pesca con 480 marinai, e trentaquattro da traffico con 300 addetti (34). In un anno nel nostro porto «entrano più di 400 bastimenti carichi di varie mercanzie e generi, e ne partono altri quattrocento carichi di effetti del Paese e dell’Estero». Per questa sua situazione, si sottolinea, Rimini meriterebbe di ottenere il «Porto Franco».
L’indotto è costituito da un cantiere senza loggiato, dove non è possibile lavorare nei mesi invernali, da fabbriche di cordami, e dalla manifattura della cotonina per le vele con 300 donne impiegate annualmente. Esistono poi buone fabbriche di concia di pelle, di vetri e cristalli a uso di Venezia, di ombrelle di tela cerata, di cappelli fini a uso di Germania, ed «un considerevole lavoro di seta greggia». Si fanno «paste di frumento a uso di Genova» ed il «Biscotto pei Marinai».
Il «Biscotto» è un tipo di «pane par-ticolare per gusto, e per la forma», che i marinai «trasportano in Mare» (35), ed è diverso da quello spacciato dall’Annona che «non può resistere ai dieci, o dodici giorni di navigazione» (36).
Il 5 dicembre 1799 all’Annona era stata imposta dalla Reggenza municipale la fabbricazione provvisoria di una «terza qualità» di pane ad uso esclusivo della Marineria, «fra il Bianco, ed il Bruno», che è migliore del «Bruno», richiede una maggior cottura, ed ha «il sale, che vi occorre uniformemente a quello che sogliono fare in casa» gli stessi marinai (37). Esso poteva essere spacciato soltanto alle «Porte di S. Giuliano, e di Marina in Città».
Peggio se la passano gli altri cittadini. Due anni dopo, nel 1801 il medico Michele Rosa illustra il modo di rendere commestibile la ghianda, ed un panettiere lo mette subito in pratica ottenendo un’entusiastica approvazione da parte della Municipalità (38).
Nel 1816, racconta Carlo Tonini, avvengono tumulti cittadini contro l’aumento del prezzo del frumento, con la partecipazione «di villani e di marinai, ai quali ultimi dalla stagione burrascosa e imperversante era impedito il rimettersi in mare». I «sedizioni del porto» hanno anche un cannone levato da una loro barca, con il quale entrano in città, e che puntano da sotto la statua di Paolo V «contro la scala del palazzo consolare». Una trattativa e la promessa di diminuire il prezzo del grano, fanno rientrare i marinai nel porto, assieme alla loro bocca da fuoco, mentre il vescovo li benedice da palazzo Garampi (39).
Nel 1817, l’11 aprile, per «improvvisa, e gagliardissima burrasca», affondano quattro «baragozzi da pesca», e perdono la vita venticinque «individui di mare». Ventitré famiglie restano «nella massima desolazione e miseria» (40).
Nel 1831, al termine dei moti riminesi estesisi in altri territori dello Stato romano, «la crisi della marineria pontificia ha ridotto i commerci marittimi quasi esclusivamente al trasporto – poco remunerativo – di legna e carbone», mentre la pesca non fornisce «redditi sufficienti a chi la pratica». Ai nostri marinai («circa 2.000 persone più le famiglie»), le autorità pontificie concedono «numerose agevolazioni tra le quali l’esenzione della tassa del passaporto marittimo», cercando di non scontentarli (41). Osserva al proposito A. Silvestro: «Ora nel momento in cui le istituzioni sono prossime al collasso, non solo la gente di mare è tenuta in considerazione ma vengono disposte provvidenze a favore delle classi più misere della popolazione: i nemici dello Stato sono i borghesi, gli studenti, i militari nostalgici dei gloriosi tempi napoleonici» (42).
Il comandante delle truppe pontificie Domenico Bentivoglio, «paladino della gente di mare» (43), invia al papa una «relazione allarmante sulla situazione a Rimini», chiedendo «provvedimenti urgenti per alleviare la povertà dei marinai, allontanarli da tentazioni rivoluzionarie e renderli favorevoli al governo» (44). Bentivoglio scrive che occorre blandire «una numerosa e temibile classe di Popolazione, che potrebbe riuscire assai pericolosa», e che merita una ricompensa per «la buona condotta» tenuta nei recenti «sconvolgimenti» (45). A Roma, il pro-segretario di Stato «vuole evitare ad ogni costo che i marittimi si schierino con i rivoluzionari».
Da Rimini l’ispettore circondariale marchese Alessandro Belmonte (46) suggerisce di non dare «una imprudente pubblicità» all’esenzione della tassa del passaporto marittimo: i pescatori marchigiani «che trovansi anch’essi oppressi dalla stessa miseria», potrebbero rivendicare lo stesso trattamento (47). Belmonte avverte il magistrato centrale della Sanità anconetana che le nostre Province sono «minacciate da una nuova insurrezione che solo può fermarsi con una forza imponente». Infatti i pescatori riminesi hanno fatto pressioni per ottenere l’esenzione da altri loro tributi, ottenendo soddisfazione alle loro richieste, e provocando una forte diminuzione delle entrate statali.
La Sacra Consulta riepiloga al pro-segretario la situazione: i marinai di Rimini addetti alla pesca «sono per loro natura le persone le più garrule, e le più insubordinate di ogni tempo» (48). Nel 1834 i tributi, ripristinati, vengono fatti pagare non ai marinai mai ai proprietari dei legni (49).
Se nella seconda metà del 1700 il numero delle barche pescarecce aumenta del 128 per cento (50), a cavallo dei due secoli c’è un calo del 15 per cento (51). Segue fino al 1836 una risalita del 36 per cento (52), a cui subentra un calo di quasi il 50 per cento sino al 1869 (53), quando la flotta peschereccia torna con 51 barche al livello di un secolo prima (1773). Il declino continua: nel 1902 le barche sono soltanto 46 (54).
Nel giro di un secolo, dal 1805 al 1902, la forza lavoro passa da 480 marinai a 280, cioè ad oltre un 41 per cento in meno (55).
Nel 1839 da Forlì scrivono a Roma che nel nostro porto ci sono complessivamente 140 legni da commercio e da pesca, con una popolazione di circa quattromila anime. Rimini «è il primo Porto dello Stato per Bastimenti, e per Gente di Mare», costituita da un popolo «così ignaro di tutto, che serve alla Civilizzazione, così fervido, così impetuoso nelle sue iracondie» (56).
A metà della crisi, nel 1864, Luigi Tonini censisce 5.284 riminesi «portolotti», cioè pescatori, naviganti, calafati, commercianti, industrianti ed i componenti i loro nuclei famigliari (57). Sono poco meno di un terzo della popolazione urbana complessiva (rioni di città e borghi), «che nel 1862 ascendeva a 16.874 anime» (58).
I pescatori risultano 419, i naviganti 458 (59). I pescatori e le loro famiglie sono soltanto mille persone, un terzo di quanto erano sul finire del secolo precedente. I naviganti e famiglie arrivano a 1.823 unità.
I «portolotti» abitano prevalentemente, ma non soltanto, nei Borghi Marina e San Giuliano (60), ed anche in zone lontane dal mare (61).
Le imprese che abbiamo incontrato nel documento del 1805, hanno dimensioni molto ridotte. Da altra fonte del 1812 ricaviamo che appaiono consistenti soltanto il filatoio di seta con 66 dipendenti e due fabbriche di vetri e cristalli con 49 (62).
Nel 1824 «la fabbricazione delle vele di canapa e cotone risulta quasi totalmente abbandonata»: vi provvedono con lavoro a domicilio circa 70 donne per quelle di canapa; e 30 per quelle di cotone, contro le 300 impiegate nel 1805 (63).
Nel 1840 la più grossa fabbrica di Rimini è quella dei fiammiferi di sicurezza Ghetti (1837 c.), con 300 donne e 50 uomini (64).
Nel 1818 la tassa d’ancoraggio per le barche (65) è raddoppiata rispetto al 1796. Il 1829 è una «calamitosa annata» per la pesca. Il papa concede un «caritatevole sussidio di scudi 1.000» che però non si sa come distribuire, mentre si confida che «cessato il vento i pescatori andranno in Mare» a guadagnarsi da vivere perché quel sussidio risulta inadeguato alla necessità (66).
Dal 1836 il «legato» del conte Giacinto Martinelli bonae memoriae benefica annualmente (67) con 200 scudi i «Marinai di questo Porto, quivi nati, e domiciliati, vecchi oltre l’età di cinquanta anni, miserabili, ed invalidi» (68). A questo lascito nel 1877 si aggiunge quello (più sostanzioso, mille scudi) di Giambattista Soardi (69). Dal 1883 entrambi i «legati» sono trasformati in opere pie che l’anno successivo sono riconosciute come enti morali dal re d’Italia Umberto (70).
La situazione idraulica del nostro canale rende «poco servibile il porto», reca «danno al commercio» e mette «in crisi l’attività delle costruzioni marittime» (71). A questa situazione negativa si cerca di porre rimedio tra 1842 e 1863 con un duplice prolungamento dei moli secondo la ricetta settecentesca dal medico Giovanni Bianchi, per complessivi 328 metri a Levante e 373 a Ponente (72).
Nel frattempo (1843), nasce l’industria turistica balneare su cui s’indirizzano gli interessi e le cure della classe dirigente locale, a danno delle attività portuali (73), per le quali mancano gli investimenti necessari (74). Ed il restaurato Porto Corsini di Ravenna dal 1870 toglie a quello di Rimini il primato che aveva nel tratto di costa fra Venezia ed Ancona (75).
Nel 1859 inoltre il porto di Rimini è stato declassato a semplice «Commissariato di prima classe» da «Capoluogo di circondario marittimo» che era dal 1803. Il nuovo Capoluogo è Ravenna (76). Nel 1843 il nostro porto era stato dichiarato «scalo di merci per la Toscana» (77). Quando passa da Rimini alla fine del 1860 il re Vittorio Emanuele, una commissione gli consegna un foglio «per il Porto» (78).
Più che la crisi del porto e della marineria, è stato scritto, è l’intera crisi politica della città, provocata dai suoi «maggiorenti conservatori», che ne ipoteca «le forme ed i tempi dello sviluppo» (79).
E contro quest’ordine delle cose insorgono i popolani nel settembre 1845 con Pietro Renzi, lasciando una testimonianza di rivolta contro l’arretratezza e la stagnazione degli Stati Pontifici (80). Parte degli insorti fuggono via mare, aiutati proprio dai pescatori riminesi (81).
Nel successivo novembre i nostri marinai tentano una sommossa contro l’aumento del prezzo del grano. Il Cardinal Legato Giorgi assicura con un editto la popolazione che il governo vegliava anche sopra i poveri, e che non temessero (82).
Altre due proteste delle donne di marina avvengono nel luglio 1848. La seconda si conclude con l’incendio totale di una barca che doveva esportare grano a Venezia (83).
Nel 1855 arriva il «Cholera Morbus» con i suoi danni anche sull’attività marittima, e con 717 decessi dei 1.264 affetti sopra una popolazione cittadina di 17.627 abitanti (84).
La sua prima comparsa è proprio nel Borgo di San Giuliano con la morte di un pescatore il 18 marzo, dopo tre giorni di malattia. Quel Borgo San Giuliano che un suo figlio illustre, lo scrittore Luigi Pasquini, battezzerà come «il sobborgo più torbido della città», e «covo di “anarchici storici”» (85).

NOTE

* Abbreviazioni usate nel testo:
ASR, Archivio Storico Comunale, Archivio di Stato di Rimini
BGR, Biblioteca Civica Gambalunghiana di Rimini

1 In P. Meldini, Rimini 1800-1860: la cultura portolotta, «Romagna arte e storia», n. 9, 1983, pp. 89-110, si legge che «il mondo marinaro riminese e romagnolo ci appare un continente in gran parte inesplorato e chissà se esplorabile». Infatti, «sul contesto economico-sociale e sulle condizioni di lavoro e di esistenza dei marinai si attendono ancora contributi scientificamente apprezzabili, ma meno per carenza di dati che di criteri metodologici» (p. 89).
2 Cfr. F. Battaglini, Panfangolo riminese, Rimini 1791, p. 51. A p. 3 si legge che «panfangolo» è un «vocabolo riminese equivalente a panettiere». Su questo argomento, cfr. A. Montanari, Il pane del povero. L’Annona frumentaria riminese nel sec. XVIII, «Romagna arte e storia», n. 56, 1999, pp. 5-26.
3 Cfr. A. Montanari, Fame e rivolte nel 1797. Documenti inediti della Municipalità di Rimini, «Studi Romagnoli» XLIX (1998), Cesena 2000, pp. 671-731, cit. p. 681.
4 Cfr. AP 502, Copialettere della Magistratura, 1796-97, ASR, 24 giugno 1796.
5 Cfr. B 595, titolo XXVI, ASR. Si tratta di un documento del 15 aprile 1835.
6 Cfr. B 684, titolo XXVI, ASR. Ricaviamo la citazione da una lettera del 6 marzo 1843, con cui la «classe» marinara della città richiede interventi governativi a favore del porto di Rimini, ritenuto importante per la sua posizione geografica. Da altro documento sul 1842, contenuto sempre in B 684, apprendiamo che c’erano a Rimini 142 legni di cui 26 mercantili e 116 da pesca, con 1.366 addetti. Nel 1845 sono invece registrati 72 legni da pesca (cfr. B 706).
7 Cfr. G. C. Mengozzi, Figure e vicende del Risorgimento, «Storia di Rimini dal 1800 ai nostri giorni. 1. La storia politica», Rimini 1978, p. 123.
8 Cfr. B 817, titolo XXVI, ASR. Per i lavori al porto, cfr. in B 868, 1862, titolo XXVI, ASR.
9 Cfr. il documenti del primo aprile 1957, B. 826, tit. XXVI, ASR. In una statistica di pari data, ibid, sul traffico del porto riminese, si legge che dal 1847 al 1857, sono entrati 4.606 legni e ne sono usciti 4.714. Sempre per questo decennio, gli esami sostenuti presso la Commissione nautica riminese sono stati 18 di lungo corso, e 126 di piccolo cabotaggio. Le navi costruite nel cantiere di Rimini, nello stesso periodo, sono state 63, per 1.907 tonnellate. Al proposito, torna utile una serie di documenti del 1864, in B 891, tit. XXVI, ASR, tra cui le «Riflessioni sull’industria delle costruzioni navali nel Porto di Rimini».
10 Cfr. la relazione in B. 855, tit. XXVI, ASR, intitolata «Nozioni generali sui Porti-Canali di Rimini e Cesenatico»: è particolarmente interessante la parte di questa relazione dove si segnalano «i prossimi vantaggi per il porto di Rimini» in seguito all’attivazione della strada ferrata.
11 Cfr. G. Facchinetti, Il travaglio e la fede di una città adriatica (Rimini dal 1914 al 1919), Città di Castello 1931, p. 9.
12 Cfr. Montanari, Fame e rivolte, cit., nota 38, p. 686. Cfr. AP 502, Copialettere della Municipalità, dal 1° maggio 1796 al 28 febbraio 1797, Al Legato, 14 luglio 1796, ASR.
13 Cfr. A. Montanari, Lumi di Romagna, Il Settecento a Rimini e dintorni, Rimini, 1993 1ª ristampa, p. 69.
14 Cfr. R. Boscovich, Memoria istruttiva sopra il porto di Rimino, 1764, p. 50. La cit. è ricordata da M. L. De Nicolò, Note sull’attività cantieristica e portuale a Rimini nel Settecento, «Barche e gente dell’Adriatico», Bologna 1985, p. 118, nota 14
15 Cfr. AP 725, 1500-1700, Porto e Marinari [1772], lettera della Comunità di Rimino, pp. 13, datata 30 dicembre 1772, con allegato «Memoriale» alla Congregazione del Buon Governo della Comunità di Rimini contro i «Padroni di Barche, e Barcaroli di Città» di cc. 4.
16 Cfr. De Nicolò, Note..., cit., pp. 38, e 124, nota 113.
17 Cfr. Il pane del povero, cit. pp. 14-15, e nota 43. Su Nicola Martinelli, cfr. De Nicolò, Note..., cit., p. 121, nota 53.
18 Cfr. G. Gobbi-P. Sica, Rimini, Bari 1982, p. 150.
19 Cfr. Cfr. De Nicolò, Note..., cit., p. 123, nota 95.
20 Si tratta di un testo della Sotto Commisione di Chioggia. CfrDe Nicolò, Note..., cit., p. 42. Sul testo ricordato, cfr. ibid., a p. 123, nota 94.
21 Questo è il titolo della rubrica in AP 875, Atti Consigliari 1735-1745, 17 marzo 1745, c. 167v-170r. Il titolo completo è «Capitoli, ed Ordini per l’Ufficio, e Giudicatura del Porto di Rimino», approvati con 45 voti su 45. Qui si legge: «Per quello che riguarda il buon regolamento della Marineria si stabiliscono le seguenti Leggi rilevate da Giudicati sopra di ciò più volte emanati, e dall’inveterato stile di questo Porto» (c. 168v). Esiste anche il testo a stampa di questi «Capitoli», v. in AP 727, 1500-1700, Porto e Marinari. Questi capitoli sono citt. ma non esaminati per i loro importanti aspetti sindacali, in S. Bugli-A. Turchini, I porti, «Storia illustrata di Rimini», Milano 1990, p. 571.
22 Cfr. B 93, titolo XXVI, ASR, 17 luglio 1804.
23 Cfr. B 93, titolo XXVI, ASR, 19 luglio 1804. Cfr. la lettera al Signor Podestà Provvisorio di Comacchio del 7 giugno 1807, in risposta a sua del 22 maggio 1807, B 145, titolo XXVI, ASR. Per ogni tartana o trabaccolo sono impiegati «dieci pescatori almeno vi occorrono, ed undici da prima dei morti a Pasqua. Questi non hanno soldo fisso, ma entrano a parte del prodotto della Pesca, che ordinariamente rende a ciascuno scudi 100=, o £ 537:26. La Pesca è sempre incerta: ma si calcola approssimativamente di una Tartana scudi 550 annui o £ 2.985:65/100». Sull’argomento, cfr. pure in B 211, titolo XXVI, ASR: obblighi dei «Padroni Conduttori» («Avviso» a stampa del 14 aprile 1810 del Capitano di Porto Alessandro Belmonti). Sulle funzioni del Capitano di Porto, cfr. B 240, titolo XXVI, ASR, foglio 95, 14 marzo 1811. Alessandro Belmonti, nominato nel 1802, era già stato presidente della Commissione economica del Porto: cfr. L. Tonini, Il porto di Rimini, Brevi memorie storiche, «Atti della Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Romagna», III (1864), p. 25. (Qui Tonini scrive che, tornato il Governo Pontificio, nel 1815 fu posto a Rimini un ispettore, lo stesso Alessandro Belmonti, che fungeva le veci di Capitano e Commissario. Dal 1863 il Porto di Rimini è sede di un Console.)
24 Cfr. A. Montanari, Una fame da morire, Carestia a Rimini 1765-1768, «Pagine di Storia & Storie», V, 11, supplemento a «Il Ponte», Settimanale cattolico riminese, XXIV (1999), 11, pp. 1-8; ed il cit. Il pane del povero, cit., pp. 10-11.
25 Cfr. U. Marchi, Memorie Ariminesi, SC-MS 182, BGR, c. 128r.
25 Cfr. G. Capobelli, Commentari delle cose accadute nella Città di Rimino e in altri luoghi, BGR, SC-MS. 306, pp. 36, 233.
27 Cfr. il cit. Una fame da morire.
28 Cfr. F. Venturi, Elementi e tentativi di riforme nello Stato pontificio del Settecento, «Rivista Storica Italiana», LXXV (1968), p. 789.
29 Cfr. il cit. Il pane del povero, p. 11.
30 Cfr. N. Giangi, Cronaca 1782-1809, SC-MS. 340, BGR.
31 Il primo ricorso di cui ho trovato notizia è del 1725: esso è cit. in documento del 1755 in AP 536, Registro delle Informazioni 1755-1757, ASR, cc. 4v-11r, che è un successivo ricorso dei «Poveri Pescatori» contro la Comunità di Rimini. Qui leggiamo pure che il dazio in oggetto era nato in età malatestiana (1494), che nel 1629 era stato aumentato del 5 per cento, e che infine nel 1709 (al tempo di mons. Marabottini presidente della Romagna) era stato portato al 22 per cento.
32 AP 732, Piscaria e pescivendoli 1600-1700. 1760, ASR, Ricorso dei «Poveri Pescatori» al Soglio Pontificio.
33 Cfr. i citt. documenti di AP 725, 1500-1700, lettera della Comunità di Rimino, con allegato «Memoriale» contro i «Padroni di Barche, e Barcaroli di Città».
34 Cfr. B 113, titolo XVI, ASR, «Rimini 10 Maggio 1805. Memorie relative al Porto, alle manifatture ed Arti di Rimini». Anche le notizie che seguono sono riprese da questo documento, dove si elencano pure «i generi preferibili» del commercio locale: «legname da costruzione, cotoni filati per la fabbrica delle cotonine, ferrarecce, cuoi grezzi in pelo, olio, risi e fave».
35 Così troviamo in un documento riportato nel cit. Fame e rivolte nel 1797, p. 681, in cui leggiamo pure: «Una buona parte de migliori Artisti, e di Persone, ch’esercitano profes-sioni liberali, non vivono del Pane dell’Annona».
36 Cfr. AP 99, Annona frumentaria, ASR, c. 222v, 30 agosto 1796.
37 Cfr. AP 617, 1799-1800, Atti della Cesarea Regia Reggenza, ASR. c. 54 v.
38 Cfr. S. De Carolis, Michele Rosa, medico leontino, «Atti del XL Congresso Nazionale della Società Italiana di Storia della Medicina», 2001, pp. 323-324.
39 Cfr. C. Tonini, Compendio della Storia di Rimini, Parte seconda. Dal 1500 al 1861, ed. anast. Bologna 1996, pp. 447-449.
40 Cfr. B 362, titolo XXVI, ASR, foglio 9, 15 aprile 1817.
41 Cfr. A. Silvestro, Colera, insurrezioni, pescatori e militari a Rimini nel 1831, «Studi Romagnoli», LI (2000, ma 2003), pp. 503-504. (Il saggio, pp. 503-522, presenta documenti inediti dell’Archivio di Stato di Roma.) Qui si ipotizza come a Roma ed in Romagna fosse ancor vivo il ricordo dell’insurrezione del 1816: «A differenza dei popolani sprovvisti di armi, o tutt’al più in possesso di quelle raccogliticce strappate alla truppa e alla gendarmeria pontificia, i naviganti dispongono di artiglieria e di armi leggere perché l’incessante minaccia della pirateria aveva costretto già da molto tempo le autorità a consentire d’imbarcare armi sulle navi» (p. 505).
42 Ibidem, p. 505.
43 Ibidem, p. 511.
44 Ibidem, p. 507.
45 Ibidem.
46 Secondo Silvestro, ibidem, p. 522, «il marchese Belmonte è tra i principali esponenti dei democratici ma, più che dalle due convinzioni politiche, il suo comportamento pare dettato dal desiderio di migliorare l’efficienza e la prosperità della marina pontificia e di procurare vantaggi ai marinai».
47 Ibidem, p. 509.
48 Ibidem, pp. 513-514. A Roma si è consapevoli dei bisogni della «numerosa, e povera Classe de’ marinari», come testimonia uno scritto del tesoriere generale: cfr. ibidem, p. 515. Nel contempo, la si definisce «una popolazione querula e tumultuosa, a cui la frequente comunicazione colla marineria Anconitana è ora causa possente di seduzione e di scandalo» (p. 516). Tralasciamo altri particolari sugli sviluppi della situazione adriatica, così ben documentati dall’autore. Ricordiamo soltanto che due anni dopo, l’esenzione valeva soltanto per i pescatori di Rimini e Riccione, e non pure per quelli di Cattolica che però l’avevano ottenuta nel settembre 1831 (p. 519).
49 Ibidem, pp. 519-520.
50 Tale numero passa da 39 nel 1749 a 49 nel 1773 e ad 89 nel 1792. I dati sul periodo 1749-1773 sono in AP 622, 4. Barche, ASR, fasc. 6, Nota delle Barche Pescareccie dal 1749 al 1770 (in realtà, come abbiamo scritto, i dati arrivano sino al 1773); cfr. pure in De Nicolò, Note..., cit., p. 39; ed Ead., La navigazione e la pesca, «Storia illustrata di Rimini», Milano 1990, p. 586. Per il 1792, cfr. la cit. «Transazione, e amichevole composizione», in AP 732.
51 Tra 1792 (vedi nota precedente) e 1819, le barche passano da 89 a 74. Per il dato del 1819, cfr. B 390, ASR, c. 11, «Elenco delle barche pescareccie».
52 Cfr. B 612, ASR, «Stato dimostrativo...».
53 Nel 1864 le barche pescarecce sono 59; nel 1869 sono 51: cfr. De Nicolò, Note..., cit., pp. 118-119. Nel 1858 erano invece 75
54 Cfr. F. Silari, I bagni ed altro. L’evoluzione dell’industria e dei servizi nel Riminese dalla metà dell’Ottocento alla fine del Novecento, «Economia e società a Rimini tra ’800 e ’900», Cinisello Balsamo 1992, p. 175. Questo declino si condensa in poche aride cifre. Le barche da pesca, tra 1858 e 1902, passano da 75 a 46, e gli occupati da 525 a 280. Secondo Silari (p. 173), il declino è dovuto sia all’interramento del porto canale sia alla concorrenza di altre forme di trasporto merci.
55 Per il 1805, cfr. le citt. «Memorie relative al Porto», B 113. Per il 1902, cfr. il cit. Silari (v. nota precedente).
56 Cfr. Silvestro, Colera, insurrezioni, pescatori e militari a Rimini nel 1831, cit., pp. 520-521.
57 Cfr. nel cit. Tonini, Il porto di Rimini, p. 32. Qui si legge che tale popolazione di «portolotti» è «sempre in aumento».
58 Cfr. Meldini, op. cit., p. 90.
59 Cfr. Tonini, Il porto di Rimini, cit., p. 28, e Meldini, op. cit., p. 90. I calafati sono 41: cfr. Tonini, Il porto di Rimini, cit., p. 32.
60 Gli abitanti di Borgo Marina nel 1862 sono 1.477, quelli di San Giuliano 2.232. Per arrivare al totale «portolotto» di 5.284, ne mancano altri 1.575.
61 Su questo aspetto, possiamo ricavare alcuni dati inediti dalla distribuzione del «Legato Martinelli» di cui si dirà in seguito.
62 Cfr. G. Porisini, Nascita di una economia balneare (1815-1914),«Storia di Rimini dal 1800 ai nostri giorni, II, Lo sviluppo economico e sociale», Rimini 1977, p. 11.
63 Ibidem, p. 17.
64 Cfr. Silari, op. cit., pp. 101, 107.
65 Tale tassa in precedenza era detta d’alboraggio. Cfr. in B 375. titolo XXVI, ASR.
66 Cfr. documenti del 21 gennaio e del 6 febbraio 1829 in B 523, titolo XXVI, ASR.
67 I beneficiati nel periodo 1836-1875 sono 305. Le domande rifiutate 184. I dati disponibili si riferiscono solamente a 33 dei 40 anni di questo periodo. Non abbiamo calcolato i dati degli anni in cui mancano in ASR i relativi prospetti. Per alcuni degli anni mancanti di prospetti, esistono però le domande che non abbiamo ritenuto opportuno esaminare perché il dato che esse forniscono è insufficiente per calcolare sussidi erogati e negati, mancando in esse ogni annotazione al riguardo.
68 Cfr. B 612, titolo XXVI, ASR, «Legato Martinelli», 1 gennaio 1836. Nel primo anno vengono distribuiti 39 sussidi: 14 a marinai compresi tra 50 e 60 anni; 11 fra 61 e 70; 14 oltre i 71. Le parrocchie di provenienza sono: San Giovanni B. (1); Santa Maria in Corte (2); Santa Colomba (3); San Martino (6); San Giuliano (11), San Nicolò (Borgo Marina, 16). Nel secondo anno (1837, B 628, titolo XXVI, ASR), i sussidi distribuiti sono 44, di cui nove sono nuovi iscritti mentre gli altri 35 erano già stati beneficati nel 1836. Questi nove provengono da San Nicolò (2), San Giuliano (3), San Martino (2), Santa Colomba (1), San Bartolomeo (1). I beneficiati nel periodo 1836-1875 sono stati 305. Le domande rifiutate 184.
68 Per il periodo 1876-1880, dagli atti comunali si hanno questi dati: 1876, lascito Martinelli, 45 erogazioni; lascito Soardi 47 erogazioni. 1877, lascito Martinelli, 9 erogazioni; lascito Soardi 47 erogazioni. 1878, complessive 54 erogazioni su 102 domande, per entrambi i lasciti (mancano gli elenchi distinti). 1879, lascito Martinelli 61 erogazioni; lascito Soardi 56 erogazioni. 1880, lascito Martinelli 64 erogazioni; lascito Soardi 66 erogazioni. Mancano gli atti comunali successivi al 1880. Giambattista Soardi [1790-1875] era figlio di Luca Soardi e di Maria Martinelli la quale era figlia del già ricordato Nicola Martinelli e Diamante Garampi. Nicola Martinelli era nipote di Giulio, il quale era fratello di Ignazio bisnonno di Giacinto Martinelli. Il padre di Giacinto Martinelli, Pietro, ebbe una sorella, Gertrude andata sposa a Francesco Garampi (figlio di Lorenzo e di Diamante Belmonti). Da Francesco Garampi e Gertrude Martinelli nasce Lorenzo padre di un’altra Diamante che sposa Giuliano Soleri generando Pietro Soleri. Questo Pietro Soleri è nominato erede proprio dal nostro Giacinto Martinelli. Giacinto compie tale scelta avendo avuto due figli deficienti. Pietro Soleri ebbe l’obbligo «di prendere dimora in Rimini e di assumere il cognome di Martinelli trasmissibile ai suoi figli e discendenti». Pietro Soleri-Martinelli muore nel 1862 lasciando eredi i figli Giacinto, Diamante, Chiara, Claudia e Giovanna. Giacinto fondò a Riccione nel 1878 un Ospizio Marino. (Cfr. A. Montanari, Un «Diario» inedito di Aurelio Bertòla, «Quaderno di Storia n. 1», Rimini 1994, p. 10; e P. G. Giovanardi, I Martinelli conti di Francolino, Rimini 1927, p. 7.) Nella Statistica del Regno d’Italia. Le Opere Pie nel 1861. Compartimento dell’Emilia, Firenze 1869, alle pp, 32-33 dedicate a Rimini si riferisce di un «Lascito Piangi» istituito nel 1846 per «sussidi in denaro ai marinai resi impotenti al lavoro»: di esso non abbiamo trovato notizia negli atti comunali.
70 Cfr. i relativi Statuti pubblicati a Rimini nel 1884. Da essi si ricava che l’Opera pia Martinelli beneficava i marinai riminesi «vecchi oltre l’età di cinquanta anni, miserabili, ed invalidi», o le loro vedove. L’Opera pia Soardi aveva lo stesso scopo ma non poneva il limite dei cinquanta anni d’età, e riguardava pure le famiglie che avevano avuto vittime in naufragi. Negli Statuti, in conclusione (p. 61) si trova pure un prospetto riassuntivo delle beneficenze erogate annualmente con il «legato Soardi» fra 1876 e 1883 (ne godono rispettivamente 47, 55, 60, 69, 70, 73, 65, 69 marinai). Nell’ASR dal 1881 alla fine del secolo (al quale ci limitiamo per quanto qui ci riguarda), non esistono documenti dell’Archivio Comunale.
71 Cfr. Porisini, op. cit., p. 18.
72 Cfr. Bugli-Turchini, op. cit., p. 566.
73 Cfr. Bugli-Turchini, op. cit., p. 568.
74 Cfr. G. Conti, La formazione della società balneare, «Rimini città come storia 2», a cura dello stesso G. Conti e di P. G. Pasini, Rimini 2000, p. 147.
75 Cfr. Bugli-Turchini, op. cit., p. 566.
76 Cfr. G. Conti, La formazione, cit., pp. 145-147. Sulla protesta di Rimini, cfr. Cronaca riminese (1843-1874), Rimini 1979, p. 99.
77 Cfr. Tonini, Compendio, cit., p. 509.
78 Cfr. Tonini, Cronaca riminese, cit., p. 106, Tonini, Compendio, cit., p. 596.
79 Cfr. G. Conti, La formazione, cit., p. 145.
80 Cfr. G. Conti, La formazione, cit., p. 305, nota 47.
81 Cfr. la relazione del conte Torcigliani, console generale per la Toscana ad Ancona, riportata in I. Grassi, La capitolazione delle bande di Rimini, il governo toscano e l’estradizione di Pietro Renzi (1845-1846), «La Romagna», V (1908), VI-VII, p. 349, nota 3.
82 Cfr. Tonini, Cronaca riminese, cit., p. 15; e Meldini, op. cit., p. 103.
83 Cfr. Tonini, Cronaca riminese, cit., pp. 34-35. Sull’episodio della barca, cfr. Tonini, Compendio, cit., p. 539.
84 Cfr. S. De Carolis, Un singolare revival: Il trattato sul coléra di Michele Rosa (1731-1812) e l’epidemia riminese del 1855, «Le geografia delle epidemie di colera in Italia. Considerazioni storiche e medico-sociali», San Giovanni in Fiore 2002, pp. 117-128. Cfr. pure Meldini, op. cit., p. 100.
85 Cfr. L. Pasquini, Ballata per un borgo che non vuole morire, La Piê, 1972, n. 4, pp. 152, 154.

Antonio Montanari


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