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Il Sito riminese del 1616

Tra i nobili spiantati
spunta il ricco Gambalunga


Ercole fondatore della città
una favola inventata nel 1498


1615, distrutto il ghetto

Bibliografia



Quante Storie.Rimini e il suo territorio. Indice

Quante Storie. Archivio
Il Sito riminese del 1616
Misteri di un manoscritto


Tanti sono i modi di raccontare la Storia, ha scritto Gabriella Bosco, francesista e docente all’Università di Torino: «il più pigro e meno curioso è quello di orchestrarla sulle gesta dei protagonisti». Il più proficuo invece percorre «sentieri intrecciati e nascosti, per lo più invisibili a chiunque segua le comodità tranquille della via maestra». Cerchiamo anche noi quei «sentieri intrecciati e nascosti» nelle vicende locali, partendo dalla prima storia cittadina, il Sito riminese di Raffaele Adimari, che esce a Brescia nel 1616 come rielaborazione di pagine «sparse» composte dal dottor don Adimario Adimari, rettore di Sant’Agnese e figlio del cavalier Nicolò.
Nell’introduzione [p. V], Raffaele non precisa quale sia la parentela che lo lega al sacerdote, ma altrove lascia un importante indizio. Raccontando la congiura antimalatestiana di domenica 20 gennaio 1498 contro Pandolfo, scrive che essa fu organizzata nella casa dei suoi «antecessori», cioè il cavalier Nicolò e «Adimario suo Padre» (II, p. 54).
Questo Nicolò padre del prete-scrittore Adimario, e morto nel 1565, come apprendiamo dallo storico Gaetano Urbani (Raccolta di scrittori e prelati riminesi, ms. 195, Bib. Gambalunga [BGR], inizio sec. XIX, p. 2), ebbe altri quattro figli: Tiberio e Cesare (entrambi senza prole), Antonio ed Ottaviano. Raffaele è quindi figlio di uno di questi ultimi due. Ed il prete-scrittore è uno zio (e non prozio come talora si legge) di Raffaele.
Nicolò Adimari aveva rinnovato il nome del nonno, racconta F. G. Battaglini (p. 290) da cui apprendiamo che Adimario il congiurato aveva sposato Isabetta degli Atti (figlia di un fratello di Isotta, prima concubina e poi moglie di Sigismondo), che ebbe fama di donna «modestissima e spirituale». Le cronache restituiscono di lei un’altra fama. Il suo primo marito, Nicolò Agolanti, fu trovato impiccato in casa (1468). Lei testimoniò che era morto naturalmente mentre stavano pregando. Il secondo sposo, Adimario Adimari (da cui ha il ricordato cavalier Nicolò padre del prete scrittore), fu mandato in prigione ed in esilio da Roberto Malatesti. Da Roberto la nostra Isabetta concepì un altro figlio, Troilo, nato pochi mesi prima del decesso del padre, avvenuto il 10 ottobre 1482 a 40 anni. Nel 1498 Adimario ed il figlio Nicolò tentano di cacciare Pandolfo Malatesti. Ma, osserva Raffaele, la loro iniziativa «non hebbe effetto buono» (II, p. 54). Adimario poté rientrare soltanto nel 1504, perdonato dai veneziani a cui l’anno prima la città era stata ceduta da Pandolfo (detto per questo «ultimo»).

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Tra i nobili spiantati spunta il ricco Gambalunga

Mons. Giacomo Villani (1605-1690) attribuì erroneamente il Sito all’olivetano di Scolca (al Covignano) padre Ippolito Salò, matematico, nipote di mons. Paolo che fu al servizio del cardinal Carlo Borromeo (Tonini, Coltura, II, pp. 147, 149). Raffaele Adimari ricevette in dono le 62 carte «sparse» (Elogio del sito riminese, ms. 617, BGR) di don Adimario il 20 dicembre 1605 dal nobile Francesco Rigazzi che le possedeva (Schede Gambetti 111 e 113 fasc. 1; 25, fasc. 76, BGR).
Rigazzi è il fondatore del collegio dei Gesuiti di Rimini. Nel 1610 dopo aver diseredato il figlio Giovanni Antonio («un bastardo criminale», lo definisce), lascia usufruttuaria la moglie Portia Guiducci. Alla di lei morte, i beni finiranno ai Gesuiti «col patto però, che detti padri siano tenuti a fondare in Rimino un Colegio nel quale siano obligati à gloria di Jddio et à benefitio della mia carissima patria insegnare, et fare tutte quelle operationi, che fanno ne gli altri Colegj d’Italia sì di legere publicamente come di ogni cosa solita da farsi da loro nell’altre». Nel 1619, 1622 e 1626 («donatio inter vivos»), Rigazzi conferma le sue volontà. Dal 1627 i Gesuiti cominciano ad operare a Rimini. Nei giorni di Carnevale introducono una novità che provoca proteste: predicano in piazza. Il 14 giugno 1631 aprono la loro prima chiesa nel granaio di Rigazzi, con il nome di San Francesco Saverio. Il 22 agosto, Rigazzi muore. La vedova apre ai Gesuiti un pezzo della sua casa, dove da novembre s’inizia «la scola».
Torniamo agli Adimari. Le ricerche sulla loro genealogia hanno tormentato le più belle intelligenze locali. I risultati pervenutici confermano che la Storia può a volte essere più fantastica che veritiera, non per secondi fini ma semplicemente per eccesso di presunzione degli scrittori. Il 23 agosto 1750 Giuseppe Garampi (a Roma dalla fine del 1746) attiva l’abate riminese Stefano Galli che gli scrive il 27 di aver consultato il manoscritto delle Famiglie riminesi di Raffaele Brancaleoni, non trovandovi «cosa veruna» di Raffaele Adimari o notizie per stabilire il suo grado di parentela con Adimaro. Galli nel Diario de’ Morti (1610-1634)del canonico Giacomo Antonio Pedroni vede citato un Raffaele figlio di Pietro che però non ha sangue nobile essendo di «famiglia cittadinesca». [Tonini, Coltura, II, p, 146.]
Né Garampi né Galli avevano evidentemente letto il Sito di Adimari in quella pagina 54 del secondo tomo dove l’autore dichiara che la congiura del 1498 fu organizzata in casa dei suoi «antecessori».
Quando esce nel 1616 il Sito, era già compiuto da due anni il palazzo di Alessandro Gambalunga la cui prima pietra è del 1610. Gambalunga muore il 12 agosto 1619 lasciando al nostro Comune sia il palazzo (costato settantamila scudi) sia la biblioteca posta «nella stanza da basso», che diventa pubblica, la prima in regione e la terza in Italia ad essere tale dopo l’Ambrosiana di Milano (1609) e l’Angelica di Roma (1614). In Emilia si aprono molto dopo le biblioteche di Modena (1750), Ferrara (1753), Bologna (Universitaria, 1756), Parma (1769) e Piacenza (1778)
Alessandro Gambalunga era nipote di un maestro muratore lombardo approdato poi alla mercatura, e figlio di un commerciante «da ferro» arricchitosi con gli affari e le doti di quattro matrimoni. Nel 1583 circa a trent’anni si era laureato in Diritto civile e canonico a Bologna per fregiarsi del titolo, più pregiato di quello nobiliare che aveva acquisito e che oggi è giudicato «dubbio».
Sul «tronfio quanto spiantato ceto patrizio locale» nel sito web della Gambalunga (lo stile sembra quello di Piero Meldini), leggiamo quanto il bolognese Angelo Ranuzzi, referendario apostolico e governatore di Rimini, annoterà nel 1660 con un «eloquente e malizioso ritratto»: «Vi sono molte famiglie antiche e nobili che fanno risplendere la Città, trattandosi i Gentiluomini con decoro et honorevolezza, con vestire lindamente, far vistose livree et usar nobili carrozze: nel che tale è la premura et il concetto fra di loro, che si privano talvolta de’ propri stabili, né si dolgono di avere le borse essauste di denari per soddisfare a così fatte apparenze».
Nel 1617 esce il primo tomo del Raccolto istorico di Cesare Clementini (1561-1624) che sarà completato dal secondo apparso postumo nel 1627. Severo il giudizio di Carlo Tonini: l’opera «eccetto che nella parte che comprende i tempi a lui più vicini, è in molta parte un tessuto di equivoci o granchi», e «basta che una notizia sia data da lui solo perché venga accolta con riserva e con sospetto» (Coltura, II, p. 144). Nel 1582 Clementini entrò in Consiglio comunale, ricoprendo numerose cariche (fu capo-console) e svolgendo importanti incarichi diplomatici. Fu insignito nel 1592 dell’Ordine di Santo Stefano. Dalla moglie, la contessa Leonida Bernardini della Massa, ebbe tre figli.

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Ercole fondatore della città
una favola inventata nel 1498


Sia Clementini sia Adimari raccontano la favola della fondazione di Rimini da parte di Ercole citando un frammento («Ariminum a comitibus Herculis conditum») attribuito a Marco Porzio Catone da un noto «impostore» umanista, Annio di Viterbo ovvero il domenicano Giovanni Nanni (1432-1502) che nel 1498 aveva pubblicato i diciassette volumi delle Antiquitatum, una raccolta di brani inventati di sana pianta ma presentati come opera di scrittori greci e romani selezionati da Beroso sacerdote Caldeo (III-II secolo a. C.): si va dalla creazione del mondo al diluvio. Nuove edizioni delle Antiquitatum appaiono nel 1545, 1552, 1554 e 1659. Due traduzioni ne curano a Venezia Pietro Lauro Modenese (1550) e M. Francesco Sansovino (1583) che le presentano come Le antichità di Beroso.
A Beroso la Storia «vera» attribuisce l’introduzione nella Grecia dell’orologio solare detto «hemicyclium». Nanni si vantava anche d’aver decifrato la lingua etrusca. Cultore di Astrologia, nel 1499 Nanni fu nominato come teologo «magister Sacri Palatii». Dell’edizione latina del 1554 la Gambalunga possiede un esemplare appartenuto a Giacomo Battaglini, del quale in biblioteca esiste un documento datato 1618 (fasc. 166, Misc. Rim.). È presente anche la traduzione del 1583.
Nanni, ha scritto Franco Cardini (Europa e Islam, p. 202), predicò sull’Apocalisse di Giovanni Evangelista e nel suo testo De futuris christianorum triumphis in saracenos, mise in relazione l’Anticristo, l’avanzata turca e alcune congiunzioni astrali.
Già nel 1512 con il De situ orbis terrarum (Pesaro, presso Girolamo Soncino), Caio Iulio Solino aveva dimostrato che quelli di Annio erano soltanto sogni, come riferisce Luigi Tonini (I, p. 57). Prima di Solino, ha scritto Domingo Ynduráin Muñoz (dal web), il lavoro di Nanni era stato condannato da Marcantonio Coccio (o Coccia) il Sabellico (1436-1506), autore di una storia di Venezia (1487), Pietro Riccio detto Crinito (1476-1507) i cui Commentarii (1504) sono una raccolta di notizie erudite di vari argomenti, e Raffaele Maffei, il Volterrano (1455-1522) a cui si deve un’enciclopedia di trentotto volumi. Giovambattista Vico (Scienza nuova, 1725), parlerà di Beroso come di una fonte di «imposture».
Anche l’illustre Carlo Sigonio (1520?-1584) era stato tratto in inganno da Annio circa le origini di Bologna nell’opera del 1587 composta quale storiografo ufficiale (nominato nel 1568). Il vescovo Giovanni Battista Agucchi (1570-1632), accademico dei Gelati bolognesi, «derideva gli scrittori locali che credevano ancora nelle imposture di quell’uomo», Annio, «abilissimo ad usare l’autorità dei classici ed a falsarne i testi» [ER, II, p. 618].
Dalla traduzione del 1583 del Sansovino, riporto dalla pagina prima questo brano che permette di comprendere la complessità del discorso affrontato da Nanni: «Innanzi alla famosa ruina delle acque […]. Si mescolavano carnalmente con le madri, con le figliuole, con le sorelle, co maschi, et co bruti, e non era sceleratezza alcuna che essi non admettessero, come disgregatori della religione e degli Iddij».

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1615, distrutto il ghetto

Raffaele Adimari è ricordato nelle cronache oltre che per il Sito anche per un’altra impresa curata diligentemente nell’agosto 1613: il trasporto da Recanati a Rimini della statua dedicata a Paolo V, divisa in tre blocchi.
Paolo V, eletto il 16 maggio 1605, era il successore di Clemente VIII che il 10 febbraio 1605 aveva punito Rimini, sottomettendone il vescovo (sino ad allora assoggettato al pontefice) all’arcivescovo di Ravenna, Pietro Aldrobandini suo nipote. Clemente VIII morì poco dopo, il 27 aprile.
Proposta nel 1610, approvata l’anno successivo (non sapendo però «dove pigliare i denari») ed inaugurata nel 1614, la statua fu segno di ringraziamento al papa per la nomina a cardinale (1608) del concittadino Michelangelo Tonti, arcivescovo di Nazaret, il quale era stato festeggiato con pubbliche manifestazioni di giubilo culminate in disordini, e descritte da Carlo Tonini come «colmo di gioia» e «straordinaria libertà non divietata da alcuno». Alla fine, per merito della gioventù, radunata in casa d’Ercole Paci, cavaliere di Santo Stefano, se ne andarono in fumo botti, tavolati delle botteghe e persino le panche delle chiese e delle scuole con danni per tremila scudi (Storia, V, II, pp. 677-678).
Altri disordini si verificano nel 1615, con la distruzione del ghetto degli Ebrei situato in via Sant’Andrea, in un tratto che andava dall’oratorio di Sant’Onofrio alla cosiddetta «Costa del Corso»: «e in quella occasione si vide l’odio popolare contro quella gente», osserva Carlo Tonini che poi nel suo Compendio giudica l’episodio «di minor momento» e quindi da trascurare (Tonini, Storia, V, I, 410; Compendio, II, p. 322).
Nel 1796 alla fine di giugno, durante la raccolta della contribuzione per i francesi, alla quale sono sottoposti pure gli Ebrei, essi sono arrestati «onde sottrarli da quegli insulti che una certa malafede del Popolo, avrebbe potuto accagionargli». Da parte loro gli «Ebrei dimoranti con negozio da lungo tempo in Rimini» (sono cinque ditte, intestate a Moisé di Bono Levi, Samuel ed Elcana Costantini, fratelli Foligno, Samuele Mondolfo, ed Abram e Samuel Levi) temevano che nel «passaggio delle Truppe Francesi» potessero esser «molestati per raggion d'avere per Comando Pontefficio il solito segno nel Capello». Fu loro concesso di toglierlo dopo il versamento alla Comunità riminese di un «dono gratuito» di cinquecento scudi. In realtà, il «dono» fu fatto, come scrivono i Consoli di Rimini, «in luogo di darci conto del loro peculio, e del valore de rispettivi negozj, come da noi esigevasi». La Municipalità, soddisfatta della generosa offerta, versata oltretutto in moneta e non in oggetti preziosi, tralascia di sottolineare che essa andava contro le leggi: l'importante era riempire le casse pubbliche il cui stato diviene sempre più «lagrimevole». Nel 1799, il 30 maggio, la rivolta dei marinai si conclude anche con il saccheggio di due botteghe gestite da ebrei.

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Letti e da leggere

F. G. Battaglini, Memorie istoriche di Rimino, ed. an., Rimini 1976
P. Delbianco, La biblioteca Gambalunghiana, in «Storia illustrata di Rimini», IV, Milano, 1991, pp. 1121-1136
G. Rimondini, I Gesuiti a Rimini, 1627-1773, Rimini 1992, passim
L. Tonini = L. Tonini, Rimini dal principio dell'era volgare all'anno MCC, Rimini 1848
ER, II = C. Casanova, La storiografia a Bologna e in Romagna, «Storia dell'Emilia Romagna», II, Imola 1977
Per la statua di Paolo V, cfr. il volume Paolo V in Rimini, Arengo Quaderno n. 3, 2004, da cui abbiamo ricavato anche le foto di E. Salvatori
Per le vicende ebraiche del XVIII sec. cfr. A. Montanari, Fame e rivolte nel 1797. Documenti inediti della Municipalità di Rimini, «Studi Romagnoli» XLIX (1998), Stilgraf, Cesena 2000, pp. 671-731; e Furore dei marinai, in corso di stampa (ma leggibile in Internet)

Dal web
Comune di Rimini, <http://www.comune.rimini.it/cultura/passato/r-clem.htm>; e <biblioteca_pagina.htm>
Muñoz, El descubrimiento de la literatura en el Renacimiento español, <http://www.rae.es>

Abbreviazioni usate
BGR = Biblioteca A. Gambalunga di Rimini
Mis. Rim. = Miscellanea Manoscritta Riminese, Fondo Gambetti, BGR

Ringraziamo:
Archivio di Stato di Rimini
Biblioteca A. Gambalunga, Rimini (dott. Cecilia Antoni)
Ufficio Relazioni con il Pubblico, Comune di Rimini

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Progetto editoriale e testi sono a cura di
Antonio Montanari


1093/Riministoria-il Rimino
antonio montanari nozzoli
/Date created: 18.10.2005 - Last Update: 22.10.2005/17.10.2010
http://www.webalice.it/antoniomontanari1/quantestorie/qs.0002.html