LETTORI DI PROVINCIA NEL SETTECENTO ROMAGNOLO Giovanni Bianchi (Iano Planco) e la diffusione delle Novelle letterarie fiorentine. Documenti inediti
Lo scienziato, medico e poligrafo riminese Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775) collaborò alla diffusione in Romagna e nelle Marche delle Novelle letterarie di Giovanni Lami, pubblicate a Firenze dal 1740 in avanti [1]. Lami, uno dei principali protagonisti della vita culturale italiana del XVIII secolo (come ha scritto Franco Venturi), «contribuì non poco a stabilire una nuova scala di valori ( ), meglio indirizzata ad una puntuale conoscenza dei fatti e delle cose, più cosciente dei propri limiti e delle proprie possibilità»: dopo la sua esperienza, «non fu più possibile tornare indietro ad una pura e semplice compiacenza erudita, ad un accademico e letterario accumularsi di bei concetti, di belle parole e di belle notizie» [2]. La collaborazione di Bianchi alla diffusione delle Novelle letterarie nasce dai rapporti di lavoro e di amicizia chegli aveva con Lami, per il quale nel 1742 scrisse unautobiografia in latino pubblicata (anonima) nel primo tomo dei Memorabilia[3]. Nel 1742 Planco si trova a Siena dove, sino alla fine del novembre 1744, occupa la Cattedra di Anatomia umana in quellUniversità [4]. Rientrato a Rimini, Bianchi simpegna in altre attività culturali, come la rifondazione dellAccademia dei Lincei [5] nel 1745. A partire da questo anno, datano le notizie relative agli abbonamenti che Bianchi trasmette a Lami per le Novelle letterarie. Nel 1750 Lami è nominato accademico dei Lincei riminesi [6], ai quali appartennero anche alcuni degli abbonati che elenco in seguito. Tramite il periodico fiorentino, i lettori di provincia che ruotano attorno a Planco, sinseriscono in un circuito più vasto di quello offerto dallangusto panorama dello Stato ecclesiastico, nel quale tuttavia, dopo lelezione di Benedetto XIV (1740), si assiste al riaffiorare di «quei segnali di rinnovamento che avevano già caratterizzato alcune fasi del primo Settecento» [7].
Fra i circoli romani in cui si elaborano le nuove tematiche, ed una città di periferia come Rimini, esiste poi una lontananza non soltanto fisica, che si rivela come incapacità di comprendere quei medesimi «segnali di rinnovamento». Ciò avviene a causa di ingombranti nostalgie arcadiche e di una mentalità freddamente erudita che caratterizza e condiziona i superciliosi raccoglitori di materiale antiquario, ai quali era riservato il compito dindirizzare la vita intellettuale di Rimini [8].
La città resta anche del tutto estranea ai tentativi di svecchiamento culturale e di rigenerazione spirituale provenienti da altre aree geografiche, come quelli che ad esempio incontriamo negli scritti di Ludovico Antonio Muratori. Nel 1739 Bianchi confida allo stesso Muratori «come la di lui nobilissima raccolta de scrittori delle cose italiche» non figurasse nella «libreria pubblica» Gambalunghiana di Rimini, dandoci così la conferma che verso le opere del Bibliotecario di Modena la cultura locale aveva dimostrato totale indifferenza [9].
Muratori non è lunico grande assente in quella biblioteca. Qualche anno dopo, nel 1744, Stefano Galli [10], ex allievo di Planco [11] scrive infatti al maestro che i libri degli ultimi «50, o 60 anni» mancavano del tutto nella stessa Gambalunghiana: dove Galli stava lavorando per aggiornarne la dotazione [12], a fianco di Giuseppe Garampi, altro discepolo di Bianchi, nonché futuro cardinale, nunzio apostolico e grande studioso di Storia. Contrasta con questa disattenzione delle pubbliche istituzioni culturali riminesi, linteresse intellettuale dimostrato da alcuni dei nostri lettori di provincia, per i quali Bianchi svolge il ruolo di consigliere che suggerisce i libri da studiare, soprattutto in campo scientifico (e medico in particolare), come risulterà dagli esempi che presento: segnalo subito, però, che largomento è molto più vasto di quanto non possa apparire da questi pochi esempi, per cui esso meriterebbe un ulteriore approfondimento [13]. Le Novelle letterarie nellagosto 1742 subiscono una scissione redazionale che porta alla nascita del Giornale de Letterati. Ne giunge voce anche a Rimini da dove Galli il 22 settembre scrive a Planco (già trasferitosi a Siena), di aver appena appreso che «in Firenze si preparavano da alcuni de Giornali de Letterati», e chiede «come si potranno avere, e a qual prezzo». La lettera accenna pure alle iniziative editoriali di «quei Fratelli Pagliarini» che «stampano giornali: ma intendo a dire, che non sia opera da farne gran conto. E siccome che dovranno essere migliori que di Firenze, così bramerei di provvedermi di questi lasciando gli altri». Il ventunenne chierico Galli evidentemente ignorava che i Pagliarini, legati ai giansenisti ed alla corona portoghese [14] dibattevano sui loro fogli argomenti scottanti sotto il profilo religioso. E soprattutto non sapeva che quel barone Philipp von Stosch [15], al quale egli accenna (in altra parte della stessa lettera a Bianchi) come a chi aveva mano nel Giornale de Letterati, era stato cacciato da Roma per irreligiosità, ed apparteneva al cosiddetto filone libertino-materialistico [16]. La pagina di Galli, oscillando tra desiderio di novità e mancanza di informazioni circa le scelte da compiere, riflette pienamente la mentalità erudita che aveva visto dominare nella scuola di Planco. Qui si praticava una pedagogia dellintelletto mirante allaffastellamento di dottrine e materiali, ed orientata verso un enciclopedismo accademico che non imponeva atti di accettazione o di rifiuto, ma formava luomo dotto come spettatore quasi impassibile rispetto al panorama che gli veniva offerto. Era ovviamente un procedimento del tutto opposto a quello teorizzato da Muratori, ed a quello realizzato da Lami nelle Novelle letterarie con lo scopo di distinguere, come è stato osservato [17], lAntiquaria dalla Storia, e per far «vedere cioè la differenza tra la ricerca pura, priva di qualsiasi rapporto con i problemi del mondo attuale, e la ricerca impegnata, quella di coloro che si servono delle antiche iscrizioni e monumenti per illustrare qualche argomento che da loro si tratta o provare qualche proposizione che da loro si avanza» [18]. Questa differenza tra Antiquaria e Storia, oltre a riguardare il metodo pedagogico di Bianchi, tocca pure strettamente alcuni dei suoi scritti apparsi proprio sulle Novelle letterarie. In tali scritti Planco si dimostra lontano dalle caratteristiche di Lami e dalle sue linee programmatiche, come ad esempio si vedrà circa la disputa relativa al «vero Rubicone degli Antichi». Per i giovani intellettuali riminesi e per le istituzioni pubbliche della città, Bianchi è un punto di riferimento fondamentale ed esclusivo. Non per nulla Galli si rivolge a lui, con quella lettera del 1744 (contenente la notizia sui libri degli ultimi decenni ignorati dalla Gambalunghiana), allo scopo di ottenere «un catalogo» relativo a volumi di «Fisica, Storia Naturale, Medicina e sue parti, Mattematica, Istoria &cc», e confessando: «Io adunque che non ho la necessaria cognizione de libri, conoscendo di non potere far nulla da mé mi raccomando a chi sa, e può darmene notizie amplissime, e fra tutti gli altri a lei» [19]. Galli diventerà abate e poi minutante alla Segreteria di Stato a Roma, dove si trasferisce nellestate del 1751, dopo aver ricoperto la carica di segretario dei rinnovati Lincei planchiani e di vice-bibliotecario pubblico a Rimini [20]. La sua figura, sinora del tutto oscura e dimenticata, ha una precisa rilevanza storica, nonostante gli scarsi riferimenti biografici che possediamo, perché assurge a simbolo della soggezione psicologica e culturale di unintera generazione di studiosi riminesi nei confronti di Bianchi. Il quale, da protagonista unico della vita intellettuale della sua città a metà del secolo XVIII, vi esercita un fascino che ne condiziona gli studi che vi si svolgono ed anche la vita pubblica, come dimostrano i suoi interventi nella questione della Marecchia e del porto canale [21]. Ma linfluenza di Planco si estende pure negli ambiti limitrofi, in Romagna e Marche, da dove (in parte con ammirazione ed in parte con sarcastico rifiuto), si guarda al suo magistero, consolidato a livello non soltanto locale da molteplici esperienze e dai numerosi viaggi compiuti in gran parte dItalia, secondo il costume di quel secolo. Nel mondo ovattato della provincia, ha scritto Angelo Turchini, «se la circolazione delle idee giungeva con rapidità, mancavano tuttavia gli strumenti e gli spazi per poter intervenire adeguatamente» [22]. A favorire la circolazione delle idee provvedono anche i fogli fiorentini di Lami, i quali permettono ai propri lettori di aprirsi verso orizzonti più vasti, ascoltando voci diverse dagli orgogliosi silenzi della sterile erudizione locale, la quale impediva di proiettarsi verso il presente europeo e lo stesso futuro dellItalia. E significativo il fatto che un personaggio illustre come Bianchi collabori non soltanto redazionalmente alle Novelle letterarie, ma anche attraverso la diffusione del periodico tra allievi, conoscenti e colleghi, per testimoniare il suo desiderio di partecipare ad unimpresa culturale della quale avvertiva tutto il significato. Presso allievi, conoscenti e colleghi, la sua parola ha il significato di un oracolo, come avviene nel caso di Galli e del Giornale dei Letterati. La relativa risposta di Bianchi ci è nota mediante una successiva epistola dellallievo al maestro: «La debbo ringraziare infinitamente per gli avvertimenti, che Ella mi ha cortesemente dato intorno ai giornali nuovi di Firenze, de quali per opinion sua non mi dovrò provvedere». Plancus locutus est, causa finita est, verrebbe da commentare parafrasando santAgostino. Bianchi è costantemente aggiornato da una fitta rete di corrispondenti che lo informano sulle ultime novità del mondo editoriale e culturale. Una fonte privilegiata [23] è il suo allievo Giuseppe Garampi che gli trasmette notizie su tutta lItalia [24], da quella Roma che il giovane erudito riminese considera una «città di negozi» in cui si stenta a trovare «novità letterarie» [25]. Galli aveva appreso della notizia delluscita del Giornale de Letterati dal concittadino «Signor Dottor Genghini» [26] il quale, oltre ad essere un esperto di Diritto, materia che insegnava [27] e praticava come avvocato, esercitava pure larte della poesia dimostrando un «carattere faceto e irriverente» [28]. Giuliano Genghini, lo apprendiamo da una missiva di Garampi a Bianchi [29], era appena stato a Roma, da dove aveva fatto ritorno a Rimini passando prima da Firenze e poi da Bologna. Invece, sul Giornale de Letterati, Garampi era stato informato direttamente da Bianchi come ricaviamo da questa epistola che Garampi da Rimini gli scrive [30] a Firenze:
Dalla penultima sua dei 4 del corrente intesi come sia escito alla luce il primo Tomo di un nuovo Giornale che si stampa in Firenze sotto la cura e direzione del famoso Signor Barone di Stosch, e del Padre Adami insieme con varii altri Letterati. Ora io bramerei chElla mi facesse sapere se questi Giornali si potranno ritruovare in Venezia, mentre volendoli far venire ci riescirebbe molto più facile, e comoda la via di Venezia, che quella di codesta Città.
Garampi, dunque, è a conoscenza della novità editoriale fiorentina prima del collega Stefano Galli, suo compagno di lavoro alla Gambalunghiana, al quale però non racconta nulla. E Galli osserva [31] con Bianchi:
( ) io non avrei incomodato Lei, se il Signor Contino Garampi mavesse comunicato la lettera sua [32], nella quale Ella parlava di quelli. Ma, sia detto infra di noi senza offesa di quel signore per altro verso di me amorevolissimo, dove egli mi legge molte lettere, che riceve alla giornata da altrui, io non so poi intendere per qual cagione si rimanga di leggermi non pure, le lettere sue, nemmeno di dirmene una parola giammai, o rade volte affatto. ( ) Per altro io non debbo neppur per questo lamentarmi di Lui, perché forse ciò farà egli per qualche giusto motivo, che io non so.
Lepisodio del silenzio garampiano è certamente di poco conto rispetto a temi più importanti, ma mi sembra utile ricordarlo, dato che sto riferendo di circolazione di idee. Esso mi pare un (piccolo) esempio di gelosie da intellettuali, capace però di rispecchiare un ambiente, o di raccontare persino un carattere. Garampi stava coltivando la sua geniale precocità con modi ed atteggiamenti che agli altri non sempre riuscivano graditi. Nel 1741, a soli sedici anni, era stato fatto «vicecustode» della Gambalunghiana, come lui stesso dichiara a Muratori chiedendogli invano, in quello stesso anno, il catalogo che poi Galli avrebbe domandato a Bianchi nel 1744. Con il suo contegno, Garampi urta persino il responsabile della Biblioteca, conte Ludovico Bianchelli, sopraffacendolo in modo tale che «a questi par che niun altro sappia provveder libri», come Galli osserva con Bianchi, aggiungendo: «Io per mé non ci potendo avere il mio luogo, che a cose fatte, sto a veder senza impicciarmene» [33]. Dal comportamento individuale di questo giovane bibliotecario, che merita attenzione anche per gli sviluppi futuri della sua carriera di studioso, torniamo allambiente riminese, sul quale una pennellata non incolore ci è offerta dallo stesso Garampi quando riferisce [34] a Bianchi gli umori locali nei confronti del professore di Anatomia che due anni prima aveva rifiutato di diventare medico della città per andare a lavorare a Siena [35]:
( ) ho udito alcuni (già suoi parziali) ora essere alquanto mutati da quel buon animo che prima per essolei nutrivano contuttociò gran fidanza io averei che venendo ella in Rimini potesse e colla sua presenza e col suo discorso facilmente rivoltarli in suo favore. Oltredicché forse alcuni chella avea già contrarii spererei che ora non le potessero fare ostacolo alcuno.
Evidentemente in città non si guardava ai meriti di una persona per valutarla, ma alla simpatia che poteva suscitare [36], od alla docilità con cui essa si adeguava ai voleri delle classi dirigenti. Pure questi due elementi condizionano lo sviluppo culturale di una comunità, nella quale i gruppi di pressione politica non si identificano con le menti migliori, ma con unaristocrazia del privilegio, fosse essa di origine nobiliare o di derivazione borghese [37]. Da questa realtà sono inevitabilmente condizionate anche le pubbliche istituzioni culturali, come dimostra il fatto che la stessa Biblioteca Gambalunghiana era nata da una privata donazione e viveva con grandi stenti, e non soltanto per fattori economici, il suo ruolo pubblico allora degradato a «ridotto da ciarle», come denuncia nel 1742 lo stesso Bianchelli [38]. Attorno alle Novelle letterarie si raccolgono diverse vocazioni culturali. Gli abbonati che, tra 1745 e 1759, vi si associano tramite Planco, sono sicuramente tredici [39], oltre allo stesso Bianchi, e ad un altro lettore, Bernardino Brunelli, bibliotecario gambalunghiano [40], che nel 1755 richiederà a Planco di procurargli tutta la raccolta della rivista. Citerò questi associati nella successione cronologica che emerge dai documenti gambalunghiani, con essenziali cenni biografici per quanti di loro mi è stato possibile rintracciare notizie.
1. Giovanni Paolo Giovenardi Larciprete Giovanni Paolo Giovenardi (1708-1789), accademico dei Lincei riminesi, risulta abbonato nel 1745 quando si trova a Santarcangelo dove è «pubblico lettore di Scienze» [41]. Nominato il 6 maggio 1749 parroco della chiesa plebale dei santi Vito e Modesto in località San Vito, nel novembre dello stesso anno [42] fa porre sulla sponda orientale del fiume Uso, sul terreno del cimitero della stessa chiesa [43], una lapide recante la scritta «Heic Italiæ Finis Quondam Rubicon», «volendo farsi far pompa di sua erudizione» [44]. Già nel 1743 il matematico modenese Domenico Vandelli aveva sostenuto «la corrispondenza dellUso al Rubicone» nella biografia di san Gimignano, patrono di Modena. Su Vandelli, secondo Alfonso Pecci, ricade la responsabilità di aver scatenato la «piccola scintilla» da cui «doveva sorgere quel grande incendio» della disputa sul fiume varcato da Cesare [45]. Nello stesso anno Bianchi, dalle Novelle letterarie, rivendica en passant la gloria del «famoso Rubicone» al paese di San Vito [46]; e nel 1746 ribadisce che il «Luso» non andava confuso con l«Aprusa di Plinio», cioè lAusa, come invece pretendevano i Cesenati, e che esso era «il vero Rubicone degli Antichi» [47]. Nel 1748 Bianchi ripropone la polemica con una novella di stile boccacciano, in cui il fiume Uso «disturbato come Pier delle Vigne, incomincia a parlare» [48], confessando «che appo tutti gli intendenti sono et sarò sempre per lo vero Rubicone riputato» [49]. I Cesenati diranno, con una battuta che risponde a verità, che il «nuovo Rubicone» era stato generato da Bianchi e battezzato da G. P. Giovenardi [50]. Poco dopo la collocazione della lapide [51], nel 1750 lAccademia dei Lincei riminesi si occupa della questione rubiconiana con due dissertazioni, rispettivamente di G. P. Giovenardi (15 marzo) e dello stesso Bianchi (21 marzo). Quella di Planco è la seconda di due Lettere che egli invia alle Novelle letterarie[52], non tanto per sostenere le ragioni dellex allievo, quanto per difendere le proprie opinioni al riguardo. Nella prima Lettera, del 6 marzo 1750, Bianchi definisce falsa liscrizione posta dai Cesenati «sulla ripa occidentale del Pisciatello», e racconta che, prima della collocazione della lapide a San Vito, i Conservatori della città di Cesena per il bimestre settembre-ottobre avevano mandato «un Monitorio, o sia una Inibizione, alla Città di Rimino, acciocché non ponesse una Lapida al Suo fiume Luso». Nella seconda Lettera, datata 20 marzo 1750, Bianchi porta «i fondamenti che noi Riminesi abbiamo di credere che il nostro Luso sia il vero Rubicone degli Antichi» [53]. Scrive Alfonso Pecci:
Era da qualche tempo che sadoperava egli [Bianchi, n.d.r.]con mille espedienti di persuadere il Consiglio Comunale della sua Città a porre sulle sponde del fiume Uso un cippo marmoreo, che in opposizione ai Cesenati indicasse come quello era il vero Rubicone degli Antichi.
Pecci ricorda anche che Cesena mandò «contro la Comunità di Rimini un severo Monitorio con divieto solenne di apporre nel proprio territorio, sulle sponde dellUso, quella iscrizione». Rimini non si oppose, e Bianchi (aggiunge Pecci), ricorse a Giovenardi il quale «abbracciò ben volentieri la causa del Maestro e fece porre ( ) il cippo già preparato dal Bianchi ( ) [54]. Attraverso inediti documenti dellArchivio Storico Comunale di Rimini [55], posso ricostruire gran parte della vicenda. Al «Sindico» della città nel 1749 giunge «una Inibizione» su «istanza della Comunità di Cesena, [la] quale pretende non si possa eriggere una Lapide vicino al Fiume Uso colliscrizione indicante esser quello lantico Fiume Rubicone» [56]. Poi, quando perviene alla Municipalità di Rimini una «Citazione», per «la purgazione deglAttentati, e per la levata duna Lapide, che dicesi incastrata in altra in vicinanza del Fiume Uso», i Consoli osservano con il loro procuratore romano, Filippo Eleuterj: «Non sappiamo che questa Comunità sia incorsa in alcunattentato, non avendo essa dato alcun assenso, né essendo stata mai intesa di un tale Incastro di Lapide» [57]. Sotto la data del primo gennaio 1750, incontriamo due documenti. Nel primo i Consoli uscenti ribadiscono:
questo Pubblico non ha mai avuto la minima ingerenza ne prestato alcun assenso perché sia eretta la nota Lapide, ne tampoco sapiamo per opera di chi sia ciò accaduto, essendo sul territorio di Santarcangelo la detta Lapide eretta. Onde pare a noi, che la nostra Comunità non sia incorsa per ciò in alcuna purgazione dAttentati.
Con successiva lettera, i nuovi Consoli appena entrati in carica tengono a precisare che non è vero che non si sappia chi sia lautore della collocazione della lapide incriminata: «una tale novità», sostengono, è seguìta «per opera del Sig. Arciprete medesimo di S. Vito». Ma il «contenzioso», essi sottolineano, non è di competenza del Foro bensì del «Tribunale degli Eruditi» [58]. A questi ultimi accenna una successiva lettera dei Consoli ad Eleuterj [59], che merita di essere riprodotta integralmente:
Sentiamo la risoluzione presa dal Giudice sopra lAffare dellIscrizione fatta imporre dal Sig. Arciprete Giovanardi [recte: Giovenardi] sulle sponde del Fiume Uso; e per darne a V.S. qualche lume per quello che riguarda la Erudizione, o sia Istoria della Iscrizione medesima, potiamo succintamente dirle essere antichissima controversia fra questa nostra Città di Rimino, e quella di Cesena, qual de due Fiumi, se il nostro Uso, o il loro Pisciatello sia lantico Rubicone passato da Cesare così chiaro nelle Istorie, e per cui li Geografi antichi, e moderni pendono ancora irresoluti. Benche stiano per noi i migliori autori, nulladimeno li Cesenati già tempo fa apposero una Iscrizione sulla ripa del lor Pisciatello, riputata però da buoni scrittori per apocrifa. Ne mesi scorsi alcuni Eruditi di nostra Patria pensavano di far collocare altra Lapide sulla sponda del nostro Fiume Uso, ma penetrando ciò il Pubblico di Cesena fece presentare alla Comunità nostra un Monitorio di codesta Sagra Congregazione per impedirne lerezione. Contro tal Monitorio non ha innovato, ne ha attentato cosa alcuna questo Pubblico, che non volle rendere Causa pubblica questa tale Controversia litteraria più tosto che contenziosa, che non credette doversi agitare con dispendio della Città, restringendosi, come Ella sa a fare il semplice Nihil fieri; ma siccome il detto Fiume Uso scorre ancora parte del Territorio di Santarcangelo, così gli Eruditi di quella terra impegnati anchEssi per le glorie di detto Fiume come non inibiti, e compresi in detto Monitorio si prevalsero del Sig. Arciprete Giovanardi, che ha la sua Parocchia sulla sponda di detto Fiume Uso, il quale fece incidere in una Collonna già esistente, ed eretta nel suo Cimitero, situata nelle Pertinenze di Santarcangelo queste Parole di Plinio Hic finis Italiæ quondam Rubicon. Questo fatto del Sig. Don Giovanardi come consumato in Territorio non nostro, e senza nostra intelligenza prova abbastanza non esservi attentato non solo per parte del Pubblico, ma per parte ancora del Signor Arciprete, che fece la innovazione nel Territorio di Santarcangelo senza poi nemeno contravenire al Monitorio, giacche non eresse nuova Pietra, ma sullantica Collonna fece incidere le surriferite Parole. Dalla narrativa suddetta, oltre la notizia, e storia del fatto potrà Ella rilevare, che sebbene per parte nostra non si è commesso attentato, ciò non ostante dobbiamo prendere tutta la parte nel sostenere lErezione di detta Lapide, che riguarda un Monitorio antico della Città, la quale sebbene non ha creduto proprio di sostenerlo in Foro contenzioso per essere Causa da rimettersi al Tribunale degli Eruditi, e Geografi, è obbligata però di assistere Uno, che si è adossato il pubblico decoro difendendolo validamente. Su tal fondamento La preghiamo caldamente a procurare tutte le dilazioni, acciò non venghi aterrata la lapide controversa, dando tempo al Sig. Arciprete di fare que passi, chElla medesima ci suggerisce proprj per la manutenzione nel possesso di tener incastrata la suddetta Iscrizione, come sentiamo, chEgli voglia fare.
A questo punto, Rimini si attiva «affinche si sostenga la Lapide nel luogo, ove è posta» [60]. La nostra Comunità, si sostiene, «deve interessarsi per questonorifico della Città», anche se non è stata chiamata in causa [61]. Nel febbraio, G. P. Giovenardi ottiene da Roma un primo decreto favorevole: non si deve demolire «la controversa lapide» [62]. La Comunità di Rimini, pur non avendo «avuto mano» alliniziativa, «pure dovrà ( ) interessarsi, perché si sostenga detta memoria così gloriosa per la nostra Città ( ) di cui pretende spoliarci la Città di Cesena» [63]. Da Roma, il procuratore Filippo Eleuterj ritiene che sia utile alla Municipalità di «non dovere scopertamente comparire nella Causa del Rubicone in oggi accesa dalla Comunità di Cesena contro lArciprete di San Vito, ad effetto di non risvegliare la pretensione deglAttentati» [64]. Dalle lettere che Giuseppe Garampi invia da Roma a Planco in questo periodo, apprendiamo altri particolari. Anzitutto Garampi, su richiesta di Bianchi, fa presentare dallabate Giulio Cesare Serpieri, agente ufficiale di Rimini a Roma [65], «un nihil fieri in nome del nostro Procuratore Fiscale del Vescovado in tutti questi tribunali» romani [66]. In un secondo momento, Garampi cerca di scaricare la questione sulle spalle dellabate Giuseppe Battaglini [67], considerando anche che Eleuterj si è dimostrato troppo arrendevole: «si contentò di una tenue dilazione di 5 giorni soli, quando vi era modo di poterla tirare innanzi fin a Quaresima» [68]. Infine, veniamo a sapere che Bianchi ha fornito a Garampi (ed indirettamente allabate Serpieri), informazioni errate: il «Monitorio» cesenate non era stato diretto al Procuratore Fiscale del Vescovado, il già ricordato avvocato e poeta dottor Giuliano Genghini (in nome del quale «fù fatta dallAbate Serpieri la solita protesta nihil fieri in tutti questi Tribunali»), ma «contro la Comunità» di Rimini, per cui «non ha servito a nulla il suddetto nihil fieri»:
E intanto i Cesenati ottennero il Decreto, perché Eleuterj non compariva per la Comunità ò aveva ordine di cedere a questa lite, come ella mi accenna, ò si contentò della dilazione di soli cinque giorni per sospenderne lesecuzione [69].
Le cose si mettono bene per Rimini: il 17 febbraio 1750 è stato firmato
il Decreto procedi ad formam juris, cioè che non si dovesse demolire punto la Lapide per essere posta sul territorio di S. Arcangelo; cosicché rimarrà preclusa a Cesenati la via che aveano presa degli attentati per la demolizione suddetta, quando non volessero vedere la causa in petitorio, cosa che veramente non è più da legali, bensì da eruditi [70].
Questultimo concetto era già stato espresso da Garampi a proposito di un suo precedente intervento romano, affinché la causa fosse lasciata «in mano degli eruditi» [71]. Altra alternativa non cera, a meno che non si fosse scelto di ricorrere a mezzi più sbrigativi:
Per mezzo di paraguanti, poi qui non si finiscono liti, quando uno non simbattesse con qualche furfante di mozzorecchio: ma per questa strada non le consiglio giammai di camminare [72].
Il 15 giugno 1750, nei diari di Bianchi [73] si legge:
La mattina verso le 13 partij nel mio sterzetto, ed andai a San Vito dal Sig. Arciprete Gian Paolo Giovenardi alla festa di S. Vito titolo della sua Chiesa avendomi egli invitato. Ivi trovai molti conoscenti ed amici, e tra gli altri il Sig. Canonico Mattias Giovenardi [74] uomo dotto in lingue, e in varie scienze, con esso, e con altri si discorse di cose di scienze, e di erudizione, e con loro andai a vedere il cippo, nel quale il Sig. Arciprete Giovenardi ha fatto incidere queste seguenti parole per segno che il Luso lungo del quale è la sua Chiesa e Parocchia sia il vero Rubicone degli antichi, il qual cippo è una Colonna di marmo greco venato alta quasi un uomo, che è conficcata dentro dun marmo che le serve per base, e ci ha fatto fare un poco di capitello sopra del quale ci ha posta la Croce perche serve insieme per segno che fin lì arriva il Sagrato della Chiesa; onde il Padre Guastuzzi in una lettera inserita nel tomo 42 degli Opuscoli del Padre Calogerà malamente ha scritto che linscrizione è in longo e rozzo sasso conficcato; quando non è un longo e rozzo sasso, ma è una Colonna di marmo greco, e non conficcata in terra, ma in un altro marmo che le serve di base; ed in oltre ha il capitello, e la Croce che le fanno ornamento. Di più non è vero che quella inscrizione fosse incisa di Dicembre, ma fu incisa di Novembre, ne comparve allora solamente conficcata quella Colonna, ma ci era sempre stata per segno della fine del Sagrato, e del Cimiterio della Chiesa. In oltre le parole non stanno così come le scrive il Padre Guastuzzi: Hic finis Italiae quondam Rubicon ma stanno così:
HEIC ITALIAE FINIS QUONDAM RUBICON
Dopo aver ascoltato la messa e terminate le funzioni, conclude Bianchi, «sandò a tavola essendoci molti convitati», tra cui labate Mancini, arciprete di Savignano [75]. Quando i Cesenati intentano causa a Santarcangelo ed al parroco di San Vito, la Comunità di Rimini presta a quella del paese confinante il proprio agente Serpieri per aiutarla ad agire validamente in giudizio. Serpieri, in una lettera a Bianchi del 1753, parla della «risata, non solo del Giudice, ma ancora di tutti quelli che si ritrovarono presenti» alla discussione della causa [76]. La quale si conclude il 4 maggio 1756, con una sentenza [77] che dà torto ai Cesenati e li condanna al pagamento delle spese. Nello stesso 1756 Bianchi scrive sulle Novelle letterarie che la sentenza romana ha «imposto silenzio alla parte vinta», ponendo oltre le «tante ragioni letterarie, che avevamo», anche quella legale: «non abbiamo fatto attentato né spoglio alcuno con quella Lapida, onde ora con jure, e per decreto del Giudice, ce la possiamo seguitare a tenere» [78]. Nella sentenza, ovviamente, non si affrontano i problemi della Scienza, sui quali un tribunale non avrebbe avuto competenza, ma si decide soltanto che era impossibile sottoporre alla giustizia civile questioni non legate a possessi giudiziari, come sono quelle relative alle «cose di antiquaria» od alle «erudite disquisizioni» [79]. Ai problemi della Scienza accenna soltanto il cesenate padre Gianangelo Serra [80], quando scrive che i «fautori» dellUso avrebbero dovuto «far vedere come contro il corso naturale di tutti gli altri Fiumi, potessero le sue acque salire su le colline di Castel Vecchio, e di Ribano. Questo sì è quellimpossibile, che fa vedere pazza, e sciocca la question letteraria promossa da i Scioli [81], col fine di gettar a terra lantica tradizione favorevole» al Pisciatello. Padre Serra cerca di far valere le sue ragioni scientifiche, rilanciando la questione rubiconiana a livello addirittura europeo con un Avviso avanzato alli Signori Accademici delle Reali Accademie di Parigi, di Londra, di Lipsia, e di Berlino[82], redatto in italiano e latino. Nella prima Lettera Bianchi riferisce che G. P. Giovenardi, sul Rubicone, aveva scritto «tre dissertazioni da lui recitate nella nostra Accademia de Lincei» [83], e che era allora in procinto di pubblicare un testo contenente «note critiche» al De vero Rubicone del cesenate Giovanni Battista Braschi [84], apparso a Roma nel 1733. In due biografie gambalunghiane di G. P. Giovenardi [85], si precisa che due di quelle tre dissertazioni ricordate da Bianchi, erano in latino. Non abbiamo trovato conferma, nelle stesse biografie, che una di tali dissertazioni fosse critica verso lo stesso Planco, come invece è stato sostenuto [86]. G. P. Giovenardi compose pure una dissertazione «sopra la utilità della scienza medica a parochi spezialmente di campagna» [87], che andava controcorrente rispetto al divieto di esercitare la medicina, imposto dal Diritto canonico alle «Persone consegrate allamministrazione de Sagri Misteri». G. P. Giovenardi, al tempo del suo insegnamento santarcangiolese, legge pubblicamente «nella scuola, et anche in questo nostro Caffè» la dissertazione planchiana sui «Vescicatorj» [88]:
Lò letta ancora nel caffè [89], dove concorre ogni sorte di Persone. Giacché ogni sorte di persone è soggetta a poter essere martoriata da certi Medici, o siano Fanfaroni della Marca collo strano, e crudele rimedio de Vescicatorj, e perciò quivi ancora ò stimato bene di diffondere que Lumi, che in quella sono sparsi a comune vantaggio di tutta la Società, acciocche se per avventura non si volessero astenere i Fanfaroni dal farne uso, imparino almeno i Malati o gli Assistenti a rifiutarli.
Nel voler diffondere i «Lumi» che lo scritto planchiano spargeva, G. P. Giovenardi dimostra unattenzione alla nuova Scienza che gli deriva dalla stessa scuola di Bianchi, e che contrasta (fatto questo che succede pure per il suo maestro), con lo spirito erudito sterilmente incarnato nella polemica sul «Rubicone degli Antichi» oppure in alcune dissertazioni lette presso i Lincei riminesi da altri accademici [90]. Giovanardi compose lOrazion funerale in lode di Monsig. Giovanni Bianchi[91], alla pubblicazione della quale era contrario il vescovo di Rimini, monsignor Francesco Castellini, che minacciava, in caso di edizione di quel testo, una «vendetta trasversale» al nipote ex fratre di Bianchi, Girolamo, medico dellospedale cittadino [92]. Lo stesso G. P. Giovenardi si adopera, alla morte di Planco, per la riapertura della sua scuola privata, assieme a Girolamo Bianchi e a don Filippo Zambelli [93].
2. Mattia Giovenardi Nel diario planchiano del 15 giugno 1750, relativo alla visita a San Vito ed alla questione della colonna rubiconiana, abbiamo già incontrato il nome di Mattia Giovenardi, cugino di Giovanni Paolo, ex alunno di Bianchi ed accademico dei Lincei riminesi. Mattia Giovenardi il 30 aprile 1746 scrive a Planco di ricevere regolarmente «le novelle di Firenze». Il 14 giugno dello stesso anno gli preannuncia:
darò a lei il denaro per laltro semestre, se ella ci favorirà di venire: altrimenti o glie lo manderò capitandomi loccasione, oppure glie lo porterò io in persona nel tempo delle vacanze, che incominciano verso la metà di Agosto.
Ed il 12 novembre dichiara che le Novelle gli «piacciono». Non sempre però esse gli giungono con puntualità perché «malamente indirizzate» (8 giugno 1748). Di Mattia Giovenardi mi sono occupato, in ambito di Studi Romagnoli[94], con una comunicazione del 1996, dalla quale ora riprendo soltanto alcune notizie. Egli era considerato assai dotto in tutte le discipline, dalle umanistiche alle scientifiche. Fu autore di novelle ed insegnante al Seminario di Bertinoro, da dove nel 1749 lo licenziò quel vescovo che lo stesso Mattia Giovenardi definisce un «fanatico». Dopo averlo scacciato, il vescovo lo accusò di essere «fuggito dalla sua Diocesi». Allegata allepistola di Mattia Giovenardi a Bianchi dell8 giugno 1749, cè una lettera che Planco gli aveva inviato il 29 ottobre 1748, di cui trascrivo la parte iniziale:
Il Sig. Pasquali Librajo [95] mi scrive daver già spediti i due tomi del Dizionario delle Scienze [96] per lei, e forse a questora sarebbero giunti, se non fosse stato il cattivo tempo [97]. Io terrò gli otto paoli che mi avvanzano, comella dice, o per conto delle Novelle dellanno venturo, o per conto del terzo tomo, e quando saranno giunti i due primi le ne darò avviso.
Il 27 marzo 1747, Mattia Giovenardi aveva scritto a Bianchi:
Rendo grazie infinite a V. S. Ill.ma, ed Ecc.ma del favore che essa mi ha fatto di far venire da Vinegia i libri, che ordinai al Sig. Abbate Cenni. Se più si ritrova in Rimino il padre Cristofano Berzanti, li potrà consegnare allui, dicendo che sono libri che vanno al padre Cristofano Montalti Filippino di Cesena, e che [h]anno da servire per li suo fratelli, che sono qui in Seminario.
Infine ricordo che l8 giugno 1748 Mattia Giovenardi si complimenta con Bianchi per quanto appena letto nelle Novelle letterarie: sul foglio ventesimo, gli scrive,
in data di Verona ho veduto che ella è onorevolmente nominata, dove è lodata meritatamente una sua ricetta pel male epidemico delle bestie, e la sua condotta insieme nellimpedire il comercio de contadini, per cui finì presto il male epidemico sul territorio Riminese [98].
3. Padre Antonini Un padre Antonini di Montalboddo, ora Ostra, è ricordato da Lami l11 febbraio 1747.
4. Nicolò Paci Ippoliti Ha da poco compiuto ventanni, il riminese Nicolò Paci Ippoliti (1726-1799), quando il suo nome appare per la prima volta, l11 febbraio 1747, nella corrispondenza di Lami a Bianchi. Ex allievo di Planco, ha completato la sua formazione a Modena ed a Bologna, dove frequentò le lezioni di Francesco Maria Zanotti. Non fu soltanto studioso di lettere e di scienze, ma coltivò con successo pure la poesia, componendo parecchi sonetti, che sono altrettanti ritratti di insigni riminesi, tra i quali figura lo stesso Bianchi a cui fu sempre legatissimo, come testimoniano le epistole a lui dirette. Il 21 aprile 1747, «di casa» (a Rimini), Paci Ippoliti trasmette a Planco «una insolentissima lettera dun pazzo modenese», dichiarando di far ciò non per «mancanza di stima», ma per sapere come rispondere allepistola stessa. Quel «pazzo», apprendiamo, è un «Prete» che ha preso le parti di Domenico Vandelli il quale era intervenuto contro un lavoro di Bianchi (il già ricordato De vescicatorj), come ricaviamo da una lettera inedita dello stesso Vandelli che scrive a Bianchi definendolo autore di «imposture e maldicenze» e di «moltissime infedeltà»: questo accenno rimanda ad una precedente polemica di Vandelli sulla Storia dellAccademia de Lincei pubblicata da Planco nel 1744, quale premessa alledizione da lui curata del Fitobasano di Fabio Colonna. La lettera di Vandelli prosegue: «Ora la tengo nel numero de letterati superficiali, e fra Montambanchi di mala natura, che mordono ad ogni capo» [99]. Paci Ippoliti definisce Vandelli un «poveretto» che «non sapendo in qual altro modo rendersi nominato, vuole acquistarsi fama con gli spropositi» e con dicerie che non meritano che Bianchi perda tempo «per dar loro risposta». Ma dovendo egli stesso, Paci Ippoliti, ribattere al prete «pazzo», chiede al maestro di «favorirgli, come laltra volta una minuta, a tenore della quale ei possa dar risposta a questo Vandellista». Il 21 ottobre 1753, da Bologna, Paci Ippoliti racconta a Planco:
Ieri, trovandomi al caffè, udii da un Uffizial Franzese una cosa, che mi parve strana assai, ed incredibile, cioè, che in Normandia una vacca partorì due Gemelli, i quali amendue erano perfetti fanciulli in tutte le loro parti. Quello, che più mi fà stupire si è, che cotesti fanciulli nulla aveano del Bovino neppure nella voce, e nella fisionomia. LUfficiale non è però uno sciocco, ma Persona di credito, ed assicura, essergli ciò stato scritto pocanzi da Persona degna di fede. Una così strana novella è stata materia di moltissimi discorsi; ed io non ne ho mai favellato, perché non lho mai creduta vera. Ho però voluto recarlene notizia per sentirne il suo sentimento, il qual certo non può essere, che di gran peso.
Per comprendere il significato di questa missiva, occorre ricordare che Bianchi aveva pubblicato a Venezia nel 1749 una sua dissertazione, tenuta ai Lincei nello stesso anno, ed intitolata De monstris ac monstrosis quibusdam[100]. Questo studio, al di là degli aspetti più o meno teoricamente validi ancor oggi sotto il profilo scientifico, merita considerazione per una questione che sta alla base della problematica trattata da Planco, cioè il concetto di Natura così come emerge attraverso il sistema della classificazione scientifica da lui usato. Bianchi dà ormai per scontato che la perfezione naturale, presupposta dai filosofi aristotelico-tomisti, sia smentita dai fenomeni cosiddetti mostruosi. Questa sua posizione non dovette piacere agli ambienti ecclesiastici curiali cittadini che nel 1752, dopo che Bianchi tenne una dissertazione accademica In lode dellarte comica, poi subito stampata a Venezia, ne approfittarono per colpirlo, creando uno scandalo che approdò alla condanna allIndice delloperetta di Planco, il 4 luglio del medesimo anno [101].
5. Padre Forni Il padre Inquisitore Forni, del quale non abbiamo nessuna notizia biografica, figura abbonato nel 1750, come dimostra un pro memoria anonimo del primo maggio di quellanno, ritrovato tra le epistole di Lami a Bianchi [102]. In precedenza, il 13 febbraio 1750, Lami aveva scritto a Bianchi:
Ho ricevuto le cinquanta lire della cambiale rimessami da S. V. Ill.ma per pagamento delle cinque associazioni alle Novelle letterarie del corrente anno, dipendenti da lei, e gliene ho dato credito.
A tali «cinque associazioni» va aggiunta anche quella dello stesso Planco, il quale è inserito, il primo gennaio 1752, in un elenco di sei abbonati [103], dove (oltre ai già considerati Bianchi, Forni e G. P. Giovenardi), appaiono tre nomi nuovi: Franciolini, Sartoni e Vitali. Non risultano quindi più associati Antonini, Mattia Giovenardi e Paci.
6. Federico Sartoni Il conte Federico Sartoni (1730-1786) appartiene alla dotta categoria dei cultori di cose antiquarie e numismatiche. Il catalogo delle sue monete imperiali romane fu stampato da Pietro Borghesi (che vedremo al n. 13 di questo elenco). Sartoni scrisse una Raccolta di memorie patrie «registrate senzordine cronologico» [104]. Fu autore della lapide commemorativa di Planco [105], che ora si trova nel cortile della Biblioteca Gambalunghiana.
7. Abate Giuseppe Vitali Nel 1752 era maestro di Lettere umane e di retorica al Seminario di Iesi. Nato a Verucchio ed ex alunno di Planco, fu considerato da G. P. Giovenardi [106] espertissimo nelle lingue greca e latina. Di Vitali, Bianchi parla numerose volte nelle Novelle letterarie, in relazione ad argomenti di antiquaria [107].
8. Lodovico Franciolini Anche il gentiluomo avvocato Lodovico Franciolini risiede ad Iesi. Bianchi, in una sua lettera, apparsa sulle Novelle letterarie e relativa a materiale antiquario scoperto da lui e da Vitali, lo definisce
cavaliere di spirito, e molto versato nellerudizione, e massimamente nella Legale, per cui è diventato un acerrimo Difensore de Privilegi della nobilissima, e regia città di Iesi contro gli attacchi de popoli de Castelli ad essa sottoposti [108].
9. Lucantonio Cenni Lucantonio Cenni insegnò al Seminario di Bertinoro, dove fu collega di Mattia Giovenardi. Anchegli ex alunno di Planco ed accademico dei Lincei riminesi (dove recitò «dissertationes aliquas»), è ricordato come pubblico maestro di Lettere, regista teatrale, attore e poeta. Pure lui fu cacciato dal Seminario di Bertinoro. La causa, certi «pericolosi amoretti», conclusisi con un matrimonio e la nascita, dopo poco la celebrazione delle nozze, di una bambina [109]. Il 14 gennaio 1753, da Cesena, Cenni prega Bianchi di fargli «venire le Novelle Fiorentine del corrente 53», e di dirgli «a chi e quanto debba mandarli dimporto per un semestre, giacché so, che si paga a semestre per semestre».
10. Gian Carlo Vespignani Labate [110] Gian Carlo Vespignani da Santarcangelo il 19 dicembre 1755 invia a Bianchi la somma di scudi 1:60 «per anticipato delle Novelle letterarie dellanno venturo», pregandolo di «darne credito al chiarissimo Sig. Lammi (sic)». Il 22 agosto 1756 da Loreto egli scrive a Planco:
prendo occasione di supplicarla a voler recuperare le mie Novelle letterarie, e farmele diriggere in Amelia, dove sarò fra poco, a Dio piacendo. Scrivendo anche al Signor Lami, se mi vuol far questa grazia, perche le faccia in avvenire colà mandare.
Nella stessa lettera Vespignani aggiunge:
le reco a notizia chio ô lasciato al Sig. Canonico Muccioli il Gentili De Patriciis perche il consegni al Sig. Canonico Giovenardi, ritornato che sia in S. Arcangelo, il quale mâ promesso di farlo pervenire sicuramente di mano di V. S. Ill.ma.
11. Canonico Nobili Un non meglio precisato canonico Nobili è ricordato da Lami a Bianchi il 6 gennaio 1757, assieme a Vespignani. In questa lettera Lami parla complessivamente di «dieci associati» [111] alle Novelle, Bianchi compreso, aggiungendo: «attenderò dai P. Vespignani e Nobili se vorranno continuare a prenderle» [112]. Il dato dei «dieci associati» obbliga ad una parentesi. Tra 1755 e 1756 le Novelle hanno avuto nove abbonati planchiani, come abbiamo visto citando le sei associazioni risultanti al primo gennaio 1752 (Bianchi, Forni, Franciolini, G. P. Giovenardi, Sartoni, Vitali), e le tre successive adesioni (Cenni, Nobili, Vespignani). Manca quindi un nome per raggiungere la cifra indicata da Lami («dieci associati»): ed è quello che appare qui di seguito (Bertozzi). Occorre però fare unaltra, fondamentale precisazione: poiché Nobili e Vespignani sono da Lami dichiarati incerti, e non possono quindi essere considerati tra i «dieci associati» sicuri, per far tornare i conti dobbiamo ipotizzare che il posto di Nobili e Vespignani sia stato preso o da vecchi abbonati ricuperati o da associati nuovi (ignoti). Dei quali si dovrà tener conto in sede di bilancio conclusivo. Un nuovo associato, come vedremo, potrebbe essere il riminese Bernardino Brunelli.
12. Giannantonio Bertozzi Il medico Giannantonio Bertozzi di Montefiore, da una lettera di Lami a Bianchi del 3 settembre 1757, figura abbonato a 15 paoli lanno. Il 31 agosto 1759, Bertozzi scrive a Planco:
Circa lanticipazione per le Novelle Fiorentine bisognerà aspettare la risposta del Sig. Dottor Lami, dispiacendomi al sommo per la perdita cui Ella hà dovuto soccombere per tali associazioni.
Quattro mesi dopo, il primo gennaio 1760 Bertozzi comunica a Bianchi:
Dalla qui annessa che mi prendo la libertà dinviare a V.S. Ill.ma a sigillo alzato sentirà quanto scrivo al Sig. Lami circa la mia anticipazione per le Novelle; quando questa sia di suo piacimento, avrà la bontà di lasciarla correre per la Posta. Credo però che questa richiesta danticipata per il corrente 1760 non sia stata collintelligenza del Sig. Lami, ma piuttosto per trascuraggine di chi ha lincarico di spedire le Novelle, [il] quale dovendo mandare ad altri tali ordini, ne avrà annesso uno anche alle mie senza ricercare il Sig. Lami se sia stato sodisfatto.
Il 28 gennaio 1760 Bertozzi scrive a Planco:
In questordinario hò ricevuto la risposta del Sig. Dottor Lami, in cui mi accusa la ricevuta della mia anticipata per le Novelle del 1760 e già mi ha mandato li tre fogli arretrati.
L8 giugno 1762 da Orciano (le precedenti lettere provengono tutte da Montefiore), Bertozzi parla di unaltra iniziativa editoriale propostagli da Bianchi, e dellintenzione di «lasciare» la gazzetta fiorentina:
Le rendo ben distinte grazie del manifesto favoritomi della Gazzetta salutare la quale certo sarà una cosa buona ed utile, ma ora non posso fare questa spesa di associarmi, perché oltre li 22 paoli allanno vi sarebbe ancora laltra della posta non ostante che venisse a V. S. Ill.ma per Barca, essendo molto scarse le occasioni di quì a Pesaro, o per costì, quando mi trovarò più commodo allora mi prevalerò de di lei favori. Alla fine del corrente anno voglio lasciare quella di Firenze perché conosco che poco utile mi porta, e con quel denaro potrei provvedermi di libri più utili, oltrediché questa benedetta Posta di Fossombrone ora me la fà avere deglOrdinarj doppo, ora non me la vuol passare per Lettera semplice fuori di stato, come faceva il maestro di Posta di costì.
Tra i «libri più utili» che interessano Bertozzi, ci sono ovviamente quelli di Medicina. Molti glieli procura Bianchi a Venezia:
Mi scrive il Signor Pasquali ( ) averla incomodata per un altro fagotto di libri. Se dunque questi li sono giunti la prego inviarmeli per il latore della presente, e significarmi il costo, e la spesa occorsa, che nel futuro ordinario sarà da me prontamente rimborsata [113]. Per mano di questo Postiglione le mando paoli dieci per le Tavole anatomiche del Kulun, al quale potrà consegnarle, se sono ancora giunte da Venezia, come Ella aspettava, e se in questi dieci paoli non fosse compreso il trasporto, e gabelle, la prego avvisarmelo che sarà prontamente rimborsata [114].
Il 12 aprile 1762 Bertozzi parla di un «noto libro collerbe» procuratogli e speditogli a Pesaro per Orciano, via Fossombrone. Il 24 aprile 1762, Bertozzi comunica a Bianchi:
quando potrò mi provederò ancora del Fitobasano di Fabio Colonna da lei illustrato [115], ed avrò piacere ancora davere la di lei dotta dissertazione sopra i vescicatorj, e però la prego avvisarmi il prezzo delluno e dellaltro per mia regola. Quello de Conchis [116] lo hò. Nella prossima Fiera di Sinigaglia voglio provedermi de comenti dellAller aglAforismi di Boerave [117], e della materia medica del Giaffroy [118], perché si (h)anno a miglior prezzo assai che farli venire a dirittura da Venezia. Bramerei ancora sentire il di lei savio parere circa lutilità dellOpera nuova del Sig. Morgagni De causis morborum per anatomen indagatis, perché ancora di questa vorrei provvedermi allorche mi sarò rifatto un poco delle molte spese occorsemi.
E del 23 febbraio 1769 questaltra lettera da Urbania:
V. S. Ill.ma favorì indicarmi che lopera del Sig Morgagni De causis morborum per anatomen indagatis si ristampava in Napoli in quanto più comoda delledizione in foglio, ed a migliore prezzo, onde prendo loccasione di pregarla di avvisarmi se sia seguita tale ristampa, ed indicarmi la maniera di averla.
Laccenno alla «Fiera di Sinigaglia» (contenuto nella lettera del 24 aprile 1762), mi permette di sottolinearne limportanza, citando un passo di uno studioso contemporaneo, Mario Infelise:
Non fu pertanto un caso se lunica fiera dEuropa che nel corso del Settecento ebbe ancora importanza per i librai veneziani fu quella di Senigallia, dove ogni anno, nel mese di luglio, essi si davano appuntamento con i colleghi del centro Italia. Leffettivo ruolo ricoperto da tale manifestazione per il commercio librario italiano è ancora da chiarire. ( ) Le corrispondenze tra i librai tuttavia inducono a ritenere che la fiera di Senigaglia costituisse ancora a metà Settecento un punto di riferimento fondamentale per chi operava nelleditoria. Anche se non frequentata da tutti, erano sicuramente molti i librai italiani che si ritrovavano per presentare i propri cataloghi e per scambiarsi reciproche informazioni sul mercato1 [119].
13. Pietro Borghesi Nato a Savignano di Romagna, Pietro Borghesi (1722-1794), frequentò in Roma il Seminario pontificio, poi fu allievo di Planco a Rimini. Il suo abbonamento alle Novelle è documentato dal 1759. Suo padre Bartolomeo (il cui nome egli rinnoverà nel più conosciuto figlio, 1781-1860), gli lasciò il primo nucleo di un museo numismatico che arricchì grazie non soltanto ai «beni di fortuna» di cui era «provvisto largamente», ma anche ad un «approfondimento in senso scientifico della sua passione» [120]. A Savignano Pietro Borghesi fu segretario dellAccademia degli Incolti [121], attestata dal 1651, alla quale nel 1801 seguì quella dei Filopatridi, tra i cui promotori fu il figlio Bartolomeo (che per distinguerlo dal nonno è detto comunemente Bartolino). Se in campo numismatico «odiò di prodursi colle stampe» [122], Pietro Borghesi intervenne invece nella disputa sul Rubicone [123], rivendicando al fiume di Savignano lonore di quel nome, e polemizzando con il proprio antico maestro [124], a cui rivolge persino la preghiera di usar «moderatezza» nella discussione. I loro rapporti non si guastarono per questa differenza dopinione. Il 27 settembre 1769, ad esempio, Pietro Borghesi invita a cena Planco che ai presenti legge due sue lettere inviate allex allievo Clemente XIV,
dove nella seconda io gli dico che egli trae la sua prima origine da Verucchio, dove la trassero i Malatesti, essendo stato concepito il Papa dalla madre in Verucchio, e poi partorito in Santarcangelo, e studiò la Gramatica, lUmanità, la Rettorica in Rimino ed anche la Filosofia vestendo labito religioso di San Francesco in Mondaino, o sia in Monte Gridolfo, dove andava nelle vacanze a villeggiare N. S. quando era giovinetto [125].
A proposito di Rubicone, va ricordato pure che, contemporaneamente ai Lincei, a Rimini opera lAccademia degli Adagiati, fondata più di cento anni prima, come nel 1756 scrive lo stesso Bianchi sulle Novelle[126]. LAccademia degli Adagiati era non soltanto di indirizzo filosofico e matematico ma pure poetico, per cui «era stata come assorbita, e confusa da quella degli Arcadi della Colonia Rubiconiana, dedotta ( ) in Rimino sessantanni sono, cioè fino da primi anni della fondazione dellArcadia di Roma» [127]. Un ricordo di tale «Colonia Rubiconiana» riminese, sincarna nellAccademia Rubiconia Simpemenia dei Filopatridi di Savignano, essendo il termine «Simpemenia» usato per indicare l«adunanza dei pastori». La Rubiconia Simpemenia nasce in aperto contrasto con Rimini: infatti, proprio nellinvito diffuso il 26 febbraio 1801 alla gioventù savignanese, si definiscono «dotte chimere» le opinioni espresse mezzo secolo prima da Planco sul Rubicone [128]. Proprio a Rimini era stato diffuso il termine di Filopatride in un proclama diretto «Al popolo del Rubicone» [129], in cui si esalta «linvitto liberatore dItalia, il Distruttore della Oligarchia», Napoleone; si condanna la «prostituzione» dei passati governanti che avevano favorito legoismo e laristocrazia, contro i quali era necessario combattere; e si lancia questo grido di battaglia: «A terra Egoisti, Aristocratici, Disturbatori della bella Democrazia a terra» [130]. La parola Filopatride dunque aveva una valenza politica che non poteva non essere presente anche alla mente dei giovani savignanesi che davano vita alla Rubiconia: Girolamo Amati, Bartolomeo Borghesi e Giulio Perticari. Il che è confermato da due fatti: la diffidenza con cui le autorità locali accolsero le adunanze accademiche [131]; e lesperienza liberale di Bartolomeo Borghesi che si rifugiò a San Marino nel 1821. Come scrisse Augusto Campana, «se il Borghesi e il Perticari si erano procurati fin dal 3 maggio 1818 la cittadinanza nobile della Repubblica di S. Marino non era certamente per puro ornamento» [132]. E per Giulio Perticari vorrà pur dire qualcosa lelogio funebre di Giuseppe Mazzini che lo definì uomo «di cui vivrà bella la memoria tra noi, finchalme gentili alligneranno in Italia» [133].
14. Bernardino Brunelli Nelle Novelle del 1761 appare una lettera scritta da Lami al riminese canonico Epifanio Brunelli, di argomento religioso [134]. Da unepistola del 1759 di Lami a Giovanni Antonio Battarra, apprendiamo che Epifanio Brunelli era un collaboratore abituale della rivista fiorentina. Epifanio era figlio di Bernardino, bibliotecario gambalunghiano [135] dal 1748 al 1767. Durante questo periodo, assieme ai due fratelli dottor Giovanni Battista e canonico don Giulio Cesare, Epifanio aveva collaborato [136] con il padre, a cui (dal 1767 al 1796) subentra nellincarico [137]. Anche Epifanio è stato allievo di Bianchi, un cui scritto, con parere favorevole a che il figlio prenda il posto del padre alla Gambalunghiana [138], attesta: entrambi, padre e figlio, hanno lavorato bene in quella pubblica «Libraria», facendo provviste di volumi allestero, «specialmente dalla Germania, e dallOlanda». Nel 1755 Bernardino Brunelli chiede a Bianchi di procurargli dodici dei sedici tomi usciti sino ad allora delle Novelle[139], con la speranza di «averne il corpo intero», cioè tutta la raccolta da procurare «in Firenze, o in Rimino che sarebbe minor spesa». Nel 1758 Bernardino Brunelli comunica a Planco che il canonico Garampi «è sulle mosse di fare un giro nello Stato Veneto», dove potrebbe acquistare il Giornale romano dei Pagliarini. Nel 1765 Epifanio Brunelli si trova a Todi, e qui ha lincarico di «esigere alcune associazioni per le Novelle letterarie del dottor Lami», come scrive suo padre a Bianchi, citando quale abbonato un don Brighi cesenate.
15. Dopo i lettori, gli autori Bianchi nel 1766 compie con Epifanio Brunelli un tour a Loreto, Assisi, Perugia, Todi, Roma, Napoli, Siena, Firenze e Bologna. Lanno successivo, proprio sulle Novelle, Giovanni Cristofano Amaduzzi, altro celebre ex alunno di Bianchi, e dal 1766 assiduo collaboratore del foglio fiorentino [140], ricorda lincontro avuto in Roma con labate Johann Joachim Winckelman, in compagnia dello stesso Planco e di Epifanio Brunelli [141]. Amaduzzi fu allievo di Bianchi per sette anni [142], a partire dal 1755. Per questo motivo non appare nellelenco che Planco pubblicò nel 1751, con i nomi degli scolari che aveva avuto presso di sé [143]. Quella lista testimonia la missione educativa che Bianchi ha sempre svolto e di cui andava giustamente orgoglioso [144]. In essa incontriamo personaggi divenuti importati a livello locale e nazionale, in ambito religioso, culturale o medico. Amaduzzi è un protagonista (non sempre riconosciuto) della scena religiosa e culturale nellultimo quarto del secolo XVIII, svolgendo un ruolo fondamentale tra i cosiddetti giansenisti italiani [145]. Compose tre Discorsi filosofici[146] con i quali rovescia le posizioni emergenti dalle leggi accademiche planchiane [147], e si fa portavoce delle istanze del nuovo pensiero: per questo fatto, incontra pericolose opposizioni, e subisce violenti attacchi dai quali lo salva il cesenate Pio VI, successore di Clemente XIV. E proprio da Clemente XIV, come racconta una biografia di Planco attribuita a Battarra [148], Amaduzzi riesce a far ottenere al proprio maestro il raddoppio dello stipendio e la nomina a medico segreto onorario del pontefice [149]. A sua volta Bianchi, citando i favori ricevuti da Clemente XIV, inserisce anche i due incarichi attribuiti dal papa ad Amaduzzi: la cattedra di Greco alla Sapienza, e la Soprintendenza della Stamperia di Propaganda Fide [150]. Amaduzzi appartiene, dunque, alla generazione successiva a quella degli accademici planchiani, nel cui nucleo originario operò il già ricordato Battarra, scienziato degno di citazione [151] in quanto scoprì, grazie ad unapplicazione corretta del metodo di indagine sperimentale, che la generazione dei funghi avviene «per semenza e non spontaneamente dalla putredine». I nomi di Battarra ed Amaduzzi servono simbolicamente sia per dimostrare gli effetti dellinsegnamento di Bianchi, sia per attestare il superamento dei limiti teorici e delle ambiguità che esso aveva. Planco, infatti, se da un lato con le sue indagini si oppone a tutti i sistemi vecchi o tradizionali della Filosofia, soprattutto a quelli aristotelico-tomisti, come succede con il De monstris, dallaltro rimanda ad un pensiero più da erudito vecchia maniera che da vero scienziato moderno.
Note al testo
1) Nel 1770 Giovanni Lami muore, e le Novelle letterarie (in seguito, Nov.) proseguono, sempre a Firenze, con una nuova serie, ripartendo dal vol. I, presso i tipografi Allegrini, Pisoni e Compagni allInsegna di Ercole Fanciullo, mentre il tipografo che lavora per Lami è Gaetano Albizzini allInsegna del Sole. La raccolta delle Nov. da me esaminata è quella esistente presso la Civica Biblioteca Gambalunghiana di Rimini (BGR), proveniente dalla biblioteca personale di Giovanni Bianchi, come attestano le scritte di mano dello stesso Bianchi in fine dei singoli tomi (con le annotazioni di articoli propri, di citazioni che lo riguardano o di argomenti riminesi); e come documenta la lettera a lui diretta, dei tipografi Allegrini e Pisoni per il rinnovo dellassociazione alle Nov., dopo la morte di Lami. Tale lettera è allegata al vol. del 1770, e reca la data del 10 febbraio di quellanno. La raccolta di Bianchi in BGR, oltre ai tomi di Lami (segn. 7.H.II.9-38), comprende anche i volumi 1771-74 della nuova serie (segn. 7.H.II.39-43). In tale raccolta esiste pure quello del 1777, successivo alla scomparsa di Bianchi, con segn. 7.H.II.44, al quale sono stati allegati alcuni fascicoli arretrati contenenti scritti dello stesso Bianchi, apparsi sulla rivista. (Tutti i documenti, sia manoscritti sia a stampa, sono riprodotti fedelmente rispetto agli originali. Le parti sottolineate sono rese in corsivo. Le integrazioni sono tra parentesi tonda in corsivo.)
2) Cfr. F. VENTURI, Settecento riformatore, I. Da Muratori a Beccaria, Torino 1998, p. 334.
3) Cfr. G. LAMI, Memorabi-lia Italorum eruditione præstan-tium, I, Fi-renze 1742, pp. 353-407. Di questo testo mi sono occupato in Modelli letterari dell'autobiografia latina di Giovanni Bianchi (Iano Planco, 1693-1775), «Studi Romagnoli», XLV (1994, ma 1997), pp. 277-299. Su Planco, cfr. pure A. MONTANARI, La Spetiaria del Sole. Iano Planco giovane tra debiti e buffonerie, Rimini 1994; ID., G. Bianchi studente di Medicina a Bologna (1717-19) in un epistolario inedito, «Studi Romagnoli» XLVI (1995, ma 1998); ID., «Lamore al studio et anco il timor di Dio», Precetti pedagogici di Francesco Bontadini commesso della «Spetiaria del Sole» per Iano Planco, suo padrone, «Quaderno di Storia n. 2», Rimini 1995. Sui rapporti tra Bianchi e Lami, durante il soggiorno fiorentino di Planco del 1741, cfr. i cosiddetti Viaggi 1740-1774 (conosciuti anche come Libri Odeporici), SC-MS. 973, BGR, passim, ad annum. I loro incontri avvenivano soprattutto «al Caffè dello Svizzero», in un gruppo di «soliti». Alla data del 30 ottobre 1741, leggiamo: «andai al Centauro dove ricevei le Novelle Letterarie per tre settimane». Le peregrinazioni fiorentine avevano anche altri scopi, se troviamo scritto il 10 novembre successivo: «con una Viniziana andai da certe fanciulle che stanno vicino alla Dogana una delle quali impara a cantare, e laltra a dissegnare». Queste «certe fanciulle» richiamano alla mente i «certi posti del castello» dove lInnominato manzoniano (cap. XXI) faceva «una consueta visita».
4) Bianchi era stato chiamato alla Cattedra senese il 24 luglio 1741: «senza alcun suo maneggio», preciserà più tardi (per sottolineare come la scelta fosse stata dovuta soltanto a chiara fama), in un testo autobiografico (anchesso anonimo), i Reca-piti del dottore Giovanni Bian-chi di Rimino, Pe-saro 1751, p. III. Sulla paternità dei Recapiti, cfr. le Nov. (tomo XIX, 28 lu-glio 1758, col. 480). La parola «recapito» ha il significato di considerazione reputazione, stima. La data del 24 luglio, relativamente alla nomina, si ricava dalle Schede Gambetti (SG), ad vocem, in BGR. Nel fasc. 218, Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, Bianchi Giovanni (FGMB), in BGR, Bianchi scrive a proposito della sua chiamata a Siena: essa era avvenuta «senza nessun mio previo impegno». Nel fasc. 150, FGMB, è conservata una sua domanda per ottenere che «il settore Anatomico» fosse «a lui onninamente sottoposto nelle cose di Anatomia»: il che fa pensare a contrasti ed a rivalità tra colleghi. Planco era noto allora anche per altri studi scientifici, come il De conchis minus notis liber, Venezia, 1739, sui Foraminiferi. (Per altre voci, la cit. Miscellanea Manoscritta Riminese del Fondo Gambetti sarà indicata infra come FGMR.)
5) Di questAccademia ho trattato nella comunicazione (di prossima pubblicazione), svolta nel Convegno forlivese su Le Accademie in Romagna dal 600 al 900 (maggio 2000), ed intitolata Tra erudizione e nuova Scienza. I Lincei riminesi di Giovanni Bianchi (1745). Il nucleo originario dei Lincei comprende dieci componenti(cfr. le Nov., tomo VI, n. 53, 31 dicembre 1745, coll. 842-846). Oltre a Planco, «Restitutor perpetuus», ci sono: Stefano Galli, «Scriba perpetuus»; Francesco Maria Pasini, «Censor»; Giovanni Paolo Giovenardi, anchegli «Censor»; Mattia Giovenardi, Giovanni Antonio Battarra, il conte Giuseppe Garampi, Gregorio Barbette, Lorenzo Antonio Santini e Giovanni Maria Cella.
6) Ne dà notizia lo stesso Lami nelle Nov., tomo XI, n. 51, 18.12.1750, col. 801. Nel Lynceorum Restitutorum Codex,SC-MS. 1183 (BGR), c. 19r, si legge che Lami fu ammesso per vari meriti: laver pubblicato nelle sue effemeridi le leggi dellAccademia (della quale «semper bene senserit»), e lepistola planchiana «contra inscriptionem Pisciatelli», relativa alla secolare disputa sul Rubicone degli Antichi: epistola e disputa che torneranno in seguito in questo mio scritto.
7) Cfr. R. MEROLLA, Lo Stato della Chiesa, «Letteratura italiana, Storia e Geografia, II, II, Letà moderna», Torino 1988, p. 1076.
8) Cfr. MONTANARI, Giovanni Bianchi studente di Medicina, cit., p. 383.
9)Ibid., p. 385. Sulla vita culturale a Rimini tra 1600 e 1700, cfr. A. MONTANARI, Il libertino devoto. A proposito della «biblioteca Agolanti» (1719). Libri e circolazione delle idee a Rimini tra XVII e XVIII secolo, «Gli Agolanti e la Tomba bianca di Riccione», Rimini 2003, pp. 447-470.
10) Bianchi considera Galli «uomo erudito specialmente nelle lingue de dotti, Greca e Latina»: cfr. Nov.,tomo X, n. 29, 18 luglio 1749, col. 461.
11) La sua scuola privata riminese era iniziata nel 1720, e fu ripresa dopo il soggiorno senese. Bianchi vi insegnava la Filosofia, la Medicina (materia comune a tutti gli allievi), la Geometria e la Lingua greca.
12) Cfr. A. MONTANARI, Il contino Garampi ed il chierico Galli alla «Libreria Gambalunga». Documenti inediti, «Romagna arte e storia», n. 49/1997, p. 60. 13) Dal Commercium Epistolicum 1745-1775, SC-MS. 974, BGR, possiamo ricavare un elenco alfabetico dei librai italiani e stranieri con i quali Bianchi era in corrispondenza, oltre che di stampatori ed incisori. Bianchi pubblicò i propri scritti a Rimini, Pesaro, Bologna, Venezia (qui con Pasquali): cfr. infra, alla nota 91.
14) I legami con la corona del Portogallo procurano disavventure giudiziarie ai Pagliarini. Cfr. M. D. COLLINA, Il carteggio letterario di uno scienziato del Settecento, Firenze 1957, pp. 97-98.
15) In BGR, Fondo Gambetti, Lettere al dottor G. Bianchi (FGLB), ad vocem, esistono dieci lettere di Filippo di Stosch. Bianchi lo aveva conosciuto personalmente a Firenze, come si ricava dai citt. Viaggi 1740-1774, alla data del 3 novembre 1741: «( ) andai dal Sig. Baron Stosch appresso il quale mi trattenni fin passato mezzogiorno mostrandomi le sue librerie il Sig. Abbatino Mehus che gli fa come da Bibbiotecario, nella qual Libreria si trovano molti libri rari spezialmente in genere dAntichità». (Si noti che Bianchi scrive «Bibbiotecario», in consonanza lessicale con il concittadino Giuseppe Malatesta Garuffi il quale fu direttore della Gamba-lunghiana dal 1678 al 1694; ed aveva avviato un ampio programma editoriale e culturale sotto il titolo di Bibbioteca Manuale degli Eruditi: nel Genio de letterati, Forlì 1705, siveda il piano editoriale illustrato a p. 119 del II tomo.Il titolo della Bibbioteca Manuale è quasi sempre riprodotto come Biblioteca, ma sia nellunico volume a stampa così chiamato, sia nei rimandi che troviamo allinterno del Genio de letterati, pp. 9 e 119,la dicitura corretta è quella che ho riportato.) Stosch muore il 7 novembre 1757: Lami lo ricorda nelle Nov. (tomo XVIII, n. 46, 18 novembre 1757, coll. 720-724), con un commosso necrologio in cui scrive: «benché eterodosso», meritava «di essere onorevolmente commemorato ( ) pel suo bel genio per la letteratura ed erudizione, e perché fu un perpetuo Associato» alle Nov., «avendone avuto sempre stima, con tutto che qualche differenza nascesse tra i compositori di esse, e lui, nellanno 1742». Lami ricorda, di Filippo di Stosch, anche la «bella, e copiosa Biblioteca istorica, antiquaria, e di belle lettere, nella quale è un numero enorme di grossi codici, contenenti stampe e disegni geografici, e architettonici, messi insieme da lui con fatica e diligenza infinita; simil raccolta de quali non credo che altrove si trovi». Aveva parimenti un «ricco e raro Museo antiquario, che faceva in verità meraviglia». Tutte le lettere dirette a Bianchi citt. successivamente nel presente scritto, anche di altri mittenti, appartengono al FGLB.
16) Su Philipp von Stosch, giunto a Firenze agli inizi del 1731, ed i suoi rapporti con lambiente toscano, cfr. M. A. MORELLI TIMPANARO, Per Tommaso Crudeli nel 255° anniversario della morte, 1745-2000, Firenze 2000, passim.
17) Cfr. E. COCHRANE, «Nota introduttiva» a La letteratura italiana. Storia e testi, vol. 44, Dal Muratori al Cesarotti, tomo V. Politici ed economisti del Primo Settecento, Milano-Napoli 1978, p. 455.
21) Cfr. A. MONTANARI, Lumi di Romagna, Il Settecento a Rimini e dintorni, Rimini 1992-1993, pp. 63-70.
22) Cfr. A. TURCHINI, Scienziato, maestro e uomo di cultura, in «Giovanni Bianchi, Medico Primario di Rimini ed archiatra pontificio», a cura dello stesso TURCHINI e di S. DE CAROLIS, Verucchio 1999, p. 35.
23) Il 3 dicembre 1749 Garampi comunica a Bianchi: «in breve anderò ad abitare nel Palazzo Vaticano, ove avrò il comodo eziandio della Biblioteca. Onde io sono contentissimi non solo per la speranza del lucro venturo, quanto e per lonorificenza presente, e per la grande comodità che avrò in un Archivio e in una Biblioteca che non hanno forse pari nel mondo».