Riministoria

Antonio Montanari

Il furore dei marinai

Crisi istituzionale della Municipalità di Rimini

per la rivolta dei «pescatori» (30.5.1799-13.1.1800)
Revisione del testo del 23 settembre 2005

 

 

 

1. Alle origini dell’insurrezione

Rimini, 30 maggio 1799. Nella sua Cronaca cittadina, Nicola Giangi scrive: «Insorgenza. Oggi è stata una giornata delle più cattive» [1]. Il «governo francese» [2], iniziato il 5 febbraio 1797, giunge all’epilogo. Verso mezzogiorno, «sono venute in Terra tutte le Barche Pescareccie, unitamente ad una Barca Canoniera dell’Impero; tutti li marinari hanno impedito che si spari un Canone contro la Barca Canoniera, hanno messo à sassate il Comandante Fabert Francese, e il Comandante Sirò Cisalpino, e bastonati varj Soldati Piemontesi».

Dal porto la sommossa s’estende nel vicino centro abitato: ai pescatori si uniscono «li birbanti di Città». Tutti assieme vanno «a dar il sacheggio à due Boteghe di Ebrei» [3], bruciano «gli Arbori di Libertà», ed assaltano il «Palazzo Publigo», dove rubano «tutto quello che vi era» [4], dopo aver «rotto ogni cosa». Sintetizza Giangi: «Tutte le Boteghe, case e fenestre levate; un chiasso, un susuro ben grande».

Più analitico, il notaio Michel Angelo Zanotti scrive nel suo Giornale [5]: quel 30 maggio è stato «giorno di terrore, e di allegrezza insieme». Ventiquattr’ore prima, la notizia che gli austriaci hanno fatto ingresso a Ferrara, Bologna e Ravenna, e minacciavano Forlì, ha cagionato «gran fermento nel Popolo, che diviso in complotti dava segni di pericoloso tumulto». Si aspettavano i soldati di Vienna, per regolare i conti in sospeso con quelli di Parigi. Il 26 marzo gli eserciti austro-russi della seconda coalizione hanno aperto le operazioni militari sul fronte italiano. Papa Pio VI era stato già da qualche giorno fatto prigioniero dai francesi in Toscana, dove si era rifugiato il 20 febbraio 1798. I francesi, il 27 aprile, sono stati sconfitti a Cassano d’Adda, ed hanno sgombrato Milano: è così caduta la Repubblica Cisalpina [6]. Il 22 maggio Ferrara si è arresa: in città, contro giacobini ed Ebrei si sono scatenate violenze e vendette [7]. Il 27 maggio, alla sera, sono entrate in Ravenna le truppe tedesche.

L’occupazione napoleonica ha stremato le nostre popolazioni. Sotto la cenere cova il fuoco della vendetta non soltanto contro i militari francesi, ma anche verso quanti hanno parteggiato per le idee repubblicane. La scintilla scocca sull’acqua, come ha spiegato Giangi: i marinai che approdano al porto di Rimini, bloccano ogni reazione delle truppe francesi contro il brigantino austriaco.

Zanotti ricostruisce la scena in tutti i dettagli: «le Barche pescareccie rientrano frettolosamente quando il brigantino austriaco con bandiera imperiale ridottosi in poca distanza fà fuoco sulla trinciera». I marinai impediscono che il cannone costiero replichi verso il brigantino, dal quale si sentono protetti. Ai marinai, prosegue Zanotti, si accodano gli «abitanti dello stesso Porto». Armati di remi, bastoni e pietre, essi mettono in «precipitosa fuga» la guarnigione francese. Il legno imperiale attracca mentre, tra «un sonoro generale fischiamento» ed «una tempesta di sassi», il comandante cisalpino fugge verso la «Porta marina» e rientra in città. Il Tenente di Marina Carlo Martiniz, giunto con il brigantino austriaco, «si unisce co’ sollevati marinari, ed insieme assalgono la nominata Porta marina».

Giangi riassume la situazione in una frase lapidaria: «Il Tenente Carlo Martiniz Capo della Barca Canoniera ha in parte sedato il tumulto».

La differenza che riscontriamo tra il racconto di Giangi e quello di Zanotti, è importante. Sulle pagine di Zanotti si basano le interpretazioni contemporanee che vedono nell’incidente armato sul porto l’inizio di una vera e propria «insorgenza» [8]: le guardie della «Porta marina» abbandonano ogni difesa, «atterrite dalla nata insurrezione dei marinari», e Martiniz entra «trionfante» in città. Lo precede un parone del Borgo San Giuliano (abitato dalla marineria riminese), Giuseppe Federici, «chiamato volgarmente ‘il glorioso’» [9], che è accompagnato da alcuni suoi fratelli e da «una turba numerosa di gente sussurrante del Porto». Tutta questa parte della vicenda manca nella Cronaca di Giangi, il quale prosegue ricordando soltanto: «La notte però varj ladri particolari armati sono andati in Casa Lettimi, e in Casa Ferrari à voler del denaro».

La differenza tra le narrazioni di Giangi e Zanotti, dipende dal diverso atteggiamento nei confronti della vicenda, che essi assumono nelle loro cronache. Anzitutto Giangi, al contrario di Zanotti, ne subisce le conseguenze nella notte tra 27 e 28 giugno, con un traumatico arresto che è, come vedremo, frutto di un’avversione particolare nei confronti suoi e della sua famiglia. Giangi inoltre fa un semplice resoconto, mentre Zanotti ambisce a comporre una ben più articolata e complessa pagina descrittiva, nella quale esprimere una precisa (ma anche molto addomesticata) interpretazione degli eventi [10]. Tra i due esiste infine una diversità culturale: mentre Zanotti è uomo di studio e di lettere, Giangi è un semplice mercante che compila le sue carte, si direbbe, per passatempo (ed in questo caso, per testimonianza), senza quella specifica intenzione storiografica che troviamo nel suo più illustre collega il quale fu pure archivista comunale.

A Zanotti preme di dimostrare che la rivolta antifrancese è fatta in nome di ideali politici e religiosi a cui doveva essere tributato il massimo rispetto, perché rovesciavano i pericolosi princìpi di libertà propagandati dalle truppe repubblicane e da quanti le avevano applaudite. Nelle pagine del Giornale, dove si narrano gli sviluppi dei giorni seguenti, Zanotti accompagna inevitabilmente all’elogio degli «Insorgenti» pure la denuncia degli eccessi commessi in quei giorni a Rimini, che egli attribuisce non agli stessi promotori della rivolta antifrancese, ma a quella popolazione che loro s’accompagnava, provocando azioni che il nostro cronista definisce non condivisibili, anzi decisamente condannabili.

Questa distinzione, in apparenza intelligente ed acuta nel contesto letterario della pagina, non regge all’atto della verifica logica della narrazione: il giudizio storico dev’essere rivolto ai fatti nel loro complesso, non può essere interpretazione e giustificazione delle intenzioni (buoni i marinai, cattivi i «villani» calati «dalla Campagna, e dai vicini monti»): soprattutto anche perché non sappiamo sino a qual punto quelle intenzioni fossero veramente degli «Insorgenti» oppure soltanto dell’autore del Giornale.

Uno studioso riminese dell’Ottocento, Antonio Bianchi racconta quegli stessi fatti con una lucidità che s’accompagna ad una freschezza di ricordi se non personali almeno famigliari: le sue parole, più che da storico, sono quasi quelle di un testimone, essendo nato nel 1784, e vivendo, all’epoca degli eventi esposti, a Rimini, dove attorno al 1790 il padre si era trasferito dalla natìa Savignano per fare educare meglio il figlio [11]. Scrisse Bianchi che «i nostri paesi scarsi di presidj tumultuavano, specialmente per essersi innoltrati gli austriaci fin sul Ravennate, quando il 30 maggio alla vista di un reggimento austriaco scoppiò una rivolta nella marineria, alla quale si unirono i birbanti della città secondo il solito, rivolta già preparata e combinata» [12].

La penna di Bianchi stava per procedere oltre, come documenta il manoscritto, edito da Luigi Vendramin [13], per precisare che la rivolta era stata «combinata dal ...». Ma un ripensamento lo porta a cancellare quel «dal» che avrebbe introdotto un chiarimento, il quale sarebbe stato assai utile oggi per noi, ed a limitarsi ad un’affermazione che potrebbe apparire generica, mentre in sostanza non lo è. Bianchi spiega che quell’insorgenza non era un’azione spontanea ma appunto «combinata»: la sua opinione reca così un altro significativo contributo nell’inquadramento degli eventi riminesi. Bianchi era un cattolico alieno da simpatie o nostalgie rivoluzionarie, anzi piuttosto conservatore. Egli si mostra fortemente critico nei confronti del potere temporale. L’equilibrio di giudizio che appare nella sua Storia di Rimino, deve suggerirci di considerare con attenzione la cancellatura, che forse Bianchi usa per non apparire troppo pettegolo riguardo ad avvenimenti a lui troppo vicini.

Ritornando a Zanotti, va detto che il suo racconto, nella posizione pregiudiziale di favore e simpatia nei confronti dei protagonisti dell’asserita controrivoluzione, non coglie altri aspetti che appaiono evidenti e primari nella successione degli eventi: i «marinari» non soltanto partecipano (lo vedremo tra breve) a tutta una serie di gravi disordini contro cose e persone della città, ma (come si spiegherà) bloccano la vita politica di Rimini sino al punto di rendere necessario un governo provvisorio che deve ‘dialogare’ con l’invasore austriaco, da cui riceve legittimità istituzionale, in un’ambigua fase di transizione.

Dalla serie dei fatti realmente accaduti, potremo anzi ricavare un giudizio opposto a quello espresso da Zanotti: ai marinai non interessava soltanto cacciare i francesi, ma soprattutto approfittare della confusione militare (e politica) esistente in quei momenti, per imporre con la violenza al governo della città un mutamento sostanziale che eliminasse il tradizionale sistema di rappresentanza basato sui due ceti di «Nobili» e «Cittadini » (i borghesi). Questo sistema li teneva lontani dal diretto controllo della cosa pubblica, mentre essi si dimostravano da tempo, ed in maniera incontrovertibile, uno dei motori dell’economia locale.

Ovviamente, Zanotti non poteva accettare che tutto questo accadesse, e non poteva condividere anche gli aspetti negativi di quell’«insorgenza»: per tale motivo, nel proprio racconto, deve accompagnare alle scene (a lui gradite) in cui si grida a favore della Religione e del papa, anche quelle verso cui esprime la sua condanna, cioè quelle in cui agisce la «malcostumata plebe» ed irrompono i «malintenzionati che riempiono le piazze». L’«universale sommossa» porta persino all’assalto delle carceri [14], scrive Zanotti, con la liberazione dei «detenuti per politiche opinioni», dei «delinquenti criminosi» e dei «forzati così detti galeotti».

Anche a Rimini come nelle altre città dell’Italia del Nord, si scatena il «terrore bianco», così chiamato perché simile a quello francese dell’inverno 1794-95 dopo il colpo di Stato dei moderati del 9 termidoro (28 luglio 1794). Gli austriaci hanno iniziato dovunque una dura repressione che colpisce migliaia di patrioti. Anche loro non si comportano in maniera troppo diversa dai nemici francesi. L’unica differenza è che le truppe di Parigi si presentavano con un biglietto da visita in cui i princìpi di libertà, eguaglianza e fraternità erano un proclama condiviso da molti patrioti (e ben presto tradito nella pratica militare e di governo), mentre quelle di Vienna innalzano le insegne, care ai reazionari, dell’aquila imperiale e dell’«amore della Santa Fede», come leggiamo in un proclama pubblicato a Rimini l’8 giugno [15].

Dietro ad una di queste due insegne, quella religiosa, balenano forti dubbi ed inquietanti domande, se dobbiamo stare ad un Sonetto estemporaneo [16] intitolato Nel faustissimo arrivo delle truppe austriache nella città di Rimino il giorno 4 luglio 1799, dove si legge, dopo il ringraziamento «al grand’Iddio»: «Dal pio Cesare fatta è già sicura | Italia; e non andrà guari che inulto | Non resti il fallo de l’infame Roma». Se il poeta avesse voluto accusare come infame il «fallo» dei francesi a danno del papa (la sua prigionia), non avrebbe accostato l’aggettivo al nome della città: egli quindi intende accusare direttamente il governo romano di non aver difeso il papa-re dagli attacchi repubblicani, ma ignora che l’imperatore d’Austria (ora tanto esaltato) ha negato a Pio VI [17] quell’ospitalità poi concessagli dal granduca di Toscana. Non poteva di certo sottoscrivere, il nostro poeta, le affermazioni dell’Encyclopédie, laddove si legge che la corte del pontefice era composta da uomini «preoccupati di accrescere la dignità e la potenza del papa, al fine di trovarvi loro stessi di che accrescere la propria dignità e arricchirsi» [18]; ma poteva esservi pericolosamente vicino.

Altri interrogativi: può esistere un collegamento tra l’inizio del sonetto, in lode della marineria [19], e questo definire «infame» Roma? Quanti, di quella marineria, erano dello stesso parere del poeta, cioè criticavano il governo pontificio? Quest’autore era un solitario, oppure esprimeva idee diffuse? Ed infine, quali sono queste idee: quelle favorevoli ad un potere spirituale, a Roma, scisso da quello temporale? Oppure sottomesso a quello dell’imperatore? Oppure infine, come vedremo, ad un governo cittadino del tutto autonomo da ogni controllo esterno, pontificio od imperiale che fosse?

 

 

2. La società riminese del 1700

Due notizie è necessario ricordare, a questo punto, per comprendere l’importanza del ruolo che la marineria svolgeva in città: essa formava «una Classe di circa tre mila Persone», sui tredicimila abitanti che aveva allora Rimini [20]; nel 1796, al Legato di Romagna, in relazione al problema del sequestro della armi, si era scritto che la marineria era «poco docile» [21]. Contemporaneamente, allo stesso Legato era stato pure comunicato che i problemi maggiori per il mantenimento dell’ordine pubblico riguardavano i contadini, «esposti ai derubba­menti, e crassazioni di fuorusciti, e vagabondi», ed i marinai, «intimoriti da funesti incontri per mare»; mentre la città era «esente la Dio mercé da complotti, congiure, ed altre pericolose turbo­lenze» [22].

L’importanza, sotto il profilo statistico, della marineria, e le sue caratteristiche che ne facevano una forte componente della vita sociale ed economica riminese, trovano conferma nei moti di cui stiamo parlando, con i quali si cerca di riproporre una specie di libero comune, slegato da ogni altra autorità costituita, mentre incombeva un’altra dominazione militare straniera.

Lo spirito municipalistico non è nuovo, in quei frangenti. Studiando gli eventi riminesi del 1796-97, ho già sottolineato come fosse allora presente «un modo di schierarsi ideologicamente contro ogni potere, considerato come estraneo e soltanto repressivo, in un sogno municipalistico che lo Stato coincidesse soltanto con le mura della città» [23]. Al proposito, ho riportato anche una frase di Franco Venturi, relativa ad un «patriottismo locale» settecentesco, consistente nel «chiudersi nel proprio mondo in difesa contro tutto e contro tutti» [24]. Nel 1799, rispetto all’apparire dei francesi prima in Italia e poi in Romagna tra 1796 e ‘97, questo spirito municipalistico coinvolge non più soltanto la classe dirigente degli aristocratici in declino e dei borghesi in ascesa, ma pure la marineria che rappresenta un gruppo tenuto ai margini della vita pubblica, nonostante il suo ruolo economicamente fondamentale, come si è già detto, nella vita riminese.

Esiste una complessa e ben delineabile attività rivolta al cambiamento, all’interno della società cittadina riminese del XVIII secolo, che si accelera proprio nel triennio rivoluzionario: ne possiamo avere un esempio fondamentale con lo scatenarsi di rivalità al momento della restituzione del «sopravanzo» della contribuzione versata nel 1796 ai francesi. Di ciò ho trattato in uno studio [25], dove ho riassunto anche i momenti principali della «storia segreta delle pretese Nobiliari che percorrono tutto il Settecento riminese», con le quali l’aristocrazia cerca di mantenere il proprio primato e di fermare l’avanzata dei «Cittadini», mentre costoro espugnano (con ogni mezzo) la roccaforte dell’aristocrazia. Per la restituzione del «sopravanzo», il Consiglio civico inizia una vertenza con il clero che era considerato categoria privilegiata. In tale vertenza, si parla soltanto di due categorie, «Laici» contro «Ecclesiastici», quasi si fosse realizzata all’interno della prima classe un’inedita union sacrée fra i ceti rivali di «Nobili» e «Cittadini ». Ma così non è: l’alleanza è unicamente pensata per scopi tattici. Le vere intenzioni dei «Nobili» sono altre: i proprietari terrieri aristocratici tentano di colpire gli interessi dei borghesi, e di eliminare le situazioni parassitarie del clero, fonti di ostacoli allo svolgimento di una vita economica che ora si tenta di modificare e regolare su nuovi ritmi.

Fino all’estate del 1796, nulla avevano voluto mutare i «Nobili» perché tornava loro utile il sistema dei privilegi che lo Stato della Chiesa gli aveva concessi, per conservarne il consenso. Quando ormai le idee ‘giacobine’ [26] hanno una certa diffusione in Romagna, ci si rende conto che è pos­sibile mutare qualcosa di quella società. Politica ed economia si legano, dunque, in quest’apparente alleanza che i «Laici» riminesi stringono fra loro, nel tentativo di piegare il clero ed il governo pontifi­cio ad un diverso comportamento, mentre si vive tra i due fuochi dell’emergenza: da una parte ci sono i preparativi romani di guerra e l’invasione francese, dall’altra serpeggiano inquietudini più o meno consapevoli tra «Nobili» e «Citta­dini» per motivi in parte opposti (la concorrenza sociale) ed in parte analoghi (la volontà di sottrarsi all’egemonia degli Ecclesiastici). Alla fine, la Municipalità sembra averla vinta sul vescovo di Rimini; ed i «Nobili» utilizzano i bor­ghesi, fingendo di difendere anche gli interessi di questi ultimi, con l’evidente intento di neutralizzarli nella loro ascesa sociale. Ma il sopraggiungere delle armate repubblicane chiude momentaneamente la par­tita, con lo schierarsi di molti aristocratici dalla parte dell’invasore.

Quando quelle armate sono cacciate (e così torniamo proprio all’inizio del nostro discorso), gli equilibri sociali non sono più gli stessi del periodo anteriore al «governo francese». Le gravi ed estese devastazioni delle campagne, le prepotenze, gli abusi, le violenze continue contro le persone ed il patrimonio privato o pubblico, hanno sconvolto il panorama umano e sociale, aprendo il varco ad una protesta sempre più vasta ed intensa. Di questo clima del tutto nuovo che caratterizza anche la vita di Rimini, approfitta la «poco docile» classe dei marinai, seguìta dai «villani» dei dintorni.

 

 

3. Cronache legittimiste: le verità nascoste

A chiarire le cronache sia di Giangi sia di Zanotti, serviranno verbali ed altri documenti inediti dell’Archivio storico comunale di Rimini, dai quali appare la successione dei fatti, con quella certificazione che possono fornirci soltanto gli atti ufficiali. Se da un canto questi documenti sono una semplice registrazione dell’accaduto, per cui non ne danno le spiegazioni che noi cerchiamo; da un altro punto di vista, essi costituiscono una buona base di partenza per ricostruire correttamente la successione degli eventi, e soprattutto per esaminarne gli aspetti che ci preme qui di considerare, e che attengono all’evoluzione della realtà istituzionale della comunità riminese.

Con tutta evidenza, è chiaro che ogni atto ufficiale, per la sua stessa natura, non è in grado di restituirci completamente i retroscena che ad esso conducono, e che invece possono risultare dalle cronache che abbiamo già citate. Questo circolo virtuoso tra documenti ufficiali e cronache private, permette di svolgere il discorso storico, a patto però di condurre su quelle cronache una specie d’esame stratigrafico, per considerarne non tanto la veridicità (che è fuori discussione per la conferma che ne deriva dagli atti pubblici), quanto l’impostazione che le condiziona e le dirige verso determinati obiettivi: ogni rappresentazione presuppone un atteggiamento dell’autore che privilegia certi aspetti o ne trascura altri. Individuato il punto di vista ideologico da cui si pone Zanotti, è possibile interpretare il suo racconto come espressione di una determinata ‘concezione del mondo’ che lo guida nella ricostruzione e nella narrazione degli eventi.

Potrebbe apparire pleonastico quanto finora si è esposto: ma, nel caso di Zanotti, si rende necessaria quest’opera d’interpretazione critica che non è mai stata attuata suoi confronti [27]. Per superficialità o convenienza ideologica (od anche, nel migliore dei casi, per semplice disinteresse), non si è esaminato il significato del suo Giornale; ci si è limitati a riprenderlo allo scopo di costruire una trama narrativa di sottofondo, oppure per usarlo a conferma di tesi applicate in sede locale a determinate questioni ideologico-politiche come il fenomeno delle «insorgenze». Vale anche per Zanotti quanto ha osservato Anna Maria Rao in sede nazionale: a forgiare immagini negative delle insorgenze popolari «sono soprattutto le cronache redatte da membri del clero o delle élites locali legittimiste: fonti preziose, spesso le sole disponibili per la ricostruzione degli eventi, ma che molto ci dicono non tanto delle attitudini popolari quanto delle paure di borghesi e possidenti» [28].

 

 

4. Il quadro internazionale

Un altro aspetto preliminare da considerare, riguarda la capacità di condizionamento che la rivolta dei marinai ha sul regolare corso della vita amministrativa riminese. Gli insorti riminesi dimostrano un forte potere contrattuale pure nei confronti delle autorità militari austriache. Essi si permettono di disobbedire impunemente ai loro ordini ed ai progetti di riappacificazione proposti, anzi imposti.

La «provvisoria Magistratura» che ne deriva, va aggiunto, non è soltanto una conseguenza della crisi interna alla società riminese, bensì pure dell’emergenza politica provocata dagli eventi militari che hanno contribuito a rendere ancora più instabile e squilibrata la situazione cittadina.

Quando muta il contesto internazionale, anche a Rimini cambiano le cose, a dimostrazione della sovranità limitata a cui gli Stati italiani sono stati sottoposti dal sistema politico europeo «dell’equilibrio» [29], e dalle divisioni territoriali della Penisola. Come ha scritto S. J Woolf, l’Italia per tutta la prima metà del secolo XVIII è stata considerata soltanto «una pedina» nel gioco diplomatico europeo, rimanendo «un oggetto di secondaria importanza fino ai nuovi conflitti aperti dalla rivoluzione francese» [30].

Il 23 ottobre 1799 la Russia ritira le proprie truppe dalla seconda coalizione. Il 9 novembre c’è il colpo di Stato che in Francia porta, il 13 dicembre, alla nuova Costituzione dell’anno VIII, ed alla designazione dei tre nuovi consoli (tra cui Napoleone Bonaparte). Nuovamente la Francia appare minacciosa per le nostre sorti italiane: da questo momento esse sono «decise come quelle della Francia, dalla volontà del Primo Console» [31].

Il 13 gennaio 1800, cessa a Rimini la Magistratura provvisoria e riprende la normale attività amministrativa, pur in mezzo ad inevitabili difficoltà pratiche e politiche, conseguenti agli eventi precedenti. Il primo febbraio entra in carica il nuovo governatore nella persona di Luigi Brosi: si tratta del vecchio governatore fuggito da Rimini il 2 febbraio 1797 assieme al vescovo Ferretti, due giorni prima cioè che giungessero, il 4 sera, i francesi. Il 3 febbraio 1800 il nuovo Consiglio riminese è finalmente insediato. Ritorno alla normalità, dunque, anche se per poco. La vittoria napoleonica di Marengo, il 14 giugno, avrebbe infatti aperto un nuovo capitolo, con la ricostituzione della Repubblica Cisalpina (5 giugno 1800), poi diventata Repubblica Italiana (26 gennaio 1802), ed infine trasformatasi in Regno d’Italia sotto le insegne del potere francese (18 marzo 1805).

A questo punto c’è da affrontare un’ultima questione: chi poteva avere in città una mente così attenta agli sviluppi della situazione internazionale, da essere in grado di guidare con i propri suggerimenti quella locale? Non certo persone appartenenti al clero, alla marineria o (tanto meno) alla plebe inferocita delle campagne, ma ovviamente quelle che erano state prescelte per governare Rimini, e che avevano in parte già maturato esperienze politiche precedenti nella pubblica amministrazione [32]. Accanto a loro, però, ipotizzerei la presenza di un altro personaggio riminese che ufficialmente non figura né tra i nemici né tra gli amici della nuova Magistratura provvisoria, ma che un documento segreto proprio del 5 novembre 1799 ci permette di identificare in Nicola Martinelli [33].

In tale data gli Amministratori riminesi stilano un riser­vato riconoscimento dell’attività di Martinelli allorquando da Milano la Commissione gene­rale di Polizia richiede «un’esatta informazione» sulla sua condotta dopo l’invasione e l’occupazione da parte dei soldati di Napoleone. La risposta sottolinea che tale condotta «lontana dall’aver ispirato cattiva opinione di se stesso è stata piuttosto riconosciuta plausibile in rap­porto all’interesse, che indefessamente in sì terribile occasione ha adoprato per migliorare la fu­nesta sorte della stessa sua Patria invasa dal Nemico, come altresì per lo zelo, ed impegno dal medesimo addimostrati per conservare il buon ordine, e la pubblica tranquillità, essendovi in ambidue gli oggetti riuscito per quanto lo portavano le in allora luttuose circostanze». Significa qualcosa che, alla sua scomparsa nel 1805 a 63 anni, si meriti quest’elogio da parte del cronista Giangi: «È morto il conte Nicola Martinelli, l’uomo più bravo in politica che ave­vamo». «Abilissimo e di fina politica», lo definisce Zanotti, classificandolo come un personaggio «soverchiamente politico, mondano, e generalmente malveduto» [34].

Ho presentato questo documento [35] in un’altra comunicazione preparata per la nostra Società, sottolineando che, se la politica è l’arte del possibile, Martinelli ne è un esemplare tanto perfetto da riuscire sempre a primeg­giare, nonostante sospetti ed accuse provocate ad arte contro di lui, a causa delle sue polemiche affermazioni contro i comportamenti dei francesi, le quali non gli impedirono di diventare presidente dell’Amministrazione Centrale romagnola, e Seniore del Dipartimento del Rubicone nella Ci­salpina, oltre che candidato alla pre­stigiosa carica di ambasciatore presso la Corte di Vienna.

Forse, dall’appartato silenzio in cui Martinelli continuò a coltivare la sua onestà intellettuale di cittadino sempre consapevole dei propri doveri, indipendentemente dalle scelte politiche personali, derivò qualche suggerimento utile al governo della cosa pubblica riminese, in momenti in cui era difficile decifrare non soltanto il futuro ma anche (se non soprattutto) il presente. Già in precedenza, durante il «governo francese», egli si era dimostrato un sottile ed impavido mediatore, attirandosi l’accusa, da parte della Giunta di Difesa della Cispadana, di essere sempre stato uno sfrontato doppiogiochista [36].

Ho già documentato in altre pagine [37] che Martinelli fu uno studioso attento di Economia politica [38], seguace del pensiero riformistico di Beccaria, e sostenitore della «libera panizzazione» in anni vicini (1791) a quelli di cui ci occupiamo ora. La sua preparazione e la sua intelligenza non dovettero passare inosservate, in quei giorni tormentati, ai responsabili dell’amministrazione riminese, anche se nessuna cronaca attesta un ruolo da lui giocato dietro le quinte della vita politica ufficiale.

Accanto al nome di Nicola Martinelli si potrebbe fare anche quello di Daniele Felici Capello. In età repubblicana, egli ha ricoperto importanti incarichi non soltanto a Rimini: è stato con lo stesso Martinelli nell’Amministrazione Centrale di Romagna (1797), diventandone presidente. E’ stato commissario governativo nel Dipartimento del Rubicone (1798). Sarà ministro dell’Interno nella Repubblica Italiana (1803) e ministro delle Finanze nel Regno Italico di Napoleone [39]. Durante la Reggenza è amministratore del Dazio sulla macina del grano.

 

 

5. Tra «Insorgenti» e «Rivoltosi»

Il bilancio del primo giorno d’insurrezione registra anche l’assalto, con conseguente saccheggio, al palazzo municipale ed a quello del governo da dove era appena fuggito il comandante francese che vi aveva la propria residenza. Tra i «Rivoltosi», scrive Zanotti, ci sono «femmine benanche»: tutti «via seco trasportano quadri, tavolini, sedie, specchi, panni, e robe qualunque, riempendone le proprie abitazioni». Tocca poi alle botteghe degli Ebrei: gli «Insorgenti» le vuotano prontamente delle merci. «Minacciano in seguito il sacco a non poche case delle più distinte prevenute di giacobinismo. La Città si trova in una fatale anarchia, ed ognuno teme il maligno furore della Plebaglia, per cui ogni Cittadino cerca porre in sicura e salvare le proprie sostanze: tutti sono occupati a nascondere le più care in siti maggiormente remoti. Chi sottoterra, e ne lettami le ripone, chi le chiude, e chi le gitta ne pozzi, e nelle fetide sentine».

Il registro lessicale di Zanotti passa dalla definizione di «Rivoltosi» (quando riferisce le azioni compiute contro la cosa pubblica dal «maligno furore della Plebaglia»), a quella di «Insorgenti» quando l’ira popolare si rivolge ai fondaci degli Ebrei. La parola «Rivoltosi» ha una connotazione che ne fa delle figure degne di biasimo: essi sono «malintenzionati» che non meritano nessuna comprensione. Invece per quanti vanno a rubare nelle botteghe di cittadini di Religione ebraica, Zanotti ricorre al termine di «Insorgenti», che non ha quella stessa connotazione negativa, sibbene un significato del tutto e soltanto positivo nel contesto delle scena. Gli «Insorgenti», infatti, sono gli stessi che hanno cacciato i francesi sul porto, ed hanno gridato solennemente viva il Papa, viva la Religione, mentre distruggevano i «vessilli della libertà», capeggiati dal «glorioso» Giuseppe Federici. I «Rivoltosi» sono popolani e plebei non guidati da un criterio politico, ma che obbediscono soltanto alla sete di vendetta, abbandonandosi ad ogni danno ed offesa verso le cose pubbliche o le proprietà altrui. Gli «Insorgenti» sono di tutt’altra pasta, per Zanotti: si presentano come gli eroi del cambiamento, protagonisti di una restaurazione che inonda le strade di altri slogan: morte alla Repubblica, morte ai Giacobini, viva l’Imperatore.

Mentre i «Rivoltosi» rubano ogni cosa, precisa Zanotti, «gli Insorgenti passano più oltre», affacciandosi «a Fondaci degli Ebrei» e spezzando le porte delle loro botteghe. Sembra quasi che gli «Insorgenti» debbano obbedire ad una missione, compiendo un’azione legittima e necessaria, in cui non «vagliano i pianti giudaici a trattenerli». Dopo gli Ebrei, ad essere colpiti sono i presunti giacobini (con il già ricordato «sacco» alle loro case): sia gli uni sia gli altri debbono apparire agli occhi di Zanotti persone da vilipendere e disprezzare, se il nostro cronista non ha neppure un cenno di biasimo verso gli «Insorgenti», quasi che essi possano giustificarsi soltanto gridando viva la Religione e morte ai suoi nemici.

Questa pagina di Zanotti è esemplare per esaminare un aspetto fondamentale nell’approccio alle fonti storiche: cioè, per comprendere come l’uso della parola possa essere piegato ad esprimervi soltanto le proprie convinzioni, anziché essere rivolto a descrivere compiutamente la realtà nel suo divenire. L’aspetto lessicale appare così un elemento da considerare in una fase propedeutica rispetto all’utilizzazione critica delle stesse fonti: se non scopriamo i «trucchi» nell’uso delle parole, non possiamo comprendere i significati che ne derivano, o ci sono tenuti nascosti. Il linguaggio è il filtro attraverso cui passano i fatti: senza analizzare il primo, si accettano acriticamente i secondi, e non ci poniamo il problema della visione personale che il cronista assume e proietta nelle sue pagine con la scelta di un termine piuttosto che di un altro.

L’osservazione è confortata dalla lettura di un recente saggio di Ezio Raimondi [40], dove il tema dell’uso della parola approda ad un’enunciazione teorica, in campo umanistico-letterario, che ben si collega con il lavoro storiografico. Raimondi, riferendosi all’oggi, in cui si rende necessaria una retorica che sia «interrogazione razionale sul molteplice che è l’uomo», offre una riflessione (in sé anche filosofica) che, se rovesciamo la prospettiva e anziché al futuro pensiamo al passato, ci suggerisce d’interpretare quanto è scritto nelle fonti storiche come frutto di scelte ‘retoriche’ che occorre decifrare per spiegare, prima che gli eventi, le stesse ricostruzioni di cronaca. Se, come scrive Raimondi, «retorica ed ermeneutica sono strumenti che [...] ci danno il principio di una risposta da cui si generano nuove domande», e se non dobbiamo credere «alle verità come possesso e non anche come ricerca e tensione»; allora, lo scopo di un’indagine storica dovrebbe essere pure quello di utilizzare gli stessi strumenti (retorica ed ermeneutica) per accertare quante «verità come possesso» che leggiamo in una fonte, possano ostacolare (mediante interpretazioni, suggestioni, mistificazioni, travisamenti) la ricerca della verità intesa in senso problematico, cioè quale «interrogazione razionale» su quel «molteplice» che al pari dell’uomo è anche la Storia. La Storia dovrebbe così tentare di cogliere non «le verità assolute bensì quelle in conflitto», assumendo una funzione pari a quella che Raimondi attribuisce alla retorica.

Partendo da questo presupposto possiamo constatare che, nella visione politica del nostro cronista, la «fatale anarchia» in cui Rimini è precipitata, è il lascito disperato della «libertà» che i francesi avevano introdotto sulla punta delle loro armi. Quella «libertà» era essa stessa, per i sostenitori dei governi dell’antico regime come Zanotti, un sinonimo di anarchia, in quanto demoliva tutto il sistema con cui fino ad allora si erano retti lo Stato e la città. Cacciati i francesi e negata la loro oltraggiosa «libertà», per giustificare gli avvenimenti determinatisi occorre ricorrere ad un’altra mistificazione ideologica: gli «Insorgenti» hanno fatto cosa degna di lode cacciando i francesi, ma dietro di loro sono arrivati a guastare la festa quei «Rivoltosi» che tentano una nuova rivoluzione, proprio nel momento in cui la gioia per la cacciata dei soldati bonapartisti doveva esplodere al massimo con un Te Deum ed un inno all’Imperatore d’Austria, oltre ai consueti sonetti frutto di fantasie eccitate dal susseguirsi degli eventi militari.

La «fatale anarchia» ed «il maligno furore della Plebaglia» e dell’«insana gente», nel racconto di Zanotti, non sono opera di miscredenti, ma di donne ed uomini che inneggiano alla Chiesa ed alla Religione: perché, dunque, succede tutto questo, che cosa li ha spinti ad agire? Come Zanotti, molti del suo tempo (e del nostro) non vogliono ricordare che quelle popolazioni si muovono per bisogno proprio e non per difendere gli interessi politici del papa: è la vecchia lezione impartita con il Saggio storico da Vincenzo Cuoco, da una cattedra politicamente opposta a quella del nostro cronista, e con diverse intenzioni (dimostrare perché era fallita la rivoluzione napoletana dello stesso 1799).

La terribile «fame» che invade le nostre contrade dopo l’occupazione francese, sfocia prima nelle «rivolte» del 1797 contro le quali s’accaniscono le truppe dell’invasore [41], e poi in questi tumulti insurrezionali del 1799. Zanotti non inquadra i fenomeni che descrive nel contesto sociale ed economico in cui la città ed il contado stavano vivendo da un biennio. Egli coltiva l’ideale di una società imperturbabile ed immutabile come possiamo constatare quando, anziché esultare (dal suo punto di vista) per quella che avrebbe dovuto apparirgli come una giusta punizione dei giacobini, è costretto a denunciare il comportamento dei «molti malintenzionati della plebe» che vanno a colpire le case dei simpatizzanti della Repubblica, turbando quell’ordine che per lui era il sommo bene.

Davanti al «furore della Plebaglia» nulla possono i militari austriaci, per cui si fa ricorso a «probi, ed autorevoli cittadini» che intervengono allo scopo di «por fine a tanto disordine». Tra questi ultimi, Zanotti ricorda «il canonico Ottavio Zollio, soggetto di assai buona opinione, e ben affetto presso il pubblico» (e futuro vescovo di Pesaro), il quale usa «dolci tratti» verso il popolo vociante, riuscendo a convincerlo alla calma: è così possibile «con universale sorpresa eseguirsi con tutta quiete l’ultima Processione, che rimanea a farsi dell’Ottavario del Corpus Domini, quella cioè della Parrocchiale di S. Colomba cattedrale la quale si aggirò soltanto d’attorno alla sua Chiesa di S. Agostino [42], affine d’evitare il clamoroso passaggio della strada maestra».

Il tenente Martiniz [43] con un severo «proclama contro i sediziosi malintenzionati», provvede a «far cessare gli eccessi, a quali maggiormente sarebbonsi abbandonati gli ammutinati». Gli oggetti rubati «vennero nella stessa sera in gran parte» restituiti ai legittimi proprietari. Le cose dovettero andare diversamente rispetto sia alle attese di Martiniz sia alla descrizione di Zanotti, se quest’ultimo poi deve precisare che «la notte appresso riuscì assai turbolenta», a causa di «molti malintenzionati della Plebe, che sotto pretesto di giacobinismo molestarono, e derubarono varie Persone, che incontrarono, ed assalirono alcune Case, che costrinsero a contribuirgli robe, e denari».

 

 

6. Giorno «funesto» e decisivo, il 31 maggio

I disordini proseguono la giornata successiva, 31 maggio, che Giangi definisce «di gran funesta». Centocinquanta soldati piemontesi comandati dal conte francese Fabert (che ha altri militari al sèguito), tentano di riprendere Rimini. Sollevati e contadini, seguendo il tenente Carlo Martiniz, li mettono in fuga «col far prigionieri sette, e morti si dice altrettanti». In serata sono catturati altri militari, «e presi due pezi di canone». Commenta Giangi: «La nostra popolazione è molto riscaldata».

Zanotti parla, più analiticamente, di tumulti provocati da «infiniti villani» e da «gente d’ogni sorta» che invade la città proveniente «dalla Campagna, e dai vicini Monti». E’ una folla di straccioni armata «di varii, e straordinari strumenti»: falci, zappe, mazze, mannaie, nodosi bastoni, tagliaboschi, rugginose lunghe spade, sciabole, e fucili («fosser pur quelli di prima invenzione»).

Per Zanotti, la scena è «degna di spavento, e di riso assieme», così come la giornata precedente (lo abbiamo già letto) aveva contemporaneamente provocato «terrore» ed «allegrezza». Due sentimenti contrapposti sembrano caratterizzare i pensieri del nostro cronista, e guidare le descrizioni che ne scaturiscono. La coppia spavento/terrore rimanda alle devastazioni che la gente misera commette anche quando la causa delle loro continue privazioni non c’è più: quella gente manifesta il rifiuto di ogni potere costituito, compreso quello pontificio (da cui, certamente, non ha ricevuto altro che vessazioni [44]). Se l’allegrezza è motivata dalla cacciata dei francesi, il riso nasce dallo spettacolo che un benpensante come Zanotti è costretto ad osservare nelle vie della città, dove passano uomini intenzionati a far la guerra senza una divisa ed un’arma d’ordinanza. Il riso sembra sottintendere un distacco dai fatti più per gusto estetico che per scelta politica (anche quei rozzi campagnoli, in fin dei conti, tornano utili alla causa antigiacobina, come interpretano alcuni nostri contemporanei). Il formalismo di un perfetto uomo di legge qual è Zanotti, vuole il suo tributo, a scapito dell’intelligenza degli eventi.

Occorre sottolineare come Zanotti ponga in secondo piano altre notizie che sono invece fondamentali: quei villani sono divisi in squadre organizzate, con cinquanta o cento persone che «rondano per le vie tutte della Città, e de’ Borghi», a caccia di armi che requisiscono per «quelli che n’eran privi» nelle case dei riminesi. E’ la premessa a qualcosa d’ancor più grave e decisivo per gli sviluppi successivi della situazione. Solamente quando gli eventi precipitano con l’assalto a casa Zavagli, il cronista perde il suo riso, e gravemente parla della «demenza dell’incauta, ed inferocita Plebe», senza spiegarci (o soltanto spiegarsi) per quali motivi il popolo si comportasse così: non dice se la mancanza di razionalità e di cautela poteva, ai suoi occhi, apparire come elemento connaturato alla stessa plebe, come sua caratteristica costitutiva. Zanotti non ricerca le cause che avevano portato la folla a dimostrasi «inferocita» anche dopo la partenza dei francesi. Se in città s’instaura un clima da guerra civile, c’era evidentemente qualcuno che aveva interesse a sobillare il popolo, per regolare conti in sospeso con qualche personaggio che aveva giocato un suo ruolo in epoca di governo repubblicano.

Agli armati in rivolta che chiedono armi, i domestici di casa Zavagli prima rispondono di non averle, e poi, davanti alla replica dell’istanza, esplodono un colpo di pistola contro la folla: «A quest’atto ingiurioso, e offensivo si aizzano gli animi degli Armati» che entrano furenti nella casa mettendola a soqquadro, «con evidente pericolo di esservi massacrata l’intera Famiglia». Francesco Zavagli, dottore in legge e suo figlio Antonio sono arrestati ed incarcerati. Per la loro liberazione interviene lo stesso vescovo Ferretti che, sceso nella piazza della Fontana con «alcuni rispettabili Ecclesiastici», prega il popolo «a far pausa» con un discorso esclusivamente religioso: «Iddio fra i suoi precetti avea posto quello di non derubare l’altrui roba, né molestare veruno», riassume Zanotti. Ferretti promette anche di soccorrere i «bisognosi» [45] con proprie forze. A queste parole la folla risponde con «un generale evviva». Il vescovo poi chiede al popolo di «perdonare al suo Prossimo le offese qualunque ricevute», e di liberare i due Zavagli, «sul riflesso di esser il Padre un povero vecchio indisposto, ed accidentato, ed il Figlio un Giovine inesperto, e di primo bollore». (Come vedremo, i due Zavagli dovranno subire un altro arresto, nella notte tra 27 e 28 giugno.)

In Giangi l’episodio è sbrigato con la solita sintesi: Ferretti, egli scrive, «ha fatto un fervorino al Popolo», facendo liberare gli arrestati. Soltanto Zanotti racconta come sia stata laboriosa la soluzione della vicenda: «la massa popolare ammutiva, non dava segni di annuire alla brama del Prelato, tant’era indispettita contro quella malveduta Famiglia». Ferretti è costretto a replicare «le più fervide sue preghiere» per poter ascoltare «alcune grida di grazia proseguite da molti astanti»: così padre e figlio poterono essere «restituiti alla loro Casa». A questo punto, il vescovo lascia il terreno umanitario e religioso, inoltrandosi in quello politico: al popolo spiega che la città sconvolta si trova nella necessità di «eleggere una nuova, e saggia magistratura pel regime della Commune».

Su questa seconda fase dell’intervento di Ferretti, i cronisti Zanotti e Giangi hanno la stessa rapidità. Giangi scrive che il vescovo «ha creato unitamente al popolo un Magistrato, ed il Comandante Civico». Zanotti: «Furono accennati dal Popolo diversi individui a lui ben affetti, e con universale approvazione» furono fatte le nomine.

Precisa Zanotti che i prescelti sono Marco Bonzetti, il conte Giulio Cesare Battaglini, Luca Soardi, il conte Carlo Zollio e Girolamo Soleri, con «aggiunti» il cav. Ercole Diotallevi Bonadrata e Girolamo Graziani, «tutti del ceto nobile della Città». Nei verbali della Reggenza [AP 617], leggiamo: «[...] il Popolo richiese a Monsignor Vescovo, che gli avesse nominato de’ soggetti per una nuova Magistratura provvisoria, al che avendo Egli risposto, che il Popolo li avesse nominati da se, questi acclamò» Bonzetti, Zollio, Soardi, Bonadrata, Battaglini e Soleri [46]. Manca qui il nome di Graziani, ricordato da Zanotti, mentre Giangi invece omette il nome sia di Soardi sia di Graziani, parlando soltanto di cinque soggetti prescelti. Dai verbali della Reggenza ricaviamo che il 16 giugno [AP 617, c 7v.], Carlo Zollio è dispensato: la sua richiesta di «essere alegerito da un tal peso troppo superiore» alle sue forze, è stata approvata da Viezzoli [47]: lo sostituisce Ippolito Tonti. Il 2 luglio [ibid., cc. 13r/v], si dimettono anche Bonadrata e Bonzetti: per l’occasione si decide di ripristinare il numero di otto componenti (sei «Nobili» e due «Cittadini») nella Magistratura, come sotto il governo pontificio: i nuovi eletti sono Federico Fregoso Carradori, Pasio Antonio Valloni, Nicola Manzaroli e Giovanni Pallotta (questi due sono i «Cittadini»). A questo punto la Reggenza è composta da Battaglini, Fregoso Carradori, Soardi, Soleri, Tonti, Valloni («Nobili»), Manzaroli e Pallotta («Cittadini»). Il 3 luglio [ibid., c 8r], Ippolito Tonti è nominato Capo della stessa Magistratura e Capo Console.

Come ho già osservato, alcuni degli eletti avevano maturato esperienze politiche precedenti nella pubblica amministrazione riminese. Da un tabella compilata da Patrizia Antonioli nella sua interessante tesi di laurea [48], è possibile ricavare un’utile statistica: nel periodo del «governo francese» e nei due anni precedenti tra gli «eletti» riminesi incontriamo Bonzetti, Soardi, Soleri e Zollio. (Sono invece al debutto Battaglini e Bonadrata.) Il più esperto è senza dubbio Bonzetti: ha fra tutti la più alta presenza nelle cariche pubbliche, quindici mesi su venticinque tra 1795 e 1797, ed un bimestre anche sotto il «governo francese» nel 1797. (Bonzetti era un «buon cattolico, schietto, ed amato da tutti», secondo quanto scrive Zanotti in altra parte del suo Giornale [49].) Soardi ha sei presenze nel biennio pre-rivoluzionario ed una in epoca francese. Zollio, una presenza prima ed una dopo l’arrivo delle truppe napoleoniche.

E’ interessante riprodurre, da questo verbale della «Reggenza», la cronaca dell’antefatto: «Dopo lo sbarco seguito nel giorno 30 Maggio decorso della Marina Austriaca in questo Porto, e la fuga delli Comandanti la Piazza, e della Guarnigione», il popolo «in armi, e tumultuante» aveva «atterrate le insegne dell’antico Governo, e posto a sacco la Casa della Municipalità ed altri luoghi».

Come si vede, non c’è nessun accenno all’insorgenza del porto contro i francesi: è un silenzio che può essere interpretato non come un’omissione ma come un giudizio di merito sull’episodio, considerato tanto insignificante e secondario (ai fini politici) da poterlo trascurare nella descrizione degli eventi. Se l’assalto degli uomini di Giuseppe Federici avesse avuto, nella successione cronologica, quel posto di primaria importanza che oggi da parte di taluno si pretende abbia avuto, esso non sarebbe stato dimenticato, e forse al protagonista sarebbe spettato anche un pubblico riconoscimento. E’ anche vero che a consigliare un silenzio su Federici ed i suoi insorgenti poteva essere il rispetto dovuto ai nuovi conquistatori austriaci, dai quali si attendeva un’espressione d’autorità per poter controllare la vita cittadina; così come poteva apparire contraddittorio esaltare un personaggio che aveva dato avvio ad una protesta che s’era aggravata a tal punto da mettere in pericolo l’ordinato svolgimento della situazione pubblica. Alla base di tutto il problema c’è il solito dubbio: il popolo «in armi, e tumultuante» che aveva «atterrate le insegne dell’antico Governo», andava considerato benemerito anche dopo che aveva compiuto i gesti di vandalismo, con il porre «a sacco la Casa della Municipalità ed altri luoghi»?

Per riportare la tranquillità, prosegue il verbale della «Reggenza», fu «pregato da persone zelanti della pubblica quiete Monsignor Vescovo di portarsi a parlare pubblicamente»: «Andò egli nel dopo pranzo sulla pubblica piazza detta della Fontana accompagnato da varj Sacerdoti», raccomandando fra le altre cose «la subordinazione» alle autorità. Erano presenti «un Uffiziale di Marina Austriaca» (che, tramite Zanotti identifichiamo nell’«ajutante Martiniz»), ed il «Comandante della Guardia Urbana» (che sappiamo essere Giovanni Battista Agolanti).

A proposito della nomina della «nuova Magistratura provvisoria», leggiamo nel verbale, il vescovo dice «che alcuno forse degli acclamati non avrebbe accettato». Di rimando, «il Popolo fece sentire, che avrebbero dovuto accettare per forza». I nominati sono immediatamente convocati a palazzo Gambalunga, «scelto dalla passata Municipalità per sua residenza» [50]. Essi, «attese le sopranotate circostanze s’indussero [...] a prestarsi alla brama del Popolo con assumere la Magistratura sebbene in tempi così difficili, affine di evitare mali maggiori».

Ritorniamo alla cronaca di Zanotti, relativa al 31 maggio. Il vescovo, «ottenute queste ordinazioni», torna alla sua residenza quando «giunge la nuova infausta» che abbiamo già letto in Giangi: l’attacco di Fabert che ad un miglio dal Borgo di San Giuliano, cioè alle Celle, minaccia «di voler rientrare in Città». Allo spavento ed al «clamoroso schiamazzo» della gente, fa seguito una spedizione guidata da Martiniz, con «i bravi marinari» e molti altri «valorosi Cittadini». Fabert è costretto a cannonate a ripiegare «verso il vicino villaggio di S. Giustina sulla Strada Romana». Qui Martiniz attacca Fabert il quale non può far altro che fuggire «a traverso del Fiume, e della Collina». Le truppe riminesi «col valoroso loro Condottiero Austriaco Martiniz», rientrano alle ore otto del mattino del primo giugno in città, accolte da evviva e grida gioiose della popolazione: «tutti renderono grazie al Dio degli Eserciti, ed alla Imperatrice de’ Cieli Maria, che con un prodigio il più sorprendente assisterono la giusta causa de’ fedeli, e tolsero ogni forza, e consiglio ai formidabili oppressori dell’Umanità, e della Cattolica Religione».

 

 

7. Il controllo militare austriaco

Il primo giugno il maggiore De Potts, comandante della Marina imperiale, «confermò provvisoriamente la scelta del Popolo, incaricando il Magistrato dell’Economico, e di tutt’altro, che era di sua ispezione sotto il Governo Pontificio, e raccomandando particolarmente di procurare la quiete, ed il buon ordine» [51]. Così riporta il già ricordato verbale della «Reggenza» del primo giugno [52], che reca anche un’altra notizia significativa: i nuovi eletti fanno presente «la totale mancanza de’ mezzi necessari» [53] per affrontare la situazione: mancava il denaro [54], mancava il grano [55], non c’erano «altri generi necessari», e soprattutto difettava «una forza sufficiente» (a mantenere l’ordine). Inoltre si denuncia «la perdita della maggior parte delle scritture e de’ Libri Pubblici», bruciati o derubati nel saccheggio. Gli stessi eletti aggiungono che sì accettavano l’incarico «per zelo, ed amor della Patria», ma che non potevano assumere nessuna responsabilità «stante la suddetta mancanza».

A questo punto, il maggiore De Potts incarica il tenente Giacomo Viezzoli di accordarsi con la nuova Magistratura riminese allo scopo di «concertare, e prendere i mezzi opportuni all’occorrenza», dando ad essa «le analoghe facoltà». Il verbale è firmato da Giacomo Viezzoli per ordine del «Mayor Comandante Potts» [56], e controfirmato da Girolamo Soleri e Carlo Zollio. Finito il «governo austriaco», s’intravede così l’ombra protettrice di quello «austriaco». (Viezzoli ha appena assunto l’incarico di «Comandante di questa Piazza», leggiamo in Zanotti. Negli atti della Reggenza egli è definito «Uffiziale d’Ispezione» [AP 617, il 16 giugno 1799, c. 7v].)

La nuova Magistratura, nella stessa mattinata, pubblica un proclama «di ringraziamento al Popolo», ed istituisce una Guardia Civica alle dipendenze di Giovanni Battista Agolanti, composta da quattrocento persone [57]. Nel contempo, il vescovo riapre il suo Tribunale, e gli uffici dei Vicariati foranei, invitando tutti alla quiete. Parole al vento. Prosegue Zanotti: «ma con tutte queste affabili esortazioni gli armati, specialmente della marineria, che in copia ricoprivano la Città, e ne dirigevano le operazioni a loro talento, non desistevano dall’inveire contro diverse Persone, e Famiglie che si erano dimostrate ligie al passato Governo».

Si ripetono danni alle abitazioni ed arresti di «molti Individui anche ecclesiastici, e nobili». Qualcuno riesce a fuggire. Chi è catturato, è imbarcato e trasferito «ad altro Paese». Tra gli arrestati c’è anche il bargello Antonio Maria Palladini, spedito assieme ad altri in barca a Cervia: nonostante la sua «abilità, ed attenzione», Palladini non ha incontrato «il gradimento del Popolo» [58], finendo nella lista di proscrizione dei rivoltosi. (Di lui, dovremo riparlare.)

Ancora «disordine» e «spavento», dunque: «e tutto questo giorno colla notte susseguente non fù che un tempo di tumulto, e di confusione in continuo timore di funestissime vicende», prosegue Zanotti. Si cancellano i segni del passato regime, come i primi articoli della Costituzione repubblicana che erano stati «incisi in marmo sopra le arcate del palazzo municipale», mentre il popolo vomita «le esecrazioni più orribili» contro i francesi. Sulla scorta di Zanotti che parla dei «bravi marinari» come protagonisti dei nuovi disordini, Carlo Tonini ipotizza che a guidarli sia ancora «quel Federici, soprannominato il Glorioso» [59]. Il fatto strano è che Zanotti non scriva nulla al proposito: forse è ancora angustiato dalla constatazione che l’eroe Federici commetta continue illegalità.

Il 2 giugno Viezzoli, per «rimettere il buon ordine, e far cessare lo spirito di violenza», scrive Zanotti, provvede a pubblicare un editto in cui si legge che se «plausibile è lo zelo, e l’attività del Popolo per la difesa della sua Patria», appare intollerabile «l’abuso, e lo sregolamento con cui si conduce ad un sì bel fine». Si arruola anche la Guardia urbana, con «beneficio seralmente di mezzo boccale di vino, di una pagnotta, e di oncie otto di carne» per ciascuno dei quattrocento uomini che potranno farne parte. Soltanto a loro è permesso di prender le armi, che sono dichiarate proibite per tutti gli altri, mentre si minaccia la fucilazione ai chi farà suonare arbitrariamente la campana a martello.

Neppure l’editto di Viezzoli produce l’effetto desiderato: il 3 giugno pomeriggio, cioè appena entra in funzione la Guardia urbana, gli «armati marinari» arrestano Barbara Belmonti, esponente di una delle più note famiglie riminesi, e figlia di Gian Maria che più tardi subirà la stessa sorte, in maniera ancor più drammatica [60]. Barbara Belmonti è sospettata di aver nascosto il comandante cisalpino generale Chirau. La catturano nella sua villa a San Lorenzo in Correggiano e la trasferiscono a Rimini fra «le grida vituperevoli del Popolo»: soltanto dopo l’interrogatorio, «e non senza gravi impegni» Barbara Belmonti ottiene di essere restituita alla propria abitazione.

Zanotti ritiene che tutto ciò sia provocato non dalle azioni dei «bravi» rivoltosi, ma dalla mancanza delle «promesse truppe tedesche», senza le quali la città «si trovava fra la confusione, ed il tumulto materialismo degli armati marinari in uno stato pericoloso, ed infelice di continua combustione, e di anarchia».

Nessuna colpa hanno i nobili, secondo Zanotti: da bravi «antirepubblicani», essi si dimostrano «intrepidi, coraggiosi, arditi». Li muove amor di patria, attaccamento alla Religione ed un «giusto irritamento in essi eccitato da’ danni enormi, e dagli insulti nazionali loro riferiti dai Protettori, e Fautori del Repubblicanesimo». Quindi, l’«insorta Plebe», che giornalmente provoca «grandissimi sconcerti», agisce per legittima difesa contro i francesi, anche se ormai essi sono partiti, ed i loro sostenitori, purtroppo ancora presenti (ma non si sa in qual numero, e con quali forze).

In un documento della Reggenza leggiamo: dal 3 giugno è attiva in città una «Forza armata», composta «specialmente di marinari rivoluzionati», circa cinquecento persone in tutto (è la Guardia urbana istituita il 2 giugno) [61]. I marinai mantengono un ruolo centrale nella vita cittadina, ora legittimato dall’autorità. Quel documento conferma quanto si legge in Giangi sotto la data del 3 giugno: «Seguitano li Pescatori a far la guardia. In questa sera sono venuti in casa mia due Canonieri all’ore 22 circa con scusa di cercar le armi, ma poi volevano condur il Padrone in aresto, in vece mia andò mio Fratello, ma fu rimandato a casa apena escito, avendole prima chiesto del denaro. La paura fu grande di tutta la famiglia. [Il testo che segue è nell’originale in un corpo più grande rispetto a tutto il resto, n.d.r.] Lascio io Nicola Giangi in perpetua memoria à miei Posteri che li Pescatori si sono dichiarati miei Nemici, e che a tutto costo mi volevano, o mi vogliono in aresto. L’inimicizia nasce per quanto si dice, che quando ero Municipale, e che vi fù la racluta [recluta, n.d.r.] fui io quello che fece metere li Pescatori nella racluta». Il 5 giugno leggiamo ancora in Giangi: «In questa sera ho preso due vuomini miei Muratori à far la guardia in mia Casa di notte». Lo stesso giorno è arrestato Vincenzo Sensoli. Ed il 7 giugno: «Seguita à far la Guardia li nostri Pescatori. La sera si seguita a tener li lumi accesi». L’anarchia sembra dominare se l’8 giugno Giangi annota: «Non si pagano dazj, e nemeno bolette del Macinato». Lo stesso giorno, il «fù Padre Arcangelo Chiodi Pavolotto ha predicato in Piazza, che siano ubidienti al Magistrato, colle Leggi: si fece molto ridicolo».

 

 

 

 

8. Il «Cesareo Regio Magistrato Provvisorio»

L’8 giugno, Viezzoli indirizza due proclami al popolo riminese ed uno alla marineria. Ai fini del nostro discorso, va sottolineata la premessa del primo in cui si dichiara che, in attesa dell’arrivo delle truppe austriache, il Magistrato della città eletto il 31 maggio era autorizzato ad assumere il pomposo titolo di «Cesareo Regio Magistrato Provvisorio». Formalmente si inaugura il governo austriaco di Rimini, che in sostanza esiste già dal primo giugno, quando lo stesso Viezzoli è giunto in città, come dimostra la sua firma sul verbale di nomina dei nuovi reggitori della città. A costoro Viezzoli ora concede i pieni poteri per «seguire le intenzioni dell’Augusto nostro Sovrano», rivolte a costituire un ibrido politico: infatti si ordina di ripristinare «provvisoriamente» il sistema «che vigeva sotto il governo pontificio» [62].

Il ritorno allo status quo ante, è un fatto illogico sotto il profilo politico ed istituzionale: il sistema pontificio richiedeva collegamenti con il Legato e con Roma; ora che tali collegamenti non esistono più, la realtà locale è privata di quella capacità amministrativa che le derivava dal potere superiore e che ne legittimava l’azione. Il provvedimento austriaco ripristina soltanto una parvenza del sistema pontificio, intervenendo semplicemente sugli elementi cittadini: ma nello stesso tempo, per evitare che essi assumano i contorni e le caratteristiche di un comportamento anarchico, s’imprime il sigillo del «Cesareo Regio Magistrato Provvisorio», cioè della dipendenza dal potere della forza militare occupante.

Il secondo proclama dell’8 giugno è diretto al popolo: il nucleo centrale riguarda i poteri del «Cesareo Regio Magistrato Provvisorio», i cui rappresentati sono definiti «custodi gelosi dei veri diritti delle Genti». La premessa cerca di adulare i riminesi: essi, sotto il «governo francese», hanno dimostrato una «religiosa condotta», scegliendo «un giovevole silenzio» che ha evitato sia le discordie civili sia le sanguinose fazioni. Ora che Dio «ha benedetto infine le armi» austriache, sul Reno ed in Italia, ecco che anche a Rimini è «dissipato finalmente il capriccio, e il dispotismo degl’iniqui». Ora bisogna allontanare inimicizie, ingiustizie e minacce contro il prossimo, lasciando a Dio ed all’Imperatore di Germania «la cura di punire i ribelli, i malvagi, i libertini».

Il fine che Viezzoli vuole raggiungere, commenta Zanotti, è «quello di far cessare l’opera della marinareccia armata, che con un’attività troppo materiale, e senza principii non potea sortir nel buon esito della pubblica tranquillità». Abbiamo così, finalmente, la prima chiara ammissione che la colpa della crisi in cui Rimini era precipitata, andava attribuita alla «marinareccia armata» che faceva il bello ed il cattivo tempo, senza riguardi per nessuno, neppure per il vescovo Ferretti al quale avrebbe dovuto prestare ascolto se avesse veramente voluto agire in difesa della Fede. (La «marinareccia armata» come s’è visto, era inserita, almeno in parte, nella Guardia urbana.)

Zanotti aggiunge che «questa gente insubordinata, ed incolta si era sì fattamente immersa nel sovrastare l’ordine sociale, che le superiorità non vedeansi, che malamente attese, e peggio servite con danno proprio, e delle sue Famiglie mancanti della sussistenza loro recata dagli utili dell’arte pescareccia, e della navigazione che avevano abbandonata».

Queste osservazioni servono a Zanotti per introdurre il terzo proclama di Viezzoli, diretto agli stessi marinai, a cui si ordina di riprendere «sollecitamente l’usato loro mestiere». Ogni capo-parone di barca grande deve «lasciare in terra due soli individui della sua ciurma»; per le barche piccole, se ne lascia uno soltanto. Questo numero è «riconosciuto bastante a provvedere all’oggetto della sicurezza», con il dovuto zelo e con «subordinazione al necessario servizio militare». Ai marinai rimasti a terra è proibito d’entrare nelle case con il pretesto della ricerca del vino, «o con qual siasi scusa»; ed è ordinato di non oltraggiare alcuno nella persona e nelle sue cose. Allo scopo, non debbono portare armi che non siano le loro.

Agli altri cittadini Viezzoli rivolge infine l’invito a «contribuire con delle particolari offerte di denaro alla sovvenzione» dei marinai, «in giusta rimunerazione [63] del prestato loro servizio». Anche ai marinai, dunque, si riconosce la pubblica utilità del loro intervento armato in città, al pari della Guardia urbana. I marinai, che si sono dimostrati con ogni evidenza essere gli incendiari, sono arruolati come pompieri. Questa dichiarazione di Viezzoli è frutto non soltanto d’impotenza nel controllo della situazione cittadina, ma anche di assoluta confusione politica, quasi a giustificare le violenze commesse dai marinai, nello stesso momento in cui le si condanna formalmente.

Ai marinai, gli altri cittadini donano cinquecento scudi, che non servono a calmare gli animi. Ancora una volta Zanotti è costretto a registrare che «l’intento che bramavasi non riuscì». I marinai, adducendo come scusa che temevano «qualche tradimento de’ Giacobini», non tornano al lavoro, ma anzi voglio «con maggior fervore continuare alla custodia della Città per cui non cessavano i tumulti, e i disordini».

Lo stesso 8 giugno, giunge la notizia che il giorno prima Pesaro è stata tolta ai repubblicani da una popolare insurrezione. Notizia che reca «gran giubilo» agli aristocratici riminesi. Contro i «sedicenti patrioti» e le truppe cisalpine, è scesa in campo «una moltitudine ben forte di abitanti di quel Contado, e vicinanze», forse rozzamente armati allo stesso modo dei loro colleghi riminesi che avevano provocato il riso di Zanotti.

Ventiquattr’ore dopo, l’infondato timore che i francesi possano ritornare a Pesaro getta nello sconforto la popolazione riminese: «Ognuno volea darsi alla fuga per salvarsi [...] da sicuro saccheggio». Viezzoli, che sta per imbarcarsi con i suoi, è trattenuto dalla gente: «Tutto spirava orrore, e confusione finché verso il tardi si ebbero per staffetta ripporti consolanti, che sollevarono gli animi attenti de’ Cittadini». Dopo queste liete novelle, le autorità fanno predicare in piazza di sant’Antonio il sacerdote ex Minimo don Antonio Chiodi che elogia «la condotta de’ buoni Riminesi suoi concittadini, che seppero ben contenersi, e adoprarsi nel passato calamitoso della Repubblica infame Cisalpina», e scaglia «ingiuriose invettive addosso a cosidetti Giacobini, e Patrioti». Alla fine del suo sermone, don Chiodi invita tutti alla pace ed alla tranquillità, «aspettando le provide disposizioni, e le benefiche cure dell’Augustissimo Imperatore di Germania nostro amorosissimo sovrano».

Zanotti riferisce le critiche rivolte alla predica di don Chiodi, «troppo riscaldata, ed inconveniente per quelle persone, che potevano essere riguardate mal affette nelle presenti circostanze, ed attaccate al Repubblicanesimo». Qualcuno accusa don Chiodi di essersi, quel giorno, «soverchiamente domesticato con Bacco, che avealo ottenebrato ne termini di convenienza dovuti al Pubblico, e al proprio carattere».

 

 

9. «Prendete le armi»: l’appello di Suvorov

Il 9 giugno a Ravenna il nobile udinese Giandomenico De Iacobi indirizza una circolare alla popolazione romagnola, nella sua veste di Ispettore Generale imperiale nello Stato Pontificio: «Prendete le armi», ordina, in nome di Dio e della Fede, a fianco delle truppe in lotta «per la ripristinazione del vostro antico sistema», e per liberare l’Italia dai francesi. Non pensate di lottare contro di noi, ammonisce, «perché non vi sarà più remissione»: i ribelli saranno puniti «con quel rigore degno di sì enorme delitto». Si chiedono uomini in armi: «Persone probe, ed oneste, non che benestanti». I ricchi fanno la guerra, i poveri la subiscono, e si ribellano: a chiunque. E’ una vecchia storia che puntualmente si verifica anche in questo caso.

Giandomenico De Iacobi giunge a Rimini la mattina dell’11 e pubblica immediatamente «un simile invito, ed eccitamento», firmato dal generale russo Alessandro Suvorov, ed un’altra sollecitazione a «ravvivare» con le armi «la nostra santa Religione»: «Corra meco festoso alle Armi ogni ceto di persone per mettere al coperto i templi del Dio vivente, per la difesa delle proprie famiglie, delle sostanze, e di tutto ciò, che di più caro, di più prezioso, di più sacrosanto abbiamo nel mondo».

Dal Comando militare austriaco dipende il comandante della «Guardia della Città». La mattina del 13, Giovanni Battista Agolanti si dimette: lo sostituisce il conte Lorenzo Garampi, «Giovane Gentiluomo di opinione totalmente favorevole, a seconda anche del desiderio, che gli avea dimostrato il Signor Ispettore Generale De Iacobi» [64].

Le autorità religiose intanto celebrano un triduo di ringraziamento alla Vergine della Misericordia, iniziando il 12 giugno. Si rialza nella cattedrale il trono vescovile «abbassato d’ordine repubblicano».

I marinai, forse per rispondere all’appello imperiale di «prendere le armi», o forse perché si ritengono parte di quelle «persone probe, ed oneste» a cui si è rivolto l’Ispettore De Iacobi, «ricusano di abbandonare la custodia della Città, e ritornare all’esercizio dell’arte loro», nel timore d’un rientro dei giacobini. Timore che nasconde la scusa a cui essi ricorrono per poter mantenere il controllo della vita politica riminese.

Dopo che in piazza di sant’Antonio appare un cartello «che annunciava esser vicini i francesi», i marinai ‘visitano’ nuovamente varie case di patrioti, e li arrestato, creando quello che Zanotti chiama «un sì pernicioso disordine». I marinai armati, egli scrive, hanno un contegno «materiale, ed irreflessivo», e si dimostrano «tuttoché opportuni per la sicurezza della Città». Essi pretendono «sovvenzioni quasi continue di vino, e di derrate e volontarie, e requisite», ed in modo «irregolare, ed intollerabile» compiono capricciosamente le loro «riviste domiciliari». La Municipalità, non potendo aspettare che arrivino gli austriaci a metterli in riga, confida nell’intervento del nuovo capo della Guardia urbana, Lorenzo Garampi (che dispone, oltre gli ufficiali, di cento uomini soltanto sui quattrocento previsti in totale [65]).

Da Giangi ricaviamo altre notizie utili. Il 15 giugno, «seguita a far guardia li Paroni». Il 17 giugno leggiamo: «Aresti. Un’ora dopo mezzo giorno hanno messo in aresto, e condotti à Marina li seguenti: Luigi, Arcangelo e Tomaso Fratelli Signorini, Lodovico Belmonti [66], Padre Canuti ora Prete [67], Tito Caradori, Pelegrino Turchi, Giuseppe Fosati, Cupers il Figlio, Scopoli, Barchetti, e Gaetano Bataglini. Aveano giorni fà messi in aresto Coranucci, Paladino Sbirro, e Fontana Sarto, ma dopo pochi giorni furono lasciati». Lo Scopoli di cui si parla è il dottor Giovanni Scopoli, che risulta presente a Rimini già nella primavera del 1798. Il 16 dicembre 1802 Scopoli sposerà Lauretta Mosconi, figlia naturale del poeta riminese Aurelio De’ Giorgi Bertòla [68]. 18 giugno, prosegue Giangi, «aresto del Pavolotto Padre Bordi, condotto a Cesena» (e liberato il 19).

 

 

10. L’ordine del «mezzo Mestiere»

A tentar di por fine allo «sconcerto» provocato dei marinai, scrive Zanotti, giunge a Rimini, la mattina del 18 giugno, anche «il politico Vescovo di Cervia Monsignor Ventura Gazola Minore Osservante Riformato deputato ad agire di concerto con il Governo Austriaco sulla tranquillità della Provincia specialmente in rapporto ai così detti Giacobini, Patrioti, ed Insorgenti». Bonaventura Gazzola è personaggio noto: ha aderito al governo della Repubblica Cisalpina, esprimendo i suoi sentimenti nell’omelia del Natale 1797: «Lo spirito del vangelo, la sua dottrina, le sue santissime massime non ponno essere, né sono, né saranno mai in opposizione alla democrazia». Il 30 maggio 1799, dopo l’ingresso in Cervia della Cesarea Regia Marina, gli è affidato l’incarico di presidente della Deputazione impe­riale [69].

Della sua missione a Rimini, ci resta il proclama del 19 giugno [70] da lui ri­volto alla «brava riminese marinaresca armata in difesa e sostegno della nostra Santa Catto­lica, Apostolica, Romana Religione, della Patria, del Papa e dell’Augusto Cesareo Sovrano Francesco Secondo». L’ordine del vescovo di Cervia è che i marinai della città esercitino «il mezzo Mestiere», cioè si di­vidano i compiti tra loro: la metà in mare «a procacciarsi il vitto», e «l’altra metà alla difesa» di Rimini, «finché la porzione, che sarà in Mare, non ritorni ad occupare» il suo posto. L’ordine attenua il ricordato terzo proclama di Viezzoli dell’8 giugno, che ha stabilito di «lasciare in terra due soli individui» per ogni barca grande.

Gazzola ordina ai marinai anche di non attentare alle persone ed alle loro proprietà, e di non offendere alcuno né con le parole né con i fatti, avvertendo che il mantenimento della quiete pubblica dipende dalle «Cesaree Autorità»: chi ha dei sospetti, deve consigliarsi con il canonico Ottavio Zollio (è il sacerdote già ricordato da Zanotti) e con l’arciprete Carlo Ioli, cioè «le rispettabili persone, e per carattere, e per pietà», verso le quali gli stessi marinai hanno espresso «stima e venerazione» allo stesso Gazzola.

Neppure al vescovo di Cervia riesce tuttavia di modificare la situazione. Il nuovo comandante militare della piazza, Giuseppe De Loy, appena giunto a Rimini lo stesso 19 giugno in sostituzione di Viezzoli [71], constatato il «disordine de’ marinai innobbedienti alle tante rimostranze delle superiorità», comanda a quest’ultimi di eseguire gli ordini ricevuti: «due terzi, o la metà almeno» debbono tornare al lavoro in mare». Commenta Zanotti: «In vista di tante preghiere, monizioni, e minaccie si piegarono in qualche modo i nostri marinai, inducendosi molti di loro a riprendere il loro mestiere: altri però stettero fermi, ed a qualunque costo non vollero abbandonare la custodia della Città». Scrive Giangi, alla data del 20 giugno: «Sono andati in mare parte dei Pescatori. Sono stati arestati tutti quelli che son venuti da Sinigaglia [presa il giorno prima, n.d.r.], e che avevvano dato il sacco, avendo a tutti levata la robba derubata. E’ partito per Cervia il Vescovo di detta Città in compagnia del signor Luigi Ferrari»; ed il 21 giugno: «Sono andati in mare la metà circa dei Pescatori. 28 bastonate sul Culo al Figlio di Franchini di S. Arcangelo per aver fatto una satira contro l’Imperatore. 16 bastonate sul Culo ad un contadino per aver rubato».

Il proclama di Gazzola è del 19 giugno: dello stesso giorno è una delibera della Reggenza in cui si dichiara che ai marinai, essendosi indotti «a restituirsi per la metà in mare», veniva concessa l’esenzione dal pagamento della Fede di Sanità, per desiderio dello stesso vescovo di Cervia [AP 617, c. 9r]. La norma vale tanto per i pescatori quanto per i naviganti.

Al «gran numero de nostri marinaj» che s’impegna a difesa della città, è «forza somministrare giornalmente i viveri, per non cimentarne il furore sperimentato fatale nelle prime sommosse, sì nel saccheggio della Casa Municipale, che nelle violenze usate alle Persone, e case particolari», scrivono gli amministratori di Rimini alla Cesarea Regia Reggenza di Ravenna [72], denunciando uno «stato di ultima miseria».

Leggiamo ancora da Giangi: 23 giugno, a Senigallia sono ritornati i francesi: arrivano a Rimini «27 barchette cariche di gente fuggita da Sinigaglia e Fano»; 24 giugno, «Partono molti Insorgenti per Pesaro»; 25 giugno, «Vanno a Pesaro degli Insorgenti. Si accendono ogni sera i lumi alle fenestre». (Zanotti scrive di «numerosi rinforzi di Armati» e di volontari guidati dal comandante Garampi.) In quest’ultimo giorno nei dintorni di Rimini si armano «i Villici, i Terrazzani, e i Montanari all’oggetto di sostenere la parte aristocratica» contro i francesi che minacciano un ritorno da Sud [73]. Una volta che le truppe repubblicane sono state messe in fuga, gli «Insorgenti» fanno ritorno da Pesaro a Rimini. Per molti di loro c’è la brutta sorpresa di essere immediatamente arrestati: «trasportati più dall’avidità dell’altrui roba, che dal vero zelo della Religione e della giusta causa», scrive Zanotti, hanno rubato tutto quello che gli capitava a tiro, persino le «mobiglie più minute di casa».

I marinai, non paghi dei viveri loro somministrati, replicano il loro «furore» nella notte tra 27 e 28 giugno, che Zanotti definisce «d’incredibile terrore e confusione». Si spara alle sentinelle, con la scusa che si teme il ritorno dei francesi. Per le contrade «si ode uno stridore universale, che allarma e spaventa l’intera Città». I marinai, per giustificare il loro intervento in pattuglie armate che girano per le strade, accusano i giacobini di aver procurato l’allarme. Ai marinai, prosegue Zanotti, si uniscono dei malintenzionati che «sotto pretesto di cercare gli autori del tradimento, forzano delle Botteghe, e penetrano in più case, ove commettono degli infami delitti, e de’ vistosi rubamenti».

Giangi ci ha lasciato, su quella notte, una testimonianza autobiografica: «Sono stato condotto in aresto da Pescatori solevati à marina in Barca, unitamente a Giuseppe Bornacini, Vincenzo Tonini, Padre e Figlio Antonio Zavagli [gli stessi dell’episodio del 31 maggio, n. d. r.], dottor Drudi [74], Vittorio Marchi, e molti altri: con Luzietta Pivi. Sono stato liberato dall’aresto assieme al dottor Zavagli e Luzietta dopo un giorno». Il 29 giugno Giangi parte per Trieste da dove fa ritorno a Rimini soltanto il 4 agosto. (Alla data del 5 agosto, egli annota: «Fatta la pace».)

Gli arresti della notte, secondo Zanotti, ammontano a più di una quarantina: tra loro, ci sono diversi sacerdoti ed alcune donne «di civil condizione con supposizione di giacobinismo». Altri arresti seguono la mattina successiva, del 28 giugno.

I nuovi disordini irritano sia il comandante austriaco Giuseppe De Loy sia gli eletti alla Magistratura: De Loy vuol andarsene, gli amministratori intendono dimettersi. Il comandante austriaco è fermato in modo brusco sul porto, da un gruppo di «marinari». La Magistratura pubblica ancora un editto per riportare la calma in città. I primi a farne le spese sono gli Ebrei, per i quali il 21 giugno è ripristinato l’«antico loro segnale» sul cappello: con il ritorno al «sistema, che vigeva sotto il Governo Pontificio», non si poteva «trascurare quella parte, che riguarda la necessaria distinzione degli Ebrei dai Cattolici» [B 22]. Il provvedimento non piace al Comando militare, secondo quanto si ricava da una lettera che il vescovo di Cervia Gazzola invia il 23 giugno [B 22] al Magistrato di Rimini: «Se nello Stato di S. M. I. si prattica in contrario, ciò non toglie, che fino all’organizzazione del nuovo Governo non si debbano osservare le leggi» di quello passato (il pontificio), «nel momento che il Popolo lo chiede per un zelo di Religione, che appunto ora si vuole in trionfo, onde resti conservata la quiete, e la pubblica tranquillità». Gazzola non solo non disapprova, ma elogia il proclama riminese: «Un Cristiano non si vergognerebbe di essere contrasegnato per tale; sicché l’Ebreo ancora non deve ricusare di farsi conoscere per quello, che Egli è».

La Magistratura incarica i mentovati sacerdoti Zollio e Ioli di svolgere ulteriore opera di convincimento presso i marinai, per farli desistere dalle prepotenze e dalle violenze. Intanto quasi tutti i detenuti sono rilasciati. Soltanto pochi restano in carcere «per un più rigoroso esame».

I nobili Francesco Martinelli, Carlo Sotta, Girolamo Graziani ed il negoziante Giovanni Santi sono nominati componenti di una Commissione straordinaria di Polizia [75] che deve agire in attesa dell’arrivo dei militari austriaci (che avviene il 3 luglio). La Magistratura di Rimini «non avea per l’incertezza annunciato l’arrivo» dei soldati austriaci, osserva Zanotti, aggiungendo che ufficialmente si «accenna» al fatto soltanto la mattina del 4 luglio. Ai centocinquanta soldati della cavalleria imperiale la gente indirizza manifestazioni di fanatico entusiasmo: popolani d’entrambi i sessi baciano le gambe dei militari ed anche i loro cavalli. Alla prima avanguardia segue, la sera del giorno successivo, la truppa che il vescovo, i magistrati ed i nobili su carrozze di gala vanno ad attendere alla porta nord di Rimini: sono cinquecento soldati preceduti da un folto gruppo di marinai.

 

 

11. La Reggenza di Romagna

Il 5 luglio giunge con la truppa anche il colonnello barone De Buday, capitano della cavalleria e, soprattutto, comandante della Romagna [76]. Si apre una nuova fase nella vita politica della città, anche se il clima politico non muta granché. Scrive Zanotti: «non mancavano degli uomini torbidi, che spargessero voci allarmanti con false relazioni» che rattristavano «la contentezza de’ Buoni». Il 17 luglio De Buday [77] pubblica, sull’ordine pubblico, un nuovo editto che Zanotti definisce «fulminante» [78]. La Commissione di Polizia intanto decide di espellere da Rimini i forastieri indesiderati.

A De Buday, il primo agosto, l’amministrazione municipale riminese si rivolge per denunciare una «carestia di tutti i generi più necessari sì per le truppe che per la Popolazione» [79]. Allo scopo di porvi rimedio, il 24 luglio [AP 504] è stato chiesto al comandante della Cesarea Regia Reggenza di Ravenna, maggiore De Potts, di ripristinare il Consiglio cittadino secondo le norme pontificie, in sostituzione della «provvisoria Magistratura». Il Consiglio avrebbe dovuto esaminare «gli affari più rilevanti» e scegliere i Consoli per ogni bimestre seguendo i vecchi regolamenti. La risposta di De Potts, del 26 luglio [80] (tramite Viezzoli ritornato a comandare la Piazza di Rimini), è stata affermativa, con la limitazione di adottare soltanto «misure provvisorie». De Buday invece il 31 luglio da Pesaro [AP 908] ha ordinato la sospensione del Consiglio. Con altra lettera dello stesso 31 luglio [B 22], De Buday non ha approvato il rinnovo a sistema bimestrale della Reggenza (come sotto il governo pontificio), a cui il Magistrato Provvisorio aveva pensato con nuova elezione prevista per il primo agosto: la lettera è diretta a Lorenzo Garampi, nella veste di comandante delle Truppe Urbane, al quale ordina di intimare agli amministratori in carica di non cambiare nulla rispetto alla nomina avvenuta per «sovrana disposizione» il primo giugno. In breve, si vuol far capire al Magistrato che chi comanda sono gli austriaci. Ma, come vedremo, il Magistrato riminese farà di testa sua, ed il 4 agosto risulterà una Reggenza nuovamente composta di soli sei elementi, anche se non bimestrale come desiderato: manca ogni documento con la data esatta del cambiamento, forse avvenuto il ricordato primo agosto.

Nella lettera a De Buday del primo agosto, la Reggenza spiega che Rimini è una «Città esausta dalla rapacità del passato Governo». (Le stesse cose erano scritte a Napoleone contro il governo pontificio [81].) L’amministrazione cittadina è incapace di trovar denaro a prestito [82]: i «facoltosi esteri» non si considerano abbastanza cauzionati per le somme che dovrebbero prestare, «quando l’imposizione del debito venga fatta da soli pochi individui componenti la provvisoria Magistratura, che non ha facoltà di obbligare i beni dei Possidenti del Comune». Nella lettera si precisa che «al presente non trovasi chi voglia prestar denaro alla Comunità stessa, senza almeno la garanzia dei Particolari, i quali obbligassero i loro beni, come costumavasi in circostanze luttuose nel Pontificio Governo da quelli che componevano il Generale Consiglio Ecclesiastico».

Il motivo che ha spinto De Buday a sospendere il ripristino di tale Consiglio, deriva dalla volontà del Comando militare austriaco di creare in tutta la Romagna una sola Reggenza, a livello provinciale e con sei deputati, uno per ognuna delle più importanti città: Cesena, Faenza, Forlì, Imola, Ravenna e Rimini. La disposizione, firmata dal generale Klenau, è stata impartita l’11 luglio [83] e confermata il 17 luglio [84] [AP 908].

La Reggenza provinciale, secondo Klenau, doveva essere distinta da quella ravennate. De Buday invece decide di trasformare la Reggenza municipale di Ravenna in provinciale, con il compito di curare l’amministrazione civile, politica ed economica «della Provincia tutta». Commenta Zanotti: «Simile superiorità non piacque all’altre Città, le quali state erano bensì soggette al Cardinal Legato residente in Ravenna, ma non alla Magistratura della Città medesima, che ora voleasi composta fosse di Membri delle Città principali della Provincia, e non di soli Ravennati». Rimini fa immediatamente ricorso contro le decisioni prese dal Comando militare austriaco [85], unendosi nella protesta alle altre città [86]. Nello stesso tempo, Rimini si dichiara favorevole ad allargare la rappresentanza delle città romagnole, e propone che anche Bertinoro, Cervia e Sarsina abbiano voce in capitolo nella Reggenza provinciale [87].

Il ricorso riminese non approda a nulla, per cui, il primo agosto [88], se ne preannuncia un altro: secondo la Municipalità di Rimini, la «superiorità» concessa alla Reggenza ravennate è «opposta all’interesse, al decoro, ed al diritto» di tutte le altre città romagnole. Da Rimini si precisa: non vogliamo togliere a Ravenna il requisito della residenza del governo, ma soltanto «trattare in comune gli interessi della Provincia per l’uniformità del sistema, e per la proporzionata ripartizione delle Imposizioni indispensabili massime nel tempo di guerra». In appoggio delle proprie tesi, Rimini aggiunge che, in precedenza, «il magistrato di Ravenna non ha mai avuto superiorità sulle altre Città della Romagna».

Alla fine Rimini, che agisce di conserva con le amministrazioni di Cesena, Faenza, Forlì, Imola, ottiene soddisfazione dal generale Klenau che, a Bologna, riceve una delegazione dei rappresentanti [89] delle nostre cinque «città principali» (per Rimini c’è il conte Ippolito Tonti [90]), andati a protestare «contro l’autorità assunta dalla Reggenza di Ravenna sopra tutta la Provincia» [6 agosto, AP 504]. Klenau, dopo l’incontro, delibera che la Reggenza romagnola, composta sempre «di un Individuo di ciascuna» delle sei città interessate [10 agosto, AP 504], sarà diversa da quella di Ravenna [91].

Ravenna, a questo punto, blocca la nuova Reggenza provinciale, chiedendo di aver in essa due rappresentanti anziché uno [92]. Al proposto Rimini esprime ancora una volta il suo «assoluto dissenso»: Ravenna avrebbe un peso maggiore e «di mala voglia» si troverebbe «obbligata sovvenire» le città più povere [93]. Il problema, comunque, secondo Rimini è soprattutto quello di fare presto: il nuovo Congresso provinciale potrà installarsi soltanto dopo l’approvazione dei deputati da parte di Vienna, mentre «premono affari urgenti». Rimini propone alle altre città di inviare «una deputazione» presso l’imperatore allo scopo di abbreviare i tempi.

Quando finalmente la Reggenza provinciale riesce ad operare, all’inizio dell’anno successivo, risulta composta non di sei, ma di sette rappresentanti: Ravenna è stata soddisfatta con due seggi (andati al marchese Camillo Spreti ed al conte Pietro Rasponi). Per Rimini c’è il conte Giulio Cesare Battaglini. Il presidente è il marchese Francesco Paolucci, forlivese. (Gli altri rappresentanti sono l’avv. Buferli di Imola, il conte Pietro Gasparetti di Faenza e il conte Ippolito Roverella di Cesena.)

Nelle pieghe burocratiche della vicenda, avviene un episodio curioso: il generale Klenau, nel suo decreto a stampa, ha indicato la sede della Reggenza a «Romagna», anziché a Ravenna [94].

Il 10 gennaio 1800 a Rimini si pubblica un decreto del commissario provinciale Giuseppe Pellegrini [95], datato 29 dicembre 1799 ed intitolato «Piano provvisorio di organizzazione pel buon ordine della Provincia». Esso prevede: l’annullamento delle leggi emanate dal primo gennaio 1796; il ripristino delle leggi del governo pontificio; la cessazione, a far tempo dal 15 gennaio, dell’attività delle attuali Reggenze, Deputazioni ed Amministrazioni locali; il ripristino dei Consigli Generali e delle Magistrature cittadine; per le elezioni dei consiglieri si proibisce espressamente l’intervento alle persone che, con i fatti o con gli scritti, abbiano manifestato (scrive Zanotti) «massime contrarie alla Religione, ed allo Stato»; fra i nobili deve essere scelto un «Capo e Delegato del Principe» (per Rimini sarà Marco Bonzetti).

Per ripristinare il Consiglio Generale di Rimini, si invitano quanti erano in carica nel 1796 ad intervenire all’adunanza indetta per la sera del 13 gennaio 1800, giorno in cui la crisi istituzionale è formalmente risolta. Ma, come vedremo, comincia allora un altro interessante capitolo in cui si proiettano gli effetti di quanto avvenuto nei mesi precedenti. Ai quali ritorniamo con la nostra ricostruzione.

 

 

12. Ordine pubblico e Guardia urbana

Temendo una ripresa dei disordini per la crisi economica («turbolenze» sono già avvenute il 28 luglio [96]), la Magistratura riminese all’inizio di agosto chiede alla Reggenza di Romagna l’erogazione di sussidi con cui provvedere alle necessità del momento: assicurare le forniture alle truppe e «far fronte alle enormi spese, che occorrono». Quei disordini paventati avvengono (con altri arresti) la sera dell’8 agosto: per fermarli, il comandante della Guardia della Città, Lorenzo Garampi abusa dei propri poteri, adottando una procedura «lesiva dei diritti del Tribunale, cui appartiene processare e castigare a norma delle Leggi i delitti estranei del militare, competendo» allo stesso comandante «di procedere per le sole mancanze di subordinazione». Allo scopo di evitare confusione di ruoli in pregiudizio della Giustizia, si chiede a Garampi di spiegare «con quali facoltà sia divenuto al pubblico castigo dell’arrestato d’oggi, ed altri atti eccedenti» [97].

Vittima del comportamento arbitrario di Garampi, è il vecchio bargello Antonio Maria Palladini, a cui ho già accennato a proposito degli eventi del primo giugno. Quando è liberato dopo due mesi di arresto, egli chiede di essere reintegrato nella propria funzione. La Municipalità gli risponde negativamente, come essa spiega al proprio Giusdicente [98]: Palladini è persona «malvisa» al popolo, ed «il mal umore» contro di lui («ed anche contro tutti gli sbirri») non si è infatti ancora estinto. Per non averlo più tra i piedi, mentre era ancora carcerato, il 30 giugno è stato deciso di fare esercitare il suo ufficio dal «Tenente della Piazza con titolo di Capo Squadra» [99]. In tal modo si poteva anche risparmiare uno stipendio, ha puntualizzato la Municipalità celando dietro un paravento di economia di bilancio la volontà di non irritare gli animi più accesi con la presenza in servizio di quel bargello. Rimini ha chiesto alla Reggenza di spedire Paladini «altrove, ove possa impiegare la sua idoneità, e zelo nel buon servigio del Governo». Ma Palladini non fa in tempo a cambiare città, perché Garampi lo arresta (è dunque la seconda volta per quel bargello), e lo processa: in una lettera della Magistratura riminese alla Reggenza di Ravenna del 6 agosto [AP 504], si accenna ad una «già eseguita condanna» nei confronti di Palladini, e la si dichiara illegittima. Per Garampi s’invoca da parte della Reggenza un «sollecito, ed efficace provvedimento» punitivo, da prendere «col mezzo del Comando austriaco, o d’altro» che si troverà opportuno.

Garampi vorrebbe addirittura il disarmo dei birri, per evitare «dissensioni facili ad insorgere fra le Guardie Urbane e quelli»: la Magistratura gli spiega [8 agosto, AP 504] che il governo ha necessità dei birri, sia per le esecuzioni civili sia per le criminali (che non competono alle Guardie). Gli Eletti alla Polizia di dimettono per protesta contro Garampi: costui, appropriandosi di «ogni superiorità», toglie agli stessi Eletti i mezzi per proseguire nel loro ufficio [13 agosto, AP 504]. La Reggenza riminese è costretta a precisare a Garampi compiti e competenze del Dicastero di Polizia, invitandolo ad aderire alle loro insinuazioni, «a meno che non abbia degli Ordini superiori da presentarci in contrario» [13 agosto, AP 504].

Ma Garampi non cede, se il 20 ottobre la Reggenza dichiara al commissario Pellegrini che il comandante della Guardia urbana «ha cercato d’interdire» agli sbirri «la via di poter esercitare il proprio Uffizio», per cui è inutile avere un bargello che li comandi.

Anche il comportamento arbitrario di Garampi testimonia dell’estrema tensione e confusione in cui versa la vita cittadina pure dopo l’arrivo tanto atteso delle truppe austriache. Come in tutti i momenti più seri delle vicende politiche, non mancano le dichiarazioni formali con cui si cerca di sopperire alle carenze sostanziali. Il comandante della Romagna De Buday, il 3 agosto [AP 908], nell’atto di partirsene, rilascia un attestato a favore della Cesarea Regia Reggenza Provvisoria di Rimini, definendo «indefesso» lo zelo dimostrato «per il buon ordine, e tranquillità del Paese», ed «incessanti le cure per la pubblica amministrazione a fronte della totale deficienza di mezzi per supplire agli ingenti bisogni» del momento. Il giorno dopo, 4 agosto, anche Viezzoli compila un altro attestato [100] a favore della Reggenza riminese, dei cui sei componenti vengono elencati i nomi: Ippolito Tonti, presidente, Luca Soardi, Girolamo Soleri, Federico Fregoso Carradori, Pasio Antonio Valloni e Giovanni Pallotta [101]. Questa reggenza è stata modificata (forse il primo agosto, come s’è già scritto) nonostante il ricordato ordine contrario, impartito da De Buday il 31 luglio attraverso Lorenzo Garampi. (Tonti, l’11 agosto è indicato da Rimini come Deputato per la Reggenza provinciale [102], in virtù della sua dottrina, probità e per l’«attaccamento al presente felicissimo Governo» [103].)

Il 10 agosto, abbandonando Viezzoli il Comando della Piazza, è sostituito provvisoriamente da Lorenzo Garampi il quale istituisce una Guardia d’onore, annessa alla Guardia urbana.

Per la resa di Mantova si celebra in cattedrale un Te Deum: a Garampi si chiede di garantire per l’occasione il servizio d’ordine nel «Serraglio della Nobiltà» che si trova in quella chiesa [13 agosto, AP 504]. Lo stesso giorno, si invia a Garampi un messaggio contenente l’elenco dei suoi compiti «con alcune speciali facoltà, come lo erano i Giudici locali sotto il Governo Papale» [AP 504]. Le inquietudini serpeggianti fra il popolo sconsigliano, nella stessa data, di pubblicare «alcuni editti che potevano turbare la pubblica tranquillità» [104].

La Reggenza riminese il 20 agosto sospende il «Dicastero di Straordinaria Polizia Provvisoria», per dimissione degli Eletti [105], affidando a Garampi il compito vigilare «sull’ordinaria Polizia della Città, e segnatamente sul passaggio, e permanenza de Forastieri» [106], con l’informare il Comando militare austriaco «di qualunque sconcerto sarebbe per succedere» [AP 509]. Zelante, il comandante Garampi pubblica immediatamente, lo stesso 20 agosto, una notificazione sul «buon ordine, e tranquillità della Comune».

Pochi giorni dopo, il 27 agosto, in cattedrale nasce una «sanguinosa zuffa» provocata dai soliti marinai [107]. Garampi, nel bel mezzo della scena, non riesce a far altro che scappare sul campanile, mentre intervengono «coraggiosi gentiluomini», racconta Zanotti, nel vano tentativo di placare i rivoltosi. I quali, «aumentati di numero, e di animosità», corrono alle porte civiche, e ne disarmano le guardie. Ben protetto dai soldati, Garampi torna nel suo palazzo, da dove fa battere la generale e dar fiato alle «guerriere trombe»: l’attacco ai marinai riesce a ricacciarli «nei loro Borghi», riportando la normalità. Garampi era stato inutilmente allertato il 24 agosto [AP 504] dalla Reggenza cittadina che temeva che «i mal intenzionati» potessero approfittare delle cerimonie religiose organizzate in cattedrale per ripetere le loro gesta.

La mattina successiva, 28 agosto, Garampi pubblica il suo «risentimento» per l’accaduto, avvertendo la popolazione di non insultare né paroni né marinai (ma erano stati proprio i marinai ad insultare le Guardie), e di non girare armata in città. Per i sospetti di giacobinismo, c’è l’ordine di un’immediata partenza («fra tre ore»). Quando gli Ebrei presentano agli austriaci in dono due bandiere imperiali (che il vescovo corre a benedire), Garampi fa un discorso farcito di immagine classiche tolte dalla Storia antica. Quel discorso è un efficace autoritratto del personaggio e delle sue ambizioni, così dolorosamente sconfitte dalla fuga sul campanile della cattedrale: la scena diventa simbolo della crisi istituzionale e politica di Rimini, città ancora ingovernabile per colpa dei marinai.

A Garampi si rivolge il 31 agosto [AP 504] la Reggenza: il cancelliere Bartolomeo Bellini ha svolto «premurose ricerche» sull’accaduto, accertando che «fino ad ora niente [h]avvi di concludente alle mire de’ sediziosi, che solo si pascono di parole insussistenti». Garampi è «pienamente autorizzato a prender tutte quelle misure, che troverà del caso, sull’espulsione de’ Forastieri». I marinai agitano la vita cittadina, i colpiti come responsabili degli eventi sono i forastieri. Contro quest’ultimi ci si è accaniti fin dal 1796, considerandoli pericolosi sovversivi e responsabili di ogni attentato all’ordine costituito.

Il 24 agosto alla Reggenza di Faenza quella di Rimini scrive che è stata intimata da Garampi la partenza verso quella città, con un certificato di buona condotta, a due tranquilli veneti, Bernardo Ponzoni e Giovanni Battista Inson, «fabbricatori di paste» presenti ed attivi da un anno [AP 504]. Da una lettera della Reggenza allo stesso Garampi, apprendiamo che ad alcuni mercanti triestini, dato che essi «apportano vantaggio alla Città», è invece accordato uno speciale permesso di soggiorno di due settimane, con la possibilità di prorogarlo «nel caso, che in questo lasso di tempo non potessero esitare le loro mercanzie» [26 agosto, AP 504].

Sotto il 4 settembre, Giangi ricorda: «In questa notte il Comandante Lorenzo Garampi ha mandato delle lettere ai qui notati, intimandoli di partire subito dalla Città, e Territorio di Rimini; sono Domenico Botini, dottor Gio[vanni] Martelli [108], Gaetano Urbani, medico Michele Rosa [109], Zanotti [110] e Gironda».

Il 16 settembre si svolgono le solenni esequie in cattedrale in memoria di Pio VI. Garampi, scrive Zanotti, rivolge ai suoi militari un discorso di commemorazione del pontefice, il quale se cessò dopo essere stato arrestato «di essere vostro Principe, giammai lasciò di essere vostro Padre». La sua morte «fra le sanguinose mani de’ Barbari», chiede che «la spada del Signore degli eserciti vendichi il martire».

Il 21 settembre da Firenze, dove è stato «arrestato per ordini superiori», giunge a Rimini il ciambellano imperiale Gian Maria Belmonti, padre della ricordata Barbara che era stata arrestata il 3 giugno, e fratello di Lodovico arrestato il 17 giugno. Zanotti lo chiama «gran partitante Francese, e Repubblicano, che ottenne le più vistose cariche nel Governo Democratico» (fu deputato dell’Amministrazione Centrale romagnola). Era stato lui ad ospitare nel proprio palazzo Napoleone Bonaparte [111]. Gian Maria Belmonti chiede «di essere trasportato altrove»: gli austriaci lo traducono nel castello di Pest in Ungheria, dove morirà (a quanto pare suicida) il 10 settembre dell’anno successivo, a cinquant’anni [112]. Osserva Carlo Tonini che non si conobbe «la vera cagione» del suo arresto: quella di Gian Maria Belmonti sembra una vicenda orchestrata da misteriosi personaggi che agivano nell’ombra e che fanno pensare ad una regia segreta anche dietro il manifestarsi del «furore» popolare.

Il 25 settembre [AP 505] Garampi sequestra indebitamente del formentone portato da un contadino in casa di una donna di Marina: secondo la Reggenza non ci sono «prove sufficienti per dichiararlo contrabbando» (il reato è previsto soltanto se avviene l’imbarco della merce). Di conseguenza si ordina il rilascio del contadino arrestato.

Il 4 ottobre Garampi invia alla Reggenza un piano per la formazione di una nuova Guardia urbana. La Reggenza rimanda la decisione all’amministrazione provinciale [5 ottobre, AP 505].

Il 16, 17 e 18 ottobre i «marinari» organizzano un solenne triduo di ringraziamento «per li riportati favori nel conflitto co’ Francesi del dì 31 maggio scorso»: Zanotti aggiunge che vi partecipa tutta la popolazione del Borgo di San Giuliano. (Una curiosità insignificante, forse: perché il ringraziamento è celebrato con quattro mesi di ritardo? Più che un ritardo, potrebbe essere la conferma di voler continuare a controllare la piazza.)

Il 2 novembre [AP 505] la Reggenza lamenta l’eccesso di spesa per la Guardia urbana (diecimila e più scudi l’anno). Lo stesso argomento è affrontato l’11 novembre [ibid.]: il costo sostenuto assorbe tutte le sostanza comunitarie, con uno «smisurato» sbilancio fra entrate ed uscite. I solleciti precedenti inviati a Garampi dalla Reggenza per cambiare sistema e diminuire la spesa, non hanno ottenuto risposta. Si rischia così il «totale dissesto della pubblica Economia»: occorre ridurre le forze ed introdurre anche una tassa «personale per l’età, e capitoli determinati di persone capaci di servire la Guardia Civica» [113].

Il 17 dicembre Garampi pubblica un proclama sull’ordine pubblico con il quale si aumenta il numero dei pubblici esecutori, o ministri di Giustizia, e si impartiscono precisi ordini al fine di evitare arresti arbitrari. Per ogni arresto, leggiamo in Zanotti, si deve ricevere un ordine di esecuzione. Le esecuzioni debbono poi avvenire «senza vessazioni, né contumelie». I ministri di Giustizia, ordina infine Garampi, debbono levarsi il cappello al passaggio dei militari della Guardia urbana.

Quattro giorni dopo, il 21 dicembre, la Reggenza riminese scrive al commissario Pellegrini [114] che i timori sulla pubblica tranquillità espressi da Garampi non hanno «verun fondamento»: «Regna la quiete nella Città nostra, in modo che non si conosce pericolo alcuno, che possa rimanere turbata», nonostante l’aumento dei prezzi dei generi alimentari. «Alla quiete dell’Interno della Città», si aggiunge, «non si oppone ormai più l’aggitazione de Montanari, accordandosi loro dentro i limiti della Provincia del Granoturco pel giornaliero sostentamento». Erano quegli stessi montanari che avevano turbato la vita del territorio riminese nel 1797, sempre a causa della mancanza di cibo nelle loro misere contrade [115].

 

 

 

13. Difficili rapporti con il clero

A contribuire alla tensione del momento, ci pensa anche il vescovo. Le abbadesse dei monasteri riminesi, «prevedendo di non poter sussistere nell’anno venturo cominciando dai presenti raccolti», sono ricorse al vescovo di Cervia «per avere un provvedimento» a loro favore [116]. Il vescovo di Cervia il 9 luglio ha deliberato di «provvedere alla di loro sussistenza sopra li Beni vendutigli, che restano sempre vincolati a cauzione di quelli, che hanno il diritto degli alimenti, rientrando essi nelle primiere ragioni». Ed ha precisato, perché non restassero equivoci sulle sue intenzioni, che il «Supremo Capo della Chiesa» non aveva mai approvato la vendita dei beni dei conventi.

Alle decisioni del collega cervese, il vescovo di Rimini aggiunge di confidare negli amministratori della città: «Mi dò a credere che le Signorie Loro avendo Zie, Sorelle, e Parenti in questi monasterj saranno per prendere un provvedimento tale che assicuri la sussistenza di tutti questi individui» [29 luglio, AP 504]. La risposta della Magistratura cittadina [117] rispedisce la palla al mittente: per attuare il sistema suggerito dal vescovo di Cervia, occorre una «diretta autorizzazione» dell’imperatore, quindi della Reggenza.

La risposta è in sintonia con quanto, lo stesso 30 luglio, delibera la Reggenza romagnola: la sorte dei beni nazionali sarà stabilita dall’imperatore [118]. Pertanto, come riferisce Zanotti, ai privati è inibita qualsiasi azione di rivalsa. Alle proteste ecclesiastiche, due giorni dopo, la stessa Reggenza replica che non vanno fatte «sinistre interpretazioni» a «religiose intenzioni», e che occorre attendere un concordato fra Impero e Chiesa (... con il papa prigioniero della Francia) [119]. Del comportamento del proprio vescovo, la Reggenza riminese si lamenta con la stessa Reggenza romagnola [120]. Cambiata la situazione generale, e mutato l’esercito invasore, restano i vecchi attriti tra clero e potere politico civile.

Il 20 agosto la Reggenza riminese compila un «Promemoria» da inviare alla Reggenza provinciale [121], in cui si giudica con preoccupazione la condotta del vescovo della città: al primo appressarsi delle armi austriache, «di proprio arbitrio per pubblico manifesto» il vescovo ha eretto il Tribunale civile e criminale, riaperta la Cancelleria «e riassunto perfino l’uso di tenere la forza armata, e col mezzo di questa commettere esecuzioni» giudicate «odiose». Il vescovo, inoltre, non ha rispettato le deliberazioni sui beni nazionali [122], tentando di spogliarne i legittimi acquirenti, e d’impossessarsi armata manu dei «raccolti delle case coloniche colla massima inquietudine delle famiglie de spogliati». Le Corporazioni ecclesiastiche ed i monasteri femminili si sono sentiti autorizzati a seguire il vescovo «con altrettante violenze sui frutti dei loro Poderi venduti». A subirne i danni è stata la «Cassa dell’Agenzia dei Beni già Nazionali», per cui non si possono pagare «le pensioni [123] agli Ecclesiastici secolarizzati, ed i sussidj ai monasteri», e «si riducono alla mendicità tanti, e tanti Individui che meritano la comune compassione».

Il primo ottobre [AP 505] s’interpella il vescovo per avere deputati del clero «a quelle congregazioni, nelle quali abbia interesse», a tenore del regime pontificio esistente prima dell’arrivo dei francesi. Il 4 dello stesso mese [ibid.], a Garampi (per motivi di risparmio), si ordina di fare ricorso soltanto alle carceri comunali [124] e non pure a quelle vescovili.

 

14. L’Annona

Il sistema annonario [125] introdotto nel 1792 dal Legato Colonna è adottato, su «replicate istanze» del popolo [126], dalla Reggenza di Rimini che ne ottiene approvazione dalla Reggenza provinciale il 27 luglio [AP 908, c. 16v, e B 22]: tale sistema, come si illustra ai colleghi cesenati, riguarda l’amministrazione «a conto pubblico e calmiere colla tolleranza de’ Panfangoli venturieri soggetti però allo stesso calmiere, ed all’obbligo di un determinato spiano [distribuzione, n.d.r.] » [9 agosto, AP 504].

In realtà, nel 1792 a Rimini si era riaffermata l’esclusiva dell’Abbondanza e si era riaperto lo spaccio comunale, in base ad un piano annonario contro i panfangoli, voluto dal Legato come «perpetua legge» [127]. Par di capire che Rimini voglia in apparenza testimoniare una continuità con il vecchio regime pontificio, facendo invece a modo suo. Si introducono delle innovazioni rispetto a quel regime, ricalcando le vecchie, accese discussioni sulla libertà di panizzazione: come si è già visto, nel 1791 Nicola Martinelli si era dimostrato sostenitore della «libera panizzazione», ora introdotta parzialmente e quasi di soppiatto.

(Nella nuova fase del governo della città, con il ritorno al Magistrato ordinario, la Congregazione dell’Annona il 14 febbraio 1800 deciderà di tollerare i panfangoli «sotto però quelle discipline, colle quali furono introdotti». La delibera è assunta per ridurre il «pregiudizio» che essi arrecavano all’Annona medesima [128].)

In una successiva lettera del 23 settembre [AP 505], sempre diretta ai colleghi cesenati, si spiega che «lo spaccio del Pane, e della Farina và qui per conto pubblico. Il Fornaio condotto non hà altro obbligo, che di manipolare, e cuocere a tutte sue spese il pane per la mercede di pavoli cinque per sacco». Circa l’incetta del grano da parte dell’Annona, si precisa che essa «dà un aumento di due pavoli per sacco sul prezzo medio della Piazza».

Il 23 agosto la Reggenza riminese si occupa del problema annonario in una lettera al comandante Garampi [AP 504]. Il grano «viene con scarsezza nella Pubblica Piazza, perché nella maggior parte infossato»: è necessario che la quantità disponibile sia divisa in piccole parti «a contentamento de Poveri» e «specialmente per provvedere alle richieste delle donne del Porto». I marinai infatti «e per abitudine, e per necessità si provveggono del grano a minuto nel pub­blico Mercato due volte la settimana. Fabbrican essi per mezzo delle loro famiglie una qualità di pane par­ticolare per gusto, e per la forma, che trasportano in Mare» [129]. Il pane dell’Annona, infatti, non poteva essere acquistato dai marinai perché (come scrive l’Annona) esso «non può resistere ai dieci, o dodici giorni di navigazione» [130]. Nel Panfangolo riminese, pubblicato nel 1791, Francesco Battaglini, oppositore delle teorie liberali di Martinelli [131], scriveva che «la classe marinaresca tanto utile alla Città nostra, e nel tempo stesso sì grama, e misera» [132], aveva «per costume di panizare in casa per proprio uso: laonde son queste solo a dir poco 2000 persone d’una classe altrettanto utile quanto misera e affaticante tra i rischi continui del mare, le quali vivono settimanalmente al prezzo de’ grani sul mercato».

La Guardia urbana, si ordina a Garampi nella lettera del 23 agosto, deve vigilare «sulla Piazza per l’equa distribuzione del Grano, e per il buon ordine». Una settimana dopo, il 30 agosto, la Reggenza scrive nuovamente a Garampi che il grano «che nella maggior parte è infossato, seguita tutt’ora a venire con scarsezza nella Pubblica Piazza». E che occorre dividerlo «nelle più piccole quantità a contentamento de Poveri, e per provvedere specialmente alle donne del Porto». Per arrivare a questo risultato occorre che un ufficiale della Guardia urbana «e qualche Comune» siano presenti a vigilare «sulla Piazza».

A settembre si aggrava la mancanza di grano e si chiede a chi, come il conte Pietro Martinelli [AP 505], non ha versato la dovuta quota, di farlo immediatamente per soddisfare «le richieste de’ piccoli compratori, ed evitarne il malcontento di chi non trovasse di provvedersi».

Il 2 ottobre, si prende un altro provvedimento «per la quiete della Popolazione in un Anno pur troppo carestoso, come il presente» ed allo scopo di render «meno sensibile» la già non indifferente perdita dell’Annona «onde evitare in progresso un danno irreparabile»: è l’esenzione dal «Dazio macina» per il grano diretto all’Annona medesima. «Qualunque altro bisogno, cui supplire possa detto Provento, cede al confronto della Fame», si scrive all’amministratore dello stesso Dazio, Daniele Felici Capello [AP 505].

Il 7 ed il 16 novembre si delibera il grave ed impopolare provvedimento della «diminuzione dell’oncia del pane», a causa dell’aumento del costo del grano [133]. I due provvedimenti hanno effetto rispettivamente dal 9 e dal 17 novembre [134].

Nel 1795 il Buon Governo aveva obbligato a produrre due tipi di pane: il primo, «commune» (detto «venale» ed anche «bruno») per il popolo, di sette once a bajocco; il secondo «di lusso» (o «bianco») di cinque once a bajocco [135]. Dal 16 agosto 1799 sino al 9 novembre [136], il pane «commune», è venduto nella stessa quantità di sette once prevista nel 1795, mentre per il «bianco» si sale a cinque once e mezzo (contro le cinque del 1795). Dal 10 al 16 novembre, si riduce soltanto il peso del «bruno» da sette a sei once e mezzo. Dal 17 novembre, la diminuzione è invece per entrambi i tipi: il «bianco» scende a cinque once, il «bruno» a sei [137]. Complessivamente, i provvedimenti danneggiano i ceti meno abbienti che vedono calare il peso del pane «bruno» da sette a sei once, mentre quello migliore prima sale di mezza oncia e poi ritorna alle cinque once del 1795. Ad aggravare la situazione, seguono il 25 novembre ed il 2 dicembre due aumenti del prezzo della farina (rispettivamente, a 14 ed a 15 quattrini per libbra).

Il 30 novembre [AP 505] la Reggenza scrive al commissario Pellegrini che la situazione annonaria si rende sempre più seria, «quanto più concorrono alla nostra Piazza i Montanari per provvedersi di granaglie, che non possiamo loro somministrare per non affamare la nostra Popolazione, e che mancando loro ormai del tutto nel Monte Feltro gli hà eccitati ad arrestare tumultuariamente una pubblica Rappresentanza, e ritenerla nei maggiori stenti». Altri guai sono provocati dal mancato riparo delle condotte dei mulini nelle fosse Viserba e Patarina, per cui non si può procedere alla molitura [138] in loco.

Il 5 dicembre la Reggenza impone all’Annona la fabbricazione provvisoria di una «terza qualità» di pane ad uso esclusivo della Marineria, «fra il Bianco, ed il Bruno ad oncie 5 per bajocco» [AP 617, c. 54 v.]. La decisione è presa in base alla constatazione di un’«estrema penuria di grano dell’Annona» e del «copioso spaccio del Pan bruno a perdita della medesima». Questo pane di «terza qualità» è migliore del «Bruno», richiede una maggior cottura [139], ed ha «il sale, che vi occorre uniformemente a quello che sogliono fare in casa». Esso può essere spacciato soltanto alle «Porte di S. Giuliano, e di Marina in Città». I marinai, anche in campo annonario, sono gli unici a non rimetterci. La decisione riminese è approvata dal commissario Pellegrini che la definisce «lodevole», e che suggerisce l’opportunità di aprire uno spaccio di farina di formentone «per il Popolo tenendolo ad un prezzo possibilmente più basso di quello delle Farine di grano, onde minorare lo spaccio giornaliero di queste» [140]. La Reggenza con il commissario Pellegrini definisce provvisoria la disposizione per la fabbricazione di un «Pane casalino, e salato, atto alla navigazione» destinato ai marinai. I quali, si aggiunge, «mal volentieri si adattano a questo necessario provvedimento», essendo soliti a comprare il grano sul mercato ed a fare il pane in casa [14 dicembre, AP 505].

Una notizia relativa al 1801 ci conferma la gravità della situazione: in quell’anno il ricordato medico Michele Rosa pubblica un testo in cui illustra il modo di rendere commestibile la ghianda, ed un panettiere lo mette subito in pratica ottenendo un prodotto che si narra aver riscosso un’entusiastica approvazione da parte della Municipalità [141].

 

 

15. Il complesso ritorno alla normalità

Il 30 novembre la Reggenza scrive al commissario Pellegrini [AP 505] di trovarsi in difficoltà ad amministrare la cosa pubblica a causa della malattia del conte Ippolito Tonti, «il più idoneo» fra i consiglieri, e dell’assenza di Luca Soardi (per le pericolose condizioni di salute della moglie). La Reggenza chiede per tutti un «opportuno riposo», per cui avanza la proposta di un rinnovo nelle cariche. Questo rinnovo avviene soltanto dopo che la Reggenza provinciale emana il 29 dicembre il ricordato «Piano provvisorio di organizzazione».

In applicazione dell’articolo quinto (relativo alla «ripristinazione del Consiglio generale») di tale «Piano», e dell’ordine trasmesso il 6 gennaio 1800 dal commissario Pellegrini alla Reggenza provvisoria [AP 908], si organizza per la sera del 13 gennaio 1800 «la generale Adunanza Consigliare della Città» allo scopo di eleggere la nuova Magistratura ancora di sei componenti, come in uso da agosto. Sono convocati «avanti l’onestissimo Gentiluomo Marco Bonzetti Delegato del Principe» [142], ventisette consiglieri «Nobili» e dodici «Cittadini» che erano in funzione nel 1796. Sono presenti tutti i ricordati «Reggenti Provvisori», cioè Ippolito Tonti, Federico Fregoso Carradori, Girolamo Soleri, Luca Soardi, Pasio Antonio Valloni e Giovanni Pallotta: gli ultimi due, non aggregati al Consiglio, intervengono soltanto come componenti la Reggenza [AP 880].

Dal verbale della riunione apprendiamo che ottengono approvazione unanime le seguenti proposte: riduzione da otto a sei del Magistrato (sei però ne abbiamo già contati all’inizio di agosto); elezione fatta con schede «colla propria sottoscrizione»; «che solo per questa volta non si abbia riguardo al grado che i presenti tenevano nel Bussolo, ma soltanto al Ceto, ed all’anzianità di giuramento». Le urne danno questo verdetto: Francesco Bonsi [143], Giovanni Battista Agolanti, Daniele Felici Capello, Alessandro Belmonti Cima [144], Carlo Garattoni e Gaetano Ceccarelli.

Zanotti ricorda che questa fase conclusiva della vicenda amministrativa riminese non procede tranquillamente a causa di un intervento proprio di Lorenzo Garampi, che è tra i vecchi consiglieri convocati. Secondo il pensiero di Garampi, in quella riunione sono presenti persone che non avrebbero dovuto esserci, perché, come spiega Zanotti, «aveano non solo dimostrato la loro opposizione [145] favorevole alle massime democratiche, e di non sana morale, ma ben anche ne aveano dato saggio co’ scritti». Garampi vede in questo episodio una violazione delle norme del «Piano», per cui decide di ritirarsi dall’adunanza, chiedendo che sia verbalizzato il suo abbandono.

Bonzetti, prosegue Zanotti, davanti all’«insorto rumore» si adopera «colla naturale sua affabilità a comporre gli animi». Il pubblico «mal sofferse l’elezione di alcuni resi sospetti per le passate vicende, e tanto più», leggiamo in Zanotti, «per la rinuncia, che immediatamente ne fece il conte Bonsi soggetto integerrimo, e della più favorevole opinione presso il Popolo, sebbene tale rinuncia non si fosse ammessa dal Delegato», Marco Bonzetti. Anche nella Cronaca di Giangi leggiamo qualcosa al proposito: «Il Conte Lorenzo Garampi avanti dell’Elezione diede una protesta in scritto, dicendo che tutti li Consilieri erano infetti, e che lui non ci stava bene, e subito partì dal Consiglio».

Garampi non s’accontenta della dichiarazione a verbale: il giorno dopo presenta ricorso alla Reggenza provvisoria uscente contro l’«irregolare condotta» dell’adunanza del Consiglio. Egli sostiene che l’elezione della nuova Magistratura non deve ritenersi valida, e che, fino al pronunciamento del commissario imperiale, la medesima Reggenza uscente deve restare in carica. A quest’ultima, egli attribuisce la responsabilità di «qualunque illegalità, disordine, e rumore pubblico che fosse per nascere». Il 15 gennaio Giangi ricorda: «La Regenza nova non ha preso poseso, seguita la vecchia».

Bonzetti si rivolge al commissario Pellegrini il quale il 17 gennaio [AP 880 e 980] ordina una nuova adunanza del Consiglio, avvertendo che per esserne esclusi non basta il «semplice giuramento prestato nel tempo del Governo Repubblicano», quando esso «non fosse stato accompagnato da una successiva condotta riprensibile notoriamente» [146]. Pellegrini precisa poi che nella riunione del 13 c’è stato un errore procedurale: prima dell’elezione del nuovo Magistrato, occorreva procedere alla segreta ballottazione dei consiglieri «intervenienti» per la loro ammissione al Consiglio [147]. Bonzetti, nella sua qualità di Delegato, avrebbe dovuto «vagliare con l’esperimentata sua prudenza e circospezione, che nulla si commettesse d’irregolare». Per la nuova convocazione, si deve seguire la prassi annunciata: anzitutto ballottazione ed esclusione dei consiglieri, quindi scelta della nuova Magistratura fra i non esclusi. Pellegrini accenna pure alla protesta di Garampi: dovendosi ripetere l’adunanza, «è inutile il farla registrare negl’Atti Pubblici del Consiglio». (Ovvero, i panni sporchi si lavano in casa.)

La seconda adunanza si tiene il 19 gennaio sera. Anzitutto, racconta Zanotti, si dichiarano esclusi dal Consiglio, per mancanza dei due terzi dei voti, Gian Maria Belmonti (perché arrestato), Gaetano Gaspare Battaglini (partito per Venezia), e Gaetano Urbano Urbani [148] («assente dalla Città al suo Casino di Covignano»). Dal verbale di AP 880 ricaviamo che i tre, nella ballottazione, non raggiungono la maggioranza richiesta di 29 voti sui 43 votanti (con l’obbligo che «veruno dia il voto per se stesso» [149]), con questi risultati: Belmonti 27 a favore e 16 contrari, Battaglini 23 contro 20, Urbani 28 contro 15.

Si passa quindi ad eleggere la nuova Magistratura: solamente Bonsi supera i due terzi (con 32 voti contro i 29 richiesti). A questo punto si propone di votare la proposta di una nuova ballottazione fra i cinque consiglieri (quattro «Nobili» ed un «Cittadino») che hanno ricevuto più voti in quella appena conclusa, «onde per i due terzi di voti ottenerne l’inclusiva; e non ottenendola essi, fare lo stesso sperimento di altri cinque». La proposta è bocciata (26 voti a favore, contrari 16: non è raggiunta la maggioranza dei due terzi).

Il commissario provinciale Pellegrini, tramite Luigi Brosi (il nuovo governatore), il 23 gennaio [AP 908, cc. 37v/38r] invia un messaggio alla Reggenza in cui fa presente che, per addivenire finalmente alla composizione della nuova Magistratura, occorre una «concordia di sentimenti» fra i consiglieri. Il commissario ordina «di esporre a nuova ballottazione cinque Signori Consiglieri, che per la Magistratura ebbero più voti nell’antecedente Consiglio, e successivamente altri cinque», come aveva suggerito la proposta bocciata la sera del 19 gennaio.

Il 28 gennaio si tengono altre due ballottazioni: in nessun caso si ottiene l’approvazione con i due terzi. Il primo voto riguarda i cinque consiglieri (quattro «Nobili» ed un «Cittadino») che hanno ricevuto più voti il 19 gennaio, cioè Giovanni Battista Agolanti (18/23), Francesco Mancini (21/20), Alessandro Belmonti Cima (19/22), Carlo Garattoni (25/12) e Giuseppe Guidantoni (21/20). Nel secondo, sono sottoposti a ballottazione Daniele Felici Capello (21/20), Ippolito Tonti (26/15), Giuseppe Soleri (27/14), Luca Soardi (27/14), e Gaetano Ceccarelli (26/15).

Il Delegato Bonzetti non sapendo come risolvere la situazione, ricorre ancora al commissario Pellegrini che gli risponde il 31 gennaio [AP 908, c. 38r]. Come racconta Zanotti, il commissario Pellegrini dichiara di essere «giustamente annoiato dalle praticate discordie, e maneggi», e di considerare «superfluo, ed indecoroso il ripetere delle nuove adunanze inutili», per cui decide di nominare lui stesso il Magistrato. Pellegrini sceglie Francesco Bonsi (unico eletto il 19 gennaio), Ippolito Tonti (che il 16 giugno ha sostituito il dimissionario Zollio, ed è stato nominato presidente il 4 agosto), Giuseppe Soleri (già prescelto il 31 maggio), Francesco Mancini (votato ma senza quorum il 19 gennaio), Carlo Garattoni e Gaetano Ceccarelli (eletti il 13 gennaio, nella votazione fatta invalidare da Lorenzo Garampi).

I nuovi Magistrati prendono possesso dell’Ufficio appena giunge, il 3 febbraio [150] come scrive Giangi, la lettera di nomina ufficiale da parte del Commissario provinciale. Due giorni prima è entrato nelle sue funzioni il governatore Brosi. Il 5 febbraio si tiene l’adunanza del Consiglio con il nuovo Magistrato [AP 880]. Sotto questa data, Giangi scrive: «Questa matina non si è più veduta la Bandiera al Pogiolo di questo Conte Lorenzo Garampi». Lo strapotere del comandante della Guardia urbana è finito. La sua vicenda è esemplare. Gli austriaci hanno tentato di servirsi di lui per piegare gli amministratori municipali al proprio volere, come testimonia il ricordato episodio del 31 luglio, quando il comandante della Romagna De Buday, non approvando un rinnovo della Reggenza a cui il Magistrato Provvisorio di Rimini aveva pensato (ed avvenuto poi egualmente il 4 agosto), scrive a Lorenzo Garampi, ordinandogli d’intimare agli amministratori in carica di non cambiare nulla rispetto alla conferma austriaca della «scelta del Popolo» decretata per «sovrana disposizione» il primo giugno. L’uscita di scena di Garampi è anche uno schiaffo alle pretese di Vienna di governare una qualsiasi piccola città conquistata manu militari.


 

Appendice.

Eletti (e votati) alla Magistratura riminese, 1799-1800.

 

I «votati» si riferiscono alle sedute del 19 e 28 gennaio 1800. In quella del 19 risulta eletto soltanto Bonsi. Il 28 nessuno dei dieci ballottati in due riprese ottiene il quorum (la seconda votazione ha il rimando alla nota 6).

 

 

31 magg.

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2 luglio

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4 agosto

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13 genn.

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19 genn.

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28 genn.

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31 genn.

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Battaglini

Battaglini

 

 

 

 

 

Bonadrata (2)

 

 

 

 

 

 

Bonzetti (3)

 

 

 

 

 

 

Soardi

Soardi

Soardi

 

 

Soardi (6)

 

Soleri

Soleri

Soleri

 

 

Soleri (6)

Soleri

Zollio (1)

 

 

 

 

 

 

 

Tonti

Tonti (4)

 

 

Tonti (6)

Tonti

 

Fregoso

Fregoso

 

 

 

 

 

Valloni

Valloni

 

 

 

 

 

Manzaroli

 

 

 

 

 

 

Pallotta

Pallotta

 

 

 

 

 

 

 

Bonsi

Bonsi (5)

 

Bonsi

 

 

 

Ceccarelli

 

Ceccarelli(6)

Ceccarelli

 

 

 

Garattoni

Garattoni

Garattoni

Garattoni

 

 

 

 

Mancini

Mancini

Mancini

 

 

 

Agolanti

Agolanti

Agolanti

 

 

 

 

Belmonti

Belmonti

Belmonti

 

 

 

 

Felici

 

Felici (6)

 

 

 

 

 

Guidantoni

Guidantoni

 

 

Note all’Appendice.

(1) Zollio dimesso il 16.6, sostituito da Tonti.

(2) Bonadrata dimesso il 2 luglio.

(3) Bonzetti dimesso il 2 luglio.

(4) Presidente. La data del 4 agosto, come si è già precisato, non è quella della riunione del Consiglio, tenutosi probabilmente il primo agosto.

(5) Unico eletto il 19 gennaio. Sugli altri 5 si vota inutilmente il 28 gennaio 1800.

(6) Seconda votazione del 28 gennaio 1800.

 

Ringraziamenti sinceri debbo rivolgere, per la cortesia dimostrata e la collaborazione ricevuta, al personale tutto dell’Archivio di Stato di Rimini e della Civica Biblioteca Gambalunghiana di Rimini, ed in quest’ultima sede in particolare alla dottoressa Paola Delbianco, Responsabile della Sezione Manoscritti e Fondi antichi.

 

Riministoria



[1] Cfr. SC-MS. 340, Biblioteca Gambalunghiana di Rimini [BGR]. La sua Cronaca raccoglie notizie sul periodo 1782-1809. Essa fu continuata dal figlio Filippo relativamente agli anni dal 1811 al 1846 (cfr. SC-MS. 1242, BGR). Nicola Giangi fu «Cittadino consolare»; il 14 marzo 1799 egli scrive nella Cronaca: «Questa sera ho cessato di esser Municipale».

[2] Cfr. A. Montanari, Fame e rivolte nel 1797, Documenti inediti della Municipalità di Rimini, «Studi Romagnoli», XLIX (1998, ma 2000), p. 699.

[3] Nel 1796, gli ebrei «dimoranti con negozio da lungo tempo in Rimini» risultano Moisé di Bono Levi, Samuel ed Elcana Costantini, i fratelli Foligno, Sa­muele Mon­dolfo, ed Abram e Samuel Levi: temendo, al «passaggio delle Truppe Francesi», di essere «molestati per raggion d’avere per Comando Pontefficio il solito segno nel Capello», essi ottennero di toglierlo con il versamento alla Comunità riminese di un «dono gratuito» di cinquecento scudi. Il «dono» fu fatto, come scri­vono i Consoli di Rimini, «in luogo di darci conto del loro peculio, e del valore de rispettivi negozj, come da noi esigevasi» (cfr. Fame e rivolte nel 1797, cit., note 42 e 44, p. 687).

[4] Un inventario è fatto successivamente, cfr. in AP 617, 1799-1800, Atti della Cesarea Regia Reggenza, Archivio storico comunale di Rimini, in Archivio di Stato di Rimini [ASR], sotto la data del 29 luglio 1799, c. 25r. (La sigla AP indica gli «Atti Pubblici» della Municipalità di Rimini. Molti di tali documenti non hanno nu­merazione progressiva delle carte o delle pagine.) La Commissione per «ricevere, riconoscere, ed inventariare tutti gli oggetti, e parte che sono state tolte tanto al pubblico Palazzo, che ad alcuni Particolari nella ben nota emergenza», è stata istituita il 3 giugno 1799 [ibid., c. 3r], composta da Pompeo Rufo, Alessandro Buonadrata, Nicola Manzaroli e Pietro Brunori.

[5] Cfr. M. A. Zanotti, Giornale di Rimino dell’anno MDCCIC, Tomo decimo, SC-MS. 317, BGR. Zanotti scompare nel 1830, a 74 anni.

[6] Cfr. G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, I, Le origini del Risorgimento, 1700-1815, Milano 1956, pp. 270-271.

[7] Cfr. V. Sani, Le rivolte antifrancesi nel Ferrarese, «Folle controrivoluzionarie» a cura di A. M. Rao, Roma 1999, p. 210.

[8] Cfr. M. Viglione, Rivolte dimenticate. Le insorgenze degli italiani dalle origini al 1815, Roma 1999, p. 191. Sull’impostazione data da questo autore al racconto dei fatti riminesi, rimando alla nota seguente.

[9] Forse il soprannome (come le usanze popolari dimostrano), voleva indicare il personaggio ricorrendo alla figura retorica dell’ironia che fa intendere il contrario di quanto si dice, mediante un tono di irrisione. Ci troveremmo così davanti non ad un personaggio eroico, ma ad un fanfarone, come il soldato plautino. Secondo il cit. Viglione, Martiniz sbarca dopo l’«insorgenza popolare, guidata da Giuseppe Federici». La ricostruzione di questo autore non è fedele: mentre Zanotti fa rientrare i pescherecci «quando il brigantino austriaco» fa fuoco, Viglione anticipa l’insurrezione marinara a prima dello sbarco austriaco, per valorizzare la figura di Federici.

[10] Ho avuto già modo di accennare alla mentalità di Zanotti, scrivendo come essa «avesse un’impronta codina, e fosse più portata a credere nelle verità delle leggi e del potere che le incarnava, piuttosto che nel primato del divenire storico»: cfr. L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici», «Studi Romagnoli» L (1999, ma 2003), p. 957, nota 48

[11] Cfr. A. Montanari, Antonio Bianchi scrittore, in A. Bianchi, Storia di Rimino dalle origini al 1832, Rimini 1997, p. XV.

[12] Cfr. Bianchi, op. cit., pp. 172-173.

[13] Luigi Vendramin ha curato la trascrizione del ms. pubblicato nell’ed. di cui alle due note precedenti.

[14] Fino al 1825 le carceri di Rimini si trovano dietro al palazzo del Comune, a contatto con l’ufficio del Monte di Pietà: in quell’anno sono trasferite nella Rocca di Sigismondo.

[15] Cfr. il proclama del comandante Viezzoli al popolo di Rimini, in Zanotti, op. cit., pp. 190-192.

[16] Cfr. in Fondo Gambetti Stampe Riminesi, BGR.

[17] Pio VI scompare nella notte tra 28 e 29 agosto 1799. A Rimini la notizia della sua morte è diffusa dal vescovo con un proclama dell’11 settembre, pubblicato il giorno seguente. Il 16 ci sono solenni esequie in cattedrale. Tre artiglieri muoiono nella piazza della Rocca, colpiti dal cannone sparato a salve per commemorare il defunto pontefice.

[18] Cito dalla traduzione italiana dell’antologia sull’Enciclopedia, II, Milano 1966, p. 525.

[19] «Queste, che sfidan già venti e procelle | Genti intente a le reti, al remo, a l’amo, | Le amiche loro lasciando navicelle, | Fecer Fabert d’ardir ripiene gramo». (Fabert, già cit. da Giangi, era il comandante francese nella piazza di Rimini.)

[20] Cfr. Fame e rivolte nel 1797, cit., nota 23, p. 681. Nel 1739 la popolazione riminese assommava a 9.580 anime, cioè 3.500 circa in meno rispetto al 1796, come ricavo dal fasc. 9, «Stato d’Anime della Città», in AP 636 (Documenti vari), ASR. Poche, approssimative notizie sulla consistenza della marineria riminese, sono nella terza ed. del Discorso istorico-filosofico sopra il tremuoto del 1786, pubblicato da G. Vannucci (le due edd. precedenti sono anonime) a Cesena nel 1787, a spese del libraio riminese Giacomo Marsoner: vi si parla soltanto delle barche «le maggiori, e le più forti», dette tartanoni, che erano dieci, con una ciurma di circa quindici marinai. (Queste notizie sono segnalate in P. G. Pasini, Notizie ‘marinaresche in uno scritto sul terremoto riminese del 1786, «Romagna arte e storia», n. 9/1983, «Studi sulla marineria», pp. 85-88.

[21] Ibid., nota 38, p. 686. Cfr. AP 502, Copialettere della Municipalità, dal 1° maggio 1796 al 28 febbraio 1797, Al Legato, 14 luglio 1796, ASR.

[22] Cfr. Fame e rivolte nel 1797, cit., nota 41, p. 687. Cfr. AP 502, 14 luglio 1796. È un documento diretto al Legato, diverso da quello in precedenza cit. con pari data.

[23] Cfr. Fame e rivolte nel 1797, cit., p. 676. Interessanti osservazioni relative a Cesena, sono nel saggio di F. Foschi, Utopia e realtà. I rapporti della comunità di Cesena con i papi concittadini Pio VI e Pio VII, in «Due papi per Cesena», a cura di P. Errani, Bologna 1999, p 33: nel 1797 si cercò di ripescare «il mito dell’autonomia cittadina, al culto della quale poteri civili e religiosi era necessario si sottomettessero», con un sogno «municipalistico» destinato a svanire ben presto.

[24] Venturi parla di questo aspetto, nell’esame di una situazione anteriore, per gli anni ’30-40 dello stesso secolo XVIII.

[25] Cfr. L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici», cit., pp. 949-955.

[26] Non spiega granché «la facile etichetta di giacobi­nismo, intesa quale indicazione di pura e semplice adesione agli ideali rivoluzionari francesi. La qualifica di ‘giacobino’ procurava accuse e denunce anche a carico di chi non voleva sposare la causa repubblicana d’Oltralpe, ma soltanto modificare dall’interno il regime sociale ed economico imposto dalla Sede Apostolica, i cui caratteri di arretratezza risultano evi­denti dal confronto con la politica delle riforme adottata altrove» (cfr. L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici», cit., p. 956). Sul problema dell’interpretazione del giacobinismo come corrente ideologico-politica, «i cui confini, peraltro, non è sempre agevole tracciare con nettezza», cfr. L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane. La letteratura politica per il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796-1799), Bologna 1999, p. 10.

[27] Ho avuto modo, recentemente, di osservare: «Mi è capitato di leggere in Gambalunghiana varie tesi di laurea, dove si riprendono testi diventati ormai classici, quali le cronache (1773-1829) del notaio Michel’Angelo Zanotti. Mai nessun docente universitario ha consigliato ai suoi studenti di porsi il problema di come considerare Zanotti, di capire l’ideologia che stava dietro alle sue pagine, la posizione politica che lo portava ad assumere certi atteggiamenti. Tutte le cronache di Zanotti sono state riversate da Carlo Tonini nell’aggiornamento della Storia di Rimini [vol. VI, I-II, Rimini 1887-88, ed. an. Rimini 1995] scritta da suo padre Luigi Tonini, senza sottoporle ad alcun vaglio critico. Anzi, peggiorando la scrittura originale, come denunciò il prof. Luigi Dal Pane, docente dell’Università di Bologna. Tempo fa, mentre stavo componendo una storia dell’Annona riminese nel 1700, poi pubblicata con il titolo de Il pane del povero in Romagna arte e storia (n. 56/1999, pp. 5-26), consultai un testo di Luigi Dal Pane del 1932, dove si dichiarano tre cose: che la controversia sull’Annona era rimasta ignota in campo scientifico; che non si potevano svolgere altre indagini per il “preclaro disordine” dell’Archivio comunale; e che gli “scrittori di storia riminese [...] vi accennarono da cronisti, e, come al solito, non cercarono di penetrarne l’intimo significato”. Prosegue Dal Pane: Carlo Tonini “copiò dal Giornale dello Zanotti non senza cambiare qualche frase e mutare la costruzione del periodo [...] per occultare» il plagio: così, «invece di chiarire le cose [...] le imbrogliò”, per cui alla fine “certi passi che erano chiari e significativi nella prosa dello Zanotti, divennero oscuri e senza colore in quella del Tonini”». (Cfr. A. Montanari, La Scienza illustrata, «Il Ponte», Rimini, 6 gennaio 2002.) Lo scritto di L. Dal Pane è Una controversia sull’Annona di Rimini nel secolo XVIII, «Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie, XL (1932), III», pp. 327-345.

[28] Cfr. A. M. Rao, La questione delle insorgenze italiane, «Folle controrivoluzionarie», cit., p. 33.

[29] Le guerre europee (1667-1772) ridisegnano i rapporti tra gli Stati del continente ed anche la carta geo-politica dell’Italia: basti ricordare l’acquisto austriaco della Lombardia nel 1714 (pace di Rastadt) che condiziona, nel bene e nel male, tutta la successiva storia della Penisola. (Per ciò che riguarda la nostra realtà locale, è importante sottolineare la politica austriaca diretta a conquistare il predominio sull’Adriatico.)

[30] Cfr. S. J. Woolf, La storia politica e sociale, «Storia d’Italia. 3. Dal Primo Settecento all’Unità», Torino 1973, p. 7.

[31] Cfr. Candeloro, op. cit., p. 282.

[32] Su questo aspetto, si ritornerà successivamente.

[33] Cfr. in AP 545, Lettere Segrete della Magistratura, ASR.

[34] Cfr. nel cit. Fame e rivolte nel 1797, p. 722.

[35] Cfr. A. Montanari, Aurelio Bertòla politico, presunto rivoluzionario. Documenti inediti (1796-98), «Studi Romagnoli» XLVIII (1997, ma 2000), pp. 573-574.

[36] Cfr. nel cit. Fame e rivolte nel 1797, p. 722.

[37] Cfr. L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici», cit., pp. 956-964.

[38] Cfr. Il pane del povero, cit., passim.

[39] L’attività politica pubblica di Felici Capello nel corso del 1799, è attestata da lettere della Municipalità di Rimini a lui rivolte, di cui diremo infra. (Cfr. anche AP 617, 13 luglio 1799, c. 17v, per una sua convocazione dal Magistrato.) Egli muore nel 1836, ad 80 anni. Di lui Giangi scrisse, come riferisce C. Tonini (nel cit. Compendio della Storia di Rimini, II, p. 502), che «sarebbe asceso tant’alto più per le raccomandazioni del cognato Marchese Innocenzo Belmonti, che per meriti proprii».

[40] Cfr. E. Raimondi, La retorica d’oggi, Bologna 2002, p. 51.

[41] Sull’argomento rimando al cit. Fame e rivolte nel 1797, passim.

[42] La vecchia cattedrale di Santa Colomba è ridotta a caserma dai francesi nel 1798. Prende il suo posto la chiesa di san Giovanni Evangelista (detta di sant’Agostino) della quale si parla qui. Nel 1809 la cattedrale è trasferita nel Tempio Malatestiano, dove si trova tuttora, ad opera del vescovo Gualfardo Ridolfi. Santa Colomba fu demolita nel 1815.

[43] Martiniz (scrive Zanotti) prende alloggio nella casa di Giuseppe Pari, «ove già seguì il portentoso prodigio del girar degli occhi dell’Immagine di Maria SS. detta poi della Misericordia trasportata nella Cattedrale». Questo evento, accaduto il 27 luglio 1796, non è il primo registrato dalle cronache, all’indomani della prima invasione francese della Romagna (che non tocca Rimini): il 19 luglio 1796 nel borgo San Giuliano si scopre un’immagine della Beata Vergine Addolorata «quadretto di Venezia che dagli occhi le scaturiscono le lagrime, e molti attestano averle vedute, trà gli altri due canonici», come narra N. Giangi, op. cit.: alle ore due di notte (corrispondenti alle 22 odierne), l’immagine è trasportata nella chiesa di san Giuliano. Il giorno 20 muove gli occhi la Madonna conservata nell’oratorio di san Girolamo. Il 27 luglio succede il mentovato episodio nell’abitazione, al porto, di Giuseppe Pari, «detto Blablà»: un’altra Beata Vergine dell’Aspettazione «muove, e gira gli occhj in una maniera sorprendente». Il 29, si annuncia che il Crocefisso della Confraternita della Santa Croce «ha aperto gli occhi e la bocca». Lo stesso giorno il vescovo Ferretti trasferisce l’immagine della Vergine dell’Aspettazione presso le monache di sant’Eufemia ed il 31 in duomo con solenne processione, ponendole il nome di Mater Misericordiae. In duomo si organizzano varie processioni, scrive ancora Giangi: il primo agosto tocca alle dame, il giorno dopo alle zitelle (in 160), a piedi scalzi. Secondo quanto si legge in Atlante per il dipartimento del Rubicone, «Romagna arte e storia», n. 6/1982, pp. 26-27, a Forlì, sparsasi la voce del movimento degli occhi della Vergine in un’edicola pubblica, il locale vescovo la fa smontare da un muratore e da un falegname, e la nasconde in curia; a Ravenna succede un episodio analogo, ma si tratta di una falsa voce: lo ricorda il monaco Benedetto Fiandrini, precisando che chi non crede al «preteso miracolo» è chiamato col nome di «Giacobino (che in questi tempi significava incredulo, atteo o cosa simile)».

[44] Cfr. A. Montanari, Una fame da morire, Care­stia a Rimini 1765-1768, «Pagine di Storia & Storie», a. V, n. 11, supplemento al settimanale «Il Ponte», Rimini, 14 marzo 1999.

[45] La parola «bisognosi», che potrebbe far balenare un discorso sulle cause sociali nella rivolta, non è di mano del cronista, ma di bocca del prelato.

[46] Questo verbale reca la data del primo giugno 1799. In una lettera che i nuovi amministratori di Rimini inviano alla Cesarea Regia Reggenza di Ravenna il 24 luglio 1799, si legge: «dal Popolo fummo acclamati alla Provvisoria Magistratura». Cfr. «Prospetto, delle miserie di questa città» in AP 504, Copialettere della Municipalità, dal 1.6.1799 al 19.9.1799, ASR.

[47] Cfr. la sua lettera del 15 giugno 1799 in B 22, Sec. XVIII, Corrispondenza del R. I. Commissario e R. I. Reggenza 1799-1800, ASR. Viezzoli controfirma tutte le lettere in partenza dalla Municipalità riminese.

[48] Cfr. P. Antonioli, Il triennio rivoluzionario in Romagna: Rimini dal 1796 al 1799, ASR e BGR. Qui si possono trovare, passim, ampie note biografiche dei principali personaggi protagonisti delle vicende del 1799, con relativi rimandi bibliografici.

[49] Ne ho riferito in Fame e rivolte nel 1797, cit., p. 696. Il giudizio di Zanotti su Bonzetti è ripreso da C. Tonini, nel suo Compendio della Storia di Rimini, II, 1896, p. 224. Tonini lo collega a quello su Martinelli, impegnato con Bonzetti in una missione diplomatica del 1796, all’apparire dei francesi in Romagna: «due veri contrapposti, dice il cronista: poiché il primo era tutto filosofo e tutto francese, il secondo tutto cattolico e tutto papa». Forse questa precedente attività in comune di Bonzetti e Martinelli, può tornare utile ai fini del discorso che ho fatto più sopra, circa un possibile ruolo di consigliere svolto da Martinelli a Rimini anche in questi confusi momenti.

[50] Il verbale non dice che il cambio di residenza si era reso necessario dopo il saccheggio del giorno precedente. Giangi scrive semplicemente: «La residenza del Magistrato è in Casa Gambalunga». Zanotti invece precisa: i nuovi eletti «provvisoriamente posero la loro residenza nel palazzo Gambalunga finche fosse ricomposta l’antica primiera residenza del palazzo magistrale il giorno avanti manomesso, lo che non si effettuò poi, che ai 12 Ottobre avvenire del corrente anno». Quest’ultimo particolare forse indica qualcosa sull’entità dei danni arrecati alla residenza municipale dagli insorti.

[51] Lo stesso primo giugno 1799 [AP 504], al comandante austriaco, i Magistrati scrivono: «L’arrivo di vostra Eccellenza in questa Città ci ricolma di giubilo, e ci anima a sostenere la Magistratura provvisoriamente conferitaci dal Popolo».

[52] Cfr. il cit. «Prospetto, delle miserie di questa città», AP 504: qui si dice che De Potts «si degnò confermarci nell’Ufficio».

[53] Sulla lunga crisi economica della città, in fasi anteriori, anche prima dell’arrivo dei francesi, cfr. il cit. Fame e rivolte nel 1797, passim.

[54] Il 16 agosto 1799 [B 22], la Municipalità riminese progetta di chiedere «ai Benestanti di sovvenire la Patria con delle somme volontarie», al frutto del cinque per cento. Il 24 agosto si decide la vendita delle posate del Pubblico [AP 617, c. 30v.].

[55] Sul problema dell’approvvigionamento del grano, in AP 617 si trovano alcuni documenti relativi a tutto il periodo della Reggenza provvisoria. Il primo è del 12 giugno 1799 [c. 5r]. Come si constata in ibid., cc 9-10, è deliberata una generale diminuzione dei prezzi dei generi alimentari. A settembre, si chiede alle autorità austriache di permettere l’acquisto di grano a Trieste, cosa che allora non era possibile, e poi in Ungheria: cfr. AP 505, Copialettere della Municipalità, dal 19.9.1799 al 3.2.1800, ASR, passim, mese di novembre (lettere dirette al commissario provinciale Giuseppe Pellegrini); e B 22, lettera di Pellegrini del 25 novembre 1799.

[56] Il comandante Potts ordina che, con il ripristino del sistema pontificio, si riuniscano all’amministrazione di Rimini «tutte le Comuni del Contado, e le Ville del Barigellato, compresi quelle di Bellaria, ed il Borgo di Cattolica, che n’erano stati smembrati per la legge del 21 vendemmiale anno 7; e tornarono i Luoghi di Verucchio, S. Ermete, e S. Martino de Molini, che erano stati uniti al loro primiero Corpo» (lettera alla Reggenza di Cesena, 22 ottobre 1799, AP 505).

[57] «La tassa di famiglia pel mantenimento della Guardia Urbana cade sopra i Possidenti, Mercanti, e Capi d’arte che hanno capitali in questa Città, e suo Territorio. Siccome questi vengono ad essere diffesi dalla Forza, così Essi soli debbono portarne il peso». La tassa è di 40 baj mensili. Lettera del 18 agosto 1799 al comandante della Guardia Urbana. Sull’attivazione della tassa, cfr. la delibera del 10 agosto 1799 in AP 617 (c. 27v), dove si cita il relativo editto del 4 agosto

[58] Cfr. in AP 504, lettera al Giusdicente del 6 agosto 1799.

[59] Cfr. nel cit. Compendio della Storia di Rimini, II, p. 266,

[60] Cfr. R. Copioli, Ildegarda oltre il tempo, Rimini 1998, p. 64, nota 23. Sulla genealogia della famiglia Belmonti, cfr. M. A. Zanotti, Genealogie di famiglie riminesi, SC-MS. 187-188, c. 134 (ora c. 144), BGR.

[61] Cfr. lettera al commissario Pellegrini, 10 dicembre 1799, AP 505.

[62] Il 27 giugno 1799 [AP 617, cc. 10v/11r] la Reggenza delibera la costituzione, a partire da luglio, di Uffici civili provvisori col sistema che si praticava sotto il governo pontificio. Podestà è nominato l’avv. Lelio Pasolini. Al cronista Zanotti, s’affida l’incarico di «Notaro del Sig. Vicario delle Gabelle, Dogana e Macinato».

[63] La distribuzione delle sovvenzioni è affidata ai parroci del Borgo di San Giuliano, don Filippo Copioli, e di Santa Maria al Mare, don Giammaria Innocenti.

[64] Così scrive Zanotti. Ma non si tratta soltanto di un «desiderio». In AP 617, 13 giugno 1799, c. 6, leggiamo che De Iacobi espressamente ordina che Garampi sia nominato Capitano della Milizia Urbana. Così pure in AP 505, al commissario Pellegrini, 10 dicembre 1799.

[65] Cfr. AP 505, la cit. lettera a Pellegrini, 10 dicembre 1799.

[66] A Lodovico Belmonti, fratello di Gian Maria, la Municipalità chiede di «produrre le sue giustificazioni»: cfr. la lettera indirizzatagli, del 13 agosto 1799, AP 504. Su di lui, cfr. la cit. tesi di Antonioli, p. 254, nota 72.

[67] In AP 722, Polizia Criminale, ASR, si conserva la lettera che padre Bernardo Canuti il 23 luglio 1799 indirizza ai Magistrati di Rimini, parlando delle «miserie della lunga prigionia, in cui mi ha sbalzato la popolare sommossa». Egli chiede, per «recuperare la libertà perduta», una dichiarazione che per il suo arresto non è concorsa l’autorità riminese. «Sono sedici anni che dimoro in Rimini», precisa, «e sempre ho goduto l’onore d’essere amesso nelle case più rispettabili, molte delle quali m’amisero alla generale loro confidenza». Egli ricorda pure di aver un tempo deposto «l’Abito Monastico»: ecco perché Giangi scrive «ora Prete». Sulle cause dell’arresto avanza un’ipotesi Antonioli, op. cit., p. 252, nota 68: Canuti aveva appoggiato le autorità francesi quando respinsero il 10 agosto 1798 la richiesta di una processione con l’immagine della Madonna dell’Acqua.

[68] Cfr. nel mio La filosofia della voluttà, Aurelio Bertòla nelle lettere di Elisa Mosconi, Rimini 1997, passim.

[69] Cfr. A. Montanari, Dalla città nuova ai Francesi. Aspetti di vita sociale nel Settecento, «Storia di Cervia, III. 1. L’età moderna», Rimini 2001, passim.

[70] L’originale del proclama si trova in BGR, Fondo Gambetti, Stampe Riminesi.

[71] Viezzoli se ne va a Pesaro il 15 giugno 1799. Ritorna il 28 dello stesso mese: cfr. AP 617, ad diem, cc. 11r/v.

[72] Si tratta del già cit. «Prospetto, delle miserie di questa città», AP 504, dove si presenta il «quadro luttuoso» della situazione, ricalcando quanto già denunciato in fasi precedenti. Tra 27 e 29 dicembre 1796 lo «stato passivo della Comunità» è l’argomento che Rimini affronta in una specie di ‘trilogia della povertà’, rivolgendosi al Legato, al Segretario di Stato ed al Prefetto della Sacra Congregazione del Buon Governo: è una dichiarazione di fallimento amministrativo (cfr. L’«opulenza superflua degli Ecclesiastici», cit., p. 946). Lo stesso tono è in una petizione a Bonaparte, del 7 febbraio 1797, nella quale si illustra «la situa­zione deplo­rabile» della città (cfr. Fame e rivolte nel 1797, cit., pp. 703-704).

[73] Leggiamo in Giangi: il 24 giugno, per la mancanza di pioggia, si recitano litanie alla «Vergine dell’Acqua» nel Tempio malatestiano (è una «Pietà» di scuola tedesca del XV sec., originariamente dedicata ai martiri e poi venerata per combattere la siccità).

[74] Si tratta di Lorenzo Drudi che «fu un sapiente Medico, profondo filosofo, libero Pensatore, e in ogni genere di letteratura assai erudito, e buon critico, gran Bibliografo», nonché bibliotecario della Gambalunghiana tra 1797 e 1818: cfr. G. Urbani, Scrittori e prelati riminesi, SC-MS. 195, BGR, p. 265. A Drudi la Reggenza scrive il 7 ottobre 1799 [AP 505] per la riapertura della Biblioteca Gambalunghiana, osservando: «Ignoriamo quali siano i motivi, che ne impediscono l’apertura», e chiedendogli di illustrarli alla stessa Reggenza. (Come si è visto, il palazzo Gambalunga, sede della Biblioteca, era divenuto la residenza municipale provvisoria.)

[75] Cfr. in AP 617, 30 giugno 1799, c. 12r.

[76] Due giorni prima, lo stesso De Buday ha confermato Garampi nell’impiego di comandante della Guardia Urbana: cfr. AP 908, Epistolario, 1799-1801, ASR, ad diem.

[77] Il 25 luglio 1799 [AP 617, c. 24r] si delibera un dono a De Buday ed ai suoi «Bassi Ufficiali», «a compenso dei sofferti incomodi», e per «assicurare a beneficio di questa città il loro favore».

[78] Segue il 21 luglio 1799 [B 22] un editto per Cattolica, dove si registrava un «intollerabile disordine» a causa dell’«indebita, arbitraria, e ruinosa distribuzione delle razioni, che colà si dispensano a chi le percepisce da altri Luoghi con massimo danno del pubblico, e del privato interesse».

[79] Il 25 luglio 1799 [AP 617, c. 24v] la Reggenza riminese incarica Daniele Felici Capello di contattare la Reggenza di Ravenna, per rimediare agli «estremi, e molteplici bisogni della nostra Patria». Cfr. pure la lettera della Reggenza provinciale del 27 luglio 1799, B 22.

[80] Cfr. il cit. AP 908. La richiesta di Rimini è appoggiata anche dalla Reggenza provinciale (lettera del 26 luglio 1799, B 22: «Si avrà principalmente l’avvertenza di far cadere l’elezione sopra dei soggetti, che godino la confidenza del Pubblico, e del Governo», e si dovranno prendere soltanto «provvisorie misure»).

[81] Si veda al proposito il già cit. documento del 7 febbraio 1797, sulla «situa­zione deplo­rabile» di Rimini (v. alla nota 72).

[82] Da Ravenna il vice presidente Federico Rasponi il 6 agosto 1799 [B 22] fa notare che anche in quella città «sperimentasi la stessa penuria di denaro, per cui difficile si rende il rinvenirne ad interesse».

[83] Secondo Zanotti il dispaccio di Klenau dell’11 luglio giunge a Rimini soltanto il 23. Questo spiega il fatto, come si dice nella nota 85, che la prima reazione di Rimini sia del 26 luglio. Questa Reggenza provinciale dapprima ha sede ad Imola, poi viene trasferita a Ravenna: cfr. nel cit. AP 504, lettera del 27 luglio 1799 alla Reggenza provvisoria.

[84] Cfr. anche AP 617, delibera dell’11 agosto 1799, c. 28r; e AP 505, 8 ottobre 1799, dove si dice che il decreto del 17 luglio 1799 era «per la costituzione della Reggenza Provinciale distinta da codesta di Ravenna» (a cui è diretta la lettera). Il testo di Klenau del 17 luglio 1799 è in copia ms. acclusa da Imola a Rimini il 9 agosto 1799 [B 22].

[85] Cfr. la lettera del 26 luglio 1799 della Municipalità riminese alla Reggenza provinciale provvisoria [AP 504]: vi si parla della «ragione di non opporsi agli Ordini della Reggenza sino al risultato del ricorso».

[86] Cfr. altra lettera del 26 luglio 1799 [AP 504], diretta a Daniele Felici Capello.

[87] Cfr. la lettera alla Reggenza di Cesena, 19 agosto 1799 [AP 504].

[88] Cfr. la lettera della Magistratura riminese alla Reggenza di Forlì [AP 504].

[89] Un ruolo di primo piano nella vertenza è assunto dall’avvocato imolese Mancurti Del Caretto: cfr. le lettere a lui dirette dalla Municipalità riminese il primo ed il 19 agosto 1799 [AP 504]. Cfr. anche lettera dell’amministrazione imolese a quella di Rimini del 9 agosto 1799 [B 22].

[90] L’incarico gli è affidato il 10 luglio 1799, AP 617, cc. 16v-17v: la proposta di costituire una delegazione romagnola con il compito di contattare il generale Klenau, è del magistrato di Forlì Luigi Brosi, ben conosciuto a Rimini, perché, come si è detto, è stato il Governatore della città sino al 2 febbraio 1797. In tale documento si legge: «La Reggenza Provvisoria destinata per Ravenna si arroga tale superiorità, che giusta la sua istituzione non le compete sopra le altre Città della Provincia». Si dovrà chiedere a Klenau di dichiarare che Ravenna «non ha altra facoltà, che sopra i propri Abitanti, e Territoriali, come hanno le altre Magistrature». Il 13 luglio 1799, ibid., c. 18r, si decide ancora di chiedere una Reggenza provinciale autonoma da Ravenna. Cfr. pure ibid., c. 28r, la cit. delibera dell’11 agosto 1799.

[91] In lettera alla Reggenza di Forlì, si parla della «capitolazione seguita fra le Reggenza di Ravenna, e le cinque Città unite mediante i Signori Deputati Mancurti, e Codronchi, e l’interposizione di quel Mons. Arcivescovo» [18 agosto 1799, AP 504].

[92] Cfr. la lettera al cit. Felici Capello del 18 agosto 1799 e all’avv. Mancurti Del Caretto del 19 agosto [AP 504]. Sul problema esistono anche altre lettere del 19 agosto alle amministrazioni di Cesena e Forlì.

[93] Così leggiamo nella cit. lettera del 19 agosto 1799 all’avv. Mancurti Del Caretto.

[94] Lettera alla Reggenza di Faenza del 19 agosto 1799 [AP 504].

[95] Di un Giuseppe Bussot Pellegrini la Reggenza riminese parla a Garampi [AP 504, 26 luglio]: «ei si partì da Roma giubilato nella Guardia Pontificia prima dell’invasione de Francesi, e si portò qua dopo il loro ingresso. Ottenne dall’Amministrazione centrale dell’Emilia il vasto locale dell’Ospizio degli Olivetani in questa Città coll’obbligo di eriggervi una Fabbrica di Calancà, e di carte da giuoco. In due anni che lo gode hà mancato di dar mano ai Calancà: motivo per cui la stessa Amministrazione ordinò, che ne fosse espulso, destinando il locale medesimo ad altro uso: mà ciò non ostante se n’è sempre mantenuto nell’indebito possesso, e dati in esso dei danni». (Calancà, è tela stampata a fiori o figure già importata dalle Indie: cfr. G. Gavuzzi, Vocabolario Italiano-Piemontese, Torino 1896. Debbo alla squisita cortesia di Virginia Brayda la segnalazione che in Archivio di Stato Torino, Atti notarili, si citano «lenzuola di calancà» e «vesti di calancà bianca».) Quel Pellegrini ebbe «gratuita abitazione di anni» nello stesso spazioso locale. Circa il carattere del personaggio, si precisa: «consta da un Processo di Polizia [...] essere immorale, e portato per le norme Repubblicane, conforme ha dimostrato nel suo contegno, e nell’aderenza avuta coi Comandanti Francesi». Che si tratti dello stesso commissario Pellegrini nominato il 2 ottobre 1799 [AP 908, c. 23r], lo fa sospettare un particolare: Giuseppe Bussot Pellegrini era stato raccomandato a Rimini dalle «premure» proprio del colonnello De Buday, primo comandante della Romagna, come la Reggenza fa presente a Garampi [AP 504, 26 luglio, cit.]. Rimini non ritenne opportuno di soccorrerlo [ibid.].

[96] In tale data è emesso un editto per l’ordine pubblico, in seguito a «ricorsi pervenutici d’insulti, e dileggiamenti sofferti da taluno» (lettera al comandante della Guardia Urbana, AP 504).

[97] Cfr. lettera allo stesso Garampi del 9 agosto 1799, AP 504. Il 14 agosto la Reggenza riminese ordina a Garampi di arrestare come rei due cittadini del Borgo di Cattolica, tali Frontini ed Antonioli. Costoro ricorrono presso il vescovo di Cervia, presentandosi come «legittimi deputati in Cattolica». La Reggenza di Rimini precisa: «Per tali dovemmo dichiararli in vista di un irregolare contegno nella dispensa delle razioni, e sostituire ad Essi degli Individui più degni». I due hanno poi incitato il popolo contro gli Eletti, per cui sono stati arrestati ed ora attendono il «criminale giudizio» (lettera al vescovo di Cervia, intervenuto a loro favore, 15 agosto 1799, AP 504).

[98] Cfr. in AP 504 la cit. lettera del 6 agosto 1799.

[99] Cfr. AP 617, 30 giugno 1799, cc. 11v-12r. La Reggenza delibera una serie di provvedimenti per risparmiare nel personale («Risecamento di Stipendiati») il 30 luglio 1799 [AP 617, c. 25v]. Sono licenziati anche quattro sbirri. Circa il nuovo bargello, prescelto dal commissario Pellegrini, cfr. AP 908, 18 ottobre 1799, c. 23v. Dalla nomina della Reggenza provinciale del 29 novembre 1799 [AB 22], apprendiamo che si tratta di Girolamo Venturelli: cfr. pure AP 505, lettera al Giusdicente del 30 novembre 1799.

[100] Cfr. in AP 908. L’originale è in B 22. Vi si legge che la Reggenza provvisoria «si è sempre data tutta la cura per la Pubblica Amministrazione, pel buon ordine, e tranquillità del Paese». Lo stesso 4 agosto Viezzoli firma una ricevuta per «tutti gli Effetti ritrovati presso quella Comune riconosciuti già di pertinenza della Repubblica Francese e Cisalpina» [B 22].

[101] Come risulta dall’elenco dei nomi, si tratta di una Municipalità rinnovata rispetto a quella nominata il 31 maggio, ed a quella degli otto componenti del 2 luglio (di questi otto, il 4 agosto mancano Battaglini e Manzaroli). Questo elenco del 4 agosto, senza il nome di Luca Soardi, è dato da Zanotti come nuova Reggenza del mese di dicembre 1799. L’elenco è confermato in AP 617 (c. 26v) da delibera del 6 agosto 1799 («Granarista dell’Annona»).

[102] Cfr. in AP 504, lettera al generale Klenau. Le credenziali di Tonti sono presentate a Klenau dall’avv. Mancurti Del Caretto, di cui si è già detto. Il 15 agosto 1799 si precisa alla Reggenza provinciale che Tonti è stato scelto tra i Magistrati e non eletto dal Consiglio, stante il divieto di De Buday di convocare il Consiglio. Il 17 agosto il generale Klenau firma la nomina di Tonti [AP 504, 19 agosto, lettera alla Reggenza di Imola].

[103] Cfr. la lettera del 20 agosto 1799 [AP 504] della Municipalità di Rimini al barone De Jhugut, ministro imperiale e plenipotenziario per l’Italia. Rimini è preoccupata dei «raggiri della Reggenza di Ravenna», come scrive a quella di Imola il 28 agosto 1799 [AP 504].

[104] La Reggenza di Rimini ne scrive a quella di Romagna [AP 504]. Quest’ultima risponde [B 22, 17 agosto 1799] che «l’installazione da farsi della nuova Reggenza a forma degl’Ordini del Sig. Generale Klenau» non deve «sospendere l’effetto delle disposizioni dei tre Editti» indicati da Rimini nel messaggio del 13 agosto 1799, e che sembrano essere proprio questi ricordati da Zanotti.

[105] Cfr. la risposta agli Eletti del 18 agosto 1799, AP 504: «La vicinanza del nemico, ed il pericolo che ne sovrastava per lo straordinario concorso de Forastieri, furono causa della istituzione del dicastero di Polizia. Cessata in oggi questa causa, non possiamo opporci alla dimissione, che le Signorie VV. Ill.me ce ne chieggono». In pari data [AP 617, c. 29r] c’è la delibera di sospensione dell’Elezione di Polizia.

[106] Da lettera del 21 agosto 1799 [AP 504] al maggiore urbano Giovanni Zangari, si apprende che la Straordinaria Polizia ha condannato all’esilio soltanto un individuo.

[107] Significativo il giudizio riassuntivo di C. Tonini, Storia di Rimini, VI, I, p. 939: i marinai si erano «incaponiti a voler essere la prima e sola custodia dell’ordine pubblico».

[108] Il nome di Giovanni Battista Martelli appare ripetutamente nelle carte ufficiali riminesi durante il periodo francese: egli fu pure presidente dell’Amministrazione Centrale del Rubicone.

[109] Su questa figura, cfr. S. De Carolis, M. R., medico leontino, «Atti del XL Congresso Nazionale della Società Italiana di Storia della Medicina», 2001, pp. 319-326. Rosa (1731-1812) fu allievo di Iano Planco (Giovanni Bianchi). Circa la sua cacciata in esilio, si può ipotizzare che come colpa gli venisse riconosciuta la collaborazione con l’autorità francese per un piano di studi per la Romagna, neppur concepito: sulla vicenda, cfr. il cit. Aurelio Bertòla politico, presunto rivoluzionario, p. 577. Urbani, op. cit., p. 553, scrive che Rosa «fino all’ultimo respiro di sua vita conservò una freschezza di spirito a pochi in quella età concessa».

[110] Si tratta di Giuseppe Zanotti, fratello del nostro cronista (cfr. Antonioli, op. cit., p. 252: qui si ricorda che Domenico Bottini [il Botini ricordato da Giangi], era un ricco possidente già responsabile della recluta).

[111] Cfr. Tonini, Storia di Rimini, VI, I, p. 804.

[112] Cfr. C. Tonini, Compendio della Storia di Rimini, II, Rimini 1896, ed. anast. Bologna 1969, pp. 345-346. Importanti sono le osservazioni che Copioli, op. cit., p. 65, nota 23, fa sopra la morte di G. M. Belmonti, ipotizzando anche che «su di lui sia piombata la giustizia massonica». Egli era stato ministro della Cisalpina presso il Granduca di Toscana. Un bel ritratto («ricordo accorato», lo definisce Copioli, ibid., p. 60, nota 19) del personaggio, della sua cultura e delle sue idee politiche, è tracciato in Urbani, op. cit., pp. 669-678: G. M. Belmonti «poté attingere quel filosofico insegnamento, che tanto fa onore al secolo XVIII. per la copia de lumi, che ad illuminare i Popoli sui loro veri diritti ne derivò, e che pel molto imperversare della in oggi dominatrice intolleranza non sarà giamai che sia tolto di mezzo, con danno della ragione, e del vero». Secondo Urbani, Belmonti fu vittima «dell’invidia, e della vendetta» di alcuni componenti dell’«Ordine dei Nobili». (Sulla figura di Urbani, cfr. infra.) Partendo dal ritratto composto da Urbani, Copioli (ibid., p. 60) scrive che G. M. Belmonti fu «un idealista, un avventuroso, un rivoluzionario passato alla politica attraverso le idee dei filosofi». Sull’arresto di G. M. Belmonti, cfr. la lettera del Delegato Regio di Polizia di Bologna alla Reggenza di Rimini del 21 dicembre 1799, AP 722. Antonioli (op. cit., pp. 215-217, nota 2), sottolinea l’indipendenza di giudizio di G. M. Belmonti nei confronti degli occupanti francesi, e la sua sollecitudine a frenare le requisizioni da essi operate. La stessa autrice (pp. 232-233, nota 30) sottolinea che Daniele Felici Capello nel 1781 aveva sposato Innocenza Belmonti, sorella di Gian Maria, e scrive: «Si impone la riflessione che Daniele Felici nulla fece per cambiare la sorte del cognato nel 1799».

[113] Cfr. anche ibid. alle date del 19 novembre 1799 e 10 dicembre 1799, in lettere rispettivamente dirette a Garampi ed a Pellegrini.

[114] Cfr. AP 545.

[115] Cfr. nel cit. Fame e rivolte nel 1797, passim.

[116] In AP 504 è presente la «copia di lettera» del vescovo di Rimini alla locale Magistratura del 29 luglio 1799.

[117] La lettera, del 30 luglio 1799 [AP 504], è intitolata «Beni dei Monasterj vigenti alienati dal prossimo cessato Governo».

[118] Il provvedimento è ribadito il 4 agosto 1799. (Nel giugno 1800 sarà ordinata dal commissario imperiale la restituzione dei beni nazionali a Mense vescovili, Capitoli, Seminari e Parrocchie. Le cose cambieranno ancora il primo agosto 1800 quando il Primo Console Bonaparte restituisce quei beni agli acquirenti che ne fossero stati spogliati.)

[119] Il 31 ottobre 1799 il regio commissario ordinerà la restituzione dei «Beni non venduti» alla Mense vescovili [AP 908].

[120] «Abbiamo anche con nostro sommo dispiacere dovuto soffrire di vederci con lettera di questo nostro Monsignor Vescovo, e per eccitamento di Monsignor Vescovo di Cervia quasi rimproverati di negligenza» (lettera alla Reggenza provinciale, primo agosto 1799, AP 504).

[121] Il «Promemoria» è trasmesso lo stesso giorno ad Imola, all’avv. Antonio Domenico Gamberini affinché informi il «Commissario Provinciale Organizzatore conte Giuseppe Pellegrini», con lettera di pari data. Rimini invia successivamente una deputazione (composta da Soardi e Battaglini) presso Pellegrini, a cui si dichiara, tra le altre cose, la penuria di grani [AP 617, 4 ottobre 1799, c. 40r].

[122] Leggiamo nel «Promemoria» che, al provvedimento della Reggenza provinciale sui Beni nazionali del 30 luglio 1799, ne segue altro del 4 agosto 1799. Si legge in Zanotti che il 28 ottobre Pellegrini ordina da Forlì la restituzione dei beni ecclesiastici invenduti.

[123] Il 14 dicembre 1799 il cit. commissario Giuseppe Pellegrini comunica: è volontà del sovrano che, in mancanza dei fondi per quelle pensioni, esse debbano restare a peso di quanto attualmente possiedono i beni già goduti dalle corporazioni.

[124] Le carceri riminesi nel 1799 ospitano ventotto persone, come risulta da un documento dell’Archivio Storico Comunale riminese [AP 722, cit.], dal quale apprendiamo che si trattava di ventiquattro uomini, un sacerdote e tre donne. Queste ultime sono Teresa Urbinati di Coriano e Cattarina Bertozzi di Longiano, entrambe responsabili di «lajdezze» e di «contravvenzione d’esilio»; e Maddalena Cevoli di San Clemente, colpevole d’infanticidio. Il sacerdote è don Piero Rombolotti del Territorio del Pallio di Urbino, per furto sacrilego e «mala qualità». Tra gli altri ventiquattro carcerati di sesso maschile incontriamo quattro detenuti «per furti», due «borsaroli», poi tre altri accusati (o giudicati, non sappiamo) rispettivamente per sparo, rissa e furto sacrilego. Infine ci sono quindici militari di cui uno francese. Il documento non ha una data precisa. L’anno (1799) lo si ricava dalla lettura dell’elenco dei detenuti. Nella parte del documento relativa ai quindici militari, ci sono alcune precisazioni che ci potrebbero indicare come esso sia stato compilato prima dell’arrivo degli austriaci (30 maggio 1799). Nel gruppo dei quindici ci sono «otto individui bresciani» condannati e «spettanti al Capitano Rellatore del Consiglio di Guerra»; «altri due Cispadani [...] a disposizione come sopra»; «altri tre Carattari spettanti come sopra»; il «Commissario Santamer» e Giuseppe Squadrini di Rimini «arrestati il 14 febbraio a disposizione come sopra». Soltanto i due Cispadani sono descritti «in Secreta», mentre per gli otto bresciani si parla di detenzione «alla Larga». Non si precisa nulla per le altre persone. Circa il «Commissario Santamer», si può supporre che si tratti di uno degli agenti francesi che avevano preteso contribuzioni indebite. Si può collocare così il documento nel periodo di metà maggio 1799, dopo lo stato d’assedio proclamato dal generale Lahoz per tutto il Dipartimento del Rubicone, e durato dal 4 al 13 dello stesso maggio 1799. E quindi prima della liberazione della città da parte della marina imperiale.

[125] L’Amministratore interino dell’Annona è Pellegrino Bagli.

[126] Cfr. «Memorie della Cesarea Regia Reggenza Provvisoria all’Ill.mo Magistrato Successore nel dì 16 Gennaio 1800», contenute in un fascicolo allegato ad AP 617. Queste istanze erano state dirette al «riaprimento dell’Abbondanza». Le «Memorie» contengono un’importante descrizione della situazione cittadina, sui cui dettagli non posso soffermarmi.

[127] Sull’argomento rimando al cit. Il pane del povero. Nel 1788 l’Annona concesse ai fornai libertà di spaccio. Il Legato Nicola Colonna di Stigliano prima approvò queste norme che gli sembravano «tendenti al Ben pubblico», poi le annullò ed abolì nel novembre 1791. L’anno successivo, come si è scritto, Colonna riaffermò l’esclusiva dell’Abbondanza. Il 23 settembre 1795 il Legato Colonna impose nuovamente la «cessazione dei panfangoli», dopo aver ordinato il 25 agosto la panizzazione nel forno pubblico, «senz’aggravio della Comunità e col possibile maggior sollievo de’ Poveri». Per la situazione annonaria nel 1796, cfr. il cit. Fame e rivolte nel 1797, pp. 681-684. Il 2 agosto 1799 [AP 617, c. 26] la Reggenza nomina gli Abbondanzieri (Claudio Lettimi, Pompeo Rufo, Nicola Mattioli e Gaetano Ceccarelli); il 6 agosto 1799, Francesco Mancini è ballottato come presidente dell’Annona [ibid., c. 27].

[128] Cfr. AP 99, Annona frumentaria, ASR, c. 259v.

[129] Così troviamo in un documento riportato nel cit. Fame e rivolte nel 1797, p. 681, nel quale leggiamo pure: «Una buona parte de migliori Artisti, e di Persone, ch’esercitano profes­sioni liberali, non vivono del Pane dell’Annona».

[130] Cfr. AP 99, c. 222v, sotto la data del 30 agosto 1796.

[131] Cfr. Il pane del povero, cit., pp. 14-15.

[132] Dopo l’armistizio del 23 giugno 1796, la Municipalità riminese ha fati­cosamente impedito «l’emigrazione di molti abitanti del Porto»: cfr. AP 502, Copialettere della Magistratura, 1796-97, ASR, 24 giugno 1796.

[133] Tale diminuzione è di «2 oncie per tiera» il giorno 7, e di mezz’oncia per bajocco il giorno 16, di modo che il pane bianco scende a 20 once, quello bruno a 24 «per tiera». Così si legge in AP 617, cc. 51v/52r: il dato risulta più comprensibile in base ad AP 505, lettera alla Reggenza di Imola del 16 novembre 1799, dalla quale si ricava che le once indicate sono corrispondenti al costo di 4 bajocchi. Per rendere omogenei i dati rispetto agli anni precedenti, basta riportare il peso alla misura per singolo bajocco.

[134] Cfr. nelle citt. «Memorie», in AP 617.

[135] Nel cit. AP 99, c. 241v, alla data del 22 agosto 1797, si trova una proposta (poi non più ripresa od attuata) di alzare il peso del pane «bruno» per il popolo a nove once, e quello del «bianco» a sette. Nell’anno annonario 1766-67 «per maggiore vantaggio, e sollievo de’ Poveri», l’Abbondanza riminese (in sistema diretto) aveva stabilito di «spianare una sola qualità di pane [...] quello di tutta Farina», dal peso di sei once a bajocco. Nell’anno annonario 1764-65, ultimo in regime di appalto, il peso del pane «venale» era stato di undici once, e quello del pane «affiorato» di nove once a bajocco. Cfr. Il pane del povero, cit., pp. 16-17.

[136] Cfr. AP 99, c. 246v., delibera del 16 agosto 1799. In tale registro annonario mancano i verbali successivi al 4 novembre 1797 (ultimo di quell’anno) sino al cit. del 16 agosto 1799 (primo della nuova serie).

[137] Cfr. le citt. «Memorie» in AP 617. Qui si possono vedere anche le notizie sul consumo del grano e sulla perdita dell’Annona.

[138] Cfr. in AP 505 le lettere sul tema, del 7 e 9 novembre 1799 al Sindaco delle stesse fosse ed al Giusdicente dottor Filippo Martelli. Sull’antecedente deviazione delle fosse Patara e Viserba verso le coltivazioni di orti e risaie in ter­ritorio di Verucchio, cfr. Fame e rivolte nel 1797, passim.

[139] Abbiamo già letto nel documento di cui alla nota 130, che il pane dell’Annona non poteva «resistere ai dieci, o dodici giorni di navigazione».

[140] Qui leggiamo che è stata rinnovata l’istanza per aver grano dall’Ungheria e da altri Paesi: cfr. AP 908, 18 dicembre 1799, c. 33v.

[141] Cfr. De Carolis, op. cit., pp. 323-324.

[142] Così Zanotti nel tomo undecimo (anno 1800) del suo Giornale, SC-MS. 318, BGR. Le successive citazioni da Zanotti sono riprese da questo tomo. La nomina di Bonzetti da parte di Pellegrini è del 6 gennaio 1800, AP 908, c. 35r, e B 22.

[143] F. Bonsi (1722-1803), allievo di Iano Planco, fu un luminare della Veterinaria.

[144] Fratellastro di Gian Maria Belmonti, egli visse dal 1757 al 1831. Cfr. la cit. Antonioli, pp. 215-217, nota 2.

[145] Nel testo si legge «opposizione»: forse si deve intendere «posizione».

[146] Il 3 dicembre 1799 [AB 22], la Reggenza provinciale dichiara che dagli impieghi debbono essere esclusi quanti «sono stati impiegati dal governo Democratico, e che abbiano prestato il giuramento civico».

[147] Tutte le lettere ufficiali sono riprodotte sia in AP 880, Atti del Consiglio Generale, 1796-1801, ASR, sia in AP 908. Tralascio di ricordarlo per altri documenti.

[148] Sulla figura di Urbani (1751-1829), cfr. due saggi di G. C. Mengozzi, G. U. U. Delegato all’organizzazione del Montefeltro, «Studi Romagnoli» XXI (1970), pp. 497-508; e Montefeltro giacobino, «Società di Studi storici per il Montefeltro», San Leo 1973, pp. 69-93. Nel primo lavoro, si denuncia giustamente l’«inusitato e singolare silenzio, se non l’oblio, che ha circondato la figura e l’opera» di Urbani e «di tutti gli uomini riminesi dell’età napoleonica da Nicola Martinelli a Gian Maria Belmonti, da Stivivi a Daniele Felici» (p. 497). Nel cit. Compendio, Tonini quando riporta la notizia della scomparsa di Urbani, lo definisce «autore del lavoro inedito degli scrittori riminesi, e nelle cose politiche versato» [p. 467]. Lo spirito illuministico ed anticlericale di Urbani traspare anche dal già cit. profilo di G. M. Belmonti, contenuto in Scrittori e prelati riminesi. Basti ricordare questo passo: per la «sacerdotale astuzia», dopo l’arrivo degli austriaci, «il delitto prendeva ovunque sembianza di virtù, e sembrava farsi per così dire, facile, e sicura strada al Paradiso». L’assenza di Urbani dalla adunanza del 19 gennaio 1800 ha un suo preciso significato come rifiuto di ogni politica di restaurazione.

[149] In questo modo per ogni nominativo, tra favorevoli e contrari, ci sono in totale 42 preferenze. In alcuni casi ne sono riportate però 43, come per i tre esclusi.

[150] La lettera di Pellegrini di nomina dei nuovi Magistrati è anche in AP 905, Risoluzioni 1793-28.2.1797 e 13.2.1800-23.1.1801, c. 101r, ASR.

Riministoria
http://www.webalice.it/antoniomontanari1/arch.2004/arch4/spec/furore.678.html