il Rimino - Riministoria

Tempio, il segreto delle tombe
La discussa ricognizione "erudita" del 1756

Una nuova iniziativa editoriale merita di essere segnalata, con l'augurio di buona fortuna: è il primo volume di «Penelope, Arte Storia Archeologia», a cura dell'Associazione riminese per la ricerca storica ed archeologica (Arrsa), che contiene contributi di grande interesse.

Segnalo i saggi riguardanti la chiesa di Santa Maria dei Servi, gli scavi in San Lorenzo in Monte, il crocifisso di Spadarolo, i monaci di San Paolo, e due articoli sulla tomba di Sigismondo, a cura di Stefano De Carolis (esame dei resti mortali), e di Elisa Tosi Brandi (le vesti funebri del signore riminese).

Aveva ragione un grande giornalista bolognese, Giorgio Vecchietti, a scrivere nel 1950 che Sigismondo fu «disturbato troppe volte nel suo sepolcro». Le ricognizioni registrate sono quattro in tre secoli: nel 1756, 1920, 1944 e 1950.

Le ultime due sono legate agli eventi bellici che portano distruzione anche all'interno del Tempio con i bombardamenti del 28 dicembre 1943 e del 24 gennaio 1944, i quali rendono necessario «mettere in salvo i poveri resti, che furono deposti in una cassetta di legno sigillata», come racconta De Carolis, prima di essere ricollocati al loro posto l'11 maggio 1950.

La ricognizione del 28 settembre 1920 è voluta da Corrado Ricci, il celebre studioso che dedica nel 1924 al nostro Tempio un volume di grande respiro (su cui, oltre al lavoro di P. Novara, «C. Ricci e Rimini», qui in «Penelope», segnalo un saggio di F. Canali, «Studi e ricerche nel Tempio malatestiano di Rimini», in «Ravenna Studi e Ricerche», VII/2, 2000).

Le ossa di Sigismondo sono ricollocate nella loro tomba l'8 febbraio 1921, «coll'augurio che non vengano mai più disturbate»: così il giorno successivo scrive a Ricci il riminese Alessandro Tosi (ispettore onorario alle Antichità), aggiungendo che era stato steso gratuitamente il relativo atto dal notaio Camillo Ferri (Novara, p. 207).

La prima ricognizione nel 1756, assieme all'ispezione di tutti i sepolcri malatestiani di San Francesco, nacque dalla disputa che allora vedeva confrontarsi due opinioni, secondo quanto osservò Giovanni Antonio Battarra in una «Lettera» a stampa (Milano, 1757) diretta al conte G. M. Mazzuchelli di Brescia (e ripubblicata nel 1994 da Alessandro Serpieri). C'era chi sosteneva che «nella maggior parte» degli avelli del Tempio «vi fossero le ceneri degli indicati soggetti», e chi invece riteneva trattarsi di semplici cenotafi, ovvero tombe senza salme.

Il «promotore dell'impresa» è padre Francesco Antonio Righini, «procuratore» del convento dei Padri Conventuali di San Francesco, custodi allora del Tempio. Le «Novelle letterarie» di Firenze (n. 17/1757), in un articolo contenente la «Relazione d'apertura» degli avelli malatestiani, lo descrivono quale «uomo non letterato», ma comunque di «buon genio per le cose spettanti all'erudizione del suo Convento», e «tutto intento da molte pergamene di trarre materia da poter tessere una storia della sua Chiesa e del suo Convento».

Sul «procuratore» di San Francesco, è meno tenero il giudizio di uno studioso nostro contemporaneo che, a proposito della vicenda medievale della beata Chiara da Rimini, lo definisce «un falsario». Richiamando i passi appena citati dalle «Novelle letterarie» (n. 17/1757), Jacques Dalarun in un recente volume («Santa e ribelle», Laterza, 2000), scrive: «Esiste modo più chiaro per rimetterlo al suo posto, quello di erudito locale, autodidatta in perpetuo? Oggi considerarlo un falsario è almeno un modo di parlarne ancora».

La colpa di padre Righini è d'aver imbrogliato le carte sulla storia della nostra beata, inventando la scoperta d'un manoscritto datato 1362 che la riguardava. Ma (spiega Dalarun), i raggi ultravioletti della lampada di Wood consentono di leggervi una data raschiata («14 agosto 1685») che svela il suo trucco.

Chi è l'autore della «Relazione d'apertura», dove padre Righini è chiamato «buon genio» erudito? De Carolis scrive che «sicuramente» si tratta di Battarra. Il quale era stato presente alla ricognizione, mentre il medico e scienziato riminese Giovanni Bianchi, già professore di Anatomia umana a Siena, non era stato invitato (ritengo a causa della sua condanna all'Indice per il «Discorso in lode dell'arte comica» nel 1752).

A Bianchi spetta il merito di aver acceso pubblicamente la polemica. A proposito di uno scritto di G. M. Mazzuchelli su Isotta, sul n. 10/1757 delle «Novelle» fiorentine, Bianchi aveva scritto (in forma anonima) che di recente e «privatamente» era stata aperta la tomba della donna di Sigismondo, dove non si erano «ritrovate che l'ossa nude, perciocché quei sepolcri altre volte prima da altri per uno spirito forse d'avarizia erano stati frugati».

L'opinione di Bianchi non piacque a padre Righini ed ai suoi amici che avevano partecipato il 16 agosto 1756 alla ricognizione del sepolcro d'Isotta, come si ricava da un passo della «Relazione d'apertura», il cui autore replica al medico concittadino: «non resto persuaso, che [il sepolcro] possa essere stato smosso in altro tempo, perché tutto l'andamento del corpo è in un sito troppo aggiustato, per autenticare la sua prima positura, conforme anche può vedersi al presente, non essendo stato toccato da veruno».

Però si precisava che «uno dei pezzi dell'arca era scostato dagli altri per essersi rotto un legamento di ferro, onde l'arca ha potuto coadiuvare alla putrefazione del cadavere e delle vesti». Quel «legamento di ferro» si era rotto, oppure l'avevano rotto (come pensava Bianchi)?

Alla «Relazione d'apertura» Bianchi rispose come «Persona, che vien supposta Amica della Nobilissima Casa Malatesta» con un testo, rimasto inedito (ora in Gambalunga), con il quale confuta non soltanto l'articolo delle «Novelle» ma tutto l'operato di padre Righini. Il quale è accusato da Bianchi d'aver agito in violazione delle leggi, «per semplice vana curiosità». Bianchi ricordava benissimo quanto aveva dovuto faticare circa il «permesso per anatomie». (Dopo una «Istanza autografa a Benedetto XIV per ottenere di fare le sezioni di cadaveri», il 18 aprile 1745 aveva finalmente ricevuta «la grazia con rescritto» pontificio.)

Nel 1759 le «Novelle letterarie» (n. 37), recensendo la «Lettera» a Mazzuchelli di Battarra, sostengono che questi si sarebbe deciso a comporla e pubblicarla perché la «Relazione d'apertura» di due anni prima «era mancante di molte notizie». E che le note della stessa «Lettera» erano state curate «dall'illustre Giovane Sig. Epifanio Brunelli da Rimino, Vice Bibliotecario dell'insigne Libreria Gambalunga; e dilettante di medaglie, delle quali possiede in bronzo una sufficiente raccolta». Lo scritto termina con i rallegramenti dell'estensore diretti sia a Battarra sia ad Epifanio Brunelli.

Brunelli (il quale pure fu presente alla ricognizione del 1756), è l'autore di questa recensione alla «Lettera» di Battarra, come si ricava da una missiva che il direttore delle «Novelle», Giovanni Lami, invia a Battarra medesimo il 28 agosto 1759: «ora mai l'articolo trasmessomi dal Signore Epifanio Brunelli è stampato, e non può più arretrarsi, onde bramo altra occasione di secondare il suo genio».

Battarra, dunque, si era preparato da solo una recensione della sua «Lettera» per le «Novelle», ignorando che vi aveva già provveduto Brunelli. (Le date combaciano. Lami scrive il 28 agosto, la nota di Brunelli esce nel numero che reca la data del 14 settembre, e che quindi alla fine di agosto era già in composizione in tipografia.) Questo dato permette di ipotizzare che a comporre la «Relazione d'apertura» sia stato non Battarra ma lo stesso Brunelli (curatore poi, come s'è visto, delle note alla «Lettera» battarriana del 1759).

Epifanio Brunelli è figlio di Bernardino, tipo alquanto tirannico nei rapporti con la prole, e bibliotecario gambalunghiano dal 1748 al 1767. Durante questo periodo, assieme ai due fratelli dottor Giovanni Battista e canonico don Giulio Cesare, Epifanio collabora con il padre, a cui (dal 1767 al 1796) subentra nell'incarico.

Pure Epifanio è stato allievo di Bianchi, un cui scritto, con parere favorevole a che il figlio prenda il posto del padre alla Gambalunghiana, attesta: entrambi, padre e figlio, hanno lavorato bene in quella pubblica «Libraria», facendo provviste di volumi all'estero, «specialmente dalla Germania, e dall'Olanda».

Giovanni Battista Brunelli, fratello di Epifanio ed ex allievo di Bianchi anch'egli, è uno dei due medici presenti alla ricognizione del 1756. L'altro è Girolamo Grassi. Bianchi li considera, nella replica inedita, troppo «giovani» per essere capaci di un'ispezione anatomica come quella richiesta dall'apertura degli avelli malatestiani. Alla quale Bianchi non avrebbe mai partecipato, come conclude, «per non autorizzare colla sua presenza, e colla sua direzione un fatto contro le leggi» civili e canoniche.

In questo testo inedito, Bianchi fa l'anatomia letteraria e logica della «Relazione d'apertura» degli avelli malatestiani, dalla quale merita di essere riportato l'«incipit», dove si racconta che padre Righini «raunò alcuni galantuomini suoi amici, fra i quali vi fui anch'io: uomini quantunque di mente non superiore all'umana, tuttavia erano uomini di bastante giudizio per distinguere i morti dai vivi, e per distinguere i cadaveri dagli scheletri. Erano ancora uomini onesti, per non imposturare sul fatto».

La «Relazione d'apertura» racconta pure che il Provicario canonico Francesco Maria Pasini, invitato a partecipare, «non intervenne per suoi affari» il 21 agosto, quando si trattò di sondare la tomba di Sigismondo. (Il 15 era toccato alle tombe esterne; il 16, come abbiamo visto, al sepolcro di Isotta.) Fu presente invece il Capoconsole di quel bimestre Lodovico Battaglini.

Commenta Bianchi nel citato testo inedito: Pasini rifiutò di avallare con la sua persona quell'«Atto, nel quale ci poteva essere anche qualche dubbio», Battaglini partecipò solamente «come persona privata, e curiosa».

Nota. Su Epifanio Brunelli, cfr. A. MONTANARI, Lettori di provincia nel Settecento romagnolo. Giovanni Bianchi (Iano Planco) e la diffusione delle Novelle letterarie fiorentine. Documenti inediti, «Studi Romagnoli», LI (2000), di prossima pubblicazione, ed in Riministoria, <http://www.webalice.it/antoniomontanari1/>, dicembre 2000, all'indirizzo:
<http://www.webalice.it/antoniomontanari1/arch.2004/arch4/spec/lettori.676.html>.

Antonio Montanari



736/28.12.2002/ aggiornamento link 13.05.2005
http://www.webalice.it/antoniomontanari1/arch.2004/arch4/spec/avelli.736.html