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il Rimino - Riministoria

«Ritrovati» i Malatesti dei Lincei
Sono copie di lettere del 1700 in Gambalunga

In tre recenti articoli ( «Tempio, il segreto delle tombe», 12 gennaio 2003; «Passioni malatestiane del 1718», 5 ottobre; ed «Eruditi e maldicenti», 19 ottobre), abbiamo documentato l’interesse dimostrato dalla cultura italiana e riminese del Settecento nei confronti della storia dei Malatesti e del Tempio voluto da Sigismondo Pandolfo. Un nome che ricorre spesso in quegli scritti è quello di Giovanni Bianchi (Iano Planco) che nella sua Accademia dei Lincei parlò ripetutamente degli antichi Signori della città. L’argomento non è mai stato trattato negli studi che toccano le vicende malatestiane e gli sviluppi della cultura settecentesca locale.
I Lincei riminesi riservarono tre dissertazioni ai Malatesti. Il 30 aprile 1751 si dà lettura di sette epistole di Roberto Malatesti (1479). Successivamente (forse il 7 maggio dello stesso anno), segue un’epistola di Leonida Malatesti del 1546. Infine il 17 marzo 1752 Bianchi presenta sei missive del governo di Firenze inviate ai Malatesti di Rimini (1378-1400), e ricopiate da Lodovico Coltellini da un codice manoscritto di Coluccio Salutati (1331-1406), esistente presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze.
Coltellini trasmette a Bianchi queste copie il 29 gennaio 1752: «La prego di communicarle opportunamente, alla nostra Accademia Lincea, ai soci della quale costì dimoranti, mi ricordo servidore ossequiosissimo». Alle copie, Coltellini premette una breve presentazione in cui egli dichiara di comunicarle «ai virtuosissimi Signori Accademici Lincei di Rimino, comecché appartengono all’istoria di quella illustre città».

Le copie
di Salutati
Della radunanza lincea del 17 marzo 1752, sono rimaste due annotazioni di mano di Bianchi nel fasc. 222 del «Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese» in Biblioteca Gambalunga. Nella prima è spiegata l’origine delle copie fornite da Coltellini: cioè, il codice «scritto dal celebre Coluccio Salutati», poi «posseduto da Pietro Crinito, o sia del Riccio, altro famoso Segretario della medesima Repubblica» fiorentina come lo stesso Salutati.
Nella seconda annotazione si legge: «Giacché per incidenza questa sera s’è fatta onorata menzione de’ Signori Malatesta, che erano fautori delle Lettere greche e latine, e d’ogni altra cosa a scienza e ad erudizione appartenente, e massimamente tra questi Carlo Malatesta Signore di questa Città, che fu cognominato il Catone de’ suoi tempi, e Sigismondo, e Malatesta Novello suoi Nipoti, uno Signore di Rimino, e l’altro Signore di Cesena, che favorirono amendue le Lettere in un grado eccellente, come dalle scelte Librerie che fondarono, e dagli uomini illustri in Lettere, che appo ebbero è manifesto, io vi riferirò o Graziosi uditori una lettera del Sig. Dott. Lodovico Coltellini di Firenze nostro Accademico Linceo, colla quale egli ci manda un sonetto d’un tal Pandolfo Malatesta ad un tal Messer Andrea lasciando a noi la cura d’investigare chi fosse questo tal Pandolfo giacché moltissimi di questa famiglia Malatesta, e Signori, e non Signori della Città nostra con un tal nome di Pandolfo furono».
L’avvocato cortonese Coltellini (1720-1810) era stato nominato accademico Linceo nel 1750. Fu dotto e polemico corrispondente di Bianchi. Giovanni Lami, direttore delle «Novelle letterarie» fiorentine, lo classificò in una lettera allo stesso Bianchi come «un birro, ed una spia, che non posso patire». Nel 1757 Coltellini farà ascrivere Bianchi all’Accademia cortonese di Botanica e Storia Naturale, della quale era segretario.

Gambetti svela
il «mistero»
Le due pagine del fasc. 222 sono state il punto di partenza per rintracciare le lettere malatestiane di cui esse parlano. Abbiamo anzitutto consultato il fascicolo contenente le missive di Coltellini a Bianchi, senza però trovarvi quella con le copie delle lettere malatestiane presentate ai Lincei. Un funzionario, nella «Sala chiusa» dei manoscritti dove è conservato un catalogo generale non accessibile al pubblico (quello a disposizione degli utenti non è completo), ha fatto una ricerca con esito negativo partendo dalla voce Coltellini.
Allora abbiamo preso visione delle preziose «Schede Gambetti». Qui alla voce Coltellini abbiamo trovato due informazioni. La prima (conosciuta) circa le ricordate lettere a Bianchi; e la seconda (inedita, nella scheda 114) sulla missiva di Coltellini a Bianchi del 29 gennaio 1752, «con copia di varie lettere della Repubblica Fiorentina ai Signori Malatesta di Rimini».
Riproduciamo il testo completo della scheda 114, con l’elenco delle lettere malatestiane: «Il Coltellini le copiò dal codice cartaceo della Libreria Riccardiana segnato M II n° 3. La prima è diretta Domino Galeotto de Malatestis. Florentiae die XI Augusti 1378. La seconda è diretta allo stesso. Florentiae die 9 Nov. 1738. La terza è diretta Karolo et Pandolfo de Malatestiis Florentiae die 10 Aprilis 1390. La quarta è diretta Ghaleoto Belfiore Florentiae die 5 Junii VII Ind. 1399. La quinta è diretta Karolo de Malatestiis Florentiae die 5 Junii 1399 VII Ind. La sesta è diretta Karolo, et Fratribus et aliis de Malatestiis. Florentiae due 7 Junii 1399. Mss. Sc. V. 48». Quest’ultima indicazione («Mss. Sc. V. 48») documenta che in Gambalunga nel corso dell’altro secolo, le lettere malatestiane furono tolte dal fascicolo delle missive di Coltellini a Bianchi, ed inserite diversamente. Ma dove e come, se il nome di Coltellini non è elencato nel catalogo generale riservato?
Nel catalogo dei manoscritti gambalunghiani accessibile a tutti, se nulla c’è sotto il nome Coltellini, invece sotto quello di Coluccio Salutati, autore della prima trascrizione, con la segnatura «ms. 414» appare elencato il materiale che cercavamo: la missiva di Coltellini del 29 gennaio 1752 e le trascrizioni delle sei lettere malatestiane lette nei Lincei. Dalla medesima missiva di Coltellini a Bianchi si ricava che pure le precedenti epistole malatestiane, lette nei Lincei in due precedenti adunanze, erano state inviate da Coltellini al medico riminese. Ma di esse non siamo riusciti a trovare alcuna traccia negli schedari gambalunghiani.

Lite erudita
con un gesuita
Nella stessa radunanza del 17 marzo Bianchi presentò anche una «Lettera ad un amico di Firenze intorno varie cose d’Antichità», poi pubblicata sulle «Novelle» fiorentine: è un’accesa polemica contro l’autore (anonimo) della «Storia letteraria d’Italia», il cui primo volume era apparso due anni prima (1750) a Venezia, con una citazione critica di uno scritto archeologico dello stesso Planco, di cui si diceva (senza nominarlo) che era un medico al quale era «saltato in capo di far da antiquario». Bianchi si difese sostenendo che i migliori studiosi d’Antiquaria erano stati proprio dei medici come lui. L’autore della «Storia letteraria» è il gesuita Francesco Antonio Zaccaria (1714-1795). E pure Planco lo sapeva bene.
Nella risposta a Zaccaria, Bianchi sostiene che per fare una storia letteraria «non ci vuole il solo capitale di quattro ciance volgari» come accaduto nell’opera veneziana, «ma bisogna essere versato in tutte le scienze, e in oltre bisogna sapere bene le lingue de’ Dotti, vale a dire la Greca, e la Latina, ed anche le antiche d’Oriente, non meno che molte delle moderne d’Occidente». Infine, per poter più liberamente attaccare l’autore della «Storia letteraria», Planco sostiene che non potevano essere tali né Zaccaria né alcun altro padre gesuita perché nessun seguace di sant’Ignazio avrebbe potuto scrivere in quella forma e con «tanta ignoranza», in quanto «i Gesuiti sono persone dotte e colte, che si pregiano più che altro di usare civiltà e gentilezza con ognuno, non che con i Letterati, che non gli hanno mai offesi».
Bianchi scriveva di sospettare qualcuno dei suoi soliti «saputelli calunniatori» che avevano agito sempre da anonimi o con nomi finti. Planco riconosce che negli ultimi due tomi quell’autore (Zaccaria) «pare un poco più moderato» verso la sua persona, anche se dimostra d’avere ancora «una certa rabbietta, ed amarulenza», dato che non parla mai bene di lui se non «a mezza bocca, e quasi per forza». Bianchi definisce l’autore della «Storia letteraria» come «un miserabile copista» da novelle e giornali, «non veggendo egli mai alcuna cosa nell’originale». Ed aggiunge: «e crediamo con alcuni, i quali giustamente pensano, che sia meglio esser biasimato da lui, che l’esser lodato».

Chi studia
non odia
Planco, parlando di quella «certa rabbietta, ed amarulenza», si riferiva a quanto apparso nella «Storia letteraria» del 1751, dove Zaccaria aveva richiamato uno scritto del senese Giovanni Girolamo Carli contro Bianchi, in cui si sosteneva che il medico riminese quando fu professore d’Anatomia a Siena «non incontrò molto il genio di que’ Cittadini». Per la verità, Carli aveva pure scritto in difesa di Bianchi, accusato di conoscere soltanto «quattro parole di greco»: «Buono per la nostra Toscana, se ci fossero due dozzine di persone che sapessero di Greco quanto il Signor Dottor Bianchi».
A proposito dello scritto di Carli, Zaccaria osservava che esso era caratterizzato da uno stile «un po’ amaro», aggiungendo: «Noi vorremmo, che gli scrittori cristiani non in parole, ma co’ fatti si mostrassero persuasi della verace carità, che dall’altre sette ne dee più che altra cosa distinguere». Di questa regola, però Zaccaria non è rispettoso proprio con Bianchi, laddove osserva che il gazzettiere fiorentino pubblicava le notizie inviategli dal riminese per riempire «senza molta sua fatica» i propri fogli.
Nel novembre 1763 Zaccaria entrerà con Bianchi in un cordiale rapporto epistolare, durato sino al giugno 1768. Nella sua ultima lettera, Zaccaria definisce Planco «un letterato sì celebre». Nella prima gli aveva detto (in latino), tanto per cominciar discorso, che pur avendolo qualche volta (ma senza malevolenza) contestato nella «Storia letteraria», tuttavia lo aveva sempre considerato uomo dalla dottrina molteplice e di grande valore, non facendo finta di non riconoscerla. E che se lo aveva attaccato era stato soltanto perché Planco era in strettissimo legame con il loro «assai aspro persecutore», cioè il responsabile delle «Novelle» fiorentine Giovanni Lami. Bianchi rispose (sempre in latino) con spirito di riconciliazione, che era stato amico e non socio di Lami, aggiungendo per chiudere il discorso: «Litterae in honestis hominibus verum inimicitiam non pariunt», gli studi letterari nelle persone oneste non generano risentimenti.
La pagina più gustosa scritta da Zaccaria contro Bianchi è quella in cui parla della disputa sul «malvagio Rubicone» («Annali letterarj d’Italia», 1762): «Se Roma ha già decisa la lite per questa rara cosa tra’ Riminesi, e Cesenati, e ha condannati nelle spese quest’ultimi, io vorrei vedere imposta una buona multa a coloro, che con fogli, libri, libercoli, Dissertazioni, Scritture osassero di più infestare l’umana generazione sopra questa controversia, teruntii, flocci, e nihili eziandio», cioè di poco, anzi di nessunissimo valore.
[All'indice delle pagine sui Malatesti.]

[Alle addizioni alla Storia dei Lincei riminesi.]

Antonio Montanari


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878/Riministoria-il Rimino/14.12.2003
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