Riministoria© Antonio Montanari

Memorie riminesi.
Ricordi tra personale e pubblico


Capitolo9.

 

Cento e uno modi...

 

Ci sono cento ed uno modi per rendersi antipatici al prossimo. Le righe che scrivo in questo nono capitolo sono collegate a quanto ho raccontato nei due precedenti, relativi alle mie ‘trasferte’ savignanesi.

A proposito, l’8 aprile scorso non sono andato a parlare a Savignano, alla Giornata Amaduzziana, com’era previsto dal calendario della manifestazione, perché è inutile presentarsi dove non si è graditi.

Mi sono giustificato con questa

 

Lettera agli amici

"Gentili e cortesi amici: prof. Giulia Cantarutti, dott. Isabella Amaduzzi, dott. Stefano Decarolis. Per l'inatteso spostamento di data di un mio importante impegno di studio, precedentemente assunto e previsto per marzo, dovrò assentarmi da Rimini a cavallo dell'8 aprile. Non potrò quindi partecipare alla Giornata Amaduzziana ed avere l'onore di essere in loro compagnia con la mia relazione (che può leggersi in sunto a questo indirizzo: http://digilander.iol.it/monari/amaduzzi.compiti.html).

Sempre nel mio sito ho inserito un'altra pagina relativa alla nascita dell'Accademia dei Filopatridi: http://digilander.iol.it/monari/adagiati.html.

Prego la prof. Cantarutti, nella sua veste di componente del Comitato Scientifico del Centro Studi Amaduzziani, di comunicare questo mio messaggio al pubblico che interverrà, unitamente al senso del mio personale dispiacere per l'imprevisto impegno nella data dell'8 aprile. Con il più distinto ossequio e sentito ringraziamento. Antonio Montanari Rimini, 31 marzo 2001".

 

Non ho saputo nulla su che cosa, di me, sia stato detto coram populo o nel segreto di qualche sfogo irato, che non può essere mancato. Posso immaginarlo. Non perché abbia molta fantasia, ma perché ho un certo uso di mondo, e come suol dirsi, conosco i miei polli.

L’episodio savignanese lo commento in due forme.

La prima, facendo ironicamente ricorso alla famosa scenetta di Totò (il principe De Curtis Antonio, ect.), in cui raccontava degli schiaffoni presi da un tale che continuamente, prima di colpirlo, lo chiamava con il nome di Pasquale. Interrogato da Mina su che cosa egli, Totò, facesse o rispondesse al picchiatore, l’illustre comico spiegava di aver taciuto: "Tanto a me che m’importa, mica mi chiamo Pasquale".

Invece io avverto di chiamarmi Pasquale e che non amo lasciarmi prendere a schiaffi per più di due o tre volte di seguito. Il giudizio degli altri m’interessa, ma m’interessa più salvaguardare la mia dignità personale.

Non ho ritenuto opportuno, lecito e giusto continuare a permettere a qualcuno di prendersi gioco di me, soltanto perché è un potente (clan politico-culturali…), trama nell’ombra e spadroneggia.

La seconda forma del mio commento, è più seria. (Ma apro una parentesi dottrinale, teorica, che farebbe la delizia di un frate inquisitore per mandare al rogo un comico qualsiasi. Dove sta il confine fra serietà e facezia? Quel Totò della scenetta di Pasquale, è molto più drammatico del comportamento austero di molti finti gentiluomini che invece sono involontari e, ahinoi, inesperti buffoni.)

Allora, seriamente dico, che io nella vita le rogne, nella maggior parte dei casi me le sono andate a cercare, soltanto per non essere buffone, rispettare la legge, farla rispettare agli altri, comportarmi dignitosamente come mi hanno educato in casa.

In questi ultimi giorni, ho ripensato alla mia esperienza umana, ed ho trovato che inconsciamente ho assunto dei modelli di azione non soltanto in quanto mio padre e mia madre mi hanno sempre severamente insegnato, ma anche in particolari discorsi che, giovinetto, ascoltavo da mio zio Guido Nozzoli, del quale mi scopro di aver ereditato alcuni tratti psico-politici che rifiutano la diplomazia per amore (disinteressato, e spesso autolesionista) della verità.

Questo ovviamente non interessa a nessuno, ma dato che ho il maledetto vizio di scrivere, le posso o no dire queste cose, soprattutto nell’appartato mondo internettiano?

A scuola, ad esempio, ho dovuto scontrarmi per difendere diritti miei ed altrui. Ho già scritto nel cap. 2 di queste Memorie: "... appena ricevuta la nomina a Forlì presso il Valturio, vado alla scuola, dove mi dicono che non c'era la cattedra, e che sarei dovuto andare a Morciano, sede distaccata. Morale, la mia cattedra era stata nascosta per darla ad un'anziana collega non abilitata!".

Aggiungo che, quando l’istituto fu sdoppiato, venni estromesso dalla sede di Rimini ed avviato a quella di Santarcangelo, in base ad una graduatoria interna, nella quale una collega aveva ottenuto punti a suo vantaggio (e quindi a mio danno) facendo figurare handicappato un figlio che aveva soltanto un lieve difetto di pronuncia (una esse un poco sibilante).

Accettai il verdetto, comunicando al vicepreside che il mattino dopo mi sarei recato alla nuova sede di Santarcangelo, non prima di essere però passato alla Procura della Repubblica di Rimini, dove avrei denunciato la Presidenza della Scuola, la collega ed il medico che le aveva fornito una certificazione falsa per il figlio.

Mi fecero rimanere a Rimini, ritirando (prima del suono della campanella delle ore 13), tutta la graduatoria falsa che era stata compilata.

Altre volte dovetti intervenire per tutelare gli interessi collettivi di noi docenti, per l’assegnazione delle cattedre all’interno dell’Istituto, che riuscii ad ottenere che fosse pubblica e non fatta con segreti maneggi nelle stanze della Presidenza.

Mi acquistai (abusivamente) la qualifica di "sindacalista" che in quegli anni ’70-’80 significava per i superiori (termine in uso anche nelle carceri, che individua i secondini), essere una specie di rivoluzionario. Il concetto di diritti individuali non era stato ancora mentalmente digerito e metabolizzato, si parlava soltanto dei doveri. (E di note di qualifica, dove si giudicava anche la condotta privata dell’insegnante, in una specie di rapporto di Polizia al ministero.)

Davanti a tutto questo scenario della mia carriera di "provocatore", come mi ha chiamato un certo professore per aver io scritto che esistevano, contrariamente a quanto Egli sosteneva, degli scritti inediti del Bertòla (che poi ha ricopiato da un mio saggio, senza citarmi), davanti a tutto ciò (dicevo), le storielle che mi hanno fatto a Savignano mi fanno ridere.

Rientrerò in Accademia soltanto dopo che avrò ricevuto delle scuse ufficiali. (Cioè, mai). Non ho fretta. Ho solamente una dignità da difendere. Della quale non importa nulla a nessuno. A molti interessa però il degrado verso cui l’Accademia si è avviata.

 

Antonio Montanari

 

(13.4.2001)


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aggiornamento 29.11.2006