Riministoria© Antonio Montanari

Memorie riminesi.
Ricordi tra personale e pubblico


Capitolo 05.

Questioni di carattere.

A proposito di "Cattiva educazione" e dell’essere sinceri (come ho riportato da un mio Tam Tama, nella precedente pagina di queste "Memorie riminesi": "ci hanno allevato al non dire bugie, a rispettare sempre e soltanto la verità, ad essere sinceri, a fuggire le ipocrisie, le falsità, le invenzioni mentali"), faccio due piccole osservazioni. Non soltanto a livello personale, ma (perdonatemi l’ardire) su di un piano più vasto e direi persino teorico.

Ricordo quel passo del "Vangelo" dove si legge: "Il tuo parlare sia sì sì, no no, tutto il resto appartiene al demonio". Credo che la massima debba e possa valere anche per chi non crede, come passaporto di onestà intellettuale. Si sente dire talora che l’educazione cattolica abitua ad una vita ipocrita. C’è caso. Non nego che il costringere alla castità contrabbandata poi come obbligo del solo celibato, sia uno dei tanti esempi che possano essere presentati. Ma con obiettività mi chiedo se l’ipocrisia non sia il frutto piuttosto dell’uomo (Dio, racconta la Bibbia, si pentì di averlo creato), che dell’idea di uomo che una religione od una filosofia offrono. Sarebbe dunque facile trovare un mondo privo di ipocrisia laddove il Cristianesimo è negato. Credo ciò una pia illusione, un modo immaginario di raccontarci la realtà, una favola bella, e basta.

Seconda osservazione. Ricordo che quando nel 1989 (il giorno stesso in cui Mikail Gorbaciov era ricevuto dal Papa), presentai il mio primo libretto "Rimini ieri 1943-1946", feci questa dichiarazione: leggendo e raccontando le storie di quel drammatico periodo, mi sono chiesto se io avessi avuto il coraggio di compiere una scelta di campo, se avessi accettato la violenza trionfante o avessi fatto ricorso a quella che ad essa si opponeva in nome dei diversi ideali di democrazia che guidarono la lotta contro il nazifascismo.

Quando c’è stato, qualche anno fa, qui a Rimini, un convegno sul mondo ebraico e le persecuzioni da esso sub"te dal 1938 sino alla guerra, in tutt’Europa, ho ascoltato uno scrittore illustre come Furio Colombo affermare che per tutti, una volta nella vita, viene il momento delle scelte, della presa di coscienza, delle decisioni che sono veramente irrevocabili.

Credo che a quel momento si possa degnamente arrivare soltanto se assumiamo come regola esistenziale quella che ci hanno instillato, abituandoci "al non dire bugie, a rispettare sempre e soltanto la verità, ad essere sinceri, a fuggire le ipocrisie, le falsità, le invenzioni mentali". E’ già un modo questo di fare una scelta di campo, anche nelle piccole cose che possono preludere a questioni più gravi.

Sono consapevole che questo abito mentale della verità abbia senz’altro fastidiosi effetti collaterali. Non solo ai fini della carriera. (Sandro Pertini diceva che chi "ha carattere" viene definito "un cattivo carattere".) Ringrazio Iddio di esser vissuto finora in un regime democratico, dove le noie si sono limitate a sgambetti, piccole perfidie ed altre cose peraltro tutte rimediabili. Un amico onesto ha confermato una mia ipotesi diciamo cosi' storica: se fossi vissuto in altri momenti, mi avrebbero come minimo sbattuto dentro.

Una volta scrissi sul "Ponte un articolo relativo ai "sans papier" parigini, aggiungendo che non servono a nulla i gesti umanitari dei personaggi come l’allora moglie dell’erede al trono d’Inghilterra principessa Diana (che doveva giungere a Rimini per il Pio Manzù). Un sicofante telefonò al Pio Manzù, dal cui responsabile Dasi ricevetti una lunga telefonata di rimproveri: dopo 15 minuti, potei dire soltanto al Dasi che lui non aveva letto per nulla il mio articolo. E’ vero, ammise candidamente. La mattina successiva mi richiamò per darmi atto che io non avevo scritto quello che il sicofante mi aveva attribuito nella soffiata che gli era stata cortesemente fatta ai miei danni, con la premessa che io, il Montanari, ce l’avevo con Dasi (che nell’articolo non era nemmeno lontanamente citato o sfiorato).

Gli dissi: "La spia che l’ha informata…", e qui feci il nome della persona che lui stesso mi aveva dichiarata il giorno prima. Dasi m’interruppe: "E’ una brava persona". Gli obiettai: "Non lo metto in dubbio, ma il Vangelo dice che l’albero si conosce dai frutti che dà".

In altri momenti, non mi sarei preso la lavata di testa (successivamente asciugata dallo stesso autore perché il fatto non costituiva reato), ma mi avrebbero accompagnato in qualche luogo poco allegro.

Antonio Montanari

 

(27.12.2000)


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