Antonio Montanari.

Giovanni Antonio Battarra (1714-1789).
Filosofia e funghi


Battarra si definisce «philosophus», per riassumere la propria avventura intellettuale nel secolo dei Lumi. Natura e Dio, spiega lui stesso, niente producono invano: l'uomo deve quindi scoprire l'utilità di ogni cosa esistente e meditare su quanto il Padre ha creato. Ragione e fede s'incontrano nell'indagine sulla realtà. Dopo lo scontro con il vescovo di Rimini card. Valenti, perde la cattedra che gli era stata affidata in Seminario, e si dedica soltanto all'agricoltura, alla Pedrolara di Coriano, come scrive a papa Clemente XIV.
Nel suo testamento, non volle lasciare nulla alla città, con cui aveva un conto in sospeso da venticinque anni, per delle pubbliche lezioni di Filosofia mai pagategli. Pensava che a Rimini dovesse bastare il non aver reclamato il compenso promessogli.

Ha compiuto 72 anni da appena due giorni. È l'11 giugno 1786. L'abate Giovanni Antonio Battarra fa testamento. A quelli che lui chiama suoi nipoti, e che sono procugini, lascia in usufrutto le proprietà ereditate dal padre Domenico (l'attuale palazzo Turchi nel Borgo San Giovanni a Rimini), ed il podere Pedrolara, a Coriano, appartenuto alla madre Giovanna Francesca Fabbri. Per i funerali (morirà l'8 novembre 1789), dispone che non si spenda "più di dieci scudi in tutto e per tutto". Alla sua città non vuol lasciare nulla. Con la civica Amministrazione ha un conto in sospeso da cinque lustri, per quelle pubbliche lezioni di Filosofia mai pagategli. A Rimini, lui detta nel testamento, "basterà questa mia connivenza", cioè il non aver reclamato il compenso promessogli. Infine, chiede di esser sepolto nella chiesa della parrocchia dove si spegnerà, con sopra quella lapide che lui stesso ha già scritta in latino. (1) In essa, Battarra si definisce "philosophus", per riassumere il significato della propria avventura intellettuale nel secolo dei Lumi, quando la Filosofia è vista come indagine sulla Natura, non discussione su questioni astratte. (2)

Natura e Dio, come spiega lui stesso, niente producono invano. (3) L'uomo deve quindi scoprire l'utilità di ogni cosa esistente, e meditare su quanto il Padre ha creato. Ragione e fede s'incontrano nell'indagine della realtà, che spetta ad ogni filosofo. Battarra ha scritto, in altra occasione, di esser stato guidato sempre, nei suoi studi, dal desiderio di conoscere e scoprire cose originali. (4)
Per lui, l'uomo dotto deve avere il gusto del nuovo, ed affacciarsi dalle stanze polverose delle biblioteche alla vita.

Deluso da una città che, tra l'altro, lo ignora nel momento della sua morte, Battarra nella lapide scrive che lui è stato più apprezzato fuori di Rimini che nella propria patria. Ma il concetto lo esprime con durezza, in una dotta e criptica citazione. Ricordandosi che, nel Vangelo di Matteo (VII, 6), si suggerisce di non gettare perle in pasto ai porci, Battarra dice di essere stato una perla buttata ai suoi concittadini: "margarita projecta ante suos, palma apud exoticos". Chi sa leggere, capisca, sottintende il nostro abate che tra concittadini e maiali fa un tutt'uno, nascondendosi nell'elegante ipocrisia del latino. Voleva così vendicarsi in eterno dei torti subìti dai riminesi. Tra i quali, egli viene alla luce nel 1714, secondo dei sei figli. Suo padre discende da una famiglia di San Lorenzo a Monte. Egli sarà l'unico a sopravvivere. "Scarso di beni e di fortuna" (5) ma intelligente e curioso, studia in Seminario, non solo per arricchire la propria cultura, ma per diventare sacerdote. Celebra la prima Messa a Longiano, nel settembre 1738.

Anch'egli, come molti altri giovani riminesi di quel tempo, si pone sotto le ali protettrici di Iano Planco, "con quell'ardore che ispiravagli la natìa propensione" per gli studi scientifici. (6)
Ai "pingui benefizii" della carriera ecclesiastica, antepone gli interessi culturali. Nel 1741, però, Battarra ha una crisi, quando Bianchi parte per Siena dove insegnerà Anatomia: rimasto solo, teme di non poter realizzare i suoi progetti. Ma gli càpita un colpo di fortuna. Nello stesso anno, "per opra di alcuni zelanti terrieri", a Savignano si istituisce una cattedra di Filosofia. (7)

Che cosa fosse la Filosofia in quegli anni, ce lo spiega il suo primo biografo, Michelangelo Rosa: "Insegnavansi per lo più non quelle scienze fisiche di puri fatti rigorosamente dedotti, … ma altre e diverse, che meno ambiziose di farsi interpreti della natura, … anteponevano il più facile lavorìo del supporre, fingere ed immaginare". Battarra concepiva in modo diverso quella disciplina: "egli si attenne ad un metodo semplice, e più secondo ragione; e sempre preponendo al brillante che abbaglia, il vero e positivo che istruisce". (8)

L'anno prima, il nostro abate ha conosciuto, durante un viaggio in Toscana, un naturalista di grido, il padre Bruno Tozzi, che gli ha mostrato "due grossi volumi… di disegni di funghi miniati al naturale". Racconta Battarra che, mentre camminava con gli amici per recarsi a tenere lezione di Filosofia a Savignano, sul finire di quel 1741, inciampa in alcuni esemplari di funghi. È una specie di folgorazione scientifica. Ripensa al libro di padre Tozzi, e decide di far qualcosa di simile. Nasce così un trattato in lingua latina, intitolato Fungorum agri ariminensis historia, opera che esce nel 1755, e che lui stesso arricchisce con disegni incisi su rame, non avendo soldi per ricorrere ad un collaboratore. Planco resterà tanto affascinato da quei lavori che ordinerà a Battarra di curare le tavole di diverse proprie opere.

L'Historia garantisce a Battarra fama tra i dotti del suo tempo: un fungo viene battezzato "Batarrea" in suo onore. La prima tiratura si esaurisce in breve, e nel 1759 esce la seconda edizione. Nella copertina dell'Historia, Battarra volle inserire due simbologie animali: lince e civetta, che raffigurano la prudenza necessaria quando ci si accosta ai funghi. L'Historia di Battarra si segnalò perché combatteva l'opinione corrente della generazione spontanea dei funghi dalla putredine o dal "guasto sugo nutritivo" delle piante, provandone invece la riproduzione "per semenza". L'opera non interessa soltanto i micologi. Essa ci offre infatti uno spaccato della cultura locale nel 1700, negli anni fondamentali per la diffusione di nuovi strumenti del sapere, e di nuove opere scientifiche. Battarra è il dotto che usa la lingua dei dotti, il latino, in quell'Italia dove, come scriveva Voltaire proprio nel 1759 (anno della seconda edizione dell'Historia), "si confiscano alle porte delle città i libri che un povero viaggiatore ha nella sua valigia".

Nel 1748, a Battarra viene affidata la cattedra di Filosofia a Rimini "dove lesse per sette anni, cioè sino a che il disordine dell'amministrazione, che sembra il fato perenne delle cose della Comunità, ebbe mandati in perdizione gli assegnamenti disposti dal fondatore, ed obbligato il pubblico [cioè il Comune, n.d.r.] a sopprimere una sì provvida istituzione". (9)
Rimasto disoccupato nel 1754, Battarra collabora con il card. Giuseppe Garampi che lo ricorda come un tale a suo servizio. Poi, nel 1762, viene aiutato dal vescovo, card. Lodovico Valenti, che gli affida la cattedra di Filosofia al Seminario. Mons. Valenti regge la diocesi dal 1760 al 1765, anni in cui fa costruire l'edificio del Seminario, a fianco del Tempio malatestiano. (10)
Battarra inizia il suo primo corso di Filosofia la sera del 6 dicembre 1762 in modo del tutto originale: conduce i suoi allievi, verso il tramonto, sul canale, e lì spiega le sue teorie circa "la fabbrica del Porto". La polemica sul canale agita i riminesi da quasi mezzo secolo. Il Comune ha chiesto più volte, in passato, il parere di Battarra sull'argomento. Ma sempre, egli è stato "calunniato, vilipeso". Un suo piano di lavori è stato "alterato a capriccio, e pessimamente eseguito da chi non si fece coscienza di volere… lo sconcio e il danno di lui". (11)

A chi lo accusa di aver parlato a vanvera, Battarra risponde con le prime due lezioni del corso del 1762, citando tra l'altro anche l'autorità di Galileo. Battarra ammonisce: non prolungate i moli come propone Iano Planco. Peggiorano così i rapporti con Bianchi, già agitati in precedenza. (12)

Contemporaneamente, s'incrina la fiducia del card. Valenti nel suo docente di Filosofia. Al prelato deve apparire ben strano questo insegnante il quale, anziché trattare i massimi problemi del Pensiero, mescola questioni pratiche a discussioni di Fisica. Battarra vuol essere moderno, non ripercorre gli studi grazie ai quali "i nostri Padri… sono gloriosamente diventati uomini inutili a sé, e di non volgar pregiudizio alla Repubblica". (13)
"Una facoltà inutile all'ecclesiastico" stimava il vescovo la Filosofia, secondo un risentito accenno di Battarra che, allargando il discorso, commentava: "Gran cattiva fonderia di vescovi pel povero Rimini è in quella benedetta Roma…". (14)

Al card. Valenti non piacciono le idee espresse dal suo abate. Battarra ritiene che la Filosofia naturale debba precedere le Scienze sacre, e sostiene in pubblico che è meglio "un cavaliere istruito ad un prete ignorante". Lentamente, egli perde allievi e cattedra. Intanto, alla Pedrolara, conduce i suoi studi di agronomia che diventeranno la sua occupazione principale, come scrive (forse con una punta di amarezza) a papa Clemente XIV nel 1773. Pubblica tra 1771 e 1773 saggi su canneti, viti ed olivi, e sulle "malizie de' contadini". Da quelle pagine nasce, nel 1778, la Pratica agraria, opera "che levò meritatamente tanto grido" non solo in Italia. (15)Lui che nel 1741 aveva scritto sulle aurore boreali (argomento già trattato anche da Boscovich tre anni prima), adesso approda al tema agricolo, un po' spintovi dalle lettere dello scrittore Giuseppe Baretti dall'Inghilterra, ed un po' dalla moda francese dei fisiocrati che facevano della terra la madre dell'economia e la base di ogni ricchezza. Per Battarra, tutto è Scienza, e quindi Filosofia. Egli sostiene la necessità di un'agricoltura razionale, e nello stesso tempo si fa primo narratore "delle costumanze, vane osservanze e superstizioni de' contadini romagnuoli", nel XXX capitolo, in cui si rivelano "la mente scientifica, la coscienza e la volontà" realistica dell'autore. (16)

Intanto, nel 1773, egli ha curato presso il libraio Venanzio Monaldini di Roma, la ristampa di un volume sul Museum Kircherianum di storia naturale, lasciato dall'erudito tedesco padre Atanasio Kircher, gesuita (1601-1680). Davanti alle critiche per gli errori contenuti nell'opera, si giustifica: non ha potuto allontanarsi da Rimini perché doveva assistere la madre novantenne. (17)Nel 1775, Linneo manda a salutare Battarra dal chirurgo Adolfo Murray che passava per Rimini. Sono peggiorati ancor di più i rapporti con Bianchi il quale, nei suoi ultimi anni di vita, andava "assai volgarmente diffamando come "coprofago"" il povero abate. Quando Planco scompare, Battarra viene definito "bestialissimo" dal poeta Bertola che lo riteneva uno dei fedeli dell'illustre medico. (18)

In Battarra aumenta il disagio verso la città. Lo consolano i rapporti con personalità forestiere. È in corrispondenza con uomini illustri. Incontra nel 1782 Lazzaro Spallanzani, giunto in Romagna per raccogliere cetacei. Nello stesso anno, esce la seconda edizione della Pratica agraria. La sua fama si è ora diffusa anche in Germania. (19)
Tra fine 1786 ed inizio 1787, un terremoto danneggia grandemente Rimini. I sussidi inviati dai cardinali concittadini Garampi e Banditi, denuncia Battarra, vengono spesi male e peggio distribuiti. (20)

Il 30 agosto 1789, il nostro abate è colpito da apoplessia. Scompare l'8 novembre. "I cronisti del tempo non si sono neppur curati di far menzione della sua morte nelle loro cronache". (21)
"Ecclesiastico religiosissimo", lo definisce Rosa che aggiunge: "Fu di statura al disotto della mediocre, bruno di volto, fronte spaziosa…; facondo, arguto, motteggievole, ma ben di rado oltre la misura d'una urbana festività". (22)

"Appassionato amatore della natura", Battarra la descrive nei suoi trattati agricoli con "un linguaggio il più adatto alla comune intelligenza, ed al tempo stesso il più istruttivo", per cui "aprì a tutti la conoscenza de' più avverati principii della prima, e più nobile delle arti tutte". I suoi precetti non consistevano in "astratte teoriche" o in "dottrine puramente speculative", ma si ispiravano ai "meravigliosi progressi della Chimica odierna". (23)

L'amore verso la natura, lo espresse anche imitandola "col pennello, senz'altra scorta fuori che il genio suo proprio, e l'abitudine di osservarla". Il suo unico scopo, negli studi, fu "il pubblico bene…; in esso cercò la più dolce di tutte le ricompense". Ebbe onori e fama che non lo fecero mai insuperbire. I suoi meriti gli procurarono anche nemici, come spesso accade (annota Rosa), a chi eccelle in qualche disciplina: e Battarra non fu il solo che ebbe modo di "tacciar d'ingrati o d'ingiusti i suoi medesimi concittadini". (24)
Ma fu forse uno dei pochi, se non l'unico che, con "frizzante cinismo" come lo chiama Rosa (25) lasciò un'iscrizione sepolcrale con quelle parole così amare: "margarita projecta ante suos". Parole che traducevano un sentimento ben preciso: "Nel mondo credo che non vi sia Città così maledetta come questa nel perseguitare e calunniare i Paesani". (26)

"Indole sdegnosa e cinica", ribadisce C. Tonini, giudicando Battarra come persona la quale "a niuno la risparmiava senza riguardo", anche perché la sua mente era caratterizzata da "amenità e bizzarria".(27)
Cinismo o bizzarria? Quanto Battarra fosse basso estimatore degli uomini, lo dimostra un episodio che vede protagonista il suo cane Orione. Alla morte della bestiola, Battarra volle dedicarle, oltre che una lapide, anche un funerale che, lui stesso annota, "fu più splendido di quello del Vescovo Guiccioli morto pochi giorni prima". (28)


NOTE
(1) Cfr. A. Tosi, Notizie biografiche dell'abate G. A. B., cit., p. 5.
(2) Cfr. M. Rosa, Biografia di G. A. B., cit., p. 112.
(3) Cfr. G. A. B., Fungorum agri ariminensis historia, Typis Martinianis, Faventiae 1755, p. 17. Della 2ª ed., esiste la ristampa anastatica di Ghigi, Rimini 1990.
(4) L. Faenza scrive che "il B. sapeva anche di filosofia", e che "come filosofo, si limitò a compilare un manuale…". (Cfr. L. F., G. A. B. in "Coriano, contributi per una storia locale", quaderno di "Romagna arte e storia", p. 57). Faenza gli rimprovera di avere nel sangue "il bacillo naturalistico", per cui "egli era più portato all'osservazione empirica che alla elucubrazione metafisica" (p. 59).
(5) Cfr. C. Tonini, La Coltura, II, cit., p. 584.
(6) Cfr. M. Rosa, Biografia, cit., p. 99.
(7) Ibidem. È una cattedra pubblica (e non del Seminario, come scrive il cit. Faenza, p. 58).
(8) Cfr. M. Rosa, Biografia, cit., pp. 99-100.
(9) Ibidem, pp. 101-102.
(10) Cfr. C. Tonini, La Coltura, II, cit., p. 217.
(11) Cfr. M. Rosa, Biografia, cit., pp. 108 e 106.
(12) Cfr. qui il cap. su R. Boscovich.
(13) Cfr. Due discorsi dell'Ab. G. A. B.…, Calogerà, Venezia 1763, p. 459.
(14) CCfr. A. Tosi, Notizie, cit., p. 9.
(15) Cfr. C. Tonini, La Coltura, II, cit., p. 592.
(16) Cfr. P. Toschi, Romagna tradizionale, Cappelli, Rocca S. Casciano 1952, p. XVI. ""Vana osservanza" è un termine noto in teologia morale, certo famigliare al B. ch'era sacerdote", scrive A. Mercati in Lettere di scienziati, cit., p. 156, n. 1. Sui rapporti con Baretti, cfr. M. L. Astaldi, Baretti, Rizzoli, Milano 1977, p. 219. Sull'argomento, cfr. anche G. L. Masetti Z., "Vane osservanze" e pratiche magiche in Romagna nei secoli XVI-XVIII, "Romagna arte e storia", n. 1-1981.
(17) Cfr. A. Mercati, Lettere di scienziati, cit., pp. 160-161, lettera a Clemente XIV. L'idea che "Dio e Natura niente predispongono invano" avvicina B. al Kircher che considerava il mondo "un teatro a maggior gloria di Dio", e che "era posseduto dal demone barocco… di trasformare la realtà in un bislacco ma sistematico e soprattutto completo museo di meraviglie che facesse ordine nella varietà del creato". (Cfr. C. Magris, Kircher, il complotto universale, "Corriere della Sera", 22.3.1992). Scoprire l' "utilità" del fungo, per B. significa rivelare quello che appare in Kircher come "il canovaccio dell'Eterno, le trame dell'autore divino" (Magris). B., sotto l'influsso della cultura nuova, ha però uno spirito scientifico che manca nel barocco kircheriano.
(18) Cfr. G. L. Masetti Z., Diporti marini…, cit., p. 61. Il giudizio di Bertola, è in A. Fabi, Aurelio Bertola e le polemiche su Giovanni Bianchi, cit., p. 33.
(19) Cfr. il saggio di F. Venturi, L'Italia fuori d'Italia, in III vol. della "Storia d'Italia", Einaudi, Torino 1973, p. 1083.
(20) Cfr. A. Tosi, Notizie, cit., p. 12. Nella relazione dell'arch. Camillo Morigia (1787), perizia dei danni sofferti dalla città, Battarra viene definito "povero". La sua casa sorgeva nella zona dell'arco d'Augusto, tra le odierne vie Minghetti e Brighenti, allora rispettivamente strade di Perugino e del Semolo. L'elenco particolareggiato dei danni subìti da B., si trova anche nella perizia dell'arch. Giuseppe Valadier: "…anderanno fatte di nuovo due stanze nel Cortile quali sono cadute affatto; così pure occorreranno molte rinacciature, e varie chiavi di ferro, con rifare due camini, e molti altri risarcimenti necessari". Cfr. in E. Guidoboni - G. Ferrari, Il terremoto di Rimini e della costa romagnola: 25 dicembre 1786, SGA, Bologna 1986, p. 179 e p. 264.
(21) Cfr. A. Tosi, Notizie, cit., p. 14.
(22) Cfr. M. Rosa, Biografia, cit., p. 111.
(23) Ibidem, p. 108.
(24) Ibidem, pp. 110-112.
(25) Ibidem, p. 112, n. 1.
(26) Cit. nella prefazione di L. Faenza alla ristampa anastatica della Pratica Agraria, Ghigi, Rimini 1975, p. 14.
(27) Cfr. C. Tonini, La Coltura, II, cit., p. 593.
(28) Cfr. C. Tonini, La Coltura, II, cit., p. 594. Al cane, B. dedicò un'incisione su rame con un epitaffio in latino, in cui così si descriveva l'animale: "Mirabile per fedeltà e costumi, sgraziato di corpo ma caro al padrone e agli amici, sagace nella caccia, lepri oche quaglie ed altri uccelli lo derisero".

["il Ponte", "Sudate carte", n. 39, 1990]


Gli abati filosofi del Settecento romagnolo

APPENDICE 2004. Lincei riminesi.
Di Battarra la prima dissertazione.


Rispetto alle versioni più antiche della storia generale dell’Accademia dei Lincei riminesi ed a quella ridotta già uscita a stampa sul «Ponte», posso aggiornare l’elenco delle dissertazioni.
In totale esse sono 32 (trentadue) e non 31 (trentuno) come scritto inizialmente: ho scoperto di recente infatti la prima dissertazione in assoluto, quella tenuta il 26 novembre 1745 (l’Accademia era rinata una settimana prima, il 19 novembre 1745), da Giovanni Antonio Battarra, ed intitolata De praestantia Scientiae Botanicae, et de natura et viribus plantarum.
Di essa esiste il testo ms. integrale, ritrovato fra le carte gambalunghiane in Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese, Battarra, G. A., I (n. 177), doc. 27.
Questo il quadro riassuntivo delle dissertazioni:
- sono 14 medico-scientifiche
- sono 18 quelle 'erudite'.
La versione corretta in maggio 2004 per gli «Studi Romagnoli» e presente in Internet, contiene l’elenco aggiornato, partendo appunto da quella inaugurale sopra ricordata.
Rimini, 21 maggio 2004.


Pagine di Riministoria su Giovanni Antonio Battarra
Studi sul 1700 riminese
Addizioni alla Storia dei Lincei
Giovanni Bianchi [Iano Planco]
Sito dedicato a Giovanni Bianchi [Iano Planco]

Pagina aggiornata graficamente 08.08.2012, 16:01
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