Riministoria
© Antonio Montanari / ArchivioLa famiglia. Usi e costumi della nostra gente.
Capitolo III
Matrimonio e dote
1.
Quando le ragazze andavo nei locali da ballo, dovevano essere sempre accompagnate da un fratello maggiore.Già al momento della loro nascita, le mamme e le nonne cominciavano a preparare il corredo per il matrimonio, che a quel tempo era chiamato dote.
La dote veniva fatta per le femmine soltanto, ed era preparata in casa, grazie al telaio che tutti avevano, ed in seguito erano le stesse giovani che si occupavano del ricamo a mano.
Qualche giorno prima del matrimonio, la dote veniva messa in ordine ed esposta ai famigliari, all'interno della camera da letto della sposa.
Il corredo era composto di solito da un certo numero di camicie da notte, tra cui una particolarmente bella, che doveva essere indossata la prima notte di nozze.
Per quanto riguarda le spese del matrimonio, lo sposo doveva pagare la camera da letto e l'abito della sposa.
Egli riceveva dai genitori, alla loro morte, tutti i loro beni, nel caso però che fosse il primogenito.
Al momento del matrimonio, la sposa assumeva automaticamente il cognome del marito, e gli sposi erano obbligati ad andare a vivere dai genitori del marito.
2. Mia mamma, al momento del matrimonio, non aveva confezionato il corredo, ma aveva conservato i soldi guadagnati, con il lavoro, da tutta la famiglia, e distribuiti in parti uguali a tutti i sette fratelli.
Per mantenere la tradizione, comperò allora poche lenzuola, in quanto i soldi sarebbero serviti per pagare la nuova casa.
Era già una differenza con le tradizioni del passato, quelle dei nostri nonni, quando la donna andava a vivere in casa del marito con la sua famiglia.
Forse deriva proprio da questo fatto, l'usanza di costituire una dote, che consisteva nel corredo, ma anche in apporti economici, come terreni ed animali.
Mia nonna aveva in casa sua un telaio con il quale, giorno per giorno, realizzava il suo corredo, o quello delle sorelle, che veniva poi ricamato a mano.
Per quanto riguarda l'eredità, il padre di mia madre aveva fatto parti uguali, senza alcuna distinzione, poi però la nonna (forse più legata alle tradizioni), aveva voluto una piccola parte in più per il maschio maggiore.
Capitolo IV
L'economia
1.
Quando la famiglia era di tipo contadino, naturalmente i suoi utili derivavano dall'agricoltura e dall'allevamento di bestiame e di galline.Una parte dei raccolti veniva tenuta per il fabbisogno, ed il resto venduto. L'uva, però, si teneva tutta. Invece, il vino ricavato, in parte si consumava ed in parte si vendeva alle osterie di Rimini.
Gli altri raccolti venivano ceduti così: ai mugnai il grano ed il granturco, il resto era venduto alle botteghe o sul mercato ortofrutticolo. Vitelloni, polli, conigli, maiali, cavalli ed anche bachi da seta venivano ceduti alla fiera. Gli unici animali che non si vendevano erano i buoi che si usavano per coltivare la terra.
2. Non possedendo la terra che coltivavano, i contadini dovevano cedere una parte degli utili ai padroni. I vitelli e le mucche li comprava il padrone, e li doveva mantenere il contadino. Il padrone voleva anche una percentuale di polli e di uova nel corso dell'anno.
3. Un tempo i soldi erano pochi, in quanto il guadagno era scarso e le spese a cui provvedere erano tante. Così, molto spesso si ricorreva al baratto, quando si andava a comperare nelle botteghe i generi di cui si aveva bisogno.
4. Un'altra storia di ambiente contadino. Prima che mia mamma nascesse, i nonni avevano un appezzamento di terreno in montagna: e poiché non era fertile, decisero di venderlo e di andare a lavorare "sotto padrone" in collina.
I guadagni dovevano essere divisi con il padrone per quanto riguardava i prodotti agricoli, mentre i soldi ricavati dalla vendita di animali da cortile, andavano tutti ai miei nonni.
Al tempo della mietitura, tutti i parenti andavano al podere per aiutare nel lavoro, e ricevevano in cambio lo stesso servizio in un momento successivo.
Dopo la mietitura, chi voleva, andava a raccogliere i residui di cui si appropriava, senza doverli dividere con nessuno: era la cosiddetta "spigolatura". [Ma alcuni 'padroni' pretendevano una parte del raccolto della "spigolatura", n.d.r.]
Il guadagno della famiglia era costituito anche dalla vendita dei conigli e delle loro pelli che venivano raccolte, assieme al ferro vecchio e agli stracci, da un uomo che passava casa per casa, col suo grido consueto: "Strazz, doni, oh!". I soldi ricavati venivano dati ai figli.
5. Una situazione ben diversa era invece quella della famiglia di mio babbo che, non avendo un podere, fu costretta ad emigrare in Germania, dove trovò lavoro presso un campo che ospitava operai italiani.
Mia nonna, contro la sua volontà, dovette cucinare per tutti quegli italiani, invece di andare a lavorare assieme ai suoi connazionali. Di quel periodo ricorda ancora due parole tedesche che significano "piano" e "bene".
6. La famiglia dei miei nonni era invece alquanto "signorile", in quanto il nonno era impiegato nelle Ferrovie, con un lavoro cioè che consentiva una vita un pò agiata. La nonna era casalinga.
In quella famiglia, che aveva otto figli, esisteva un buon rapporto basato sulla solidarietà, tanto che tutti andavano d'accordo tra loro.
I maschi frequentarono le scuole industriali e poi si impiegarono nelle Ferrovie, tramandandosi il lavoro paterno. Le figlie non potevano allontanarsi dalla famiglia e così si prestarono a lavorare come sarte, all'età di diciassette anni, per arrotondare lo stipendio del loro padre e far quadrare il bilancio della famiglia.
Capitolo V
Divertimenti, pranzi
e feste
1.
Una volta gli svaghi per i giovani erano ben diversi da quelli di oggi. Infatti, non esistevano discoteche, anche se c'erano dei modesti locali dove si poteva andare a ballare.Comunque, nella maggior parte dei casi, i giovani si riunivano in feste che venivano date una volta in casa di un amico,una volta in quella di un altro.
In queste feste non si usava soltanto ballare, ma si mangiavano anche dolci e torte, e si facevano molti giochi. Ognuno dei partecipanti s'impegnava a portare qualcosa. Di solito, il padrone di casa pensava al rinfresco, mentre gli altri procuravano il giradischi ed i dischi.
Queste feste di solito duravano fino a tarda sera, ed i giovani non potevano andarci soli, infatti c'era l'obbligo che fossero accompagnati da una persona più anziana che li controllasse, particolarmente se andavano in un locale pubblico.
2. Ai giovani non era permesso di uscire molto spesso, fatta eccezione per il periodo di carnevale.
Anche le persone adulte usavano riunirsi. Era un'abitudine della famiglia contadina quella di ritrovarsi insieme agli amici, la sera in inverno, nelle stalle, che erano i luoghi più caldi.
Durante queste "veglie", gli uomini erano soliti fumare e giocare a carte, discutendo del più o del meno, mentre le donne facevano la calza. Inoltre, durante il mese dei morti, alla "veglia" si pregava davanti ad un piccolo altare costruito in casa, e spesso si accendevano ceri e candele.
Quando arrivava la primavera, al tempo delle pannocchie e del grano, ci si riuniva nelle aie, dove si scherzava, si suonava e si ballava in allegria.
3. Nella vita della famiglia contadina, un momento molto importante era il pranzo, che rappresentava un incontro tra parenti ed amici, soprattutto nelle occasioni speciali, come Natale, Pasqua o alla fine della trebbiatura.
In queste grandi occasioni, si mangiavano cibi molto prelibati per quel tempo, come carne, cappelletti, capponi.
Molto spesso, questi pranzi erano allietati anche dalla musica e dalle danze.
Escluse queste poche occasioni, la tavola contadina era molto povera. Infatti, si mangiavano solitamente patate, fagioli e polenta.
[I testi sono stati curati da:
Arena Lucia,
Balducci Raffaella,
Berardi Massimo,
Bugli Stefano,
Calandrini Patrizia,
Canini Marzia,
Catani Candida,
Gallinucci Andrea,
Mussoni Raffaella,
Peruzzi Benedetta,
Pesaresi Valeria,
Urbinati Luigi.]
Storia dell'Accademia dei
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