Riministoria
© antonio montanariGiovanni Cristofano Amaduzzi
abate "philosophe"
parte quarta
Le verità di cui Amaduzzi tratta in questo ultimo "Discorso", sono di vario tipo: si va da quelle politiche ed economiche (in linea con il riformismo illuminato), a quelle scientifiche od artistiche (con il concetto del "bello ideale" ripreso dal padre Francesco Soave, il traduttore italiano del Saggio di Locke[1785]). Soave diffonde in Italia il sensismo. Il sensismo italiano, in generale, alla componente edonistica (secondo cui l'apprezzamento estetico dà piacere), unisce una valutazione del contenuto (che deve essere utile e vero).
La classificazione che Amaduzzi fa, vuole non tanto essere un pedante elenco di princìpi e di modelli a cui ispirarsi; quanto indicare che tutta l'attività umana dev'essere rivolta al conseguimento di una perfezione che non è qualcosa di astratto, bensì ha valore soltanto se si esprime in atti concreti, nella realtà quotidiana. È per questo motivo che anche nel terzo "Discorso" Amaduzzi critica "l'universale dubbio Cartesiano" [p. 9], sostenendo un'idea di progresso che coinvolge tutta la vita sociale, la quale è migliorata dalla ricerca filosofica della verità. Non per nulla, il "Discorso" si conclude con questa affermazione: "Grazie ai nostri lumi scentifici [sic] non può ora prevalere la norma politica, che vi sieno verità, che rese manifeste a tutti addivenir possono pericolose, anzi perniciose" [p. 60].
Pronunciato questo terzo "Discorso", Amaduzzi scrive ad un suo corrispondente (il Pompei, in una missiva del 4 febbraio 1786 conservata alla Biblioteca dell'Accademia dei Filopatridi, Savignano, Manoscritti 28), che ha intenzione di stampare la sua dissertazione, "senza assoggettarla alle mutilazioni di Frati superstiziosi, e fanatici".
Dopo quel terzo "Discorso", cominciano altre grane per Amaduzzi. L'abate Luigi Cuccagni di Città di Castello, in una Lettera anonima a stampa (apparsa a Firenze il 4 dicembre 1789), lo accusa di non conoscere la lingua greca che insegna, di essere "impudente e fanatico , nemico di tutti ed anche di quelli dai quali suole desinare tutte le settimane", e di non perdonarla "a veruno, se non forse a quei che sono come lui nemici del Papa, di tutto il clero e di Roma". Pio VI (il cesenate Braschi, succeduto a Ganganelli nel '75), sostenendo che "conveniva lasciare una certa libertà ai letterati" su alcune questioni, lo scagiona. Amaduzzi si difende con una Rimostranza umile al trono pontificio che, su consiglio di amici pavesi, non affida alla stampa, ma invia come lettera privata a Pio VI. Il documento richiama dottrine illuministiche sull'origine del potere politico, lette in chiave cattolica: predisposto da Dio "allo stato sociale", l'uomo obbedisce ad un capo voluto da Dio stesso come suo rappresentante; questo capo deve difendere gli uomini, ma se ciò non avviene, ognuno ha diritto di respingere gli attacchi altrui, però "senza turbare l'ordine sociale".
Amaduzzi vuole ribellarsi alla "cabala" ordita contro di lui da "alcuni falsi zelanti", e conferma la sua ortodossia, rifiutando l'etichetta di eretico che gli è stata appioppata. Egli sa che la sua posizione contro i "Loyolisti" è ben nota, e non soltanto a Roma.
"Nemico della bugia", come si definisce nella Rimostranza, con un carattere comune agli "uomini vivaci e liberi" della sua terra, Amaduzzi però non può ignorare che i rapporti con mons. Ricci ed i cosiddetti pensatori "pistoiesi" considerati giansenisti, lo potevano far sospettare di allontanamento dalla dottrina ufficiale di Roma. Per questo, rivendica la sua fedeltà alla linea della Chiesa. Diversa è la questione politica: se in questo campo ha sentimenti differenti da quelli del papa, tuttavia si dichiara convinto "che il Santo Padre non sarebbe giammai per farmene un delitto", perché l'uomo non può essere privato del diritto a ragionare.
La Rimostranza è inviata al papa il 18 settembre '90. Pio VI siede sul trono di Pietro da 15 anni. Tutto questo lungo periodo non ha cancellato le astiosità accumulatesi attorno alla figura di Amaduzzi, dopo la morte del suo protettore Clemente XIV, avvenuta il 22 settembre '74. Quando papa Ganganelli soppresse l'ordine dei Gesuiti il 21 luglio '73, Amaduzzi fu considerato l'ispiratore della "bolla" Dominus ac Redemptor con cui il provvedimento venne sancito.
L'"atleta dell'antigesuitismo", è stato definito il nostro abate per il suo gran daffare con i "pistoiesi". Le lettere che Amaduzzi scrive a Planco testimoniano che era addentro alle segrete cose. Aveva potuto dichiararsi sicuro dell'abolizione della Compagnia già nel '69, quando papa Ganganelli era afflitto ed angosciato sino all'inso