Riministoria© antonio montanari

Giovanni Cristofano Amaduzzi

abate "philosophe"

 

parte prima

 

Non erudito nevrotico, ma attento "philosophe" fu Giovanni Cristofano Amaduzzi, passato ingiustamente alla storia più come dotto ricercatore delle cose antiche, che come indagatore accurato di quel presente che ci illude della sua esistenza, nell'eterna tensione che cala l'uomo tra l'ieri e il domani. Una curiosità tutta settecentesca verso la realtà in divenire, ed un'attenzione acuta al farsi delle vicende umane nel modo e nel mondo che definiamo vita politica, portano Amaduzzi a meditare sul ruolo che ogni persona può assumere all'interno della società. L'esame dei rapporti che costituiscono la trama della società stessa, è poi lo spunto per una riflessione che spieghi come realizzare quei cambiamenti che migliorano l'esistenza dei singoli individui, considerati però sempre uniti da un vincolo di solidarietà che pone le sue basi nell'etica cristiana, e che si esprime giuridicamente con il concetto di "patto".

Questa attività di "philosophe", Amaduzzi la realizza in tre importanti (ma spesso trascurati) "Discorsi filosofici": Sul fine ed utilità dell'Accademie (1776), La Filosofia alleata della Religione (1778), e Dell'indole della verità e delle opinioni (1786). Del secondo, presentiamo qui la riproduzione anastatica.

Nato a Santa Maria di Fiumicino (Savignano) il 18 agosto 1740, Amaduzzi è indirizzato al Seminario di Rimini dallo zio paterno, don Giovanni, parroco del suo paese. A 15 anni, passa alla scuola riminese di Iano Planco, dove studia Greco e Filosofia, materia nella quale, come lui confessa, si pone "con giovanile ardore a cozzare con gli ultimi avanzi dell'Aristotelico rancidume". Planco lo avvia a Roma, dove Amaduzzi trova un protettore ed amico nel cardinale santarcangiolese Lorenzo Ganganelli, il futuro Clemente XIV. Amaduzzi ha 22 anni, Ganganelli 57. Fra la visita ad un museo e la consultazione di una biblioteca, Amaduzzi ha anche tempo per allacciare rapporti con altri studiosi.

Dotato di un carattere vivace e battagliero, Amaduzzi per le sue idee politiche e religiose, nella Roma di Clemente XIII (1758-69) non ha vita facile. Agli occhi di molti lo rendono sospetto i rapporti che intrattiene con ecclesiastici chiamati giansenisti. La propensione da lui dimostrata verso i cambiamenti politici che in Francia sono sostenuti dagli scrittori illuministi, ne fa un personaggio pericoloso. Lo accusano infatti di essere indifferente ed eretico in materia di Religione.

Planco, ex allievo della Compagnia del Collegio di Rimini, è anch'egli contro i "Loyolisti": al suo pupillo Amaduzzi, raccomanda di prender contatto con mons. Giovanni Bottari, considerato il capo degli antigesuiti. L'abate dà ascolto al dotto maestro. I rapporti fra Amaduzzi e Bottari saranno frequenti e cordiali. In casa Bottari, è spesso ospite mons. Scipione de' Ricci che nel 1780 viene nominato vescovo di Prato e Pistoia: con lui, Amaduzzi entrerà in una fitta corrispondenza.

La carriera di Amaduzzi, per quanto folgorante, nei suoi inizi è stata tuttavia in salita. Il suo ingresso nella Stamperia di Propaganda Fide, avviene per gradi: dopo essere stato fatto lettore di Greco alla Sapienza nel '69, l'anno successivo finalmente viene nominato da Clemente XIV soprintendente alla Stamperia, al posto di Costantino Ruggeri, contro il parere del Prefetto di Propaganda Fide, cardinal Castelli. Amaduzzi non piace a Castelli, che lo ritiene antigesuita. In base a tale opinione, Castelli ha già respinto un precedente intervento a favore dell'abate, fatto da papa Ganganelli.

Cura articoli per riviste, anche se a malincuore, perché (come confida) sulle gazzette non si può disgustare nessuno. In Arcadia, pronuncia i tre "Discorsi", che fanno scandalo.

Mentre cresce la sua fama nel mondo letterario italiano come erudito e pensatore illuminato, gli ambienti conservatori gli si mostrano ostili.

 

Prosegue in II parte

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