Antonio Montanari.

Lumi di Romagna.
9. "15 mila soldati, compresi 4 mila cavalli"


"Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquantamila; son diavoli, sono ariani, sono anticristi… Si disputava quali fossero i reggimenti più indiavolati, se fosse peggio la fanteria o la cavalleria…". È ancora Manzoni, alle prese con il flagello della guerra. La scena, ridotta a tinte meno fosche e spostata nel XVIII secolo, va bene anche come fondale al nostro racconto. Ad ogni passaggio di truppe straniere, Rimini deve trovare i soldi per ‘offrire’ loro vitto ed alloggio. Ai tempi delle guerre di successione, è un via vai continuo. Prima c'è quella spagnola (1701-14), poi la polacca ('33-38), infine l'austriaca ('40-48) già incontrata con Goldoni. Nel maggio 1707, si annuncia l'arrivo "di 15 mila soldati, compresi in essi 4 mila cavalli", come graziosamente scrive Carlo Tonini. Per tenerli lontani dal centro storico, li si fa transitare attraverso ponti costruiti apposta sul Marecchia (dalle parti della Madonna della Scala), e sull'Ausa. Nel 1709, la storia si ripete. Per racimolar quattrini, si aumentano i dazi su grano, bestiame, pesce e generi commestibili. Nel '35-36, da Roma giungono "ordini rigorosissimi, che nulla si desse a questi veramente incivili ospiti". (1) Le casse cittadine sono esauste.
Nel 1703, c'è stato un terremoto senza danni. Il pontefice Clemente XI (Gianfrancesco Albani), ammonisce: evitate le spese superflue, per placare lo sdegno del Signore "che ci fa provare i suoi flagelli e ne minaccia di maggiori". Una commissione cittadina di otto consiglieri detta subito norme sull'abbigliamento. Per i nobili, niente oro e broccati o merletti che valgano più di scudi 12. Alle donne si concedono tre mute di abiti: se maritate, un vezzo di perle o diamanti che non costino più di scudi 500. Le sposate da due anni, debbono vestire di nero. Gli abiti colorati sono ammessi in campagna, ma senza ornamenti. Alle zitelle, si permette l'uso di qualunque drappo liscio di colore modesto. Per gli uomini è ammesso un servitore, per le donne tre. (2)
Fortuna volle che l'elezione di Clemente XI fosse avvenuta il 23 novembre 1700, prima di quel bando. Si poterono così tenere con tutta tranquillità i festeggiamenti per il novello pontefice, una cui cugina aveva sposato il nobile riminese Domenico Tingoli: il popolo bevve vino e mangiò ciambella per tre sere consecutive, mentre gli aristocratici ebbero "copiosi rinfreschi". (3)
Nel '43, quando c'è una breve pausa di respiro nelle invasioni nemiche, impazza il carnevale. Alle 23 del 20 febbraio, una breve scossa di terremoto fa rifugiare la gente in maschera nelle numerose chiese del centro. "Si sospesero tutti i divertimenti carnevaleschi ed anche i teatri; e solo fu riaperto il teatro pubblico nella Domenica e nel Lunedì colla recita di opera grave, cioè dell'Olimpiade…". (4)
Dopo il terremoto, alla fine di marzo arrivano gli spagnoli che vogliono mettere ordine: "Furono catturate quattro femmine di mala vita, che da Bologna aveano fin qui seguito l'esercito". Rasi i capelli e le ciglia, "furono condotte così malconcie e sformate intorno per la città e specialmente inanzi a tutti i quartieri dei soldati". (5)
Il maltempo della primavera '43 (a fine aprile nevica anche in pianura), danneggia i raccolti, soprattutto i foraggi che erano già scarsi. Ciononostante, l'eminentissimo cardinal Legato Carlo de' Marini ordina di mandare le bestie bovine a pascolare in campagna, e di portare in città "per servigio delle Truppe Spagnole" il foraggio rimasto nelle case delle possessioni. Alla "grande tristezza e sconforto" per i danni atmosferici, si aggiunge nei contadini l'amaro stupore per i provvedimenti presi dai politici.
I nobili si divertono a teatro. Il marchese Diotallevo Buonadrata organizza la rappresentazione del Demofonte di Metastasio. I proprietari dei palchi li affittano agli ufficiali, ma poi "li chiedono ad imprestito agli Spagnoli per ospitare Gentiluomini e Dame forastieri". (6) Prima dello spettacolo, su di una nuvola che scende dal soffitto, un attore nei panni di Mercurio canta un preludio in onore del re di Spagna, composto dal giureconsulto riminese Giuliano Genghini. L'anno dopo, il 7 gennaio '44, Genghini presenterà in teatro "un enfatico sonetto" per le nozze di Marianna d'Austria. (7)
Le famiglie di buon nome hanno il loro daffare. Il capitano Antonio Bertolli, padre di Aurelio, ospita il marchese Machiavelli Rangoni di Modena che a sua volta accoglie la duchessa conterranea, che si era rifiutata di recarsi nell'appartamento del conte de Gages. Per il duca di Modena, si tiene una recita a teatro con rinfresco di acque gelate e cioccolato. La Settimana Santa del '43 permette agli spagnoli di esternare tutta la loro religiosità, mentre de Gages tuona contro abusi latrocinî e disordini che avvenivano in città. Per il Corpus Domini, i militari sparano salve di moschetti e colpi di cannone. (8)
I rapporti tra occupanti e clero sono tesi. Nell'aprile '42, al sopraggiungere degli spagnoli, "tutti li Capi, e Superiori de' Conventi, e Monasterj…, si erano uniti ed allarmati contro la Città di non voler più soldati né cavalli… ne' loro Conventi, e Chiese": soltanto i "Monaci Benedettini neri" di San Giuliano, che erano quasi tutti forestieri, dettero ospitalità a "soldati, cavalli e bagaglio". (9) L'eminentissimo Legato Marini, sollecitato dai magistrati cittadini e dagli ufficiali ordinò a "tutti li Capi delle Religioni regolari aprire li loro rispettivi Cenobj" per accogliere i militari.
L'estate del '42 aveva visto tutta la città lavorare per i soldati. I fornai, nei negozi vecchi e nei nuovi aperti per soddisfare le esigenze del momento, avevano usato grano arrivato in barca: era un rifornimento destinato al Ferrarese, ma la situazione militare sfavorevole aveva fatto tornare indietro il convoglio. (10) Le guardie garantivano l'ordine a modo loro, sulle porte delle botteghe. I poveri dovevano stare in fila per ultimi. Alla popolazione civile scarseggiavano viveri e denari. I prodotti della terra venivano requisiti dagli invasori, la gente di campagna non aveva nulla da vendere, e nulla poteva guadagnare. I prezzi dei generi alimentari si quadruplicarono.
La campagna riminese, dal Marecchia a Covignano, appariva desolata. Prima di andarsene, nell'agosto '42, gli spagnoli hanno distrutto tutto, canape, canneti, vigne. Hanno rubato buoi, pecore, porci, pollami, "ed à più poveri contadini levato il meglio che avevano nelle proprie case". Dove ancora non s'era battuto il grano, il raccolto venne danneggiato dalle bestie e "dissipato dalla truppa". E che la povera gente, in generale, non avesse molto da mangiare o di che vivere, lo dimostra un episodio accaduto quando gli austriaci, a colpi di sciabola, distrussero nel porto due barche spagnole cariche d'orzo: la "Canaglia del Paese" le saccheggiò, spogliandole di tutto, vele, cordami, ancore. "Il Popolaccio seguitò molto a gridare "Viva la Regina d'Ungaria"", cioè Maria Teresa. (11)
Persino i monumenti come l'arco d'Augusto furono danneggiati dagli spagnoli. Tuttavia di loro bisognava serbare un buon ricordo, secondo il cronista Marchi, perché erano stati "trattabili, convenienti e religiosi", lasciando in pace le donne "sì maritate che giovani", le quali potevano girare in tutta tranquillità per le strade di Rimini. E poi, quei soldati spendevano tanto. C'era stato un aumento dei prezzi, ma "nessuno, ricco o povero si lagnava" di ciò. Ci si lamentava unicamente della "scarsezza dei viveri". (12)
Le casse pubbliche erano rimaste senza danaro. (13) I cittadini invece, secondo il buon Marchi, nuotavano nell'oro spagnolo, per cui "ogni uno spendeva di buona voglia, e senza strepito, quantunque i prezzi della robba fossero alzati all'eccesso". "In somma non v'era Persona in Città ancor che povera (alla riserva di quelle che annoin odio il lavorare e fatticare, essendone di questa canaglia in tutte le città) che non avesse in suo potere più doppie di Spagna, fino i Ragazzi delle botteghe di Barbieri e Parucchieri più d'una ne contavano". (14)
Gli austriaci, secondo Marchi, sono il colpo di grazia per una città in crisi: i soldati rubano, le botteghe stanno chiuse, Ussari e Croati compiono scorrerie, le donne non possono più uscire di casa, le dame cessano le loro conversazioni. Al "popolaccio", accorso vociante sul porto, si distribuiscono i biscotti trovati in una barca che era stata al servizio degli spagnoli. (15)
Questo popolaccio e questa canaglia andavano tenuti d'occhio. Gli Statuti di Rimini del 1765 prevedono al primo punto: "Che i coloni de' Poderi, possessioni, ed altri di loro famiglia, debbano vivere da buoni cristiani col Santo timor di Dio… altrimenti sia lecito al Padrone de' poderi di poterli discacciare dalla colonia in qualunque tempo". (16)
Nei poderi, le famiglie sono numerose. Alessandro Galli di Casalecchio, tra il 1740 e il '62, ha 14 figli. La mortalità infantile è alta. In quella casa, nel corso di 40 anni, su 48 nati, muoiono 31 bambini: due di 9 anni, uno di 7, uno di 5, uno di 3, sette di 2 anni, sei di un anno, tredici al di sotto di un anno. (17)
Nell'ottobre '43, Marchi parla di "estrema desolazione della nostra campagna" e di "totale disperazione" per "li poveri contadini tutti". Ai molti capifamiglia che, nella speranza di poter riportare a casa i loro buoi rubati dalla truppa hanno seguito gli spagnoli in fuga, si rivolgono il 2 novembre le autorità religiose e politiche ordinando di "dover subito ritornare colle lor bestie". (18) I soldati austriaci rubano paglia, pollame ed ogni tipo di animale, carni di porco salate, pane, rami, gli ori delle donne. (19) La storia si ripete per tutto l'autunno e l'inverno del '43-44. "Gli austriaci si portarono allora da barbari, a segno di condurre i poveri agricoltori all'ultima disperazione". (20) I contadini fuggono dalle campagne, alcuni in città altri in montagna. Gli austriaci perquisiscono i conventi, ritenendo che ospitino dei rifugiati. In quello delle Celibate, sistemano duemila soldati. (21) Tuttavia, scrive Marchi, anche gli austriaci portano soldi: "ogn'uomo se la passava sufficientemente con disinvoltura, perché oltre l'abbondanza del denaro, che correva, e che a tutti d'ogni rango si communicava,… v'era ogni giorno qualche spettacolo, novità o divertimento". (22) In teatro si esibisce quella "pessima Compagnia di Comici", già incontrata con Goldoni, che viene snobbata dai cittadini.
Prima della partenza degli spagnoli, nell'ottobre '43, la città aveva inviato con "somma riverenza" una supplica al papa per ottenere soldi e foraggio. Dopo "reiterate istanze", al tempo dell'invasione austriaca la Segreteria di Stato ha risposto "che sarebbe stato scritto alla corte di Vienna". Le chiese della città sono ridotte a stalle "ed a profano uso" anche di "femmine di mala vita". (23) Gli austriaci ordinano la chiusura del Sacro Monte di Pietà, unico rifugio e soccorso all'indigenza dei poveri. (24)
Il primo novembre '43, arriva a Rimini il nuovo Legato di Romagna, card. Pompeo Aldrovandi. Giunge a mani vuote: "Sprovisto e di gente e di denaro, non posso che compassionarvi". (25) In città pensano che, in un abboccamento anteriore alla visita riminese, Aldrovandi si sia accordato con Lobkowitz, ottenendo che Ravenna fosse lasciata in pace.
Il 7 gennaio '44, c'è la grande festa per le nozze di Marianna d'Austria, con tante gente, tante squisitezze al rinfresco ma pochi camerieri, osserva Marchi. Il disordine cittadino è tale che non vengono appaltati i dazi. D'altro canto, nessuno li avrebbe potuti riscuotere, con la crisi che c'era. Così, altri soldi vengono a mancare alla città. (26) Lobkowitz bussa a quattrini e, minacciando i Consoli di esecuzione militare, intima la consegna di 6.000 scudi. Nelle casse, ce ne sono appena 25. Si ricorre a Ravenna, ma il Cardinal Legato risponde picche. I Consoli racimolano 2.000 scudi, e gli austriaci si accontentano. (27) Muoiono moltissimi soldati. Lobkowitz teme che sia peste, e ordina il cordone sanitario. Quando sembra che l'invasore se ne vada, per evitare che nella partenza segua l'esempio spagnolo di due anni prima, e che danneggi ulteriormente quel poco che restava nelle campagne, la città omaggia Lobkowitz con 250 zecchini.
L'ultimo giorno di carnevale, il 18 febbraio '44, "gente di ogni rango" concorre in teatro. Prima, c'è una cena risultata "scarsa" per il gran numero dei presenti; poi, un ballo che dura fino al pomeriggio del primo giorno di Quaresima. Quando non c'è teatro, fa spettacolo l'esercito con le sue sfilate in quelle divise eleganti. La scena affascina tutti, tanto i nobili che i plebei. Durante la parata d'addio degli austriaci, il 7 marzo '44, nella contrada dei Magnani, l'attuale via Garibaldi, la nobile Benedetta Almerici ved. Mancini è uccisa dal colpo di un moschetto maneggiato maldestramente. Si trovava ad una finestra del suo palazzo, chiamata dalla moglie di un ufficiale, sua ospite ed amica, per assistere all'avvenimento. Carlo Mancini, il figlio dell'uccisa, morirà di dolore dopo due mesi. (28)
Ma gli austriaci non cessano di transitare per Rimini tra la primavera e l'estate del '44: 750 donne che erano al loro servizio, vengono alloggiate fino alla metà d'ottobre. (29) Lobkowitz è a Pesaro: gli si invia un altro regalo perché se ne stia buono, e non torni a Rimini. Ma a metà dicembre '44, ben undici reggimenti passano in città, con Lobkowitz in testa.
L'ultimo lunedì del carnevale '45, i nobili riminesi vogliono ringraziare gli austriaci per i "tanti divertimenti ricevuti". La festa risulta grandiosa, con dame e cavalieri che, senza distinzione d'età, sono costretti a ballare fino al pomeriggio successivo. Il generale austriaco ha infatti ordinato di chiudere le porte. Provvedimento gravoso per gli attempati, annota Marchi, ma gradito ai giovani "che in pregiudizio anche del proprio individuo amano, e persistono ne' divertimenti". (30)
Da una notte di gioia ad una di dolore. "Rimini così brillante e spiritosa comparve in un punto così fatale d'un aspetto tutto umile e compassionevole". Don Matteo Astolfi, arciprete di Santa Maria in Corte dei Frati Serviti, racconta il terremoto del Natale 1786: sotto la neve, e con un gelido vento di tramontana, la gente esce nelle strade, s'inginocchia, chiede "a qualunque sacerdote che loro si presentava" di essere perdonata. (31) Il notaio Michelangelo Zanotti aggiunge: "Traballa il suolo, si scuote con veemenza la terra, crollano le fabbriche benché robuste e forti, stridono le travi, si aprono a viva forza le porte, cadono i soffitti e gli arredi di qualunque precipitano sul pavimento; si sconnettono le mura, si dibattono, si fendono e a terra finalmente rovinano". (32)
Dalla mezzanotte del 24 fino alle tre del mattino del 25 dicembre, Rimini è devastata dalle scosse telluriche. A molti sembra di vedere in cielo cadere una pioggia di fiammelle. Qualcuno crede che si tratti di fuochi artificiali. (33) "Non si odono che gemiti, che sospiri, che lamentevoli voci di dolore e di pianto", annota Zanotti: "tutto spira orridezza e desolamento. Notte non vidi di questa più lugubre e più funesta". Il mare pare muggire. Fu tale la violenza del terremoto, che "ci si stupì dei danni -pur gravi e diffusi- subìti dall'intero patrimonio edilizio urbano. Ci si aspettava che quell'impeto avesse portato la distruzione totale della città". (34)
L'arciprete Astolfi passa le prime notti dentro un tino, nell'orto parrocchiale. Poi si trasferisce in un "casotto di legno" sulla piazza della cattedrale (Santa Colomba), davanti alla Rocca malatestiana. Infine, dopo alcuni mesi, in un sotterraneo umido e pericolante. Il governatore Antonio de' Vais ordina i primi interventi e fissa il costo della manodopera, per evitare "alterate pretensioni", come racconta Zanotti. (35)
Tra le macerie, passano le processioni. Il clero si divide. C'è chi crede nel terremoto come una punizione divina. Don Astolfi scrive: "Credevasi… che il secolo presente, chiamato il secolo illuminato… al riverbero di chiara luce impiegato avesse ogni studio non nella scienza del mondo o nella coltivazione di spiriti forti, nati a depravare, e a corrompere il vero spirito cristiano, ma bensì nelle regole più sante dell'evangelio e nei dogmi più sicuri". (36) C'è chi parla invece di cause naturali. L'arciprete Giuseppe Vannucci, insegnante di Filosofia al Seminario riminese, si difende: "Chi il crederebbe? È una irreligiosità spiegare fisicamente il terremoto, essendo uno speciale castigo di Dio. Confesso che quanto compiango l'ignoranza di chi parla così, altrettanto quasi mi manca la pazienza di rispondere". (37)
"Il tentativo di spiegare con la ragione le cause del terremoto, la valorizzazione della scienza contro la superstizione, le medesime ipotesi formulate suscitarono un vespaio di proteste, polemiche, confutazioni accademiche, scientifiche, culturali e anche religiose con l'appunto di essere poco devoto e ossequiente alla religione". (38) In un'ottava di un anonimo riminese che si firmava Fulgenzio Roedulfe, di Vannucci si diceva che "un poco puzza/ senz'alcun dubbio di Materialista", e che sue "certe erronee idee… hanno ancor un pochino del Giansenista". (39) Per chi ragiona come Vannucci, viene coniata la definizione (usata anche da Astolfi) di "spirito-forte": costui "non iscopre che agenti bruti, che atomi legati in un Mondo sospeso per poco sopra del nulla", e porta "sulla Terra confusione e disordine", annullando ogni distinzione tra bene e male. (40)
Un altro flagello sta per abbattersi su Rimini: i francesi.Il 14 maggio 1796 sono entrati in Milano, il 23 giugno a Bologna. Il 26 giugno un bando cittadino raccomanda "al Popolo di stare quieto". I venditori di commestibili debbono non alterare "per verun conto i prezzi tariffati" e "mantenere provvedute le Botteghe". (41) La sera del 20 luglio si sparge la voce di un miracolo: la Vergine della tela affissa nella sagrestia della Confraternita di San Girolamo, ha mosso gli occhi. Il vescovo Vincenzo Ferretti, spiega che "con sì raro portento dava la B. V. segni evidenti del suo amore verso di noi, mentre col solevare gli occhi al cielo supplicava il Signore a volerci perdonare le gravissime colpe, ed a trattenere quei flagelli che per essi ci soprastano". (42) Bonaparte viene in Romagna per far bottino. Stilerà un rendiconto di quanto raccolto negli "États du Pape", non nascondendo la sua soddisfazione, perché "i risultati sono superiori alle istruzioni impartite". (43) In nome di Libertà ed Eguaglianza, Napoleone dal quartiere generale di Bologna avvisa il 1° febbraio 1797 di voler entrare nella Legazione di Romagna: "Qualunque Villaggio o Città in cui all'avvicinarsi dell'Armata Francese si dia campana a martello, sarà sull'istante bruciata, ed i Magistrati ne saran fucilati". (44) C'è chi è ottimista, e lancia un proclama al popolo: "Vittime finora del dispotismo, e dell'ignoranza fra pochi istanti sarà cambiato il vostro destino. L'eroe, che ha rotti i nostri ferri, l'invitto BONAPARTE spinge le sue Armi nel seno delle vostre Patrie per render loro la Libertà. Il giogo di Roma è già spezzato". (45) Bonaparte è minaccioso: "Guai a coloro che… attirassero nelle loro case la guerra e i suoi orrori, e la vendetta di un'armata, che in sei mesi, ha fatto cento mila prigionieri…". (46)
Il "giorno… memorabile del quattro febbraio", racconta Zanotti, arrivano a Rimini i francesi. Sulla piazza della Fontana, uno di loro, "rivoltosi al popolo che in poco numero e mesto mira l'odiato ingresso de' nuovi Repubblicani, esclama con voce alta e sonora queste parole: "Cittadini, siam venuti a liberarvi dai Tiranni"". (47) Il vescovo Ferretti si rifugia a San Marino. Napoleone intima alla Repubblica di consegnargli il presule. Minacciata dell'invasione di duemila soldati, San Marino obbedisce come può: il vescovo nel frattempo si è posto in salvo andandosene da Serravalle, e a Bonaparte come contentino viene restituito il bagaglio di mons. Ferretti. (48)
Quando il 18 marzo 1798, il notaio Zanotti, nella sua veste di Segretario dell'Amministrazione Centrale, viene chiamato a giurare fedeltà alla Costituzione, fa una giunta alla formula di rito, dichiarando di affidarsi "al buon senso del vostro discorso". Gli rivolgono una ramanzina: "Non avevate capito? Sono superflui ed importuni i vostri dubbi". E Zanotti, "quasi a forza" deve ripetere le parole "del voluto giuramento".
La libertà non ammette dubbi, sembrano dire quei francesi. Ed alla libertà intanto s'innalzano simbolici alberi a cui inneggia la folla, mentre "si danza e si amoreggia col vago e lusinghiero sesso fin quasi a giorno". È Zanotti che racconta: "Gli affollati Democratici che v'intervengono baccanti e forsennati per le novità del licenzioso repubblicano sistema innalzano strida sconvenevoli di esasperante allegrezza e d'impazzita gioia, mentre gli Uomini probi ed onesti, che la democratica demenza ben conoscono, deplorano con lagrimevole prevenzione, in un colle attuali sciagure, i tristi effetti che avvenir denno da tanto sconvolgimento". (49)
Al Circolo costituzionale cittadino (nato per combattere "Ignoranza ed Errore"), Camillo Gioannetti, nipote dell'arcivescovo di Bologna card. Andrea Gioannetti, "uscì in campo con questa proposizione: "Tutti i Papi sono stati tanti Anticristi"". (50) Poi si correggerà, davanti allo sdegno generale, con un volantino: intendeva dire, come gli è stato suggerito, "tutti i Papi sovrani"… (51)
Il governo vuol garantire "la debita riverenza alle prattiche Religiose": chi non lo farà, "sarà punito con pena conveniente ai perturbatori della pubblica tranquillità". (52) L'8 agosto '98, per invocare una tregua nelle piogge che stanno impedendo il raccolto del grano, i contadini chiedono una processione con la statua di Maria SS. della Pietà, detta Madonna dell'acqua. Il "Cittadino Ronconi, Commissario del Potere Esecutivo" non concede il permesso. Lo affianca l'"ex-monaco cistercense Don Bernardo Canati" che spiega alla gente: "quella Immagine, cui nutrivano tanta fiducia, non era poi finalmente che un pezzo di marmo e… bastava che la Madonna fosse in Cielo perché la potessero pregare a loro voglia, senza portarla in giro per la città". Domenica 12, la processione è autorizzata, "ma soltanto pe' claustri" del Tempio malatestiano: guardie armate vigilano che non esca nelle strade. (53)


Note al cap. 9
(1) Cfr. C. Tonini, Rimini dal 1500 al 1800, cit., I, pp. 533-534.
(2) Ibidem, pp. 530-532.
(3) Ibidem, p. 527.
(4) Ibidem, p. 580.
(5) Ibidem, pp. 581-582.
(6) Ibidem, pp. 583-586.
(7) Cfr. A. Lazzari, C. G. in Romagna, cit., p. 94.
(8) Cfr. C. Tonini, Rimini dal 1500 al 1800, cit., I, pp. 587-589.
(9) U. Marchi, Memorie Ariminesi, cit., tomo I, pp. 99-100.
(10) Ibidem, p. 103.
(11) Ibidem, pp. 136-138.
(12) Ibidem, pp. 156-158.
(13) Ibidem, pp. 104-105.
(14) Ibidem, pp. 159-160.
(15) Ibidem, p. 162.
(16) Cfr. Nuovi Statuti e Leggi sopra il tempo e modo di licenziare i coloni e la buona coltura delle terre del territorio della Città di Rimini, 1765. Il documento è citato da O. Delucca, Mortalità infantile e condizioni sociali nella periferia riminese tra il 1714 ed il 1915, "Romagna arte e storia", n. 7-1983, p. 102. (Delucca ha esaminato poi la problematica sociale del periodo di cui ci stiamo occupando, nel saggio I disastri dell'invasione. Occupazione militare e classi sociali nella Rimini del Settecento, "Romagna arte e storia", n. 17-1986).
(17) Ibidem, p. 104.
(18) Cfr. U. Marchi, Memorie Ariminesi, cit., p. 665.
(19) Ibidem, p. 657.
(20) Cfr. C. Tonini, Rimini dal 1500 al 1800, cit., I, p. 608.
(21) Ibidem, pp. 605-607.
(22) Cfr. U. Marchi, Memorie Ariminesi, cit., p. 547.
(23) Cfr. C. Tonini, Rimini dal 1500 al 1800, cit., I, pp. 610-611.
(24) Ibidem, p. 612.
(25) Ibidem, p. 615.
(26) Ibidem, p. 625.
(27) Ibidem, pp. 632-633.
(28) Ibidem, pp. 636-637.
(29) Ibidem, p. 642.
(30) Cfr. U. Marchi, Memorie Ariminesi, cit., tomo II, la carta non è numerata.
(31) Cfr. ne Il terremoto di Rimini, cit., pp. 21-22. Il testo di don Matteo Astolfi è intitolato Narrazione dell'orribile terremuoto.
(32) Cfr. Giornale di Rimino, tomo IV, carta 1, ne Il terremoto di Rimini, cit., p. 19.
(33) Cfr. ne Il terremoto di Rimini, cit., il saggio di E. Guidoboni, Natale 1786, passim.
(34) Ibidem, p. 22.
(35) Ibidem, p. 27.
(36) Cfr. M. Astolfi, cit., pp. 21-22, in E. Guidoboni, Natale 1786, p. 28.
(37) Cfr. G. Vannucci, Discorso Istorico Filosofico sopra il tremuoto del 25 decembre 1786, Cesena 1787, cit. da E. Guidoboni, Natale 1786, p. 29. Don Vannucci (1750-1819), discepolo di Planco e laureato in Teologia nel 1773, fu parroco a San Martino ad Carceres. Nell'età rivoluzionaria, insegnò Geometria e Fisica nella II classe di Filosofia del Liceo della Comune di Rimini. (Cfr. C. Tonini, La Coltura, II, cit., p. 597, n. 1).
(38) Cfr. A. Turchini, Tra provincia ed Europa, cit., p. 151.
(39) Ibidem, p. 152. Il testo poetico è tolto dal volume Prosa e versi provenienti da Cesena intorno al Discorso istorico-filosofico…, edito a Venezia nel 1787.
(40) Cfr. Quadri originali di un Filosofo viaggiatore ovvero riflessioni critiche curiose e interessanti sopra i costumi e gli usi del secolo XVIII, Rimino 1786 presso G. Marsoner, cap. XL: "Spirito-forte. Religione". L'opera e l'argomento del cap. sono segnalati da A. Turchini, ibidem.
(41) Cfr. Atlante per il dipartimento del Rubicone, "Romagna arte e storia", n. 6-1982, p. 20. È una pregevole raccolta di documenti sul periodo 1796-99.
(42) Ibidem, pp. 24-26. Le parole sono di M. Zanotti, Giornale di Rimino.
(43) Ibidem, p. 29.
(44) Ibidem, p. 39.
(45) Ibidem, p. 40: Appello della Giunta di difesa Generale per la Repubblica Cispadana, datato Bologna 1° febbraio 1797.
(46) Ibidem, p. 39.
(47) Ibidem, pp. 48-49.
(48) Ibidem, pp. 51-52.
(49) Ibidem, pp. 88-89. Cronaca del 26 febbraio '97.
(50) Cronaca di M. Zanotti, ibidem, pp. 107-108.
(51) Ibidem, p. 108
(52) Ibidem, p. 112. Documento del 20 aprile 1797, emanato da Forlì. Dal 1° settembre '98, Forlì diviene la sede dell'Amministrazione Centrale del Dipartimento del Rubicone, uno degli undici in cui viene divisa la Repubblica Cisalpina: esso comprende l'intero territorio tra il Senio e l'Adriatico. Ibidem, pp. 79-80.
(53) Cronaca di M. Zanotti, ibidem, pp. 122-123.

Sommario
Presentazione
1. Giovanni Bianchi, il Planco furioso
2. Giovanni Antonio Battarra, Filosofia e funghi
3. Giuseppe Garampi, tra i Grandi della politica
4. Giovanni Cristofano Amaduzzi, "talpa" giansenista a Roma
5. Aurelio de' Giorgi Bertola, un poeta per l'Europa
6. L'insonnia di Papa Ganganelli
7. Ruggiero Boscovich e la questione del porto canale
8. Carlo Goldoni, "galanteria senza scandalo"
10. Padre Giorgi, un cardinale mancato
11. "Monsieur l'Abbé, carissimo Fratello"
12. Gli "Incolti" lettori di Savignano

Tutto LUMI DI ROMAGNA
Settecento riminese

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