INFORTUNIO SUL LAVORO

  1. Premessa

L’infortunio sul lavoro, insieme con la malattia professionale, costituisce l’oggetto della assicurazione obbligatoria INAIL, rappresenta cioè l’evento al verificarsi del quale scatta automaticamente la tutela assicurativa; automaticamente vuol dire che l’infortunio è indennizzabile anche se il datore di lavoro non ha stipulato l’assicurazione, in quanto la tutela deriva direttamente dalla legge.

Il Testo Unico (articoli 2 e 210) non contempla una nozione giuridica di infortunio sul lavoro, ma indica gli elementi che devono ricorrere perché un infortunio si possa considerare una conseguenza del rischio professionale, e cioè:

 

 

  1. La lesione

La lesione è ogni alterazione fisica o psichica dell’organismo del lavoratore da cui derivi la morte, o una inabilità permanente, assoluta o parziale, ovvero una inabilità temporanea assoluta che comporti l’astensione dal lavoro per più di 3 giorni.

Sui concetti di inabilità temporanea e permanente si rimanda alle schede illustrative delle corrispondenti prestazioni economiche ("l’indennità per inabilità temporanea assoluta" e "rendita per inabilità permanente").

 

  1. La causa violenta

La causa violenta è un fatto esterno che, in un rapido contatto con l’organismo del lavoratore, determina la lesione.

Per considerarsi violenta la causa deve essere innanzi tutto concentrata nel tempo, ossia cronologicamente determinabile; può anche non essere subitanea ma tuttavia non deve superare un turno giornaliero di lavoro.

La nozione di causa violenta distingue l’infortunio dalla malattia professionale, nella quale la causa agisce lentamente, in modo graduale, progressivo, e cronologicamente non determinabile. Ad es., un graduale assorbimento da parte dell’organismo di una sostanza chimica può provocare a lungo andare una intossicazione cronica, che è malattia professionale; invece un assorbimento massivo e subitaneo della stessa sostanza chimica dovuto ad una improvvisa rottura degli impianti, può determinare una intossicazione acuta, che è infortunio sul lavoro.

Per considerarsi violenta, inoltre, la causa deve essere idonea a provocare la lesione riscontrata; tra infortunio e lesione vi deve essere un rapporto di causa ed effetto, cioè la lesione, per tipo ed entità, deve essere riferibile causalmente all’evento infortunistico che l’ha determinata.

Tuttavia, se l’infortunato era portatore di una infermità, preesistente all’infortunio, tale da provocare conseguenze più gravi di quelle normalmente attese a causa dell’infortunio stesso, il danno va globalmente imputato all’evento professionale; si tratta delle cosiddette "concause di lesione", di cui un esempio classico è il diabete per effetto del quale una lesione anche lieve può provocare complicazioni molto più serie rispetto alla normalità.

Le concause preesistenti di lesione non vanno confuse con le "concause preesistenti di invalidità". In questo caso la patologia preesistente non influisce sul decorso della lesione prodotta dall’infortunio, ma va ad aggiungersi al danno infortunistico; spetterà al medico legale INAIL tenere conto delle infermità preesistenti quando valuterà l’entità del danno ai fini della liquidazione della rendita.

Se la concausa non è preesistente, ma sopravvenuta, cioè se dopo l’infortunio successive vicende determinano un aggravamento delle conseguenze dell’infortunio stesso, se ne potrà tenere conto solo se l’aggravamento è riferibile all’evento professionale; un esempio classico è l’aggravamento per esito sfavorevole di una operazione chirurgica resa necessaria dal trauma infortunistico.

La causa violenta più frequente è quella di origine traumatica (cadute, schiacciamenti, tagli, ecc.).

Sono anche cause violente quelle di origine termica (colpo di calore, assideramento, ecc.); di origine elettrica (folgorazioni); da stress emotivo; da punture di insetti; da sforzo, senza che questo abbia necessariamente carattere eccezionale, essendo sufficiente che sia diretto a vincere una forza contrapposta.

Un particolare tipo di infortunio (cosiddetto malattia-infortunio) è quello provocato da fattori microbici e virali che, penetrando nell’organismo a seguito di breve contatto, ne alterano l’equilibrio fisiologico e anatomico; in questi casi la violenza non è collegata con l’evento che determina la penetrazione ma con il fatto che i germi patogeni entrati nell’organismo vi agiscono in modo rapido e concentrato (causa violenta = causa virulenta).

Rientrano in questa categoria le epatiti virali, l’AIDS, la TBC, il tetano, la brucellosi, ecc. Vi rientra anche la malaria, originariamente esclusa per esplicita previsione del Testo Unico, ma diventata poi oggetto di tutela a seguito della Sentenza della Corte Costituzionale n. 226/1987.

 

  1. L’occasione di lavoro

Per essere oggetto della tutela assicurativa l’infortunio deve avvenire, oltre che per causa violenta, in occasione di lavoro.

La nozione di occasione di lavoro è una delle più impegnative del Testo Unico. Darne una definizione rigorosa non è possibile, e sarebbe anche controproducente, in quanto l’occasione di lavoro è un concetto che può assumere più contenuti a seconda della varietà delle situazioni concrete alle quali viene applicato. D’altronde, è proprio grazie alla sua duttilità che il concetto si è prestato nel corso del tempo a molteplici interpretazioni giurisprudenziali in parallelo con le modifiche via intervenute nel mondo del lavoro e, quindi, nel rischio professionale.

C’è tuttavia un punto fermo da cui possiamo partire; sicuramente l’espressione legislativa di "occasione di lavoro" è più ampia di quella di "causa di lavoro", che qualifica invece le malattie professionali (vedi relativa scheda).

Proprio dal fatto che il legislatore ha utilizzato questa diversa terminologia, si è dedotta la sua intenzione di estendere la tutela anche agli infortuni non direttamente causati dalla specifica attività che il lavoratore svolge. Quali sono allora gli ulteriori infortuni che il legislatore ha voluto proteggere?

Per rispondere alla domanda dobbiamo tenere presente che il lavoratore viene assicurato per una o più attività considerate pericolose dall’art. 1 T.U., ma poi in realtà si può trovare in situazioni di pericolo che non sempre sono provocate dalle attività per le quali è stato assicurato.

Innanzitutto l’assicurato è esposto, oltre che al rischio tipico delle sue mansioni, anche a quello delle prestazioni connesse o strumentali alla sua attività, che possono essere varie e non sempre prevedibili. Egli, inoltre può essere chiamato dal datore di lavoro a svolgere temporaneamente altre e diverse attività, se le esigenze aziendali lo richiedono.

A ciò si aggiunga che il lavoratore opera in un determinato ambiente che, di per sé solo, può presentare pericoli. Sta a fianco di colleghi che svolgono anch’essi attività rischiose e che potrebbero aver bisogno di aiuto, se non proprio di soccorso. Entra in contatto con apparecchiature e macchine varie anche se non le utilizza direttamente.

E non basta. Pure per andare o tornare dal lavoro, o durante le pause del lavoro, egli può trovarsi in situazioni di pericolo; e ancora, egli può essere soggetto ad un rischio ricollegabile alla sua condotta soggettiva più che alla attività oggettiva che svolge (distrazione, stanchezza, scarsa confidenza con gli strumenti lavorativi, o magari all’opposto imprudenza dovuta ad un eccesso di confidenza con gli stessi strumenti).

Tutte queste situazioni possono essere ricomprese nella nozione di occasione di lavoro.

Che il rapporto tra lavoro e infortunio non debba essere causale ma occasionale emerge con chiarezza nel concetto di "rischio generico aggravato", cioè di un rischio che riguarda tutte le persone, ma che per il lavoratore è più grave perché viene incrementato da fattori lavorativi.

Tutto quello che abbiamo fin qui detto è riassumibile con le parole della Corte di Cassazione, secondo la quale sono indennizzabili gli infortuni derivati da:

Sulla nozione di rischio generico aggravato, coesistono nella giurisprudenza della Suprema Corte due linee interpretative.

Accanto alla impostazione tradizionale, secondo la quale il rischio generico è assicurativamente protetto solo se comporti un incremento, in ordine di intensità o di frequenza, della probabilità che l’infortunio accada, si sta affermando un altro e più estensivo filone interpretativo, secondo il quale il rischio generico deve ritenersi aggravato dal lavoro, e quindi assicurativamente coperto, se ed in quanto è affrontato necessariamente per finalità lavorative, senza bisogno di ulteriori elementi specificanti.

Quest’ultimo indirizzo, assegnando esclusiva rilevanza alla riconducibilità della condotta del lavoratore alle esigenze ed alle finalità lavorative, sottrae importanza all’accertamento del maggiore o minore grado di rischiosità che quella condotta implica e finisce, così, per valorizzare il lavoro in sé e per sé considerato in quanto espone il lavoratore al rischio e, in definitiva, costituisce esso stesso fattore occasionale di rischio tutelato.

Si tratta di una linea interpretativa che di recente ha acquisito consistenza e complessiva coerenza logico-sistematica, essendosi ripetutamente manifestata sia per gli infortuni in attualità di lavoro che per quelli in itinere, e che sembra destinata ad assumere il carattere della definitività.

A questo più recente ed estensivo orientamento della Suprema Corte l’Istituto ha ritenuto di doversi uniformare.

Tale scelta è motivata non solo dalla esigenza di prevenire l’alta ed incerta vertenzialità che la nuova tendenza della Cassazione potrebbe innescare, ma anche dalla convinzione che l’interpretazione di rischio generico aggravato, fornita dalla più recente e comprensiva elaborazione giurisprudenziale, rispecchi con maggiore puntualità i cambiamenti che stanno attraversando il sistema produttivo e dia una risposta maggiormente adeguata alla sempre più raffinata domanda di tutela che proviene dal mondo del lavoro.

Sull’argomento del rischio generico aggravato che, come è intuibile, è essenziale nell’attività istituzionale, la Direzione Generale ha emanato direttive, con lettera dell’8 Luglio 1999, riportate in appendice (appendice n.1 – Occasione di lavoro – nozione di rischio generico aggravato).

Estranei alla tutela sono sostanzialmente anche gli infortuni derivanti da rischio elettivo, e cioè quel rischio che il lavoratore determina volontariamente, arbitrariamente e per soddisfare esigenze e impulsi personali, ponendo in essere una attività non avente rapporto con lo svolgimento del lavoro.

Estranei alla tutela sono altresì gli infortuni accaduti nel corso di attività non collegate alle finalità e all’interesse dell’impresa (lavori prestati a titolo di pura cortesia, oppure in attività di volontariato prive di qualunque forma di compenso, oppure infortuni nel corso di scioperi).

Estranei, infine, alla tutela sono gli infortuni simulati dal lavoratore o le cui conseguenze siano dolosamente aggravate dal lavoratore stesso (art. 65 T.U.).

Sono invece tutelabili, come abbiamo già detto, gli infortuni accaduti per colpa del lavoratore, in quanto gli aspetti soggettivi della sua condotta (imperizia, negligenza o imprudenza) nessuna rilevanza possono assumere per l’indennizzabilità dell’evento lesivo, sempreché si tratti di aspetti di una condotta comunque riconducibile nell’ambito delle mansioni professionale (e cioè non di un rischio elettivo).

 

 

  1. L’infortunio in itinere

 

Come nelle altre legislazioni di altri paesi della U.E., anche in Italia, dal 16 marzo 2000, l’infortunio in itinere è disciplinato per legge.

Si tratta dell’art. 12 del Decreto Legislativo n. 38/2000, il quale così recita:

"Salvo il caso di interruzione o deviazione del tutto indipendenti dal lavoro o, comunque, non necessitate, l'assicurazione comprende gli infortuni occorsi alle persone assicurate durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, durante il normale percorso che collega due luoghi di lavoro se il lavoratore ha più rapporti di lavoro e, qualora non sia presente un servizio di mensa aziendale, durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti.

L'interruzione e la deviazione si intendono necessitate quando sono dovute a cause di forza maggiore, ad esigenze essenziali ed improrogabili o all'adempimento di obblighi penalmente rilevanti.

L'assicurazione opera anche nel caso di utilizzo del mezzo di trasporto privato, purché necessitato. Restano, in questo caso, esclusi gli infortuni direttamente cagionati dall'abuso di alcolici e di psicofarmaci o dall'uso non terapeutico di stupefacenti ed allucinogeni; l'assicurazione, inoltre, non opera nei confronti del conducente sprovvisto della prescritta abilitazione di guida.".

 

L’art. 12 del Decreto Legislativo n. 38/2000 disciplina la tutela assicurativa dell’infortunio in itinere, come da indicazioni contenute nella legge delega, recependo i principi che la giurisprudenza è andata elaborando nel corso della sua pluriennale evoluzione.

Ciò vale in particolare per:

La decisione del legislatore di recepire integralmente i risultati dell’evoluzione giurisprudenziale consente fondatamente di dedurre che, anche per le questioni che –a causa della loro varietà e molteplicità- la norma non poteva compiutamente regolamentare (ad es. necessità di utilizzare il mezzo privato), si debba continuare a fare riferimento agli insegnamenti della giurisprudenza della Corte di Cassazione, ed in particolare al "criterio della ragionevolezza" attraverso il quale, salvaguardando le esigenze umane e familiari del lavoratore costituzionalmente garantite, e conciliandole con i doveri derivanti dal rapporto di lavoro, la Suprema Corte ha reso sempre più penetrante la protezione assicurativa in questa materia.

Tali insegnamenti, come noto, sono stati riassunti ed illustrati nelle lettere del 4 maggio 1998 e dell’8 luglio 1999, i cui contenuti di seguito si riassumono.

 

Per valutare l’indennizzabilità dell’infortunio in itinere si fa riferimento all’orientamento unitario della giurisprudenza di legittimità e di merito, avallata dalla Corte Costituzionale n. 429/1990, dove si afferma che la copertura dell’infortunio in itinere è possibile come "prolungamento" dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali di cui il lavoratore fruisca in quanto addetto ad attività protette ricomprese nell’assicurazione stessa.

Quindi la tutela assicurativa copre :

Mentre le ipotesi di infortunio in itinere conseguenti al rischio specifico (ad esempio, utilizzo di un mezzo di trasporto prescritto dal datore di lavoro) non sono controverse, merita un approfondimento la tematica del rischio generico aggravato circa la quale si è affermata negli ultimi due anni una tendenza evolutiva della Corte di Cassazione che si è manifestata sia per l’infortunio di attualità di lavoro che per quello in itinere (vedasi anche paragrafo 4 –Occasione di lavoro).

Infatti, l’indirizzo giurisprudenziale più recente sostiene che il rischio generico deve ritenersi aggravato dal lavoro, e quindi assicurativamente protetto, se ed in quanto è affrontato necessariamente per finalità lavorative, senza bisogno di ulteriori elementi specificanti.

Sulla base del sopraddetto principio è stata riconosciuta la tutela:

La Suprema Corte, pur trattandosi di situazioni che non presentavano specifiche condizioni aggravanti e, dunque, che non erano diverse da quelle ordinarie e non comportavano maggiori rischi di incidenti, tuttavia – una volta accertata la normalità del tragitto e la percorrenza in orari confacenti con quelli lavorativi – ha riconosciuto la tutelabilità degli infortuni, sulla base del principio che il rischio generico che incombe su qualsiasi utente della strada viene aggravato dal fatto che il tragitto è finalizzato a raggiungere il luogo di lavoro o a fare ritorno a casa, non avendo il lavoratore possibilità di una scelta diversa.

Afferma la Corte che "è questo rapporto finalistico (o strumentale) necessario che costituisce il quid pluris richiesto per l’indennizzabilità dell’infortunio in itinere rispetto al rischio generico che incombe su tutti gli utenti della strada" (tra le altre, sent. n. 455/1998);

Da quanto sopra, consegue che nei casi di percorsi a piedi o su mezzi pubblici o di percorsi misti, l’infortunio in itinere occorso ad una persona assicurata è tutelato a condizione che siano accertate le finalità lavorative, la normalità del tragitto e la compatibilità degli orari.

Per quanto riguarda invece il tragitto effettuato con l’utilizzo di un mezzo privato di trasporto la giurisprudenza della Cassazione è costante nell’affermare che il rischio conseguente all’uso del mezzo privato è coperto assicurativamente solo se tale uso è necessitato, in quanto altrimenti ricade nell’ambito del rischio elettivo assicurativamente non protetto. La Suprema Corte ha:

Quindi, in sintesi, la giurisprudenza ritiene indennizzabile l’infortunio in itinere accaduto lungo il tragitto percorso in modo necessitato per finalità lavorative e sempreché il lavoratore non si sottoponga elettivamente, e cioè utilizzando il mezzo privato per utilità personale, ad un rischio superiore a quello insito nell’andare a piedi o nell’utilizzare un mezzo pubblico.

Tali principi sono applicabili non solo al percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro (al quale si ritiene di poter fondatamente assimilare il percorso che collega un luogo di lavoro ad un altro luogo di lavoro nei casi in cui il lavoratore presta servizio alle dipendenze di due datori di lavoro), ma anche al percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti, sempreché non esista un servizio di mensa aziendale.

Infatti, in presenza di una mensa aziendale l’eventuale scelta del lavoratore di recarsi a casa per consumare il pasto configura un rischio elettivo che esclude la tutela assicurativa (Cassazione n. 11746/1997 che ha negato l’indennizzabilità dell’infortunio occorso al lavoratore mentre tornava a casa per il pranzo, affermando che gli intendimenti del lavoratore, di non utilizzare la mensa per il solo fatto che venivano forniti pasti preconfezionai o precotti e poi riscaldati e di non rimanere comunque nell’ambiente di lavoro per l’intera durata della intermedia pausa lavorativa attendevano "esclusivamente a di lui preferenze alimentari ed a sue personali scelte libere e discrezionali").

In questi casi lo spostamento non è necessitato ed anzi, rientrando a casa, il lavoratore si sottopone ad un rischio che proprio l’organizzazione dell’azienda gli avrebbe evitato. Né può valere il richiamo ai compiti verso la famiglia, considerato che "l’ambito delle esigenze familiari non può essere dilatato fino al punto di comprendervi anche l’intrattenimento nelle ore del pasto del mezzogiorno" (Cassazione n. 1582/1997) ed inoltre che "il mancare all’ora di pranzo da casa fa parte ormai delle abitudini della vita quotidiana" (Cassazione n. 4402/1994).

Una eccezione è costituita dalla sussistenza di una comprovata condizione di salute oggettivamente incompatibile con l’utilizzo del servizio di mensa, condizione che costringe il lavoratore a recarsi a casa per seguire una dieta appropriata (Cassazione n. 1883/1987, relativa ad un caso di perdita integrale della funzione masticatoria e n. 11746/1997).

Invece, in assenza di una mensa aziendale la Corte di Cassazione ha affermato che non si può "imporre al lavoratore di consumare il pasto in un ristorante o trattoria o addirittura sul luogo di lavoro, privo peraltro di una adeguata e necessaria attrezzatura organizzativa" (sent. n. 1483/1989). Assumono infatti rilievo, in queste situazioni, le esigenze della personalità del lavoratore, il suo status familiare, l’incidenza delle ragioni economiche ed infine il disagio conseguente alla lunga attesa prima di riprendere il lavoro dopo il pranzo nei casi di intervalli lavorativi di consistente durata (Cassazione n. 3296/1985).

Sulla base di questi criteri si può affermare che il rischio della strada nel viaggio di andata e ritorno da casa per consumare il pasto principale è assicurativamente coperto se la distanza tra luogo di abitazione e luogo di lavoro è percorribile in tempi compatibili con la durata dell’intervallo lavorativo, sia pure con l’uso di un mezzo di trasporto diverso da quelli pubblici (Cassazione nn. 1536/1978, 1483/1989, 12881/1995).

Peraltro, se la suddetta distanza – sempre in rapporto alla durata della sosta lavorativa – è percorribile a piedi o con i mezzi pubblici, l’utilizzo del mezzo privato non è necessitato e dunque si ricade nell’ambito del rischio elettivo, assicurativamente non protetto (Cassazione n. 12179/1993).

Alla ipotesi del ritorno a casa va assimilata la situazione in cui il lavoratore si rechi a consumare o ad acquistare il pranzo presso un pubblico esercizio, fermo restando che la scelta del posto di ristoro deve essere ragionevolmente giustificabile (in relazione alla distanza, alla spesa, al tipo di cibo, ecc.).

Si è già detto che l’uso non necessitato del mezzo privato costituisce un’ipotesi di rischio elettivo escluso dalla tutela. Costituisce invece, ipotesi non controversa di uso necessario del mezzo privato quella in cui il posto di lavoro è collocato in luogo irraggiungibile con i mezzi pubblici, oppure raggiungibile ma non in tempo utile rispetto al turno di lavoro.

L’evoluzione giurisprudenziale della Corte di Cassazione ha progressivamente ampliato la nozione di uso necessitato del mezzo privato prendendo in considerazione non solo le esigenze organizzative dell’attività lavorativa, ma anche le esigenze di vita del lavoratore – umane, familiari ed economico-sociali – per la cui individuazione la Corte ha fatto riferimento ad alcune norme costituzionali (artt. 3, primo comma, 16 primo comma, 31 primo comma, 32 primo comma, 35 primo comma, 36 primo e secondo comma Cost.).

La necessità di far uso di altri mezzi di trasporto, comportanti un proprio specifico rischio diverso da quello inerente all’uso dei pubblici servizi, non è esclusivamente riferibile alle modalità di svolgimento e di organizzazione del lavoro, ma deriva anche dall’esigenza di salvaguardare i diritti del lavoratore costituzionalmente garantiti (alla dignità sociale, alla salute, ad una durata giornaliera del lavoro che non superi determinati limiti, alla libera scelta del soggiorno) e di contemperare i doveri discendenti dal rapporto di lavoro con gli altri suoi doveri tra cui, in primo luogo, quelli verso la famiglia (sent. nn. 1536/1978 e 3495/1979).

 

La Suprema Corte ha affermato che nelle ipotesi in cui:

e in cui:

va valutato se si renda comunque necessario l’uso del mezzo diverso da quello pubblico; nel qual caso il relativo rischio della strada deve considerarsi generico aggravato, e dunque assicurativamente protetto. Tale valutazione deve essere condotta con "criteri di ragionevolezza" tenendo presente che, per quanto possibile, va data "prevalenza alle esigenze umane e familiari" del lavoratore, evitandogli "scelte usuranti" o tali da creare "rilevante disagio con ulteriore consumo delle sue energie e prolungamenti oltre misura dell’assenza dalla famiglia".

Fuori dalle ipotesi di necessità, l’utilizzo del mezzo privato ricade nell’ambito del rischio elettivo non assicurativamente protetto.

Costituiscono altresì ipotesi di rischio elettivo le interruzioni e le deviazioni del percorso non necessitate.

La giurisprudenza della Corte di Cassazione risulta aver esaminato solo le ipotesi di deviazione per ragioni di lavoro e su direttive del datore di lavoro (Cassazione n. 9099/1994) e per prestare soccorso a vittima di incidente stradale (Cassazione n. 4076/1990), esprimendosi, in entrambi i casi, per l’indennizzabilità dell’infortunio in quanto si trattava di deviazioni dettate dalla necessità.

Si ritiene, sulla base dello stesso principio della necessità, che alle suddette due ipotesi possano aggiungersi – come casi in cui non si interrompe il nesso causale – le deviazioni rese obbligatorie da cause di forza maggiore (ad es. viabilità interrotta, guasti meccanici del veicolo, improvviso malore), dalla esigenza di soddisfare bisogni essenziali (fisiologici) o dalla esigenza di andare a prendere un compagno di lavoro con il quale esiste un accordo per effettuare il percorso comune per recarsi al lavoro (sent. 4657/1987 che ha ritenuto indennizzabile l’infortunio occorso ad un lavoratore investito da un’automobile mentre era in attesa di un collega che avrebbe dovuto accompagnarlo con la propria vettura sul posto di lavoro) nonché i differimenti della partenza o le soste per motivi precauzionali.

Una volta verificatesi le condizioni che trasformano il rischio generico della strada in rischio aggravato dal lavoro, tutto l’iter di trasferimento dall’abitazione al luogo di lavoro costituisce la situazione di rischio oggetto della copertura assicurativa (cfr. sent. 4841/1998).

Per quanto riguarda l’infortunio accaduto per colpa del lavoratore si ritiene che, come nell’infortunio occorso in attualità di lavoro, anche nell’infortunio in itinere gli aspetti soggettivi della condotta dell’assicurato (negligenza, imprudenza, imperizia, violazione di norme) non assumono rilevanza ai fini dell’indennizzabilità, in quanto la colpa del lavoratore non interrompe il nesso causale tra rischio lavorativo e sinistro, salvo che si tratti di comportamenti così abnormi da sfociare nel rischio elettivo.

Tali, a titolo esemplificativo, potrebbero essere: manovre pericolose determinate da stato di ubriachezza, gareggiare in velocità con altri veicoli, percorrere una strada chiusa all’accesso per inagibilità, ecc., e cioè "scelte colpevoli dettate da atteggiamenti e condotte non giustificabili o superflue o comunque controindicate rispetto al risultato da raggiungere" (Cassazione, n. 6625/1897).

 

 

6. La denuncia di infortunio

L’assicurato deve dare subito notizia di qualsiasi infortunio gli accada, anche lieve, al proprio datore di lavoro; se non lo fa, e il datore di lavoro non ne è venuto in altro modo a conoscenza, egli perde il diritto all’indennizzo per i giorni antecedenti a quello in cui il datore di lavoro ha avuto notizia dell’infortunio (art. 52 T.U.).

Indipendentemente da ogni sua valutazione, il datore di lavoro deve denunciare all’INAIL l’infortunio prognosticato non guaribile entro tre giorni. La denuncia deve essere presentata entro due giorni decorrenti dalla data di ricevimento del certificato medico, che deve essere allegato alla denuncia stessa (art. 53 T.U.).

Di fatto, anche se normalmente la conoscenza dell’evento da parte del datore di lavoro precede l’acquisizione del certificato medico, la denuncia di infortunio non può essere correttamene effettuata prima di tale acquisizione sia perché l’obbligo di denuncia nasce solo se la guarigione è prognosticata oltre i tre giorni, sia perché lo stesso certificato deve essere allegato alla denuncia.

La certificazione sanitaria si pone dunque come il momento centrale agli effetti della notizia dell’evento lesivo e, secondo anche l’orientamento della Suprema Corte (Cassazione penale, sentenza n. 11928 del 12.12.1985 e sentenza n. 6029 del 14 giugno 1993), è alla data della sua ricezione che bisogna fare riferimento alla fine del computo dei due giorni previsti per l’inoltro della denuncia.

In particolare, il giorno iniziale del termine previsto dalla norma dovrà essere considerato quello successivo alla data di ricezione del primo certificato medico.

Di conseguenza, ove l’inabilità per un infortunio prognosticata guaribile entro tre giorni si prolunghi al quarto ed oltre, il termine per la denuncia decorre dalla data di ricezione dell’ulteriore certificazione medica che accerta la mancata guarigione nei termine di franchigia (art. 53, comma 3).

Quanto alla "scadenza", se trattasi di giorno festivo essa slitta al primo giorno successivo non festivo. Nei casi di lavoro settimanale articolato su cinque giorni lavorativi, il sabato verrà considerato normale giornata feriale.

Il datore di lavoro indicherà nello specifico campo nel mod. Prest. 5-L.O. la data di ricezione del primo certificato medico, data che, posta a raffronto con quella di "spedizione" della denuncia rilevabile dal timbro postale o, in caso di consegna diretta, con quella di "arrivo" risultante dal timbro datario, renderà possibile la verifica del rispetto o meno del termine in argomento.

Se non esistono validi motivi di dubbio, la data di ricezione del primo certificato medico indicata dal datore di lavoro sarà ritenuta esatta agli effetti che qui interessano, in armonia anche con il nuovo modo di gestire i rapporti fra pubblica amministrazione e cittadini ex lege n. 241/1990. Si tratta tuttavia di una "presunzione semplice" nel senso che essa può essere superata in qualunque momento, attraverso accertamenti, con le conseguenze che deriveranno da una dichiarazione non veritiera.

Da ciò l’opportunità, al fine appunto di eventuali verifiche, che le Sedi ricordino ai datori di lavoro il loro interesse a conservare tra gli atti, insieme alla copia delle "denunce", anche gli elementi probatori sulla data di acquisizione dei certificati sanitari.

Ove l’evento lesivo abbia causato la morte o sia previsto il pericolo di morte, la denuncia deve essere fatta per telegrafo (o via fax) entro ventiquattro ore dal momento dell’infortunio (art. 53, comma 2).

Data la genericità del dettato normativo, la valutazione in merito all’effettivo "pericolo di morte" deve essere sempre confermata dall’area medico-legale prima di procedere alla notificazione dell’illecito amministrativo.

Quando l’infortunio ha prodotto la morte o sia previsto pericolo di morte, la denuncia deve essere effettuata per telegrafo (o via fax) entro 24 ore.

La violazione di questi obblighi a carico del datore di lavoro è soggetta a sanzioni amministrative.

In caso di inerzia del datore di lavoro, il lavoratore ha egli stesso la facoltà di denunciare all’INAIL l’infortunio subito per ottenere l’indennizzo.

Anche gli artigiani e soci titolari (co-titolari) nella loro duplice veste di assicuranti e assicurati, devono denunciare all’INAIL l’infortunio da essi stessi subito entro 2 giorni dalla data del certificato medico che prognostica l’infortunio non guaribile entro 3 giorni. In considerazione della particolare difficoltà in cui può venirsi a trovare il titolare di azienda artigiana al momento dell’infortunio lavorativo, si può ritenere assolto l’obbligo di denuncia nei termini di legge ogniqualvolta il predetto, o il medico curante, invii, nel rispetto dei termini stessi, il solo certificato medico. L’interessato dovrà tuttavia provvedere, appena possibile, a compilare ed a trasmettere il modulo di denuncia, contenendo lo stesso le informazioni necessarie, in linea generale non desumibili dal certificato medico, onde stabilire la ricorrenza o meno dei presupposti di indennizzabilità del caso.

Ne discende quindi che, in tali casi, non dovrà essere applicata la sanzione di cui al richiamato articolo 52 del T.U. per il periodo antecedente l’inoltro del modulo.

L’articolo 203 del Testo Unico prevede inoltre, al comma 3, che in caso di impossibilità del titolare artigiano infortunato di provvedere personalmente alla denuncia entro i termini di legge, l’obbligo di dare immediata notizia dell’evento all’Istituto assicuratore mediante l’inoltro del certificato medico ricade sul sanitario che per primo ha constatato le conseguenze dell’infortunio (obbligo, peraltro, privo di sanzione).

L’oggettivo impedimento del titolare artigiano infortunatosi ad adempiere personalmente all’obbligo di denuncia nei termini di legge dovrà essere desunto dalla valutazione delle circostanze immediatamente successive all’evento (ricovero d’urgenza, etc.), ovvero risultare da giudizio dell’area medico-legale basato sul contenuto del certificato medico (lesioni descritte, effetti immediati dell’infortunio etc)..

Per quanto riguarda l’agricoltura, bisogna tenere presente che per i lavoratori agricoli subordinati a tempo indeterminato, ai sensi della legge n. 54/82, valgono – ai fini della denuncia – le stesse disposizioni dettate per il settore industriale.

Invece, per i lavoratori autonomi e per i subordinati avventizi, è dettata una disciplina particolare, in base alla quale la denuncia deve essere effettuata dal medico che presta la prima assistenza all’infortunato e che deve inviare all’INAIL l’apposito modulo (cosiddetto "certificato-denuncia") non oltre il giorno successivo a quello della prima assistenza, e sempreché sia prevedibile una astensione assoluta dal lavoro per più di tre giorni (art. 238 T.U.).

Tuttavia per effetto del I° comma dell'art. 25 del D.Lgs n. 38/2000, anche per i lavoratori agricoli subordinati a tempo determinato e per i lavoratori autonomi l’obbligo della denuncia viene trasferito dal medico al datore di lavoro o al titolare del nucleo di appartenenza dell’infortunato. Questa innovazione decorrerà dalla data di pubblicazione del D.M. di approvazione delle relative modalità (2°comma).