Tempo fa scrissi in un precedente post:
“Così come il vento, l’acqua, il sole, la terra, la luce, il calore, l’elettricità, il magnetismo, sono fenomeni e entità fisiche che interagiscono con la natura umana, così è la musica, che, pur essendo artificio umano, può essere creata e può essere utilizzata in modi ( più o meno bene ) e per finalità diverse   ( più o meno condivisibili ). Occorre molta prudenza nell’utilizzo e cautela nell’attuarla, producendola o diffondendola. L’agire umano, la sua interazione con la natura e con gli altri esseri viventi è fattore primario di “ethos” ( etica comportamentale ).
Da queste considerazioni alcune scuole di pensiero tendono finanche all’abolizione di essa, considerandola superflua, non necessaria, inutile, dannosa. La musica non è di per se stessa, entità “magica” che modifica (in bene) l’animo umano. La musica, anche nelle sue migliori forme stilistiche non è di per se stessa edificante. Ciò che può rendere edificante la musica è ciò che l’essere umano sentirà e vorrà cogliere.”
Ora, considerando la musica da questa angolazione e a proposito dell’ opportunità di conoscere la teoria musicale per un ascolto più consapevole segue la domanda: forse che per “apprezzare” un sorso d’acqua fresca è necessario conoscere quali e quante sostanze minerali vi sono in essa contenute? La qualità dell’acqua, il controllo dal punto di vista organolettico è necessario e utile tanto che esistono competenze specifiche a riguardo tuttavia l’acqua così come la musica è diritto di tutti e tutti possono e debbono beneficiare di essa. Perciò se ai musicisti è dato il compito di tutelare la qualità della musica, all’ascoltatore è data la possibilità di apprezzare più o meno secondo le sue capacità sensoriali e culturali. Tanto basta.
Vi è una frase nell’intervento di ( …. ) che vorrei riprendere per approfondire il tema in questione:
“concludo dicendo che chi dice che puoi godere della musica anche da ignorante lo fa perché si sente detentore di un potere, di una conoscenza che non vuole elargire, perché altrimenti puoi ragionare…”
Ora, premesso che, mi sembra, nessuno degli intervenuti in questo thread abbia voluto affermare: “si può godere della musica anche da ignorante”, perché nessuno di noi fa, credo, dell’ignoranza motivo di merito nè si vuol avvalorare lo “stato di ignavia”, e che nessuno di noi, credo, dubita del fatto un insegnante di musica debba per mestiere anzi, abbia il preciso compito di elargire conoscenze in relazione alla musica, la domanda seguente è: posso io ( insegnante ) elargire quella “conoscenza” sensoriale propriamente mia, che fin da bambino mi distingueva e che tutt’ora mi distingue, legata all’ascolto sonoro e che mi fa percepire la musica “a mio modo” ovvero: posso elargire la mia musicalità?
Le conoscenze teoriche e pratiche su cui maggiormente si basa il trasferimento di competenze, di nozioni, del “sapere” appunto quando si insegna sono evidentemente necessarie e utili per apprezzare la musica ( ciò non è in discussione ) ma, “essere in grado di gustare l’ascolto della musica” volendo ritornare al quesito iniziale, non dipende solamente dallo studio teorico e pratico di essa ma anche da quel “quid” unico, indicibile e inscindibile del “sentire” umano, un “sentire” che è intima essenza in ognuno di noi. Ripeto, la musica è si linguaggio particolare e universale ma è anche sensazione. In questo senso ognuno di noi, in base al momento, in relazione al suo stato emotivo o del suo excursus vitae e del suo patrimonio culturale, percepisce e codifica in modi diversi e “a modo suo”. Poi fortunatamente esistono affinità e somiglianze anche per ciò che concerne il “gustare” uno stesso momento musicale ma ciò ribadisco non è merito della musica in sé ( anche se io stesso continuo a credere e a sostenere che vi sia musica e musica ) ma di chi ne fruisce… perciò mi sembra di capire che tutti noi auspichiamo l’apprendimento corretto e sapienzale della musica al fine di acquisire quella “consapevolezza” da (….) accennata ma che pur tuttavia ciò non esime da un’altra consapevolezza: quella umana.
Cosa penso di me? Ai posteri l’ardua sentenza… Cosa penso del nuovo in musica? Cioè della mia musica? Oppure cosa penso della musica nuova in generale? Potrei partire dicendo che il senso delle parole da te citate di (….) e che condividi “la musica procede per evoluzione e non per drastica rivoluzione, pertanto il nuovo scaturisce sempre da una riproposizione del passato” mi trova concorde e credo che così come la vita nasce dalla vita così la musica nasce dalla musica… Molto spesso però volendo tirar “acqua al proprio mulino” in questo caso per motivare concetti appartenenti al “nuovo” si finisce con il coniare frasi del tipo “la nuova musica classica contemporanea”. La musica classica è già collocata storicamente ed è già stata ben assimilata come stile musicale nella nostra cultura, aggiungere la parola nuova e la parola contemporanea non aiuta a capire.
Tu scrivi: “secondo me è possibile” aggiungo io, certo che è possibile! Come compositore, nel momento in cui realizzi, crei qualcosa che altri prima di te non hanno mai fatto. Il guaio è che detta composizione una volta completata e conclusa, assume connotati storici, ovvero un qualsiasi brano di musica composto oggi, domani è già di ieri. In altre parole la musica ha in sé proprio perché si delinea “nel tempo” una sua istantaneità nel momento in cui si realizza ma ha in sé anche una sua “storicità” in quanto creata in un preciso momento storico. Comunque sia per il momento non ho altro da dire.
Esattamente, il valore di un musicista risiede nelle sue capacità tecniche e musicali. Tanto basta.
citazione: " Cultura dovrebbe essere sinonimo di fatica e laboriosità fruttuosa; la radice del termine è associata all'immagine di chi spinge l'aratro nel terreno, di colui che "coltiva" per ottenere frutti, e per trasposizione richiama l'idea di colui che accoglie in sè il seme del sapere per esercitare le facoltà morali. In sintesi : la cultura è rispetto, perchè è culto ( stessa radice glottologica) di sè e degli altri."
Condivido pienamente il tuo post ma, a cosa porta questo ribadire e auspicare il musicista "acculturato"? a far si che gli altri vedano "i musicisti" come persone degni di lode perchè sanno di tutto e di più? se così fosse forse non saremmo nemmeno qui a discutere non ti pare? non è forse più opportuno lasciare questa idea del musicista "umanista" e onniscente e inserirlo nell'ambito tecnico e scientifico? cmq il rapporto cultura - musicista è ingannevole. Ogni mestiere esprime "cultura" di conseguenza ogni musicista per forza di cose deve crescere in sapienza e tecnica se vuole esser degno di ciò che fa.....vedi intervento di “....”poi, forse che le altre culture, altra civiltà non ha i suoi musicisti? e se sono musici di altre civiltà di altra cultura, cosa ci autorizza a credere che la nostra sia la più giusta o sia la più veritiera? non è certamente conoscendo tutto lo scibile occidentale che si potrà esser tolleranti e giusti anzi è nella misura in cui si comprenderà che questo nostro fare questo nostro acquisire in sapere è "granello di senape" da coltivare e che darà i suoi frutti. perciò: "non desiderare il granello di senape sia nocciolo di pesca"....
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Se intendiamo l'uomo “tout court” va benissimo. Il mio disappunto sta nei confronti del ruolo sociale in relazione all'uso della parola. Parola che sappiamo esser strumento di comunicazione così come i suoni della musica. Di conseguenza il mio disagio nei confronti del "merito umano" attribuito a tutti coloro i quali per mezzo della parola appunto, hanno potere. Ora, la parola del musicista anche del musicista culturalmente preparato, rispetto a queste categorie di persone: politici, sacerdoti, avvocati, giudici, conduttori tv! che peso ha? Anche dicendo le stesse cose le parole del musicista sono "verba volant" se le dice un politico "pietre, macigni". Perciò dopo aver sempre sostenuto e auspicato nei miei anni di gioventù quel tipo di musicista       ( colto ) anche perchè al sottoscritto piaceva studiare!, ora mi ritrovo a riconsiderare questa richiesta di acculturamento ( se non inteso come "....."  ha descritto ) perchè il sapere non ha mai fine e sopratutto perchè trattasi di saperi che alla fin fine proprio per il ruolo che alla fonte si è deciso di essere, vengono a te riconosciuti ma esautorati di potere. Riappropriandomi o meglio ricollocando le mie velleità "culturali" in un ambito solamente tecnico e musicale ( il che non è poco! ) forse, ora, ciò può rendermi meno "in conflitto" verso quelle categorie professionali su citate.
Se crediamo possibile all’essere umano assuefarsi a qualsiasi suono/suoni ne deduciamo che nessun sistema armonico è da ritenersi il più naturale. Se invece crediamo vi siano assuefazioni più stabili cioè più in sintonia e coerenti con la realtà fisica delle cose ne deduciamo che esiste un sistema armonico più naturale di altri.
Dunque, la sintesi delle due ipotesi deriva dai precedenti post, ovvero così come Schoenberg e Webern affermavano la “non esclusività” del sistema tonale/classico cioè ipotizzavano e sostenevano la legittimità naturale di altri sistemi scalari, così mi è sembrato di capire sempre leggendo i precedenti post che "...." volesse con i suoi esperimenti affermare invece che “l’essere umano, a partire dalla nascita ha una maggiore facilità a percepire come stabili le consonanze, quindi per un neonato risulta più semplice ascoltare Mozart piuttosto che Boulez” in pratica, sono le stesse polemiche che Webern dovette affrontare per sostenere le sue tesi. In poche parole, la naturalità è attribuita ( di norma ) in occidente al sistema classico/tonale in quanto sistema scalare basato e derivante dagli studi che Pitagora fece sugli armonici e dalle scelte teoriche conseguenti mentre tutti gli altri sistemi compreso quello dodecafonico erano considerati “non naturali” o “meno” naturali. Pitagora stesso spiega la consonanza come derivante dagli armonici vicini e la dissonanza come derivante dagli armonici lontani…. Quindi ciò di cui stiamo discutendo sono i soliti problemi di sempre come i Pitagorici anche noi stiamo elaborando tesi riguardanti il numero 0, il numero 1, il numero 2. Tirando le somme: o vi è un sistema scalare derivante dalla natura stessa delle cose o tutti i sistemi scalari sono anch’essi “ad immagine e somiglianza” della natura stessa o nessun sistema scalare è “naturale” ma artificio umano.
Perciò anche “......” ha preso posizione quando ha affermato che “non esiste un sistema scalare più naturale di un altro” sostenendo la tesi della multiscalarità così come fece Webern a suo tempo per legittimare la sua scelta del sistema dodecafonico.
Ora, per chi si occupa di musica oggi, pur essendo abituati a non considerare esclusivo il sistema tonale classico avendo studiato e apprezzato la dodecafonia e tutti gli altri sistemi praticati nel secolo scorso nonché avendo studiato e apprezzato musiche etniche di altri paesi, di altri sistemi scalari appunto, dal punto di vista filosofico e teorico questa diatriba della consonanza derivante dagli armonici vicini e quindi questa costruzione di sistema più naturale rispetto ad altri rimane. Così come volevasi dimostrare appunto nella conferenza di "....". ( così mi par d’aver capito )
Il tuo credo mi è chiaro, e mi era chiaro anche prima. Non insisterò più oltre circa: l'esistenza o meno di correlazione fra natura e sistema armonico o sistema scalare o sistema temperato, seriale, ottofonico, pentatonico, arabo, tahilandese, napoletano, antico, moderno o quant'altro perchè tutti possono avere anche solo parzialmente correlazione e legittimità da questo punto di vista, tuttavia il quesito di fondo di questo post non era tanto una presunta legittimità in favore di uno o di un'altro sistema. Il quesito era in riferimento al fatto che il cervello umano percepisce bene e distingue bene la consonanza dalla dissonanza, ovvero anche un bambino reagisce gradevolmente a suoni e correlazioni sonore di un certo tipo così come reagisce con avversione a suoni e correlazioni sonore di un certo tipo. Ora, trasponendo il tutto a livello di sistema musicale, il problema non si pone per chi come te non ne vede il problema in quanto accetta la possibilità di infiniti "percorsi" acustici sia per chi vede (come me), una similitudine una "unità" di fondo in ogni possibile sistema o "percorso" acustico.
Il "Manifesto della Musica Futurista" e "Il Manifesto dei Musicisti Futuristi" di Pratella....
Quando si afferma che "anche i musicisti vivono e partecipano delle idee di un preciso momento storico" trova conferma in questi due proclami. Naturalmente e forse per la stessa ragione a quasi 100 anni di distanza esortazioni ed auspici a mio avviso deplorevoli e non condivisibili sia per il linguaggio usato sia per il contenuto ideologico ivi espresso. Qualche anno dopo il movimento politico fondato da B. Mussolini....
Certamente, se si parte dal presupposto che la musica tonale sia esser più in sintonia con il sentire semplice e naturale del bambino, va da sè che il Microkosmos può sembrare ad orecchio "non preparato" di difficile comprensione. Lo è per il Microkosmos così come lo è per altre opere pianistiche per esempio l'op. 65 di Prokofieff o "le cinque dita" di Stravinskij eppure musica sono. Ora, didatticamente è corretto chiedersi quale musica preferire quando si insegna ad un bambino, così come è corretto valutare e considerare attentamente se ciò che viene proposto sia corrispondente alle istanze dell'allievo. E' problema quotidiano e mai risolto completamente proprio perchè da una parte vi è l'esigenza di comprendere e basarsi sui gusti musicali dell'allievo ma dall'altra parte vi è l'esigenza di affinare e completare questa sua conoscenza musicale. Quindi è certamente vero il fatto che siano più proponibili altri autori classici e che il Microkosmos non sia di facile comprensione per il bambino, ( le dissonanze a ragione, vengono avvertite come entità acustiche sgradevoli ) tuttavia Bartok affronta l'apprendimento pianistico partendo da angolazioni tecniche particolarmente efficaci. Inoltre, a motivo dell'utilità di quest'opera, dal momento che esistono tanti stili musicali come quello appunto di Bartòk, sempre dal punto di vista didattico, sarebbe lacunoso non studiarlo. In seguito ogni allievo farà le sue scelte estetiche e stilistiche.... ma le basi, l'apprendimento musicale che, compito dell'insegnante è tenuto a svolgere, deve essere il più completo possibile.
Gli errori di ortografia sono come gli errori di note al pianoforte, si commettono casualmente e con maggior frequenza quando si è agitati, poco tranquilli emotivamente. D'altra parte senza un briciolo di "partecipazione emotiva" non si interverrebbe in questo topic nè si potrebbe imparare a suonare ( bene ) il pianoforte. Nei bambini così come per gli adulti questo equilibrio fra emozione e intelletto è caratteristica e dimensione affascinante proprio perchè ogni volta occorre ricrearla. Le condizioni e le circostanze possono mutare ed essere diversissime, così come noi stessi in continuo divenire... non lineare... perciò sempre da correggere e modificare. Tutti commettiamo errori e ogni volta ci chiediamo perchè e per come. Fortunatamente sbagliare una nota o sbagliare una lettera è cosa veniale, tuttavia anche il minimo errore è motivo di sconforto. Per alcuni allievi anzi questa temuta e così intensa paura di sbagliare è fonte di ostacolo anche nell'apprendimento dei primi esercizi pianistici come quelli del Microkosmos di B. Bartòk. Naturalmente esistono bambini che sono già più di altri propensi ad utilizzare, nell'affrontare difficoltà, una delle due facoltà sopra descritte, vuoi per caratteristiche proprie vuoi per un'abitudine educazionale dei genitori vuoi per specifiche esperienze vissute. C'è chi è abituato e chi non è abituato all'attenzione, alla precisione al controllo di sè, c'è chi più di altri è versatile nel comunicare emozioni e sentimenti, chi invece preferisce "contenere" il proprio sentire emotivo, insomma un vero grattacapo saper insegnare bene, ogni allievo ha caratteristiche proprie, ciò che potrebbe esser giusto per uno non lo è per un'altro e viceversa, così ( per rimanere in tema ) il Microkosmos potrebbe rivelarsi utile, interessante e profittevole per alcuni ma non per altri.
Anch’io faccio parte della categoria: insegnanti di Conservatorio ( afam ) non insegno a Matera e non insegno nei Bi.For.Doc. questo però non sia pregiudizievole nei miei confronti. Considera questo mio post da insegnante a insegnante, da persona a persona, insomma da pari a pari.
Intervengo perché hai scritto: “docenti che non rispondono mai nel merito di quanto scrivo”. Proverò nell’ardua impresa di entrare nel merito di ciò che hai scritto, di ciò che concerne la diatriba da te sostenuta in questa deplorevole situazione. Come giustamente hai affermato “bisogna dire le cose come stanno”, nel tuo caso è chiaro il tuo pensare in proposito. Nessuno credo ha il diritto di giudicare una tua esperienza che, in quanto tale si giustifica da sé. Avendo analizzato il pensiero da te espresso ed essendomi accorto da dove nascono le ragioni di tale incubo ( anche se le motivazioni possono essere molteplici e non espresse ), riporto alcuni concetti di base da te più volte ripetuti.
“il corso è stato attivato per far sopravvivere i Conservatori e le lobby di didattica”
“due anni persi solo per far lavorare dei signori che altrimenti avrebbero le cattedre vuote”
“siano ( i corsi ) stati fatti solo per dar da lavorare a qualcuno”
Per quanto riguarda gli insegnanti del corso riporto questa frase: “prevenuti per ciò che pensavi”…
Ora, il punto centrale mi par proprio questo, il pensiero “critico” che già nutrivi a monte verso il corso stesso non ti ha permesso un rapporto sereno e profittevole con i tuoi 4 ( incapaci ) insegnanti. Può accadere, le nostre idee a volte condizionano la nostra vita più di quanto immaginiamo… tuttavia ciò che qui vorrei sottolineare non è tanto questa idea pregiudizievole della “sopravvivenza dei Conservatori” o del “dare da lavorare a qualcuno” ma il fatto che queste idee siano sostenute e provengano anche da docenti. Per esempio in questo topic c’è chi ha affermato “lo sappiamo tutti che bisognava trovare qualcosa da fare a quelli di didattica” Perciò hai tutta la mia solidarietà. Lasciami concludere con una esortazione-citazione generica o retorica se ti pare: “se ti comporterai come l’ape che coglie il succo del fiore senza danneggiare profumo e colore raggiungerai la comprensione”… e per comprendere le problematiche istituzionali ne occorre assai di saggezza e accortezza. Ma aggiungo anche esser necessario saper distinguere i bravi docenti dai ciarlatani e dai portatori di zizzania. Ti auguro di trovare ciò che cerchi, non da ultima la “serenità” già auspicata da altri forumisti.
Ai corsi di formazione di primo e secondo livello accademici si accede con il possesso del diploma di scuola secondaria.  Ne consegue che, chi voglia intraprendere un percorso professionale nell’ambito musicale e conseguire un titolo accademico, deve obbligatoriamente frequentare un liceo. Sino ad ora qualunque liceo poteva essere scelto e contemporaneamente proseguire l’apprendimento specifico musicale o privatamente o frequentando i corsi ordinari ( tradizionali ) del Conservatorio. Con l’attivazione di questi 40 nuovi Licei musicali questa doppia scolarità potrebbe diminuire ma, la domanda è: ( escludendo la sempre possibile opzione privata ) nell’ambito pubblico, avendo il Conservatorio di musica come prerogativa fondante la competenza specifica dell’insegnamento strumentale e musicale riconosciuto a livello superiore Afam ma tradizionalmente competente e con riconosciuta valenza anche per ciò che riguarda l’età adolescenziale, per quale ragione dovrebbe rifiutare o escludere di offrire questa possibile opportunità? Alcuni sostengono per ragioni di chiarezza istituzionale…. Ovvero sia, il Conservatorio di musica Afam dovrebbe solamente ed esclusivamente occuparsi dell’insegnamento superiore accademico. Lasciare alle Medie di indirizzo musicale e ai Licei musicali il compito di occuparsi della preparazione musicale in vista dell’eventuale accesso appunto nei corsi superiori Afam…. Bene. Rimane comunque aperto il quesito: per chi non frequenta Medie ad indirizzo e Licei musicali, l’opportunità di studiare musica deve perciò attuarsi con lezioni private o in scuole private?
L’esclusione o meglio la “relegatio” politico-culturale della musica nel proprio ambito, fa si che nelle scuole pubbliche non sia inclusa come materia formativa e complementare perciò l’esistenza di un percorso ad hoc scolastico-musicale che non trova riscontri per altre attività. In altre parole mentre per un medico o un architetto il tempo della scelta è in età matura, per chi vorrà “fare musica” l’età della scelta sembra obbligatoriamente debba avvenire in età adolescenziale, se non prima. Mah…. Quanti “negativi” e falsi concetti ( il talento precoce… il bimbo prodigio… il genio musicale… l’orecchio assoluto… ) confluiscono nella realtà delle cose…
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