Vi è una "lettura a prima vista" elementare e una ad alto livello. Quella elementare per intenderci è una lettura di facile esecuzione dove l'occhio deve anticipare adeguatamente le note scritte e il coordinamento manuale abbastanza esercitato per eseguire i tasti giusti rispettando il ritmo... poi strada facendo si arriva anche alla "lettura a prima vista" dove qualunque brano pianistico può essere eseguito senza averlo mai visto prima.... qualcuno penserà: impossibile. Ho conosciuto alcuni pianisti-musicisti che avevano questa capacità. Alla domanda: ma come fa a leggere questo brano di Brahms a prima vista? la risposta era: perchè conosco e ho studiato molto Brahms... detto ciò occorre ricordare che "la lettura a prima vista" è anche tecnica a sè, che anch'io ho dovuto imparare ex novo dopo il diploma di pianoforte. Sopratutto suonare opere liriche al pianoforte, richiede un approccio diverso dall'esecuzione pianistica tradizionale ovvero quella concertistica. Spesso nell'eseguire un pezzo a prima vista ( mi riferisco in special modo nella lettura di spartiti per canto e piano o di partiture orchestrali ) cosa fondamentale è: non suonare tutte le note. Sembrerà un'eresia ma è così che occorre fare, anzi la capacità di un pianista accompagnatore, di un pianista o di un direttore d'orchestra che "sa suonare e leggere a prima vista" spartito o partitura che sia, sta proprio in questo: eliminare il superfluo, leggere ed intuire l'essenzialità armonica e melodica di un brano, anche ridurre ciò che già è stato ridotto, capire il senso musicale dell'opera in questione...e... buona lettura a prima vista!
Lungi da me il voler apparire saccentone. Lo scritto inerente "insegnare Pianoforte a un bimbo di 3 anni" voleva evidenziare semplicemente l'inadeguata pretesa del genitore, così come "pilotare un aereo" o "forgiare metalli". Bene quindi la propedeutica musicale con strumenti musicali a misura di bambino, la retribuzione in base al numero degli iscritti... ma sopratutto, il tuo discernimento in relazione a ciò che ti viene chiesto di fare.
Se ha senso avere una bella mano? certo che ha senso. Tutto ciò che è in correlazione, ha dei parametri di riferimento ottimali e non. Per ciò che è la mia esperienza didattica e per ciò che ho appreso dall'esperienza pianistica di me stesso posso dirti che, come sia "strutturata la mano", è fondamentale, più di quanto comunemente si creda. Anche con delle mani minute, fragili, dismogenee, con dita poco proporzionate fra loro, si possono ottenere buoni risultati pianistici; partendo però dal presupposto ottimale ( se ottimale lo si considera ) cioè a dire: quello concertistico, per intenderci, alcune peculiarità fisiche della mano aiutano moltissimo. Occorre dire che fortunatamente esiste una letteratura pianistica assai variegata, perciò, saggio è dedicarsi all'esecuzione di musica pianistica in relazione non solo ai propri gusti musicali ma anche e sopratutto alla facilità di esecuzione in rapporto alle caratteristiche appunto della propria mano. Per entrare nel dettaglio occorre dire che quasi tutti i grandi autori romantici che composero per il pianoforte avevano mani "grandi". Mentre per tutta la letteratura pianistica derivante dal clavicembalo questa caratteristica è molto più contenuta. Per mani grandi intendo una mano che con facilità esegue ( prende ) un'intervallo di decima. Altra caratteristica importante è la lunghezza e quindi la proporzionalità delle dita fra loro anche in rapporto alla grandezza del palmo della mano. A difetti di proporzione con esercizio e studio si può sopperire ma certamente non facilita nè l'apprendimento nè l'esecuzione sicura e facile. Anche una certa "tenuta" di falangi ha la sua importanza....
Suono brillante? suono opaco? difficile saper distinguere ciò che è l'oggettività del suono ( timbro ) del pianoforte in uso da ciò che sono le nostre suggestioni sonore. Molto spesso per descrivere alcune di queste impressioni psicologiche usiamo impropriamente parole del tipo "suono brillante"... già di per sè la parola "suono" è molto generica e in ambito musicale non specifica, molto meglio sarebbe usare "timbro" affinchè sia chiaro che è il pianoforte ad avere una sua timbricità particolare e unica ( suono ). Nel gergo comune dei musici, si usa molto spesso per indicare il timbro, "suono", ma così facendo poi si finisce con l'attribuire all'esecutore una valenza in termini timbrici e sonori che non ha. Non voglio dire che non esista valenza "sonora" dell'interprete! anzi.... Le suggestioni psicologiche esistono ( la corretta applicazione dell'agogica esiste ) ma è proprio in questa bivalenza (soggettiva e oggettiva) la difficoltà nel derimere e distinguere le questioni di natura interpretativa o di semantica-musicale dall' oggettività timbrica e acustica dello strumento.
La volontà d'apprendere è già un buon inizio. Se ho ben capito: "strimpellare" non ti basta più e tranne le poche conoscenze (semplice lettura di note sul pentagramma ) con i libri a tua disposizione la teoria musicale ti appare troppo complicata e "non hai idea di che si parla". In questo forum girano e si alternano vari sapientoni e insegnanti qualificati in materia perciò se fai le domande giuste, potresti imparare anche da qui. Naturalmente è molto più efficace e veloce apprendere da un'insegnante vero che da un'insegnante virtuale tuttavia perchè non provare?
  Per riprodurre “ogni tipo di spartito” ( classico-moderno ) utilizzando una tastiera, occorre saper leggere la musica ( suonare “a orecchio” è altra cosa ). Per leggere la musica, occorre conoscere il significato dei segni notazionali. Detti segni notazionali, sono l’esplicazione grafica di ciò che si intende di norma per musica. Va da sé che, più si è in grado di decifrare velocemente questa grafia, più facile sarà il tradurre musicalmente il loro significato semantico con uno strumento musicale. Quindi, di estrema importanza è l’esercizio visivo di decifrazione del segno musicale ( solfeggio ), nonché la sua comprensione teorica e pratica. Partendo da queste premesse, è ovvio che suonare e riprodurre uno spartito musicale dal più semplice al più complesso, occorre (prima) saper leggere le note sul pentagramma. Dette note corrispondono a suoni che possono essere di diversa altezza    ( alti-bassi ). Utilizzando come parametro visivo il pentagramma ( chiamato anche rigo musicale ), segno grafico formato da 5 righe e 4 spazi, le note, pur essendo nominalmente solo sette ( do re mi fa sol la si ) in realtà con la “loro trasposizione d’ottava” e con altri artifici, in particolare con l’uso delle chiavi ( setticlavio ) si può trascrivere graficamente tutto lo spettro sonoro disponibile. Inizialmente quindi le note si imparano partendo da quelle scritte sul pentagramma in chiave di sol ( o chiave di violino ) ovvero mi sol si re fa ( sulle righe ) fa la do mi ( negli spazi ). Si potrà proseguire oltre il pentagramma in su o in giù con tratti addizionali ( note scritte sopra o sotto il pentagramma ).
La lettura, con l’esercizio costante e graduale è il primo passo nell’acquisizione del linguaggio scritto della musica.
Le note, ovvero i suoni musicali oltre ad avere una loro collocazione frequenziale in termini di altezza ( alti - bassi ) hanno anche una valenza e collocazione in termini di durata. Ovvero, ogni suono esplicandosi “nel tempo” ha più o meno una sua “tenuta”, una sua “lunghezza” una sua “durata” appunto. Questa durata è, in musica, descritta con la parola “valore”. Ogni suono può avere diverso “valore” inteso come “durata nel tempo”. E’ bene dire subito che questo valore è valore convenzionalmente stabilitosi ( semibreve, minima, semiminima, croma, semicroma, biscroma, semibiscroma ) ma in relazione ( quindi valore non assoluto ma relativo ) al “metro” iniziale di riferimento ( “metro” inteso come velocità della scansione ritmica, si usa anche la parola “tempo” creando così un po’ di confusione per i non addetti ai lavori oppure movimento ) in altre parole: ad esempio, una semiminima, pur avendo e mantenendo per convenzione il “valore” di ¼ , può essere di durata più o meno, in quanto parametro relativo. Per spiegarmi meglio: una semiminima può durare un secondo se inizialmente si è stabilito il “metro”, la scansione ritmica, il “movimento” il “tempo” a 60 di metronomo, ma potrebbe durare di più o di meno qualora decidessimo di correlare detta figurazione ( semiminima ) con una durata più lunga o più corta, con scansione ritmica ( metronomo ) più o meno di 60 bpm al minuto.
La figurazione musicale che esprime la durata dei suoni ( note ) è quindi parametro in relazione alla “velocità metrica” ( metronomica ) del brano musicale. Durata e ritmo, ovvero la componente metrica ed accentuativa del discorso musicale codificata attraverso le figurazioni musicali. Il ritmo che si esplica attraverso accenti può essere binario o ternario. Binario quando sia formato da un accento forte e uno debole, ternario quando è formato da un accento forte e due deboli. Questa caratteristica ritmica e durata quantitativa, nonchè quella qualitativa di valore, viene indicata all’inizio del brano sul pentagramma con una frazione in forma numerica esempio 4/4 - 3/4 - 6/8 dove il numeratore indica la quantità mentre il denominatore la qualità. Ovvero in una battuta ( spazio grafico delimitato da due stanghette ) si ha come valore complessivo tanto quanto indicato quantitativamente con il numeratore e qualitativamente come indicato dal denominatore. ( alla semibreve è associato il n. 1, alla minima il n. 2 alla semiminima il n. 4 alla croma il numero 8, alla semicroma il n. 16, alla biscroma il n. 32, alla semibiscroma il n. 64 ) quindi 3/4 significa che nella battuta vi sono complessivamente l’equivalente di 3 semiminime ( quarti ) se fosse stato scritto 3/8 l’equivalenza ovvero il valore complessivo della battuta sarebbe di 3 crome ( ottavi ).
Con l'indicazione 3/8 sappiamo che il valore complessivo in ogni battuta è di 3 crome. Nulla da capire: è così. La durata, ovvero la velocità di queste 3 crome invece, la decidi tu ( con l'invenzione del metronomo (1816) gli autori di musica hanno indicato "precisamente" come per loro questa velocità, questo metro, questa scansione ritmica doveva intendersi ma, questo rispetto del "tempo" lo farai in seguito ) per ora, dato che la lettura è "lenta" decidi tu a che velocità effettuare queste 3 crome. L'importante è che questa velocità in relazione alla croma sia costante per tutte e 3 le crome. Il “tempo” ovvero la velocità di esecuzione di un brano, non ti deve preoccupare, non è importante per ora. Da ciò che scrivi comprendo che l’approccio è “a orecchio” nulla di male. Come già ho scritto nei precedenti interventi ( che vanno letti attentamente ) sarebbe auspicabile poter leggere la musica proprio per poter decifrare ed eseguire il brano anche senza averlo sentito prima. Quindi, quando ti trovi davanti uno spartito nuovo “il tempo” viene indicato in vari modi. Con parole ( allegro, moderato, vivace, lento ecc.. ) oppure con l’indicazione metronomica ( velocità della scansione ritmica in relazione alla figura musicale ). Anche lo svolgimento stesso o il titolo può suggerire l’andamento metrico del brano musicale. In mancanza di indicazioni specifiche, il musicista esperto già con “un’occhiata” allo spartito, capisce di che si tratta… per te, che sei nelle prime fasi di apprendimento, basti ciò che hai sin'ora appreso. La decifrazione, la lettura ritmica, nel rispetto delle figurazioni musicali ( semibreve, minima, semiminima, croma, semicroma, biscroma, semibiscroma ) in rapporto al “metro” iniziale di riferimento. Tutto ciò è facile a dirsi, meno facile metterlo in pratica, per questo l’insegnante a fianco, controllando, è necessario nel percorso d’apprendimento. Tuttavia capire concetti musicali e regole teoriche, ripeto, anche attraverso un dialogo scritto come stiamo facendo può servire…. occhio però a discernere bene i vari interlocutori…
Le chiavi sono sette ( setticlavio ): di sol ( violino ) di fa ( basso, baritono ) di do ( soprano, mezzosoprano, contralto, tenore ). Per gli strumenti a tastiera di norma se ne utilizzano due. La chiave di violino per le note alte, la chiave di basso per le note basse. Il punto di riferimento della “tessitura delle note” cioè i tasti della tastiera è il do centrale scritto in chiave di violino sotto il pentagramma con un tratto in testa mentre se scritto in chiave di basso sarà sopra il pentagramma con un tratto in testa. Il do centrale, questo punto di riferimento è molto importante perché attraverso esso sai trovare dove sono collocate sulla tastiera tutte le altre note. Quindi, per un tastierista è sufficiente conoscere solo la chiave di violino e quella di basso ( che è quella C a rovescio ). La chiave di basso si rende necessaria proprio per evitare di scrivere le note che scendono dal do centrale ( chiave di violino ) con tanti tratti addizionali. Le note “cambiano”, ovvero se in chiave di violino le note sulle linee dicasi mi sol si re fa, e le note negli spazi fa la do mi, con la chiave di basso dicasi sulle linee sol si re fa la e negli spazi la do mi sol. In relazione alla chiave di violino i neumi ( il punto, le note ) corrispondono a 3 note sopra e due ottave sotto. In altre parole lo stesso “punto” scritto sul primo rigo ( linea ) in chiave di violino corrisponde alla nota mi che dista dal do centrale due toni sopra mentre in chiave di basso corrisponde alla nota sol distante dal do centrale 8 toni e 1 semitono sotto. Naturalmente ora dovrò spiegare il “tono” e il “semitono”. Ok, per semitono dicasi “la distanza più piccola” che il sistema temperato prevede tra un suono e l’altro ( accetta questa definizione così com’è anche se frase convenzionale e non del tutto esaustiva ) il tono è una distanza formata da due semitoni. Esempio: fra mi e fa nella tastiera non vi è tasto nero, così come fra si e do, bene, la distanza sonora fra mi e fa o fra si e do dicasi semitono. Semitono sarà anche la distanza acustica fra do e do diesis o fra sol e la bemolle ma, sugli accidenti o alterazioni alla prossima…
Fammi sapere se ti è chiaro il concetto di tono e semitono….
 
Per quanto riguarda l’uovo, nel trittico del “giardino delle delizie” di Hieronjmus Bosch i musicisti vengono collocati negli inferi e descritti ( visualizzati ) come coloro che l’uovo lo portano sulla schiena o che “fanno traboccare la goccia dal vaso”… mentre la perfezione consiste nell’uovo tenuto sulla testa in equilibrio come visibile nel pannello centrale…
 
Bene ( …. ). Vi è ancora qualche cosa da chiarire ma sei sulla strada giusta. Infatti hai descritto correttamente la successione di semitoni in una tastiera. Li ritrascrivo così potrai controllare meglio di che si tratta ( chiamasi scala cromatica ). Ok, sei pronta?… partendo dal do centrale ( tasto bianco )

Do, Do # o Re b, Re, Re # o Mi b, Mi, Fa, Fa # o Sol b, Sol, Sol # o La b, La, La # o Si b, Si, Do.

Come vedi i tasti neri pur corrispondendo ad un unico suono possono avere nomi diversi. Questa caratteristica dicasi: “suoni omologhi” cioè suoni eguali ma di diverso nome. Tutti i suoni (quindi anche i tasti bianchi) hanno questa caratteristica per esempio Fa e Mi # dicasi suoni omologhi così come Do e Si #… ma non andiamo oltre, per ora importante è aver chiarito il semitono “distanza acustica” cioè quello che senti e che intercorre fra Si e Do, fra Mi e Fa, fra La e La #, fra Mi e Mi b, ecc…quando questa “distanza acustica” è doppia si ha un “tono”. Esempio: fra Do e Re, fra Re e Mi, fra Mi e Fa #, fra Sol e La, ecc..
 
Per gli accidenti che già vedo hai affrontato, essi sono segni grafici interposti davanti alla figurazione musicale  (nota ) o in “armatura di chiave” cioè fra la chiave e l’indicazione del “tempo” indicato dai due numeri a mo di frazione. Se davanti alle note hanno valore per la sola battuta di riferimento, se in armatura di chiave, hanno valore per tutte le battute…. Lo scopo degli accidenti o alterazioni è quello di alterare appunto la nota di riferimento:

diesis ( # ) alza la nota di semitono
doppio diesis ( ## ) alza la nota di 2 semitoni ( 1 tono )

bemolle ( b ) abbassa la nota di semitono
doppio bemolle ( bb ) abbassa la nota di 2 semitoni ( 1 tono )

bequadro ( ) annulla l’alterazione precedente
doppio bequadro ( ) annulla la doppia alterazione precedente
Probabilmente la risposta sarebbe stata diversa se (…) non avesse avuto così fretta nel dire la sua… comunque sia, proverò a risponderti spiegandoti le ragioni della domanda n. 10 che, non a caso, era la più importante. Naturalmente anche le altre domande avevano uno scopo ben preciso, non conoscendoti, per aiutarti e per non darti banali “consigli su cosa sarebbe meglio fare dato che vorrei imparare a comporre” come: -esistono insegnanti e scuole apposite. Ciao e buona fortuna-, mi occorreva sapere alcune cose di te. Già intuivo la tua giovane età e la tua preparazione in ambito musicale ma molto spesso si presumono e si danno per scontati saperi che invece non vi sono o al contrario si presume insipienza la dove non c’è. Detto questo, il punto centrale dal mio punto di vista, era quello di far emergere in te questa consapevolezza teorica: “ogni cosa elaborata o composta che sia, dal momento che è frutto di un tuo fare, può legittimarsi come creazione personale, come tua”. Ora, partendo da questo presupposto, chiunque, anche senza “basi” può creare oggetti artistici e musica appunto. E’ come se tu volessi dipingere un quadro, ti occorrono gli strumenti ( pennello e colori ) e il supporto ( carta o tela ) nulla più. Così può avvenire per la composizione musicale, i suoni ( presi da qualunque strumento acustico o sintetizzati ) e un supporto per memorizzarli ( carta pentagrammata o dispositivi di registrazione elettronica ). Il problema non è quindi comporre musica ma saper comporre musica. In fin dei conti la tua richiesta va in tal senso infatti presumo che per “non ho le basi” tu intendessi proprio “le conoscenze di base” per poter affrontare questa consapevolezza musicale e sapienziale. Ora, il “saper comporre” non è certamente il tema del post e non era questo lo scopo delle mie domande a te rivolte. ….Ritorno “alla come mi viene”…. La casualità del fare musica e l’aleatorietà sonora è stata affrontata parecchi anni fa e molti autori di musica ne hanno fatto una loro bandiera stilistica inoltre anche “il rumore” vedi “musica concreta” è stato più volte utilizzato per creare musica…. tanti sono i musicisti compositori che a questo proposito bisognerebbe conoscere ( non certo per seguire le loro orme se lo riterrai errato ) e la loro storia, il loro comporre musica, è utile studiare, proprio per poi trovare una propria collocazione ideale…
"Musica classica, per piano solo". Secondo me, hai tutto il diritto di definire musica classica la tua musica se questa rispecchia canoni stilistici e semanticità solitamente attribuiti alla musica classica. Infatti idealmente un compositore di musica dovrebbe saper comporre musica in ogni stile e per qualunque organico strumentale (sic)... ma si dovrebbe altresì poter distinguere bene ciò che viene comunemente inteso per "musica classica" dal suo consolidato periodo storico di riferimento.... e questo, proprio per ragioni di memoria storica collettiva convenzionalmente stabilitasi è difficile da comprendere e accettare. Scrivere come Bach o come Mozart è possibile quindi, per quale motivo negare il termine musica classica? forse per non creare sconcerto e motivo di scandalo? "scherza coi fanti e lascia stare i santi" Capisaldi storici come Bach, Mozart, Beethoven, rivestono un ruolo quasi sacrale per alcuni addetti ai lavori... però a ben vedere, se la loro musica rispecchia un periodo musicale passato con cui identificano un genere musicale è pur vero che ogni volta che riproduciamo una loro opera quel genere musicale diviene contemporaneo al presente.
Insomma forse è inopportuno definire musica classica una musica composta oggi se non altro per quella sorta di reverenza e di rispetto che dobbiamo a quei classici compositori del passato.... tuttavia se tu componi musica classica nel senso autentico del termine, musica classica sia.
La risposta secondo me dipende molto dall'idea che si ha della musica. Molto, forse troppo spesso si è "legati" all'idea di musica come "linguaggio semantico" come "mezzo per comunicare" come "strumento evocativo" dal contenuto comprensibile e significante. Tutto ciò è corretto, ma ci ritroveremo sempre con il dubbio di fondo cioè a dire: che sia tutta un'illusione questo modo di concepire la musica? Come compositore quindi, perchè non provare allora a considerare la musica un'entità sonora e basta? Entità che può esser costruita in vari modi... " a regola d'arte" più o meno riscontrabile e più o meno condivisa. Tanto basta. Porsi il problema del come verrà utilizzata o fruita, qualora questa creazione musicale sia completata è altra cosa... Naturalmente il prodotto realizzato ( e solo qui sta e si inserisce per il compositore correttezza nell'agire e senso etico del fare ) deve essere il più possibile corrispondente a ciò che riteniamo esser "degno" musicalmente. Comporre musica dovrebbe essere come cucinare un buon piatto appetitoso e gradevole. Con buoni ingredienti il cibo preparato dovrebbe esser apprezzato da tutti e non hanno molta importanza gli accostamenti di sapore o come viene servito, l'importante è che questi ingredienti non siano velenosi! Poi..., come diceva anche Aristotile: "non c'è bisogno di essere un gran cuoco per apprezzare la buona tavola" così come non c'è bisogno di essere musicista per apprezzare la buona musica.
si, (…) è proprio personaggio simpatico, più che “xenakisiano” mi par esser di credo “verdiano”, l'indole espressa e gli scritti mi sembrano ispirati dal "tutto il mondo è burla"..... contento lui...
Chi per primo ha gridato: questa è arte! è perchè voleva per sè uno spazio all'interno della comunità. Ci è riuscito. Perciò l'arte è di qua, tutto il resto di là.
Il protocollo Midi
M.I.D.I. ovvero “Musical Instrument Digital Interface”. Protocollo di specifiche tecniche che consente a sintetizzatori, sequencer, computer, batterie elettroniche ecc.. di essere intercollegati attraverso un'interfaccia standard. I messaggi Midi, come tutte le informazioni digitali, vengono trasmessi sotto forma di numeri binari, utilizzando solo le cifre 0 e 1. Le apparecchiature Midi comunicano tra di loro scambiandosi dati di otto bit cioè un byte. Non sempre un solo byte è sufficiente per scambiarsi un messaggio complesso, per questo i messaggi Midi sono composti da sequenze di byte. Nel linguaggio Midi, devono essere trasmessi ad esempio, i gesti compiuti dal musicista che abbassa un tasto del pianoforte, quindi sarà necessario un byte che indichi l'azione di abbassare un tasto, un byte che indichi quale tasto, tra i tanti disponibili, un byte che specifichi con quanta forza il tasto è stato abbassato ecc...Detto processo deve essere applicato per ogni evento si voglia descrivere e comunicare attraverso apparecchiature Midi. Se poi tutto questo deve essere anche eseguito in sincrono con altre macchine, sarà necessario anche scambiare informazioni relative alla velocità di metronomo e alla misura da cui iniziare a suonare. Risulta facile intuire come i messaggi scambiati ben presto si trasformano in una complessa sequenza di byte. L'interfaccia Midi è seriale, con una velocità di trasmissione di 31,25 kBaud ( ogni singolo bit viaggia alla velocità di 32 milionesimi di secondo! ). La trasmissione è asincrona, questo significa che l'inizio e la fine di ogni byte devono essere preceduti da due bit speciali, lo start - bit e lo stop - bit, posti rispettivamente all'inizio ed alla fine del byte d'informazione.
Il formato General Midi è un insieme di specifiche costituite al fine di eliminare le incompatibilità fra gli strumenti musicali elettronici delle diverse Case Costruttrici, ed uniforma le funzioni Midi applicate alla sorgente sonora di ciascun apparecchio. Utilizzando un apparecchio con sorgente sonora possedente il simbolo General Midi, l'utente è in grado di riprodurre fedelmente qualsiasi brano che sia stato precedentemente realizzato con un'altra sorgente sonora compatibile General Midi. Il formato GS, esclusivo della Roland, è un'insieme di specifiche formulate per l'uniformazione del modo di funzionamento relativo a moduli sonori sotto controllo Midi. Utilizzando un apparecchio con sorgente sonora GS, l'utente è in grado di riprodurre fedelmente qualsiasi brano in commercio che sia stato precedentemente realizzato con un'altra sorgente sonora compatibile GS.
I timbri base del General Midi sono 128 per ognuno di essi esistono varianti timbriche che possono essere programmate e gestite tramite il “program change”. Per gli Standard Midi File ( SMF ) i due formati più utilizzati sono: il formato 0 che raccoglie in un'unica traccia tutte le tracce ( o meglio tutti i canali midi ) che compongono il pezzo. Ed il formato 1 che salva il Midifile con lo stesso numero di tracce di cui è composto il pezzo e quindi all'apertura di esso, le tracce sono già separate, ordinate e catalogate.
Con una piccola tastiera MIDI di appena 32 tasti (keybord controller) se collegata ad un computer con scheda sonora o tramite moduli sonori, sintetizzatori, ecc. potrai quindi cimentarti nell'elaborazione ( composizione ) digitale. Ciao
Il programma dovrebbe essere un software del tipo “Midi Converters” ( IntelliScore Ensemble, Score Extractor, Amazing Midi …) ovvero quei programmi di conversione audio da formato a formato.
Sinceramente non li ho provati e non mi è utile provarli proprio per la ragione che cercherò di spiegare…. mentre è semplice trasformare una traccia midi in una traccia audio di altro tipo cioè mp3, o wav, difficile e complicato è agire nel senso contrario cioè trasformare una traccia audio mp3. o wav nel formato midi.
Tecnologicamente si può fare ma risulta esser di difficile realizzazione dal punto di vista “notazionale”. In altre parole, se si tratta di una traccia musicale semplice come può essere una melodia in formato mp3 il passaggio e la decodifica midi risulta buona dal punto di vista: note distinguibili e precise. Quando invece la traccia audio è costituita da vari elementi costitutivi cioè multitimbrica e multitraccia è evidente che la trasformazione e la sua decodificazione risulta essere problematica perché nel midi le tracce sono separate e autonome mentre nel wav o nel formato mp3 sono tutte assemblate contemporaneamente perciò la distinzione delle “parti” è assai complessa.
Quindi trasformare una traccia musicale in spartito è semplice e fattibile ma utilizzando e conoscendo bene i limiti e le possibilità dei formati audio e dei programmi che utilizziamo.
Con i files mp3 o wav è più difficile una stampa in notazione tradizionale ( spartito o partitura ) perché difficile per il programma di riconversione to-midi il riconoscimento specifico delle linee o parti (tracce) musicali del brano musicale.
Quali formati audio si potrebbero utilizzare e quali programmi?
Nel mio primo post avevo indicato ( molto sobriamente ) quale formato: il MIDI e quali programmi: Notazionali.
Proverò ad entrare più nel dettaglio. Per prima cosa occorre che ci intendiamo su “traccia musicale” e “spartito”.
Lo spartito è generalmente inteso come trascrizione di un brano musicale in notazione tradizionale, quando trattasi di molte “voci” musicali come potrebbe essere l’organico strumentale di un’orchestra sinfonica, si preferisce usare la parola "“partitura". Per stampare uno spartito quindi, ma anche una partitura così come un solo pentagramma, occorrono software che traducano l’audio digitale in notazione tradizionale e relativa stampa. Questi programmi hanno per lo più anche la funzione di gestire i dati audio tramite il protocollo midi quindi basta un buon programma notazionale appunto per stampare una traccia musicale ed avere così uno spartito a disposizione.
( software notation: Finale, Encore, Ouverture, Sibelius, Melody/Harmony Assistant, MusicScore Maestro ecc…)
Per la gestione delle tracce musicali, nonché per il collegamento fra strumenti musicali elettronici, disponiamo del M.I.D.I. ( musical instrument digital interface ) protocollo e formato audio studiato e specificatamente dedicato per tali scopi. Quindi gestione, elaborazione del segnale audio digitale attraverso specifiche direttive tecnologiche le quali permettono non solo l’elaborazione di una singola traccia ma di più tracce contemporaneamente.
( software midi sequencers: Anvil Studio, PowerTracks, Magix Music Studio, Cakewalk Express ecc… )
Esistono altri modi di decodifica audio come quello basato sul campionamento. Anche con questa tecnologia è possibile gestire ed elaborare tracce musicali, ma essendo un procedimento non midi quindi non specificatamente “notazionale”, la sua gestione qualora volessimo stampare uno spartito può rivelarsi non adatta anche usando programmi convertitori to-midi. ( software audio editors: WaveLab, Audacity, Sound Forge, Magix Audio ecc… ) In altre parole, se disponiamo della “traccia musicale” ovvero di un files wav, ovvero di una registrazione digitale campionata della nona di Beethoven, sarà difficile poter stampare questa traccia ( sinfonia ) per avere la partitura in dettaglio. Mentre se disponiamo del file Midi ( con tutte le tracce di ogni strumento ) di questa sinfonia, ciò è possibile. Naturalmente i programmi dedicati alla musica sono tanti e variegati e quindi anche le possibilità all’apparenza “fantascientifiche” potrebbero realizzarsi facilmente… basta cercare e trovate ciò che fa per noi. A questo proposito consiglio il sito www.hitsquad.com vera miniera di software “musicali”.
“sarei in grado di gustare l’ascolto della musica se non mi dedicassi con costanza alla teoria musicale?”
Certamente. La conoscenza teorica è dimensione diversa da ciò che è ascolto musicale. Naturalmente vi è uno studio teorico che può “aprire una breccia” là dove il solo ascolto musicale è insufficiente per un apprezzamento completo di un’opera musicale. Il punto è proprio qui. Un’opera musicale ha ( dovrebbe avere ) come finalità il suo fruire acustico, ma in essa possiamo trovare e per questo apprezzare anche altre componenti che non sono direttamente riscontrabili con il solo senso uditivo e “nascoste” ( forma costruttiva, tecnica compositiva, caratteristiche di sviluppo tematico, di elaborazione musicale ecc. ) in altre parole e più semplicemente, il sapere che cosa è la tonalità, sapere cosa è un’alterazione, sapere cosa sia una modulazione non credo possa aiutare ad apprezzare meglio la musica mentre il riconoscere all’ascolto come un brano evolve e come si trasforma da un semplice tema o da una semplice idea musicale è una possibilità in più che si ha qualora si voglia comprendere pienamente cioè da più punti prospettici un’opera musicale. Poi vi sono altri approcci interessanti: lo studio e il confronto dell’autore con altri autori, il contesto storico di riferimento, il carattere stesso del tipo di musica ascoltato, la sua valenza comunicativa attuale, collettiva, individuale, il “valore” più o meno artistico o didattico conseguente ecc..Per quanto riguarda il secondo tempo della Patetica, per descrivere semanticamente il tema o meglio il suo stato d’animo mentre suona il tema in questione Lei cosa userebbe: triste, angosciata, delusa, sofferente…. Opp. serena, speranzosa, pacifica, beata? E chi ascolterà la sua esecuzione percepirà il suo così “sentire”?
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