Da vetusto e vegliardo prof. di musica ecco alcune mie riflessioni in merito al thread di “.....”. Certamente nell’utilizzo musicale, l’ambiente e il contesto di riferimento è importante. Per questa ragione esistono così tanti generi musicali e così tanta musica. Musica che possa “trasportarti verso una dimensione spirituale” musica che possa “coinvolgere ed attivare energie corporee” musica “ da strimpellare in spiaggia sotto l’ombrellone” e così via…
Musica quindi in funzione di…. e viceversa. Il “tornare nelle chiese al grande patrimonio musicale” come perorazione del M° Muti, mi è comprensibile, soprattutto vista come esortazione di coerenza appunto; là dove esistente così tanta musica “da chiesa” perché non utilizzarla? D’altra parte però, perché non dovrebbero svolgere lo stesso scopo ed avere dignità liturgica canzoni semplici, anche se cantate in modo poco professionale?
Probabilmente di questa “reciproca/coerenza” sacerdoti e musici se ne infischiano altamente…
Pienamente concorde con quanto affermato. D’altra parte “uscir dai gangheri”, “dar di matto”, “esser fuori” mi sembrano espressioni gerghiali piuttosto comuni al giorno d’oggi. Addirittura per molti, l’epiteto “artista” è già di per sé implicitamente inteso come persona “non del tutto a posto”.
Musicisti, scienziati, ma anche tantissime altre categorie professionali possono venir associate nell’ottica del “rifiuto” nell’esclusione sommaria e di comodo, perché di questo si tratta, di tutto ciò che valutiamo e consideriamo non conforme con quei criteri di normalità, di merito, di virtù, già accennati nei precedenti post. Quindi, è per contrappunto che dall’esistenza di dogmi, precetti, convenzioni, norme e regole nascono ed esistono eresie, falli, originalità, eccezioni, irregolarità. Scritto questo però rimane il dubbio: gli errori ( come questi tuoi ortografici ad esempio ) come dobbiamo valutarli? come futile ma necessario esercizio di “geniale” libertà espressiva?
Se si accetta il dato di fatto che la musica ha valenza cerimoniale, conseguentemente dovremmo chiederci quale musica maggiormente sia in grado di esprimere al meglio questa funzione e quale nella specifica liturgia di servizio sia la più consona allo scopo. Quasi ovvio perorare quindi coerenza ma soprattutto efficacia attuativa in relazione alla competenza in materia. In altre parole la musica come parte essenziale del discorso celebrativo dovrebbe essere affidata a chi di dovere cioè a persone in grado di attuare musicalmente a regola d’arte il compito affidatogli. Questo in linea di principio, poi prassi vuole che il canto sia inteso come preghiera, che anche il celebrante canti, che l’organo sia strumento similmente vocale che le campane siano la voce di Dio… per cui, fra canti monodici, canzonette, chitarrate, cori polifonici, gruppi strumentali, melismi e lamentazioni si giunge al fine che: ad un funerale si canta l’alleluia e ai matrimoni l’ultima canzone “gay”. Come credente e musicista, l’abuso del luogo e le modalità musicali in esso utilizzate, mi alienano più che coinvolgermi. Quando "...." cita “testi inutili e insulsi” e "....." parla di “ ignoranza musicale più bieca” evidentemente è perché vedono con preoccupata apprensione vanificato tutto il loro lavoro e impegno a favore della Musica… ma non solo. Certo è possibile scorgere in "....." una incongruenza là dove valuta “testi insulsi” in quanto musicista oppure in "....." là dove accenna all’ignoranza in quanto professionista, tuttavia entrambi hanno secondo me ragione, proprio in ragione dell’attività loro. Allo stesso modo potrebbero aver ragione anche i sacerdoti che pur di portare la nuova novella, e nuovi adepti in seno alla chiesa si ingegnano iniziative e strumenti persuasivi, ivi compresa la musica che nel suo dialogare armonico ben si adatta allo scopo. Che però appunto è strumentale nel senso di sfruttare.
Dunque, la premessa è che non è necessaria nessuna autorizzazione se si decide di trascrivere una musica altrui così come se si vuole arrangiare o elaborare per motivi personali un qualsiasi brano musicale. Perciò occorre chiarezza e distinguere bene se trattasi di trascrivere, arrangiare, elaborare musica altrui e se questa attività la si vuole riconosciuta come copyright. Trascrivere può essere un fatto meramente grafico su carta pentagrammata di trascrizione appunto di una musica qualsiasi. Arrangiare comporta una stesura in parte creativa in quanto potrebbe aver valenza l'organico strumentale scelto, la timbricità utilizzata nel "descrivere" tale musica nonchè una particolare articolazione ritmica o armonica conseguente la traccia iniziale ecc.. Elaborare invece già presuppone connotati creativi veri e propri. Connotati originali riconducibili all'elaborante.
 
<< per le elaborazioni ( traduzione, riduzione, rifacimento o comunque opera derivata da un'altra ) va depositata adeguata documentazione tecnica riguardante l'opera preesistente e una dettagliata relazione dell'elaboratore sul suo apporto creativo >>
( art. 24 regolamento siae )
 
Naturalmente il limite discriminante per cui pur rimanendo fedeli all'originale si è autorizzati a dichiarare propria questa o quella elaborazione spetta dal punto di vista della paternità e del deposito alla siae.
Recentemente a Reggio Emilia si sono svolte tre manifestazioni musicali che nella loro emblematicità ben evidenziano il carattere fatuo, onnivoro e insaziabile di una società massificata, mediatica, consumistica, demagogica e populista.

Al Teatro Valli il 4 giugno viene rappresentata l’opera “Matilde di Canossa” ideata e composta dall’avvocato ( sic ) G. Bertolani su libretto di D. Savino. L’orchestrazione della musica è di M. Dalporto e F. Germini, il direttore d’orchestra S. Giaroli. L’opera, patrocinata dalla provincia di Mantova e Reggio, << ha raccolto il sostegno delle istituzioni e i contributi di sponsor del settore privato, di banche e cooperative…un’operazione culturale di livello nazionale volta a valorizzare professionalità locali…lo spettacolo sarà ad ingresso gratuito, si propone di raccogliere fondi per una dotazione alla associazione Ascmad e per la mensa del Vescovo >>

Il 19 giugno si è conclusa la nona edizione del Concorso Internazionale per Quartetto d’archi “Premio Paolo Borciani”. Per gli “esperti” giurati, nessun quartetto d’archi su 19 ascoltati e valutati, è risultato vincitore. << Prove e concerti ad ingresso libero hanno registrato 1300 spettatori, 700 per la finale, 1000 in streaming, 1000 nelle piazze, chiostri, chiese della città e provincia. >>

Ieri sera, 16 luglio al campovolo, il mega-concerto di L. Ligabue. Più di 110.000 presenze, incasso stimato, oltre 8 milioni di euro….
"........" Scritto:
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> Ciao a tutti. Sono un superfan di Allevi!
> C'è qualcuno che, come me, ama la sua stupenda
> musica?

io no, preferisco Beethoven
nell'apprezzamento musicale così come nell'ammirazione personale le divergenti opinioni sono una costante assoluta, ciò che appare noioso per alcuni può non esserlo per altri.
Per chi sa leggere e suonare la musica pianistica di Allevi o di Beethoven e non si limita al solo ascolto per un giudizio comparativo e di merito, le analogie o le differenze tecniche compositive esistenti risultano ovvie ed evidenti. Questo nulla toglie al fatto che si possa “amare” la musica di Allevi e “snobbare” quella di Beethoven per ragioni a me ignote di convenienza o d’altro. Impertinente e sciocco sarebbe quindi in questo thread, qualsiasi tentativo da parte mia di persuasione pro o contro, vista l’oggettiva “distanza musicale” ( non solo in senso cronologico ) fra i due autori.

Nell’accezione democratica di molteplici e legittimati punti di vista ( che sono gradi diversi di conoscenza ) quale strumento persuasivo per avvalorare meriti e qualità se non quello dello studio costante e della conoscenza profonda? Quale condivisione univoca auspicare se proprio nella specifica differenza qualitativa tecnica, culturale e sapienzale si evidenzia il merito e l’apprezzamento? Nessuna. Solamente grazie all’esistenza di autori minori si ha la misura e la grandezza di autori maggiori. Per questa ed altre ragioni probabilmente l’ambiente accademico “osteggia” al momento Allevi, così come qualche decennio passato osteggiava il jazz o quant’altro, ma trattasi per lo più di moderata e prudente consapevolezza per l’effimero “status” di moda attuale più che chiusura ed esclusione anzi così come per gli autori definiti “inascoltabili” da “......” saranno le istituzioni accademiche che avvaloreranno nel tempo questi autori, conservandone prassi e ricordo, così come, finita l’euforica infatuazione per Allevi e la sua musica, saranno le tanto biasimate accademie a collocare in modo consono e corretto tale autore nell’ambito storico e musicale.

p.s. nel complimentarmi con "....." per il bellissimo adiacente suo thread ( mi riservo più oltre qualche commento in proposito ) vorrei aggiungere: molto spesso si deducono teoremi in base a supposizioni o per “sentito dire” in relazione alle istituzioni musicali in Italia ( Conservatori di musica in particolare ) senza tener conto che la maggior parte degli insegnanti come il sottoscritto, in primis, partecipano della vita musicale del paese e ne seguono le diatribe. Può capitare che ai loro allievi facciano studiare anche brani di Allevi, Einaudi, and company. Ma Bach, Mozart, Beethoven rimangono ( pianisticamente parlando ) l’asse portante, i poli a cui tendere ed ispirarsi.
Non vi è nulla di deplorevole nel cercare amici e condivisione anche attraverso un forum virtuale come questo. Credo che il confronto amichevole sia auspicio e necessità di tutti. Le parole che usiamo ma soprattutto il linguaggio simbolico che usiamo contengono significati che vanno al di là di un semplice dialogo semantico. “ Betoven è noioso. Soprattutto le suonate” non è una semplice affermazione, è rivelazione. Così come estremamente simbolico e rivelatore è l“Allevi” pianista-compositore-classico-contemporaneo. Assunto a pubblico personaggio musicale “atipico” e per questa ragione così dibattuto e discusso. Una “atipicità” utile al sistema, così come per altri personaggi la loro “anomalia” o se vogliamo la loro “originalità”… originale, diverso, atipico appunto, tutte caratteristiche riconducibili a quell’idea di “altro” che in qualche modo fa la differenza fra uomo noto e ignoto, fra scemo e intelligente, fra normale e geniale… Sacrosanta esigenza umana quella di avere esempi meritevoli da seguire o deplorevoli da rifiutare.
In questo senso tuttavia per quanto mi riguarda, rientrano nei secondi, tutti i fanatismi, compresi quelli “amorevoli” o “musicali”.
Allevi per ritornare a fagiolo, rappresenta al meglio questa deplorevole “diversità” intesa nella sua accezione più subdola di “artista” svanito, un po’ fuori, genuinamente felice del suo ruolo da copertina…. Riccioluto e risoluto nell’affermare una propria identità moderna, contemporanea, giovanile ma nello stesso tempo classica e intrisa di connotati musicali autentici. Buon per lui, trovo piacevole una presenza di questo tipo nel panorama infinito di personaggi da spettacolo e avanspettacolo ma ne avverto l’effimera consistenza di caratura musicale soprattutto in riferimento al suo dirigere orchestrale e al suo scrivere pianistico. Non credo tra l’altro nella “distruzione” in atto da parte di musicologi o accademici. Credo piuttosto che solamente essi potranno “recuperarlo” dopo che i fan si saranno dileguati in cerca di altri entusiasmi, altri feticci da fagocitare.
La presenza di ammiratori e sostenitori non nuoce. Nuoce invece l’idea che per avvalorare Allevi si debba deplorare i classici e il mondo accademico in generale. Credo vi sia un’ambiguità ed un ingannevole presupposto, alimentato dallo stesso Allevi and company, là dove si propone e si definisce la sua musica come: classica-contemporanea. Questo ed altre ragioni di carattere esteriore possono indurre ( i giovani fan ) a credere che il merito stia proprio nella nuova “classica musicale" così definita. Per chi conosce la musica pianistica classica invece detta definizione appare più come una “pagliacciata” un’eresia, una trovata commerciale.
Ciò che prima era oscuro ora è chiaro. Non solo il tuo sentimento d’ammirazione per Allevi ma anche il tuo pensiero in merito alla sua musica si è esplicitamente chiarito. Pensiero che tradotto in parole ti fa scrivere “Lui ( Allevi ) fa musica classica, ma contemporanea”. “ Tutto è li, nello spartito, forma sonata e contenuti attuali, di oggi” e “nulla valgono le parole proferite da autorevoli critici o colleghi”.
Quando “nulla valgono le parole” perché scrivere? Quando “nulla valgono le parole di autorevoli critici” a che serve l’autorevolezza? Quando “nulla valgono le parole di colleghi” dove trovare amici? Tra chi ti da ragione anche quando hai torto? Se cerchi amicizia senza nulla chiedere in cambio se non lealtà e supportazione beh, le parole hanno si! valore e importanza.
La diatriba e le polemiche su Allevi in fin dei conti vertono proprio sulle parole a lui associate e sostenute più che sulla sua musica o sul suo modo di suonare. Questo tuo stesso thread è fatto di parole… dovremmo forse considerare anche le tue parole prive di valore? Si, potremmo ma allora ci metteremmo sullo stesso tuo piano ovvero: chi è con me ok tutti gli altri non sono nulla, le loro parole non valgono nulla...“musica classica, ma contemporanea” e come prova inconfutabile il riferimento alla musica stessa “tutto è li nello spartito”. Musica costruita secondo forme classiche, la forma sonata ad esempio con contenuti “attuali”, come se la forma sonata o l’uso del pianoforte gran coda o esser vestiti di nero o elaborare melodie popolari fossero di per sé connotati tali da giustificare l’appellativo di musica classica o musicista classico ( col dovuto rispetto….beota! ).
Estrosità, fantasia, immaginazione non dovrebbero intrecciarsi con insipienza e menzogna anzi, auspicabile è il contrario nel senso che estrosità, fantasia, immaginazione dovrebbero intrecciarsi con sapienza e verità. Il problema quindi ( ancora una volta ) verte su vero e falso più che sul valore o sul merito. Il “ricciolone” non lo si critica per come suona o per come scrive musica lo si critica per ciò che asserisce esser la sua musica. Palesemente in contrasto con alcune verità se pur convenzionali, storiche, stilistiche, culturali. Per chi veramente si è posto di fronte a sé il significato di musica classica, contemporanea, pop, jazz e quant’altro, non può prescindere dal significato terminologico, simbolico, semantico già universalmente storicizzato, univoco e chiaro.
In realtà la forma ( durata-schema-contenitore-struttura ) non determina il genere musicale. Affermare il contrario è una mistificazione. Qualora il contenuto sia un mix di classica e contemporanea ok, vada per musica classica - contemporanea.
Sono felice della tua soddisfazione per avermi portato là dove volevi portarmi e contento perché come scritto in una massima di Platone: “più che ogni altra cosa bisogna fare attenzione a noi stessi, e bisogna che cerchiamo qualcuno che in qualche modo ci sappia rendere migliori”.
Comunque sia, consentimi da musicista una replica inerente la forma sonata. Le parole sinonimo che possiamo usare per descrivere le forme musicali possono essere contenitore, organigramma procedurale, configurazione, stampo, struttura, schema ecc.. Le forme musicali quindi ci aiutano nel concepire uno spazio o una durata limitata in cui inserire l’essenza, la materia musicale stessa cioè a dire: suoni, ritmo, timbrica. I musicisti sanno bene che non sono le forme a qualificare un genere, uno stile, ma ciò che all’interno di queste forme viene elaborato, articolato, scelto.
<< Beethoven, racconta il Wegeler, assisteva in teatro da un palchetto, in compagnia di una dama a lui molto cara, alla rappresentazione dell'opera ( La bella molinara di Paisiello ). Giunta questa all'aria: Nel cor più non mi sento, la dama si rammaricò di aver perduto delle Variazioni su quel tema, da lei prima possedute. Beethoven scrisse nella notte sei Variazioni e le inviò il giorno dopo alla dama con queste parole: Variazioni....perdute da....ritrovate da L. V. Beethoven.>>  ecco, queste 6 variazioni, scritte in una notte, sono musica.
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