Escursioni di Carlo Mongiardino.

 

Carlo Mongiardino scomparso nell’anno 2000, storico e ricercatore di cose voltresi, coautore e progettista del libro “Le Vie di Voltri”, nel maggio 1996 mi consegnava questi appunti sulle sue escursioni e ricerche nelle valli di Leira e in quelle del Cerusa. Leggiamole.

 

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Il mio interesse verso la preistoria, di queste valli voltresi, risale al 1960. In quel periodo, mentre con l’indimenticato Giuseppe Dagnino, facevo ricerche sull’antichità di Voltri, mi capitò di leggere “Liguria Preistorica” di A. Issel e Rovereto, dove si descrivono alcune incisioni rupestri di Acquasanta. Interessandoci oltre, ci furono utili altri autori e, particolarmente E. Sereni, “Comunità Rurali dell’Italia Antica”, testo purtroppo più citato che letto, tutto basato sugli antichi liguri.

 

Dopo la selezione capillare di tutti i toponimi dell’entroterra voltrese, iniziammo a fare qualche escursione: eravamo poco cospicui, senza mezzi e attrezzi ma “flutando”strani nomi sulle cartine, iniziammo le ricerche guidati talvolta da contadini locali.

 

Il primo ritrovamento fu fatto in Val Cerusa, in località Sambuco dove fummo attirati dai toponimi locali inalterati nel tempo: Bric Castello, Bric dell’Uomo, Costa dei Vei forse dall’antica tribù ligure con epicentro nel voltrese; si trattava appunto di un “castelliere” che segnalammo invano al museo archeologico di Pegli. Successivamente passammo con altri amici, alla ricerca delle segnalazioni degli studiosi attorno ad Acquasanta. Il rintracciamento non fu facile, e per le asperità del luogo e per i mutamenti avvenuti col tempo. Tuttavia aiutati da un vecchio oste del posto, raccogliemmo storie e leggende tramandate oralmente da generazioni; una delle storie narrava che le incisioni furono lasciate da una tribù nomade greca. Riuscimmo alla fine a rinvenire quei segni che ci davano fascino e gioia; e più oltre ancora altri mai segnalati da alcuno. Forse ci trovavamo in un santuario; eravamo alle Giutte (nome gutturale dal significato oscuro) che tra orride borre e tenere pasture, lungo una antichissima pista, porta alla località Veleno (Beleno, con pene e borman, la trinità ligure che regolava la vita e la morte), immediatamente sopra ci dominava il severo monte Martin dove urla forte il vento e dove scendono furiosi i temporali ma, dove anche meravigliosa è l’aurora.

 

Questi ritrovamenti e altri nel Rio Giandotto furono segnalati al Comune di Mele, ma anche qui, inutilmente. Queste incisioni si trovano sul Dizionario delle Strade di Genova alla voce Acquasanta. Sporadicamente su segnalazioni occasionali, passammo in quel dell’Olba a cercare segni e anfratti, sempre con difficoltà alternate a soddisfazioni. Anni dopo, quando ormai le mie ricerche si facevano sporadiche, conobbi la professoressa Pizzorno e i suoi scritti ricchi di citazioni, dove capii che non era molto importante attribuirsi la scoperta, la paternità, la riscoperta di quei lontani messaggi, quanto invece di tutelarli e interpretarne il significato: appartengono a tutti, sono il primo linguaggi d’Italia.

                                                                                                                                                    Carlo Mongiardino

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Il calzolaio di Via San Ambrogio.

 

Oggi le scarpe non si riparano quasi più, si gettano ma, da sempre fino agli anni Sessanta quando c’era una scarpa consumata ci si rivolgeva al calzolaio del rione che nella specie, per noi gategaschi era “Maiolino”. Era un uomo alto di statura che il mestiere aveva incurvato di 90°. La sua bottega oggi corrisponde a quella della signorina Sara figlia di una Abrami, tanto per farci intendere dove si fanno tatuaggi. Scatta subito il paragone fra l’epoca di Maiolino e quella attuale, dove prima vigeva necessità oggi vige il superfluo: molto meglio così. Ciack, si gira. Si salivano gli stessi scalini di ora e ci si trovava di fronte una scena dei dipinti del 1800. Maiolino era seduto al Bischetto (tavolino basso di lavoro) posto al centro del vano in posizione tale che, con le sue lunghe braccia poteva raggiungere senza alzarsi tutti gli scafali, sui quali teneva spaghi, colle, resine, tinte, suole, cuoi, stringhe, tacchi, in ampio rapporto ordine-disordine. Maiolino aveva una patata rossa e blu al posto del naso, occhi nocciola sporgenti e tondi come di spavento continuo. Contava tre capelli sulla nuca, non di più. Risparmiava le parole perché teneva sulle labbra i chiodini da ribattere sul tre piede. Gesticolava per farsi capire. La cliente diceva che le sue scarpe potevano sostenere ancora una riparazione e lui faceva segno di no. Al contrario, quando diceva che le sue scarpe erano ormai fuori uso, lui diceva che si potevano salvare grazie alla sua abilità ed esperienza. Una lampadina scendeva sopra il Bischetto a illuminare lesine, punteruoli, trincetti, ritagli di pelle, forbici, pezzetti di vetro. Lungo il filo che sottendeva la lampadina era posto un nastro adesivo detto “ U logia musche” dove appunto l’insetto noiosissimo restava attaccato mortalmente. Ogni paio di scarpe veniva unito dai lacci e gettato in un angolo senza apporvi nome del cliente perché lui ricordava tutto. Giunta che era la “mezza” si alzava dal bischetto (per così dire in quanto non riusciva a drizzarsi), chiudeva bottega e, piegato com’era faceva un viaggio di ben 15 metri per entrare in trattoria detta dall’insegna “Du Barì”. Questa trattoria piemontese aveva pavimento di tavole e tutti i mezzogiorni preparava stufato bovino con patate. Al ritorno poteva lavorare tranquillo e indisturbato fino alle 18 quando ricominciavano le visite per ritirare o per portare calzature. Indisturbato veramente non lo era perché a turno i monelli del quartiere passavano di corsa gridando: “ Maiulin men’a belin”. Durante l’inverno tutto a quell’ora si rabbuiava e solo il bischetto era illuminato e tac, toc, tac e ancora, toc fino alle 20. Era scapolo, non aveva amanti fisse; casualmente, quando qualcuna non aveva soldi per pagarlo, pagava in natura. La donna si incurvava leggermente e diceva forte all’orecchio, essendo lui quasi sordo: “ Vengo questa sera alle 8 quando chiudete, aspettatemi troveremo un accordo … grazie per ora, vi va? “. Verso i primi del Sessanta il negozio chiuse i battenti, Maiolini si trasferì in Castellea il cronicario della Villa dove dopo poco morì. Non ricordo se ci fu funerale, se avesse parenti, come facesse di cognome. Se non fu un protagonista della scena Ambrogina, era senz’altro un personaggio di prim’ordine del quale si sentiva la mancanza. La vita comunque continuava e il negozio fu prelevato da altri ma, ormai tutti lo chiamavano da Maiulin.

                                                                                                    Andrea Boccone

 

 

Nettuno a Voltri.

 

La vita è così, quando meno te lo aspetti, uomini che reggendo se stessi, reggono destini, escono dalle viscere della terra (il 24 giugno 2011) per essere liberi per qualche ora da ciò che li schiaccia. Un amico mi chiama sulla passeggiata per presentarmi un certo Giuliogol che si erge dalla sabbia e si presenta: “ Mi chiamo Giulio Centanaro sono un cittadino voltrese ed amo il posto in cui vivo. Sono operaio dipendente Fincantieri ,attualmente in cassa integrazione “. Penso che dopo tutto si tratta di un artista e quindi si possono accettare quei cappelli lunghi e neri quel vestito nero da centro motociclistico, quel viso che sarebbe piaciuto al Garavaggio, ma anche al Guttuso del periodo che si fingeva di sinistra.  Non mi meraviglierei se lui fosse di Lotta Continua, il tipo ci sta tutto in quel personaggio. Il murales che ha fatto, nasce dal progetto “Marenostrum” da Giulio ideato oltreché per abbellire il sito in cui vive, la sua Voltri, per rimediare al gesto deturpante di uno “strano” che voleva far sapere a tutti quanto era riuscito a fare sessualmente con la fidanzata, ha rovinato un muro della passeggiata a mare con le sue scritte demenziali. Il progetto che ha lanciato, il Giuliogol, prevede di creare una cultura del graffito legale per i giovani writers, che non hanno ancora assorbito la concezione che si possano fare graffiti senza incorrere in reato e per di più, essere pagati. Veniamo al dunque. Cosa ha fatto il Giuliogol? Egli ha dipinto il mitologico dio Nettuno sorgente dalle acque, su un muro di una cinquantina di metri quadri dove sembra proprio che il mare venga sul muro a fare la metafora di se stesso. Il richiamo a Dalì mi sembra doveroso! Inutile perdere tempo e spazio a descrivere il murales: si va a vedere o si guardano le foto che valgono di più di un romanzo scritto. Il progetto è stato finanziato, in quanto a materiale pittorico, dal Municipio VII Ponente (promotrice assessore Rosa Morlé). Hanno collaborato al progetto in questione i writers: Luca Profumo, Alessandro Perasso e Core One. Una forma di serenità interamente umana, una bellezza rotonda, una salute giunonica. Questa resterà sempre popolare, tenuta dell’acrilico permettendo. Il murales cade a fagiolo per incrementare il successo della festa di San Giovanni Battista con i suoi giochi pirotecnici artificiali e i banchetti di tutte le fiere più, concerto. Giuliogol ha scaricato tutta la sua rabbia esistenziale su un muro che in fondo è lo stesso muro della vertenza in corso a Sestri e tutti prima di lui, ci siamo trovati in quelle condizioni: sappiamo come ci si sente, caro operaio-artista ma, da un male può nascere un bene; dalla tua opera eseguita in un posto così frequentato nasce una forte pubblicità che potrebbe portarti a lasciare il tuo lavoro per intraprendere una carriera più appagante. Il Nettuno quindi, osservalo bene, se necessita, ritoccalo dove sei dubbioso, rivedi perché l’occasione irripetibile non si può presentare una seconda volta. Grazie a te il locale Fuori Rotta ha acquistato splendore e la passeggiata a mare pure, sei sulla buona strada, segui il sogno che ha condotto Andy Warhol al successo tramite la pubblicità. Marenostrum fino a quando? Tu caro amico, hai dato il titolo astratto, ora bisogna renderlo pratico e difenderlo da tutti i mali insieme alla nostra irrinunciabile spiaggia: nessun Porto d’Africa, nessun container radioattivo, questa è la “grida” che può stimolare la tua creatività.       

 

 

 

La Filantropa

 

Ero sugli otto anni quando entravo nel negozio della Borajin’a per la prima volta assieme a mia nonna Rebora Elvira per comprarmi dei gustosissimi canestrelli. Mentre nonna aspettava il suo turno io notavo questa bottegaia che poteva battere sui sessanta a quel tempo, con il vestito tutto nero sporco qua e là di farina, i capelli erano bianchi raccolti in “muccio” dietro la nuca, occhiali portava di grande spessore; mentre serviva la cliente di turno la quale aveva con lei un rapporto di rispetto e familiarità--  Quante ve devu, Regin’a? Sono ventidue lire, figetta-- Marchèmele, poi vei dajò. Regina apriva una rubrica, dove in ordine alfabetico apparivano i nomi dei debitori, arrivata a Carcano, questo era il nome della cliente, marcava la quota da pagare, poi al posto della carta assorbente metteva della farina di granturco (polenta), quindi tramite uno spaghetto appendeva la rubrica ad un chiodo, successivamente, durante il giorno, ripeteva quell’azione per un centinaio di volte. A fine mese c’era chi assolveva e chi no a seconda delle possibilità. Chi pagava, leggermente “maggiorato”, manteneva, grazie alla “cresta”, anche quelli che non pagavano e in quel modo, tutto un quartiere si reggeva in piedi in attesa di tempi migliori. Quando questi tempi migliori arrivarono e la disoccupazione diminuì, per cui la gente poteva pagare subito alla consegna, allora Regina lasciò questo mondo, confortata da una fede incrollabile, convinta di essersi guadagnata il paradiso. A parte attraversare la via (4 metri) per entrare in chiesa, penso che non fosse mai uscita da Voltri, che dico, dalla sua contrada, che dico? Dalla sua bottega. Diceva: “ Dio esiste, tutto dipende dalla sua volontà e io non sono niente al di fuori della sua volontà. Se non esiste, mi ricorderanno tutti quelli che ho aiutato, moltissimi che ora, mi rifuggono per paura di pagarmi! “. Il signor Andrea De Filippi, personaggio molto in vista durante gli anni Cinquanta. Formatosi un Consiglio di Circoscrizione ante litteram, ne assunse la segreteria. Uomo di vasta cultura, durante i colloqui, non lesina a interporre frasi in latino per dare più enfasi al racconto. In quegli anni Cinquanta, polarizzava l’attenzione degli intellettuali voltresi che ce la mettevano tutta per fare risorgere la delegazione dal torpore materialistico del dopo guerra. Si arrivò persino a formare una compagnia teatrale dilettantistica molto attiva e meritevole di avere un futuro migliore. Basta così, altrimenti, l’elegantone, il fine dicitore , l’erudito, si rabbuia e non di certo gradisce queste “ linguate”. Con la mia passione per tutto ciò che è di storico in Voltri, gli chiedo-- Secondo te, qual è il personaggio di Gatega che ricordi meglio per la sua filantropia?--  Cosa c’è scritto su quella lastra di marmo?-- Via San Ambrogio-- Ebbene, se ci fosse giustizia in questo mondo, dovrebbe esserci scritto Via Regina Bottino, vulgo a Boraxin’a-- Perché mai?-- Perché faceva credito a tutti quando soldi non ce n’erano e la disoccupazione raggiungeva cifre astronomiche-- Penso di essere del tuo parere, ora che me lo hai ricordato. A volte, spesso direi, succede che chi merita veramente non viene riconosciuto ed è molto difficile stabilire valori, specie quando la città si modifica, i cervelli emigrano, la politica prende il sopravvento sulle cose e sugli uomini, l’uomo pubblico acquista più valore che l’uomo comune, anche se questi fa cose egregie. Provate a suggerire un personaggio all’Amministrazione con lo scopo di commemorare o di sistemare una targa in ricordo di un meritevole del passato. Vi accorgerete quanto è difficile! Caro De Filippi penso che mai ci esaudiranno, simbolicamente potremmo supporla così, una targa: “ Quando mancava il pane, non speculava, lo forniva a credito, salvando il quartiere dalla fame, Regina Bottino, fornaia “.       

 

 

Cavalli i fornai

 

Una famiglia Cavalli è di Verona e di Venezia.

A Verona nella chiesa di Sant’Anastasia i Cavalli hanno una Cappella che si fregia di un affresco di Altichiero datato 1370: “ la Vergine Adorata dalla famiglia Cavalli “.  Il signor Cavalli Savino figlio di Carlo marito di una voltrese, Pedevilla Maria figlia di Giuseppe, viene da Noceto (Parma) e  ha un forno in Via San Ambrogio a Voltri. Nel 1904 nasce a Voltri la figlia Maria Elvira poi i Javé si spostano ad Arenzano dove nel 1906 nasce Maria G.  Nel 1908 nasce Carlo, nel 1911 nasce Giuseppe. Nel 1915 Savino va in guerra, ritorna nel 1918. Lo stesso anno, spinto dalla moglie, ritorna a Voltri nel negozio di Via San Ambrogio che poi affitta al notissimo fornaio “Figiolo” Zaccaria e si sposta  in Via XX Settembre nell’attuale Via Cialdini, sulla sinistra procedendo verso Ponente, nello stesso palazzo dove esiste una specie di collocamento o Ufficio Lavoro Fascista. Pippo sposa la figlia della “Giamaia”, Mimina, con negozio commestibili in Via Buffa palazzo Mameli.  Nel 1944 il negozio di Via Cialdini è distrutto dai bombardamenti. Pippo trova momentaneamente lavoro dalla suocera. I due fratelli si spostano in Via Buffa dove un garage dei Lagorio, sinistrato a sua volta, viene da loro prelevato e trasformato in un enorme forno: siamo nel 1946, circa quando l’attività riprende a pieno ritmo e quasi industrialmente soltanto come panificio,  ciò va bene per Carletto mentre Pippo non vuole rinunciare alla sua creatività e di comune accordo decidono di dividersi, Pippo ritorna in Via Cialdini. Dove? Dove dopo lunghe ricerche veniamo a sapere in un magazzino dei fratelli Rossi adibito a deposito di carriole e carretti da trasporto, dato che questa famiglia ha posteggio sul mercato orto fruttifero. Rimasto solo, Pippo si sbizzarrisce nei vari prodotti di pasticceria come i famosi cubelletti  o gobbelletti che hanno origine proprio qui a Voltri. Carlo nel 1969 si ritira e lascia l’esercizio al suo aiutante Paolino  Leone e da padrone diventa garzone. La sorte si accanisce con Pippo perché, l’alluvione del 1970, gli distrugge il negozio: smette e diventa garzone a sua volta di diversi ex concorrenti come Angelo Priano, ad esempio.

 

Facendo alcuni passi indietro, diremo che il “Buga” (Felice Calcagno) aveva preso in mano il negozio dei Javé in Via San Ambrogio dopo il “Figiolo” nel 1937. Buga  muore nel 1954 e i Javé affittano ai Rolla che falliscono dopo poco tempo. Un negozio così ben avviato non si poteva lasciare inattivo e si decide che Maria Elvira tenti di riavviarlo assieme al marito Caviglia e alle due figlie una, studentessa e l’altra già dentista o quasi. Con la sua esperienza e innata capacità, in poco tempo il “riavvio” è cosa fatta ed è pronto per essere gestito da altri. La figlia minore può nuovamente riprendere gli studi e laurearsi in giurisprudenza.  La sorella Cavalli Maria G. si era sposata con un medico e si era spostata a Acqui dove morirà nel 2002. I due giovani maschi erano sportivi, e di larghe vedute. Carletto era altissimo, atletico: nuotatore, pallanuotista della Mameli degli anni Trenta. Assieme a Luigi Fabiano fu chiamato a inaugurare la piscina comunale di Acqui. Allievo del grande Davide Baiardo, a Fiume durante il militare, nel 1931, formò la prima squadra di pallanuoto di quel territorio allora italiano. Pippo era calciatore e atleta, vinse fra l’altro, un campionato ligure di salto in lungo ed era istruttore della squadra di pallacanestro nell’ambito della Mameli.

 

Con le guerre del Duce, Carletto dovette partire per l’Africa nel 1936 e per lunghi anni non si seppe più dove fosse, dove si trovasse, se ancora fosse vivo o meno. Quando non ci si sperava ormai più, eccolo apparire nel 1943, giusto in tempo per vedere distruggere il suo negozio da una bomba di un aereo inglese. Pippo muore nel 1994, Maria Elvira muore nel 1995, Carletto muore nel 2000. Maria G. muore nel 2002. La specialità dei Javé era la focaccia del mattino. Ho sentito parlare Pippo in questi termini: “ La devi fare lievitare un tantino poi, con le dita fai diversi fossi che riempi di acqua in modo ché, essendosi assottigliata  la materia in quel punto il calore non la bruci. Tolta dal forno, le nicchie si riempiranno di olio crudo che con il calore verrà assorbito amalgamandosi con la pasta “. Qualche accorgimento dovrebbe averlo lasciato nei cassetti della memoria in quanto, focaccia buona come la sua, nessuno riesce a farla, sembra irripetibile. Né era secondo a nessuno in fatto di dolci, paste e canestrelli e perché no? Nei cubelletti o Gobbelletti dal coperchio leggermente ingobbato, appunto.

 

Tipica specialità voltrese, una piccola vaschetta di pasta frolla riempita di marmellata di albicocche di Valleggia (SV), chiusa da un coperchio di crosta di pasta dura, il tutto cosparso di zucchero vanigliato. Non vorrei dimenticare qualche cosa, come il classico pandolce voltrese con lo sibibo, l’uvetta e i canditi, ad esempio. Se la memoria non mi tradisce mi sembra che fosse contrario ad inserirvi le scorze di arancio candite, ma non vorrei sbagliarmi. Oggi il suo erede principale capace di reggere il confronto a distanza, è Angelo Priano della premiata pasticceria di Via Camozzini. Angelo lo supera solo come filantropo. Scimunin Dagnino detto Ricìa, però, non era da meno in questa difficile attività. Questo  discorso, con questo forno dei Cavalli-Caviglia, ha fatto saltare fuori il nome leggendario del Buga. Quest’artista della focaccia era coetaneo di Savino Cavalli detto Javé ed era suo temutissimo rivale. E della Boragin’a non dobbiamo far cenno? E di Mafalda e le altre? Voltri era piena di questi artisti di pane, farinata e naturalmente, focaccia a tutti i modi, con cipolla anche. La passione sportiva non aveva mai abbandonato Pippo, una sua particolarità nel campo era quella di Talent Scout. Ricordo che avendo fiducia in un giovane calciatore di Voltri, Pippo, lo accompagnò in giro per fare delle prove a Carrara e a Legnano. Un suo nipote militò nelle riserve della Juventus a Torino. I suoi dipendenti erano due calciatori ben noti, Geanesi  (noto come Giannési) e Calcagno (noto come Sole). La moglie di Sole era la commessa del negozio. I due giovani, Carlo e Giuseppe, erano molto corteggiati dalle ragazze del quartiere in quanto di bell’aspetto, sportivi e benestanti. Essendo molto amico della mia famiglia, sapendo della mia passione per lo scrivere storicamente, negli ultimi suoi anni, Pippo, decise di proclamarmi suo biografo, mi aprì lo scrigno dei suoi ricordi più segreti  perché non andassero perduti : vedremo il da farsi… forse . Per ora posso solo dire che i due fratelli, in gioventù erano molto ricercati dalle ragazze. Una cosa che fa onore alla famiglia Cavalli è un racconto che mi ha lasciato Pippo Bazzurro marito della Dagnino (Ricìa). A proposito del Ricìa, grande focacciaro, prima di prendere il negozio attualmente occupato da Priano Angelo, era ubicato di fronte all’ospedale S. Carlo dove poi fu trasformato da Esposito in cappelleria. Ritornando a Pippo Bazzurro: “  Durante il fascismo degli anni Trenta, la mia famiglia era invisa al fascismo in quanto anarchici e poi, marxisti-leninisti. Viaggiavamo nella fame e nella disoccupazione. La nostra casa era ubicata nell’attuale Via D’Albertis vicino al ponte della ferrovia dove spesso venivamo visitati dai fascisti di allora, tipo quel Sechi che una volta, da “Firmin” sputò in faccia a mio padre. Ebbene, non raramente la mamma Cavalli faceva un bel pacco di pane e focaccia, la consegnava a Geanesi, suo garzone e questi, dato che tutti i mezzogiorni passava di lì per recarsi ai Camilli, la depositava non visto sulla finestra, dalla quale mia madre subitaneamente la ritirava facendola sua “. Durante i suoi ultimi anni, Pippo, si confidava sempre più con me tanto che arrivò a dirmi: “ Ho 200 milioni di Lire in banca che non so cosa farne a chi potrei lasciarli? “.  Di passaggio abbiamo parlato del “buga” fornaio dove ora in Via San Ambrogio esiste un pollivendolo. Egli negli anni Trenta, il giorno della corsa Milano-Sanremo sfornava un pane di forma strana e metteva il cartello con scritto: oggi vendiamo il pane di Guerra essendo lui tifoso del campione di ciclismo Learco Guerra. In Via Chiaramone, 27, invece, il fornaio “Barrucca” Graffigna, metteva un cartello con su scritto: oggi abbiamo le tette delle donne. Una semisfera molto liscia color carne con al posto del capezzolo un chicco di uva secca. Ne vendeva moltissime, anche se l’igiene lasciava a desiderare perché affilava i coltelli sugli scalini del negozio bagnandoli non con acqua come si dovrebbe ma, con sputo della sua bocca. Buga era di carattere impossibile a dir poco. Passando un noto fascista in divisa per recarsi a una delle tante parate, gli disse di darsi meno arie e che Guerra sta avvicinandosi a Sanremo, col doppio senso ciclistico e bellico. Il giorno dopo dovette presentarsi alla Casa del Fascio per bere un bel bicchiere di olio di ricino, motivandogli il senso allarmistico della frase.         

                                                                                             Andrea Boccone                                                                                                                 

 

 

Il pirata castigato.

 

Un nostro Leone, capitano della nave “Leonia”, si trova nei guai perché, trovandosi mesi orsono nel Mar Nero, mentre proveniva dalla colonia genovese di Caffa in Crimea, vide una ricca nave e l’assalì, prendendola di sorpresa con una immediatezza che denotava una lunga esperienza in tale campo piratesco.

Ma questa volta scelse male la preda e ne pagò il fio. Dopo aver derubato la nave si prese anche il capitano per chiedere il riscatto. - Sappiate che io mi chiamo Bartolomeo Sellers di Catalogna- Bene, più importante siete e più alta sarà la richiesta che farò alla vostra nobile famiglia-Vi pentirete amaramente, la pagherete cara questa vostra azione infame.

Entriamo in materia con il documento numero CCCCLXXIV (Libri soc. Lig. Di Storia Patria) del -- 13 gennaio 1460 quando il papa Pio II, invia una lettera al Consiglio degli Anziani di Genova.

“ Diletti figli vi saluto e apostolicamente vi benedico. Come vi ho già descritto a più riprese ho chiesto un super negozio per sopperire al mio diletto figlio Bartolomeo Celles (Sellers), familiare raccomandato, nipote di Calisto III, nostro predecessore, per la ricuperazione pecuniaria da addebitare al Jacobo de Leone armatore, figlio di Gerolamo, per la cattura indebita della nave e del Sellers stesso a scopo rapina per riscatto. Invio per gli accordi, presso di Voi un Nostro cardinale “.

Neanche il tempo di riunirsi da parte dei governatori che 5 giorni dopo arriva la lettera del Cardinale Rodrigo Borgia, in cui domanda la restituzione del mal tolto al Bartolomeo Sellers, nunzio di Calisto III, suo zio; e notifica la missione di Bernabò de Santi a Genova per trattare il negozio.

L’8 febbraio 1460 viene delegato al dottore Andrea Benigassi e al nobile Bartolomeo Doria il giudizio della vertenza sulla cattura fatta da Girolamo Leone delle robe ed altri effetti di proprietà del Sellers. Decidono che Gerolamo Leone faccia da fideiussore al figlio Jacobum de Leone. Si sentenzia: Liberare Sellers, consegnare la nave, consegnare il mal tolto, mettere la nave Leonia a disposizione del papa per la crociata contro il turco.

Il 15 febbraio 1460, altro processo si apre per i Leone. Il Governo di Genova approva la sentenza colla quale essi furono condannati a indennizzare Teodoro Salvadori, dell’isola di Creta, dei danni recatigli dal capitano Gerolamo Leone. Il Gerolamo aveva aperto un Banco nell’isola, del tutto  indipendente dal Banco di San Giorgio, “lucrando tantissimu”.

Dopo queste condanne, per salvarsi, Gerolamo dovette agli ufficiali consiglieri di Stato, accettare l’istanza del Papa di concorrere all’impresa contro il Turco, insieme ad Altri capitani, altri Pricipi di altre repubbliche cristiane, organizzati dal vescovo di Aiaccio, Deodato Boccone.

Maometto non era per niente preoccupato degli apprestamenti militari che giva facendo Pio II e il vescovo. Egli continuava a chiedere tributi sempre più alti alla città di Caffa, pena l’assalto e l’occupazione della colonia che avvenne negli anni successivi ma, per tutto l’anno 1460 si ebbe una pace provvisoria. I consoli emeriti Tommaso Domoculta, Antonio Lercari e Damiano Leone al loro rientro a Genova, portarono queste notizie confortanti. Gerolamo, dopo aver pagato i suoi debiti, continuò i suoi traffici non sempre puliti, in attesa della crociata che non ebbe mai seguito.

 

                                                                                                               Andrea Boccone   

 

------ anno 2010 --------------- 

 

 

Precisazione storica sul Balilla di Portoria .

 

Nel 1748 alla fine della guerra vittoriosa contro gli invasori piemontesi e austriaci, il Governo della Repubblica di Genova, cercò di riprendersi il potere che gli era sfuggito di mano, causa l’insurrezione popolare che aveva scacciato spontaneamente il nemico dalla città. Tutti gli atti di eroismo compiuti dalla parte popolare vennero cancellati.

In seguito il povero Balilla eroe di Portoria del dicembre 1746, è stato usato per propaganda a seconda  del momento politico emergente. Il primo fu Mazzini nel 1846 che, scadendo il centenario del fatto, lo elevò come simbolo di resistenza all’invasore austriaco omettendo che essi erano, allora, alleati con i piemontesi. Nella rivolta genovese del 1849 i piemontesi lo vilipesero e distrussero il quartiere di Portoria con un nutrito bombardamento. I bersaglieri scatenati cercavano la statua in marmo per distruggerla:” Dov’è, dov’è Balilla? “ gridavano; ma il popolo l’aveva già messa al sicuro. Il regime fascista nel 1924 lo adottò come simbolo della gioventù, quando cadde il fascismo nel 1943, fu messo nel dimenticatoio e, se non fosse stato per certi intellettuali di sinistra, il volgo, paradossalmente, avrebbe addirittura distrutto la statua che lo ricorda nel suo quartiere. Nel 1945 l’insurrezione di aprile aveva molto di simile da quella di duecento anni prima ma, il Balilla, compromesso, inconsapevolmente, con il fascismo, non fu “riesumato” e preso a simbolo, come avrebbe meritato ma, fu ulteriormente e ingiustamente dimenticato. Oggi la tanto pericolante statua giace al sicuro in qualche magazzino di museo e il Comune l’ha sostituita con un’altra più grande e di bronzo anziché in marmo. Nino Ronco lo ha ricordato egregiamente nel libro “Balilla e il suo tempo”. Siamo in attesa di una nuova strumentalizzazione: chi sarà il prossimo partito a “usarlo”?  

 

 

 

L’artista ritrovato.

 

Gianluca Zanelli alla soprintendenza per i beni storici di Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, dopo aver ricevuto il libro delle Voltritudini, Artisti Voltresi, si meraviglia che manca il Nattino. Metto al corrente di ciò Angelo Nesta che consulta i registri dei battesimi e gli risulta quanto segue.

Venti maggio 1757, nasce Opizio Amos Nattini di Andrea fu Alberto e di Dodero Pasqualina.

 Furon padrini Caviglia Giuseppe e Nattini Angela Maria, segue firma del parroco di S. Ambrogio, Porta Gio Batta.

Naturalmente il successo della ricerca mi mette le ali ai piedi, mi informo con Zanelli, mi consegna un volume “Paolo Francesco Spinola un aristocratico tra Rivoluzione e Restaurazione” a cura di, Graziano Ruffini, Farida Simonetti, Gianluca Zanelli, edizione SAGEP.

Leggiamo Federico Alizeri che riporta pochi episodi comunque significativi: “Nato a Voltri, il pittore, dopo gli anni giovanili “fra sollazzi in paese”, venne accettato dall’Accademia Ligustica di belle Arti di Genova nel 1796 (trentanovenne); compì in seguito un viaggio a Roma insieme al suo maestro, Angelo Giacinto Banchero, che però, a detta di Alizeri, scrisse al fratello che lo alleggerisse di un peso che le sue spalle non sopportavano più a lungo.

Sempre Alizeri segnala un dipinto di Amos raffigurante i Santi Sebastiano e Isidoro probabilmente destinato alla chiesa di S. Ambrogio di Voltri ma a cui “hanno” negato di entrare, confinandolo nel vicino Oratorio sparito poi, nei bombardamenti del 1944.

Nattini fu tra gli accademici che nel 1800, risposero positivamente all’appello dell’ Accademia di insegnare gratuitamente, essendo essa in gravi condizioni finanziarie. Un gesto che procurò a lui e a Bartolomeo Carrea, un incremento di notorietà in senso positivo.  

Nattini preparava i disegni per i grandi incisori come il Longhi di Milano, e risulta implicato nella commissione di almeno 3 incisioni: Il Trionfo di Scipione, Giove che fulmina i Giganti, Il Corteo di Lucio Emilio Paolo. Nel disegnare gli affreschi di Palazzo Doria e farli tradurre dal Longhi in piastre di rame incise, si nascondeva il desiderio di offrirle a Napoleone come allegorie dell’Impero, senza altro proposito di ottenere dei favori. Pure sempre coinvolto nell’Accademia Ligustica e nella divulgazione di disegni tradotti dagli affreschi di Palazzo Doria, sembra si sia spostato in seguito a Milano per essere vicino al Longhi, il grande incisore. Muore infatti a Milano ma non sappiamo quando. Veniamo a sapere, fra l’altre cose, che questo nostro artista è l’antenato del grande pittore Amos Nattini, nato nel 1892. Buon sangue non mente e le radici voltresi continuano a darci frutti insperati. Da parte delle Voltritudini ci scusiamo con i lettori per questa manchevolezza, con la promessa di inserirla in una prossima ristampa, fra i suoi contemporanei, Giuseppe Canepa, Claudio Monteverde, Emanuele Muzio.

 

                                                                                                        Andrea Boccone  

 

 

Voltri, banda musicale e bersaglieri .

 

Domenica 22 giugno 2008 si è festeggiato a Voltri sia l’istituzione del corpo dei bersaglieri (giugno 1836) sia la fondazione della banda musicale di Voltri (giugno 1838). Alle ore 10 circa, il corteo si è mosso dal quartiere Angeli è sceso a suon di musica sull’Aurelia e giunto nei pressi del ponte sul Leira i veterani si sono messi di corsa con le loro “pancette” traballanti e hanno raggiunto la chiesa di S.Erasmo per assistere alla Santa messa officiata dall’arciprete parroco Don Canepa Zaccaria. La limpida mattinata ha contribuito non poco al successo della bella manifestazione. Come spesso accade, i bersaglieri, con i loro gagliardetti colmi di medaglie e le loro bandiere tricolori, hanno suscitato l’entusiasmo dei passanti che, come al solito sono stati presi di sorpresa, dato la poca  pubblicità data all’avvenimento. Finita la messa, solito rinfresco nei giardinetti con la tradizionale focaccia di Voltri offerta dai panettieri locali. La cittadinanza ha fraternizzato a lungo con i veterani in divisa e la maggior parte di essa non si rendeva conto di essere, in quel momento, il tramite di una “riconciliazione” fra le due gloriose istituzioni: attori per caso inconsapevolmente trovatisi a recitare una parte importante, storica. Voltri esistono molti “patiti” di Storia e a questi sono stati posti dei quesiti, specie dai giovani studenti che chiedevano:”Ma com’è che i filarmonici voltresi nelle prime foto vestono con la divisa dei bersaglieri e nelle successive no?”. Ecco la risposta pronta:”Il feeling fu interrotto nell’aprile 1849 (rivolta di Genova) allorché ai bersaglieri e ai carabinieri regi piemontesi furono loro concessi tre giorni di saccheggio nei quartieri di Genova e, neanche fu risparmiato da furti, violenze e stupri il territorio di Voltri specie a Fiorino dove i paesani reagirono in difesa della loro chiesa... si narra di due bersaglieri evirati e...festa per i gatti!”. Ora, fortunatamente i tempi sono mutati, e i bersaglieri al pari degli alpini vengono accolti con entusiasmo anche da queste parti; per non parlare della familiarità con la quale sono trattati i carabinieri della stazione locale e cioè, ottimamente. La Storia vuole la sua parte anche per la banda voltrese. “Il 30 luglio 1876 Via S.Lorenzo era, di primo mattino, tutto un mare di bandiere. La banda della Filarmonica voltrese non smetteva di rivolgersi ai Fratelli d’Italia con sulla testa l’elmo di Scipio. I cittadini avevano coccarde rosse sulla giacca...i voltresi continuavano a suonare anche quando Giosuè Carducci, fra il plauso generale, scopriva una lapide sul muro della casa di Goffredo Mameli e continuarono in sordina, con tonalità più pacate, anche quando la bella, baritonale voce del vate inanellò un commovente discorso commemorativo sulle gesta del poeta combattente”. Anche questo aneddoto storico ci voleva per compensare l’altro. Banda e bersaglieri un buon connubio, una bella, simpatica manifestazione che molti voltresi vorrebbero si ripetesse anche il prossimo anno. E’ un appello che lanciamo da “Il Giornale”. Arrivederci, bersaglieri.

                                                                                                                Andrea Boccone     

 

 

 

 

L’AVIS di Voltri ha una nuova sede.

 

Ormai gli avvenimenti voltresi si susseguono uno dopo l’altro con ritmo incessante, così da non poterli seguire tutti con l’attenzione dovuta, infatti,  sabato 26 settembre (quasi ci sfuggiva) è stata inaugurata la nuova sala prelievi  AVIS intitolata al donatore Bruzzone Luigi.

La sezione AVIS di Voltri nasce nel mese di aprile del  1952 per nobile iniziativa dei volontari:

Boccone Bernardo, Bonfante Domenico, Calvi Carlo, Canepa Mario, Grondona Giuseppe, Molinari Giuseppe, Parodi Pietro, Piccardo G.B., Raviola Primo, Rosini Lido, Rosso Giuseppe, Russel Armando,

La prima sede è stata la baracca n. 30 sul litorale  antistante piazza Villa Giusti.

La nostra seconda sede  si trovava in vico delle Scale nel locale gentilmente concesso dal sig. Bressanello Antonio.

Dal 1970 in vico Limisso,  con concessione del Demanio Marittimo, tranne un periodo in via Santuario Delle Grazie ed in Comune a Voltri dovuti ai lavori di ristrutturazione dei capannoni ex cantieri Cerusa.

Sino al 1988 ne era responsabile il sig. Russel Armando ed in seguito sino ai giorni nostri Bozzano Bartolomeo coadiuvato dai sig. Colli Guido e Bruzzone Luigi.

L’attività della sezione è stata quella di propagandare il dono del sangue tra la popolazione ed nelle scuole del circondario.

Nel 2009 per venire incontro alle esigenze dei donatori come supporto ai centri trasfusionali del ponente si è deciso di ristrutturare la sede trasformandola in un centro di raccolta fisso nel quale con il nostro personale qualificato effettuiamo la raccolta di sangue, mentre la nuova struttura  sarà messo a disposizione del personale del SIT di Voltri e Sampierdarena per l’effettuazione delle aferesi nei giorni di Sabato e Domenica.

Le date delle raccolte verranno rese note attraverso l’affissione delle locandine negli spazi accordatici dal Municipio VII Ponente.

Come si usa di solito per queste nobili iniziative, Voltri si sveglia filantropa e generosamente alcuni cittadini vogliono mettersi in bella evidenza nel porgere ed è nostro dovere citarli; ecco chi sono in ordine di valore di intervento finanziario.

La Generali Pompe Funebri; Asef pompe Funebri; Pizzeria Diana; Salterini Elio; Giuliano Distributore Agip Corso Europa; Bar Fuorirotta, Oreficeria Baroni, Carpenteria Arpa; Pizzeria Gerry. Inoltre sono stati chiesti alla Banca Popolare di Novara 5000 Euro, speriamo che la richiesta venga accolta favorevolmente.

La sede bella e spazio ha le finestre che guardano su Piazza Odicini, superata la quale, ci si trova proprio davanti all’ingresso della Coproma, futura struttura Sociosanitaria. Segnaliamo questo fatto in quanto ci sembra confortante avere così vicine una all’altra due entità di questo tipo e di queste specializzazioni così necessarie alla popolazione. La nostra speranza è che questo sogno diventi realtà: si dia di piglio quindi alla ristrutturazione della Coproma, prima che diventi irrecuperabile.

 

                                                                                                             Andrea Boccone

Voltri e il Beach Volley.

Esistono sulla spiaggia di S. Ambrogio, alla distanza di 200 metri uno dall’altro due campi per il Beach Volley, uno dell’A.S.D. San Ambrogio, l’altro della “entertainment” Otri Beach. Domenica 7 giugno 2009 si è concluso un lungo torneo di questo sport (2x2) a cui hanno messo la loro firma nomi prestigiosi di atleti provenienti dal basso Piemonte, dalle due Riviere e dal genovesato (serie A2 e B1) tra i quali spicca la ben nota coppia Barbareschi-Rolando. L’idea di fare il campo venne al signor Erasmo di Otri Beach come appendice al suo noto stabilimento balneare, con due scopi principali, il primo per arginare eventuali avanzate territoriali di altre attività con intenzioni industriali, il secondo di offrire ai suoi clienti un diversivo in più. Su questa scia luminosa, con l’ intenzione di offrire un campo per sfogare l’adrenalina dei giocatori di pallone (fastidiosi per i bagnanti) frequentatori abituali della spiaggia, i Pescatori Dilettanti di San Ambrogio, con enormi sacrifici finanziari dei loro soci, arrivarono alla stessa conclusione e, non paghi di ciò, costruirono anche un campo per il gioco delle bocce. Certamente, occorre dire che non è stato facile per i dirigenti Porcù e Porro convincere i nostri amministratori a promuovere tali iniziative, per cui chiedono a chi scrive, di rivolgere un cordiale saluto di ringraziamento ai tre Assessori del Municipio VII° Ponente e al loro Presidente senza l’aiuto dei quali, questa bella giornata sportiva non avrebbe avuto luogo. I due campi sportivi però, avrebbero bisogno di allargare verso il mare il posteggio per le auto e ciò è possibile solo a patto di difenderlo dai flutti con una adeguata difesa di scogli; fatto ciò, si raggiungerebbero livelli californiani non male se si considera che, ne usufruirebbe anche il campo di calcio e l’associazione surf Tramontana. Il grande successo ottenuto dalla manifestazione è stato tale da far trascurare il fatto agonistico che, però c’è stato e reclama i suoi diritti perciò ecco la graduatoria: Vittoria di Simeon-Spinelli seguiti da Giglioli-Baldasino e a pari merito Diolaiuti-Cardon e Barbareschi-Rolando. Dopo la premiazione i dirigenti hanno fatto auspici per il futuro e, sponsor permettendo, hanno deciso di aggiungere un torneo femminile alla manifestazione del prossimo anno, nel 2010. Facendo una panoramica del litorale di Gatega ci si rende conto che su duecento metri di spiaggia esistono: una campo di calcio, uno di calcetto, due di Beach Volley, un’area per il surf: non male davvero. Superato il torrente Leira, che va liberato da un residuo tubolare ingombrante e pericoloso, si incontra il primo inconveniente. Il molo di S.Erasmo è diventato inutile in quanto più non sporge in avanti a fare da baluardo contro le onde, quindi va allungato. Come? Le ultime mareggiate hanno scoperto dei grossi massi appartenenti al vecchio molo, usiamoli a quello scopo trasportandoli di soli 15 metri più a Levante liberando la spiaggia per i bagnanti pendolari i quali, sempre più numerosi auspicano che la Mameli apra il tanto promesso gazebo per bibite e gelati perché, ritorno a scriverlo, un solo bar per una passeggiata così lunga e frequentata non è sufficiente al fabbisogno. I bagnanti però, dicono in Municipio, non devono lasciare le bottiglie e le scatolette sulla spiaggia, in quanto al “barbecue” sappiano che è proibito. La parola d’ordine è civiltà e vale anche per i magrebrini e simili. Per quanto riguarda la scogliera di protezione, della quale se ne parla a lungo qui sopra, a marzo 2010 è stata finalmente realizzata; si tratta di un’opera veramente grandiosa e dispendiosa da parte del Demanio, ora dobbiamo esserne degni e sfruttarla nel migliore dei modi.                                                                                                                         

 

                                                                                                                                 Andrea Boccone

 

Immacolata a Voltri .

 

Una mattina degli ultimi anni Ottanta il parroco di allora Mons. Natale Traversa si accorse che la statua della Immacolata Maria era stata spogliata di tutti gli ori che l’adornavano; fu quello un duro colpo per la chiesa di S.Ambrogio ma, le pie donne di Gatega, poco alla volta, sopperirono al danno, sacrificando qualcosa dei loro preziosi per il collo della Madonna e, per la nuca ove misero una corona di stelle. Domenica 8 luglio, se il tempo permetterà, ci sarà il solito giro in barca dal rio S.Giuliano a Crevari Molino quindi  ritorno sulla spiaggia di Gatega con il solito sfarzo, con la solita marea di devoti e non devoti, affratellati come non mai nel Suo nome. Mare permettendo la sua entrata in mare sarà salutata dalle pilotine dei Vigili del Fuoco con sirene e getti d’acqua altissimi. Sarà circondata dalle vele del Circolo Nautico che la scorteranno per tutto il tragitto. Sull’ammiraglia, motorizzata, saliranno forse, oltre al vescovo Angelo Bagnasco, il Parroco, l’arciprete Zaccaria Canepa. Due bande musicali l’accompagneranno in processione e nelle pause fra una marcia e l’altra... canti di verginelle in abito bianco. Non saranno da meno in fatti di “timpani” le campane azionate dallo specialista Lorenzo cav. Canepa, dalla sua tradizionale posizione nel punto più alto del campanile. “Scenderà, la Vergine, poi dalla barca per passarci accanto e donarci la sua  materna carezza, farci sentire tutto il suo affetto e sussurrarci all’orecchio: tu mi appartieni, figlio mio. Ti voglio sempre con me perché mi sei caro” queste sono parole del parroco di S.Ambrogio, chiesa dell’antico borgo di Gatega. Spalle di robusti pescatori nel tradizionale costume (maglia a strisce e basco con fiocco rosso in testa) la riporteranno in chiesa procedendo col moto dei gamberi, dieci metri in avanti, otto metri indietro e così via, tutto a suon di musica. Entrata che sarà finalmente la Madonna nella sua chiesa, i sacerdoti termineranno la loro funzione e lasceranno il campo al folclore. Tornando dalla chiesa in Piazza Lerda tutta illuminata, si potranno apprezzare, fra il sacro e il profano, le esibizioni dei numerosi Cristezzanti (portatori di crocifissi artistici) che converranno d’ogni parte della provincia per onorare l’evento. Chiusura della serata con fuochi d’artificio, boati, cannonate, esplosioni, mitraglie colorate... mai così variopinti, mai così belli. Concludiamo con i bambini, i soliti bambini di tutte le feste con le loro collane di dolciumi, con la bocca incollata dallo zucchero filato, con il vestito della festa, abbronzati dal sole di mezza estate, preso sulla spiaggia irrinunciabile, quella spiaggia che ha resistito alle spallate di Gallante e di Maggi, al Consiglio di Circoscrizione di allora, alle “muse asservite” dei media , a tutti quei “figli di un container” che volevano diventasse una discarica e a tutto ciò che la Madonna ha detto NO per sempre! La festa terminerà con questi soliti bambini quelli che senza di loro si fermerà il Mondo, che daranno l’arrivederci alla stessa festività del prossimo anno.

                                                                             

    Andrea Boccone                                                                                                

La Civica Biblioteca antica di Voltri.

 

La Civica Biblioteca di Voltri che ripristinata dopo molti anni, ha preso il nome di Rosanna Benzi, ha radici nel XIX secolo esattamente al 1° luglio 1846.

Aveva sede negli stabili del Conte Giustiniani che Antonietta Benvenuto subaffittò al Comune al canone di Lire 112,50. Il primato di aver avuto la prima biblioteca popolare, anticipando di quindici anni quella di Prato in Toscana, ci deve riempire di orgoglio. Il 19 luglio 1846 un esercente ricchissimo di Voltri versava in donazione L. 2000. Si trattava di certo Ambrogio Grillo, multi proprietario terriero e industriale che, per la sua magnanimità nel 1851, sarà eletto Sindaco del nostro Comune. Il Sindaco di allora, forse un Lomellini D’Aragona, non voleva dare tanta pubblicità alla donazione grillesca in quanto, i due “maneggiarono” per fare in modo che, la defunta consorte del Grillo venisse sepolta al Santuario di Acquasanta. Con queste premesse prese il via ufficiale, con un dispaccio delle Regia Segreteria di Stato per gli affari Interni che consigliava di demandare l’Istituzione della Biblioteca ad una società che si occupasse, sia della manutenzione, sia dell’acquisto di nuovi libri, sia l’abbonamento  ai giornali principali nonché al riscaldamento, alla illuminazione; seguono nell’elenco: carta, penne, matite, inchiostro.

Il Sindaco accondiscese ai Consigli dell’Intendente Generale mandando all’approvazione nel 1847, lo stabilire una società avente per scopo la fondazione di una pubblica libreria e l’apertura di pubblici incanti per la provvista di scaffali.

L’8 febbraio 1848 la Giunta entra in crisi con l’intendente di finanza per aver pagato tramite Don Antonio Drago, Direttore delle Civiche Scuole versando a saldo L. 112,50 alla Antonietta Benvenuto. “ Quello non era il modo giusto di agire, dovevamo essere informati, chiederò spiegazioni a questa pubblica amministrazione la quale, mi sembra, non si è ancora adeguata all’apparato burocratico piemontese che non è di facile assimilazione. La vostra condotta paternalistica deve finire... “, così parlò l’intendente. Superato l’intoppo, sempre con i soldi di Grillo si fanno acquisti in libri per un importo di L. 1775, promotori l’Avv. Alessandro Bruzzo, dal Prof. Rebuffo dell’Università e da altri firmatari illeggibili sul documento di acquisto.

Il Sindaco dota la Biblioteca della “Descrizione di Genova e del Genovesato” pubblicata dal Comune di Genova in occasione dell’ VIII congresso degli scienziati del 1846. Dopo questi fatti esaltanti segue un periodo precario sia per le scuole voltresi che per la “Libreria Pubblica” per cui, Ambrogio Grillo e Antonio Cattaneo, decidono di rinnovare l’organico nominando bibliotecario il giovane prete Gio Batta Patrone che dispone di metterla a disposizione solo per gli scolari e fornirla; era il 1850 e Patrone terrà la carica per 50 anni. Il 27 novembre 1858 il Consiglio Municipale delibera un versamento di L.60 per l’acquisto della “Storia dei Papi”. Nel 1890 circa, troviamo la sede della biblioteca nei locali dell’Opera Pia Educandato di S. Antonio, siti in Via Brignole De Ferrari. Dall’inventario del 1893 risultavano ben 1343 i volumi presenti mentre, nel 1900 erano calcolati 1567, di cui 362, di indole facilmente individuabile, provenivano dal convento di S.Anna. Nel 1903 l’Assessore alla Pubblica Istruzione incrementa il numero dei volumi con 22 volumi e 5 fascicoli della “Storia Universale dell’Oncken. Nel 1904 vengono impegnate L.100 per acquisto e rilegatura di libri. Nel 1909, necessitando il Comune di altre aule per le scuole femminili, la Biblioteca dovette sgombrare e trasferirsi, in Via Frascheri alle Catene in locali degli eredi di Antonio Gambino, al canone di L. 200 annue. Quì vi rimase fino al 1912 poi, passò al Palazzo Comunale, in consegna al Commissario Prefettizio Roberto Nicolotti, passata all’Assessore Anziano Angelo Patrone dal Sindaco Agostino Tubino.  Nel 1913 si acquistano 2 volumi della Storia della Repubblica di Genova del Donaver. Nel 1914 passa sotto le cure del nuovo Sindaco avv. Silvio Traverso. Un fatto è certo che, una pace stabile non l’ha mai goduta infatti, nel 1915 viene chiusa per fare posto a dei magazzini annonari, aperti per il periodo bellico. La sua nuova sede era la scuola elementare maschile alle cure del direttore scolastico Palol Gitto, successo da 10 anni al prete Patrone. Nel 1926 Voltri viene conglobata nella Grande Genova e si teme che anch’essa (la libreria) venga conglobata. Chi temeva, ne aveva ben donde in quanto, il 30 aprile 1928, il Podestà della Grande Genova, Broccardi, parla di:” Rendesi necessario sistemare in organica unità tutte le Biblioteche degli ex 19 comuni conglobati “. Nel 1929 il Broccardi comunicava al Soprintendente Bibliografico per il Piemonte e la Liguria che si stava procedendo al riordinamento delle librerie comunali e lo ribadiva nel 1932 al Ministero della Pubblica Istruzione inoltrando le statistiche che gli erano state richieste.            

 

I VINI DEL CAPITANO DI VOLTRI.

 

Nel Cinquecento dalla Podesteria si Passò al Capitanato, Voltri era uno dei tre capitanati con Polcevera e Bisagno. Il capitano di Voltri era il governatore di un territorio che sulla costa partiva da Cogoleto e arrivava fino al torrente Polcevera, egli non veniva eletto dal popolo ma dai Governatori di Genova Centro e, sempre scelto fra i nobili, entrava in carica ogni anno a maggio. Nello stesso mese veniva eletto il Bargello, lo scrivano e il vice scrivano. Al suo arrivo gli veniva preparato l’appartamento con tanto di servitù. I ricchi mercanti di Voltri facevano a gara per entrare a fare parte della sua “corte”. Fra questi ricchi maneggioni vi era chi lo forniva di legna da ardere, primizie di orto, preziose spezie, fiori per la moglie e vini, soprattutto, vini! Questi erano crudi o cotti, nazionali o forestieri. Fra i nostrani godevano estimazione quelli di Coronata, della Costa di Rivarolo Ligure e di Noli. Gustosissimo e apprezzato era anche quello di Quarto al mare. I moscatelli di Taggia non avevano nulla da invidiare alle malvasie dell’isola di Candia. Nel 1601, il capitano Jeronimo Compiano volle festeggiare la Pasqua con un pavone farcito e per bevanda nobile, scelse l’acquavite russa. A proposito della quale, il mercante Versano scrisse:”adagio a chiamarla russa, la distillazione del grano  fu scoperta dagli arabi; e da un arabo di Maiorca ebbe ad apprenderla Raimondo Lullo nel 1290. I genovesi copiarono la ricetta e la misero in commercio, cominciando la produzione a tutto campo. I russi l’appresero dai genovesi stabiliti in Crimea, a Caffa; verso la fine del XIV secolo”. Il liquore che aveva avuto tanto successo fu chiamato Aqua vitae.

Paris Fieschi, capitano di Voltri nel 1607 raccomandava possibilmente che gli recassero solo vini del Levante ligure come lo spiritoso Trebbiano di Val di Magra; ma soprattutto teneva in onore quelli delle Cinque Terre, come la vernaccia ricordata da Dante e Petrarca.

Insomma il capitano non se la passava male in fatto di vini ma, neanche il Bargello e i suoi “famegli” o guardie venivano trascurati, certo si accontentavano di quel che passavano loro gli osti, gratis naturalmente, e nel caso si trattava di vino bianco della collina di San Benedetto posta fra Prà e Voltri, oppure per il “rosso” francese. Il popolo non era da meno, non rinunciava mai a qualche bicchiere di vino rosso “monferino” oppure per il bianco di Arenzano.    

 

 

Mostra di Profumo al Tunnel di Voltri, al 18 luglio 2010, ore 17.

 

Recentemente scomparso Francesco Profumo, classe 1920, pittore della migliore tradizione ligure, è ben meritevole di questa grande mostra, voluta, organizzata, promossa dalla nipote Rosalina Bozzo, titolare della nota agenzia immobiliare Traverso, figlia della sorella del pittore. Non è stato punto facile scegliere fra le centinaia di quadri suoi, i 40 più rappresentativi per appenderli alle pareti del Tunnel, qui, proprio qui dove il suo cuore semplice, scandiva i battiti dell’infanzia spensierata poi rovinata dalla guerra. Rosalina ha evitato di esporre articoli di giornalisti che volevano strumentalizzarlo, a seconda della moda, come “pittore maledetto” senza patria e senza Dio, exploit di muse asservite alla politica di quei momenti topici della guerra fredda. “Nessuna faziosità, mio zio era un uomo semplice, amava la Patria a suo modo avendo sacrificato la salute per essa e anche se a qualcuno può non piacere, era religioso”, così la nipote. Quindi a noi piace presentarlo come un uomo semplice, come tutti coloro che la domenica, armati di tele e colori, si spostano con ogni mezzo per tutti i paesi che allestiscono gare “estemporanee” di pittura, aspettando la premiazione e ritornando a casa più o meno delusi, ma pronti a ricominciare. È stata una bella mostra quella che si inaugurerà il 18 luglio 2010, a cui hanno partecipato in primis i pittori Torretta e Patrone e naturalmente chi scrive. Sarà presente e parlerà l’Assessore alla Cultura, Antonio Marani, di fronte a numerosi cittadini del quartiere Gatega! Il rinfresco con focaccia di Angelo Priano, con i “cubeletti Voltri 1802”, non potrà di certo mancare per una occasione così importante. Gli organizzatori tempestivi oltre misura, hanno trasformato la recente scomparsa di Cecco, in un ricordo duraturo per cui, anche il valore, seppur veniale, delle sue opere aumenterà in proporzione.

 

                                                                                                                      Andrea Boccone   

  

 

     

 

Ricorsi storici.

 

Noi voltresi abbiamo sempre subito le angherie di Genova città madre. Il Doge Lodovico Campo fregoso, nel 1462, con due trireme, di notte tempo, arriva a Voltri e, calate le ciurme, al chiarore di torce fa sradicare le viti e le altre piante in un tratto di terreno capace di ospitare un grande edificio; vi innalza il segno della Redenzione da un lato ed una cinta dall’altro, destina il fondo, malgrado la contrarietà della popolazione, all’erezione della chiesa e convento degli Angeli.

Oggi il governatore del porto, Luigi Merlo, malgrado le promesse fatte al Teatro di Voltri, vuole ripetere l’impresa del Campofregoso, ampliando la diga verso Ponente contro la volontà dei cittadini. 

 Lunedì primo agosto 2010, il Comitato del Ponente, nelle persone di Umberto Mongiardini, Maria Rosa Boggio, Carlo Calcagno e naturalmente Arcadio Nacini, si recheranno a parlare con il presidente dell’Authority, Luigi Merlo. Trattasi di un incontro storico per il nostro già martoriato  territorio di infima periferia genovese. La speranza di tutti è quella che non si lascino abbindolare con false promesse o con qualche altra esca del loro repertorio. L’argomento in questione è l’ampliamento a Ponente della diga che fu argomento di pacifica rivolta contro il Consiglio municipale presieduto da Maggi nel lontano 1998. Dopo 12 anni ci sta riprovando il nuovo governatore del porto, Merlo, lanciando la proposta, anzi un progetto già definitivo, di un porto per traffici con Tunisia e Marocco. Lunedì, quasi certamente, i rappresentanti del comitato, che si prendono l’esclusiva della trattativa (una grande responsabilità verso i cittadini: è in gioco la loro credibilità) usciranno dal colloquio con un niente di fatto senza nulla ottenere di positivo; niente compromessi, sia ben chiaro, chiederanno l’appoggio della cittadinanza che reagirà in proporzione diretta all’attaccamento e alla convenienza di conservare il mare aperto davanti alla sua spiaggia oppure, seguire la linea tracciata dal loro partito politico che già si adopera, tramite i suoi commissari, per fare digerire il rospo ai suoi votanti. Le scommesse sono aperte.

 

                                                                                                                  Andrea Boccone

 

 

Vico del Granaio, la storia si ripete.

 

Qualcuno saprebbe dirmi qualche cosa riguardo i lavori in corso di Vico del Granaio in Piazza dello Scalo in Gatega? Trattasi di un passaggio obbligato per chi vuole accedere a Via Buffa, Via Alassio, Via Laigueglia e Via dei Colletti. Pongo l’interrogativo in quanto non ho visto alcun cartello indicante le intenzioni progettuali, il nome del progettista, del geometra, il capo mastro, come si suole fare di solito. Così, quasi estemporaneamente, un bel mattino si iniziano i lavori ma, non già per addolcire l’alzata della scaletta detta degli “infarti”, ma per buttare all’aria il selciato del Granaio che già andava bene e non faceva mugugnare nessuno. Si da invece di piglio al martello pneumatico, si chiude il passaggio e, quando sembra che tutto proceda a gonfie vele e 25 metri quadri di mattoni magistralmente incastrati fanno gridare di meraviglia, tutto si ferma, ahimé!!! I passanti sono costretti a passare su tavole sconnesse in un viottolo transennato. Sono passati alcuni giorni e tutto tace, cosa è successo? Sono rimasti senza soldi e si aspetta di subappaltare? Oppure qualcuno delle Belle Arti è intervenuto per ottemperare al fatto che non si è rispettato il selciato tipo “creuza” con striscia di mattoni centrale? Fatto è che siamo alle solite si inizia e poi…non si finisce mai e il disagio cresce e i mugugni si alzano, le imprecazioni verso l’Assessore all’Urbanistica si sprecano anche perché, 4 panchine della stessa piazza sono rotte da anni e, malgrado le richieste e le segnalazioni dei cittadini, niente è stato fatto. All’Assessore, già che scriviamo, ricordiamo i sozzi piccioni nel soffitto a cassettone in legno all’imbocco del Granaio, una minaccia continua per i vestiti dei passanti. Insomma, Assessore, dove vive?

 

                                                                                                                         Andrea Boccone

 

Il giorno dopo.   

 

Vedremo come reagirà la popolazione a questo nuovo colpo che le viene inferto. Ascolterà i soliti fatalisti che nel ’98 dicevano:”Tanto se lo vogliono fare, lo faranno!” oppure reagirà?

Ciò che rende tali le istituzioni è disprezzato, odiato, respinto: anche solo a sentire la parola “autorità portuale”, ci si crede in pericolo di una nuova schiavitù. A tanto arriva la decadenza  nell’istinto di valore dei nostri politici, dei nostri partiti politici: essi preferiscono ciò che dissolve, che accelera la fine. “Ma come? dal 1936 ad oggi, tutti hanno rovinato la costa da Sampierdarena a Prà e ora che è arrivato il mio turno, tutti si agitano?, lasciate rovinare qualche cosa anche a !”. Mi pare già di sentirli.

Come già detto, nel pomeriggio del 2 agosto il Comitato del Ponente si è recato a parlare con il governatore del porto, Luigi Merlo, facendo un buco nell’acqua.

La mattina del 3 incontro in Via Roma per caso un Consigliere della Provincia, Pastorino, che era presente:”Figurati che il riempimento per il progetto di Renzo Piano prevedeva un riempimento di 60 mila metri quadri e questo ne prevede ben 350 mila!!! Ha superato il piano di Gallanti e di Maggi per cui tanto lottammo nel 1998, quando la cittadinanza si ribellò”.

Di aumentare la diga lo ha escluso il Merlo, ma sappiamo benissimo, noi anime della costa, che ogni riempimento ha bisogno di protezione dal vento da Libeccio per cui, non c’è da farsi illusioni: la diga aumenterà fino a sotto Crevari.

Stando così le cose, sperando nella volontà ferrea del Comitato e della sua lealtà, occorre subito sondare in primis, su quale posizione si ferma il presidente del nostro Municipio, Avvenente.

Pensiamo che egli sarà compresso dalla sua corrente da una parte e, dai cittadini guidati dal Comitato, dall’altra. Lo reputo molto scaltro; vedremo come se la caverà nei prossimi giorni.

 

                                                                                                             Andrea Boccone