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| "MADAME BOVARY" di G.Flaubert |
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Il mio pessimo rapporto coi classici si sublima da sempre in Madame Bovary: attribuisco questa epidermica antipatia a un adattamento cinematografico (non ricordo quale) visto da piccolo, che mi turbò non poco. Da allora ho sempre avuto una sorta di repulsione nel leggere il libro. Dai dai ho vinto questa repulsione e ho letto, con calma ma con attenzione, il tanto odiato volume. Ne sono uscito con le ossa rotte, umiliato dalla bellezza delle pagine di Flaubert, deriso da una storia così fastidiosamente precisa, così chirurgicamente realistica. Non vorrei ricostruire la trama, mi auguro che tutti la conoscano. Vorrei invece parlare un po' dei personaggi: non credevo, quando mi veniva detto, che si potesse raggiungere una tale maestria di caratterizzazione. Tendo a giudicare molte opinioni dei critici un po' leggendarie, agiografiche: Flaubert padre del naturalismo ma anche proiettato aldilà di esso, Flaubert stlista della pagina, Emma Bovary (anti)eroina moderna, e così via. E' tutto inevitabilemnte vero: Falubert è insieme precurosre e sviluppatore del realismo francese, è fonte da cui traggono linfa Zola, i fratelli Goncourt, Maupassant ma che li supera d'un balzo. Senza nulla togliere ai citati, Flaubert ha una cura per il dettaglio, un equlibrio nel pesare ogni riga e nel tracciare ogni profilo che sono più unici che rari. Madame Bovary è un romanzo spavcentosamente scritto, è pura letteratura, è ars scribendi grezza. Stento a ricordare di aver letto qualcosa di più calibrato, ordinato. E' un viatico per abbandonare propositi di scrittura: come pietra di paragone è opprimente, inavvicinabile.
Poi i personaggi: l'immedisimazione in essi è pressochè totale, ci si sente volta volta Emma, Charles, Homais, Rodolphe Boulanger, Leon, lo stesso Lheureux. E' facile capire che questa magia nasce dall'individuazione, da parte di Flaubert, di quelle piccole venture di vita, di realtà quotidiana, inserite in ogni singola figura. Quante volte il nostro mondo ci è sembrato piccolo e abbiamo desiderato lussi o svaghi che non ci potevamo permettere; quante volte ci siamo sentiti stretti nelle nostre occupazioni abituali; quante volte di contro abbiamo beatamente sguazzato nelle nostre mediocrità, se non pavoneggiandoci delle nostre poche e malnutrite qualità? L'intera Yonville è una città di specchi, che riflettono di continuo e all'infinito i nostri difetti, le nostre abitudini, le nostre piccolezze, persino le nostre eccellenze. Ma la vista perpetua di noi stessi finisce col nausearci, con lo stizzirci, col portarci a desiderare cose che non si hanno. Capite che modernità? Potremmo riapplicare questo schema ai giorni nostri, alla culutra dell'immagine, all'esigenza dell'apparenza che ci obbliga a mettere sul piatto tutto, anche la nostra intimità. Perchè Emma Bovary ci indispone con le sue vacue frustrazioni ma in fondo la compatiamo? Perchè è come noi, perchè soffre della nostra stessa noia, gioisce per le nostre stess conquiste, crolla per le nostre stesse delusioni. "Madame Bovary siamo noi": così dovremmo attualizzare la celebre frase dello stesso Flaubert.
Ma la critica che cova sotto la cenere è violenta, implacabile: l'autore è cosciente che questo tipo di borghesia avrà molto ma darà poco; c'è una rabbia profonda nelle pagine del libro, uno sprezzo "di sola andata" verso il continuo cicaleccio del paese che commenta con gretto moralismo e stucchevole retorica gli usi e i costumi altrui. E' un po' quello che facciamo tutti i giorni attraverso la tv o i giornali rosa. E' un po' quello che purtroppo sta entrando nel nostro modo di vivere le istituzioni, la cultura, la politica. Sentiamo il bisogno di aggrapparci a delle posizioni un po' vuote ma stabili e arricchirle con opinioni intercambiabili, buone per tutte le stagioni. Ci sentiamo reclusi ma al contempo protetti dalle nostre mura, vogliamo scoprire il mondo ma senza stravolgere quel che già abbiamo. Che occhio Flaubert! |
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| VAMPIRI, MAGHI E ALTRE FANTASTICHERIE |
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| Non ricordo se prima d'ora abbia mai parlato del progetto di creare un gioco di ruolo: è un'idea che coltivo da tempo, nonostante riconosca di avere grossi limiti dovuti alla scarsa esperienza di gioco. E' una cosa che mi accompagna fin dalle prime serate immerse nel mondo lugubre di Cthulhu o in quello più schematico e ameno della Storia Ancestrale (un gioco di ruolo allegato a una famosa proposta editoriale fantasy di qualche anno fa), che ha poi tratto linfa da Vampire e che nella mia testa, si sarebbe completata con Ars Magica. Proprio di maghi tratterebbe il fantomatico gioco: più precisamente di un'isola abitata e governata da gilde di maghi, ognuno contrassegnato da un colore. Il colore indica naturalmente anche l'abilità magica di riferimento. Avevo pensato a 8 gilde, ma ripensando con Kira al progetto, avevamo deciso di aggiungere ancora una. Le abilità magiche dovevano essere semplici, essenziali: controllo di un elemento, guarigione, magia nera, influenza sugli stati mentali e così via. Avevo anche pnesato a un insieme di incantesimi comuni, "acquistabili" con punti magia o esperienza, non specifici e per questo accessibili a tutti in caso di necessità. le abilità magiche avrebbero dovuto essere un po' come le Discipline vampiriche, quindi più un percorso di formazione della propria identità che non veri e propri dispositivi magici. L'idea era anche quella di costruire personaggi molto caratterizzati, con molte qualità e attitudini fisiche e mentali: questo avrebbe differenziato molto ogni personaggio. In questo Ars Magica mi sta dando ottimi spunti. Per l'attribuzione delle caratteristiche principali (Costituzione, Destrezza, Intelligenza ecc.) aveva fatto una bellissima proposta il grande Ray McCoy: utilizzare un cerchio da dividere in spicchi, a loro volta riempibili con tiri percentuali. Questo avrebbe dato modo di creare un personaggio più o meno omogeneo ma molto modificabile in base all'esperienza e alle aspirazioni. Inoltre avevamo buttato giù anche una mappa dell'isola e qualche accenno alla storia degli ordini magici. Poi, smettendo di incontrarci per giocare di ruolo, abbiamo anche stoppato questa attività parallela. Ma possibile che non riesca a concludere mai nulla? |
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| TELEVISION - Marquee moon |
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| Tra le più gradite (ri)scoperte che ho fatto di recente ci sono i Television e il loro disco d'esordio. Difficile descrivere in breve che tipo di musica sia quella suonata dal gruppo newyorkese, per ora limitiamoci di dire che è buona e provare ad indivduarne la chimica di riferimento. La Grande Mela di inizio anni '70 parla soprattutto la lingua imposta dalla Factory di Andy Warhol e dalla psichedelia dei Velvet Underground. Tra le nuove leve ispirate da quel sound e quell'ideale artistico, i New York Dolls, i Talking Heads, la stessa Patti Smith. Tutti autori che, pur suonando cose diverse, vengono additati come precursori del punk. I Television probabilmente andrebbero giustapposti ai Talking Heads per la duplice tendenza a sperimentare nonostante la scarnificazione dell'ossatura sonora. Di diverso forse c'è un impasto strumentistico più ruvido e rockettaro. Di punk però almeno io ce ne sento poco: e dire che l'anno di pubblicazione del disco è il fatidico 1977 che tanto ha cambiato nel mondo musicale. I Television sembrano allora segnare uno spartiacque tra il prima e il dopo: c'è ancora l'eco delle cavalcate rock di inizio decennio, ma c'è già la cruda spezzettatura della canzone del periodo a cavallo fra '70 e '80, la ritmica più compulsiva, i timbri più taglienti, le voci più lamentose e arrabbiate. A impastare tutto ciò ci pensa in primis Tom Verlaine, viso oblungo e scavato, appassionato di poesia e pittura decadente, ma soprattutto virtuoso della chitarra. I suoi assoli, lunghi e ipnotici, sfiorano più volte l'improvvisazione jazzistica, ma altre sono più sparati dei riff di un band glam-rock. La sua voce un po' stralunata e un po' isterica modella canzoni dai testi ambigui, introspettivi, vagamente malinconici, umorali, allucinati. Potremmo avvicinarla a un Lou Reed più allegro del solito, o ancor meglio a un Mick Jagger trasferito di peso dal palco dei Rolling Stones negli abiti di scena di David Bowie o dei Roxy Music. Anzi, ancora meglio: una Patti Smith col pisello. E' la conferma di quanto detto sopra: le amare e impazienti suggestioni sonore dell'undeground newyorkese si fondono con la tradizione britannico-europea di dare corpo intellettuale all'espressione artistica. Ne esce un disco indolente ma fulmineo, apaticamente attivo, lucidamente schizoide. Una contraddizione in termini che tanto deve alla pop-art, già per definizione ossimorica, groviglio di consumo e ideale estetico, ma che mutua la sua forma anche da modelli più arcaici, quello del bohemien, dignitosamente emarginato e per questo fascinoso, quello dell'eroe decadente, l'Andrea Sperelli dannunziano intriso di passioni ma inadeguato rispetto al tempo in cui vive, quello dell'epoca d'oro del cinema, in grado di sfornare indimenticati personaggi e vere e proprie icone. A pensarci bene è proprio questo che viene in mente ascoltando i Television: i titoli di coda di un film in technicolor su New York e il suo continuo brulicare di vita, le sue bizzarrie e i suoi dolori, le sue stravaganze e i suoi misteri. |
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| NOTIZIE DAL PALLONE VIRTUALE |
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Prometea - MONTELLERI 4-1
MONTELLERI - mad4fan 3-0
Questi due risultati manichei sono la sintesi perfetta dell'idea che ho della mia formazione: da un lato una squadra ancora non in forma e inferiore di livello rispetto ad altre. Dall'altra una squadra che comunque non fa proprio schifo e che è capace di offrire buone prestazioni. Sob! Anche questa stagione andrà come le precedenti: finirò con ogni probabilità a metà classifica. Ma dov'è che sbaglio?
Se non altro le giovanili vanno molto meglio: per ora ho fatto solo un punto, ma ho combattutto contro squadre che l'anno scorso mi squartavano. Sto decisamente migliorando. |
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