Il giorno in cui che l'avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5.30 del mattino per andare ad aspettare il bastimento con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d'uccelli.

 

Così inizia Cronaca di una morte annunciata, il breve romanzo di Gabriel Garcia Marquez che rappresenta, prima di ogni altra cosa, una geniale creazione sui temi dell'onore e della fatalità, secondo una concezione culturale tipicamente latino-americana.

Ma la raffigurazione lirica del sogno di Santiago evoca anche, in una dimensione storica, fugaci parentesi idilliache di un continente che, fin dall'avvento dei «conquistadores», è conosciuto per le sue ricorrenti vicende tormentate e sanguinarie. Per questo l'immagine del breve istante felice contrapposto al bagno di guano con il risveglio e il ritorno alla realtà, coglie con puntualità un aspetto ricorrente nella vita sociale delle diverse comunità latino-americane, così come nell'esistenza dei singoli individui.

Un sogno felice fu, in Guatemala, l'aspirazione al riscatto dal modello di dipendenza economico che faceva del Paese centramericano una «Banana republic». Quel sogno fu realizzato nell'unica esperienza di governo democraticamente eletto della storia guatemal­teca; ma proprio per la sua durata, dal 1945 al 1954, fu solo lo spazio di un istante felice, rispetto alla lunga sequenza di dittature, di ingerenze economiche straniere, di massacri compiuti, spesso, in nome di pre­sunte investiture divine ed istituzionali.

Nell'aprile del 1982 il professor Jaime Diaz­Rozzotto, che di quella parentesi storica felice fu uno dei protagonisti, rilasciò un'intervista ad un quotidiano italiano di provincia. L'articolo poi pubblicato era un generico commento alla situazione contingente in Guatemala (si era appena verificato il «golpe» del generale Rios Montt) e rievocava brevemente l'esperienza di quel precedente governo democratico, al quale Diaz­Rozzotto partecipò con la carica di Primo segretario generale della Presidenza della repubblica.

In realtà quell'intervista del 1982 durò lo spazio di un'intera serata e il materiale raccolto dal cronista fu molto più abbondante di quanto potesse pubblicarsi su un quotidiano poco interessato alle vicende storiche in­ternazionali.

Proprio in quell'epoca il Guatemala viveva un confuso e travagliato periodo di avvenimenti dal segno contraddittorio. Nell'ottobre del 1981 il presidente Romeo Lucas Garcia aveva firmato il decreto che fissava le elezioni politiche ed amministrative per il 7 marzo 1982.

Quell'appuntamento con le urne si era svolto all'insegna di pesanti brogli elettorali e con l'esclusione dei partiti della sinistra; ma il candidato della giunta, Guevara, non aveva potuto assaporare per molto il sapore della vittoria così usurpata: il 23 marzo un colpo di stato promosso da «giovani ufficiali», comandati dal generale Efrain Rios Montt, aveva deposto Lucas Garcia ed annullato le votazioni.

Quella svolta improvvisa era, all'epoca, ancora caratterizzata da un' estrema incertezza sugli effettivi propositi dei «golpisti». La nuova giunta aveva dichiarato alla stampa internazionale di voler rispettare i diritti dell'uomo e di impegnarsi a combattere gli estremismi di sinistra e di destra; questo programma fu salutato entusiasticamente dai partiti sconfitti alle elezioni (compresa l'estrema destra) e con molto scetticismo da quelli esclusi. Scetticismo quanto mai giustificato, visto che i militari, dopo un periodo di transizione, riprenderanno la strategia della «terra bruciata» attorno alla guerriglia, solo conducendo i massacri nei villaggi contadini (drammatica regola in trent'anni di storia del Paese) con criteri più «scientifici» e pianificati.

Penserà poi (golpe dell'8 agosto 1983) il ministro della difesa di Rios Montt, generale Humberto Mejia Victores, a riportare nei soliti binari la «variabile impazzita» di un regime troppo personalizzato e ritenuto inaffidabile dai tradizionali gruppi di potere, i quali non avevano apprezzato la «guerra santa» imposta dall'eccentrico presidente-predicatore evangelico.

Ma al tempo dell'intervista l'incerto futuro degli eventi servì da spunto al professor Diaz-Rozzotto per un ripensamento complessivo della storia del Paese; un cammino percorso a ritroso partendo proprio da quel 1954, ultimo anno di democrazia.

È stata una rivisitazione storica quanto mai utile, perché le conclusioni di quella intervista sembrano precorrere l'attualità.

Oggi, alla luce dei più recenti avvenimenti in America Centrale, possiamo dire che quella primavera del 1982 è stata solo l'inizio di un tragico epilogo durato cinque anni (nel corso dei quali lo scontro sociale si è acuito fino allo stato di guerra riconosciuto dall'ONU e alla condanna per genocidio emessa dal tribunale dei popoli contro il Guatemala), che però è servito ad introdurre un corso nuovo nella vita pubblica della na­zione, sancito dalla partecipazione allo storico accordo di pace tra i cinque stati centramericani, firmato il 7 agosto 1987. L'impressione avuta, rileggendo il materiale storico trattato durante quel colloquio, è questa: la matassa ingarbugliata a cui gli avvenimenti del 1982 avevano portato il Paese poteva essere sciolta solo dipanandola completamente e riprendendo da principio il filo di quegli avvenimenti.

E pur vero che in quell'intervista c'era anche l'esigenza di chiarire al cronista i retroscena di un avvenimento contingente. Ma ad una ragione così banale servivano tanti dettagli ed una narrazione così completa ? Probabilmente quel lungo colloquio (una vera e propria lezione storiografica) aveva una qualche utilità anche per il professor Diaz-Rozzotto.

Ripercorrere completamente l'itinerario storico della vita del proprio Paese (centocinquant'anni o poco più dall'indipendenza dalla Spagna) significava anche l'occasione per rivedere gli avvenimenti sotto un'altra luce, dando per scontato l'impasse nel quale ci si trovava in quel momento critico; poteva essere l'opportu­nità di riconsiderare quei dati marginali, quegli «scarti», sfuggiti a precedenti analisi e che spesso con­tengono, ad un nuovo esame, rivelazioni decisive.

Furono queste le effettive intenzioni del professor Diaz-Rozzotto?

Bisognerebbe chiederglielo. In ogni caso la quantità di informazioni fornite in quella occasione potevano prestarsi ad una rilettura diversa, completamente autonoma dal contesto in cui l'intervista maturò.

Si trattava, a questo punto, di focalizzare tutta la vicenda storica usando un paradigma indiziario nuovo, indipendente sia dalla stessa fonte di informa­zioni (l'intervistato) sia dalle conoscenze, seppur modeste, dell'intervistatore. Uno strumento in grado di «dissolvere le nebbie dell'ideologia che oscurano sempre più una struttura sociale complessa come quella del capitalismo maturo».

L'intuizione del «sogno felice» di Santiago Nasar, la vittima sacrificale del romanzo di Garcia Marquez, equivalente al breve periodo di «felicità storica» del Guatemala, ci è sembrata una possibile chiave di accesso al problema: la griglia interpretativa degli avveni­menti poteva esser la struttura stessa del racconto, rivi­sitato in forma metaforica. Del resto cos'è questa «cronaca» se non una metafora sul destino di un continente? Gli stessi protagonisti sociali che si sono mossi in Colombia (terra natale di Garcia Marquez) hanno fatto anche la storia del Guatemala ed anzi, la vicenda del «golpe» del 1954 fu per certi versi un modello, esportato successivamente in altri stati del continente latino-americano.

Ma veniamo al preludio storico degli avvenimenti che ci interessano.

La storia contemporanea dell' America Centrale comincia nel 1821 , quando è proclamata l'indipendenza dalla Spagna. Il distacco dalla madrepatria avviene ad opera dell'oligarchia latifondista di origine spagnola e modifica solo superficialmente la struttura coloniale, senza per questo migliorare le condizioni di pura sopravvivenza a cui è costretta la popolazione indigena. Passano due anni e il «Regno di Guatemala» (l'attuale Centro America) insorge contro !'ingerenza dell'imperatore messicano Iturbide; si impone il gruppo liberale repubblicano che costituisce, nel 1824, la «Federazione delle province unite del Centro America» (Guatemala, EI Salvador, Honduras, Nicaragua e Costa Rica) e abolisce la schiavitù.

Contrasti interni tra conservatori e liberali, nei quali si inserisce l'Inghilterra, rendono difficile il cammino del nuovo stato federale.

In Guatemala un movimento «maquis», formato da bande di contadini fanatizzati, combatte la «modernizzazione» voluta dai liberali, che tentano di modificare gli anacronismi di un culto religioso particolarmente radicato tra la popolazione rurale. Tra il 1839 e il 1840 il gruppo conservatore, sostenuto dagli Inglesi e dall'alto clero, ha il sopravvento in tutta l'America Cen­trale e la Federazione viene sciolta: ciascuno dei cinque Paesi segue la sua strada. In Guatemala il capo dei contadini ribelli, Rafael Carrera, prende il potere con il sostegno dell' oligarchia latifondista e instaura un regime dispotico che durerà quasi trent'anni.

Qui comincia la nostra cronaca, portata avanti sul doppio binario della realtà storica e di quella romanzata: entrambe possono essere lette suddividendole in tre parti che, per analogia drammaturgica, chiameremo «atti». Di conseguenza le ulteriori articolazioni interne saranno denominate «quadri».