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Amici di Montebello
È motivo di gioia e
di compiacimento per l'Associazione Amici di Montebello poter ridare vita,
dopo oltre due secoli di oblio, alle poesie di Bartolomeo Guelfo.
Ciabattino per
sorte, poeta per vocazione, il Guelfo con le sue rime ci dona gustosi affreschi di
vita paesana, profonde meditazioni religiose, garbate composizioni d’amore e di omaggio
e pungenti satire. Cose d’altri tempi ma ancora di struggente realtà.
Per il futuro ci
auguriamo di poter valorizzare altri compaesani che, senza colpa, sono dimenticati.
Si ringraziano il
Dr. Bartolo Bertolaso che ha consentito la pubblicazione delle poesie, il Prof.
Guerrino Maccagnan che ne ha curato l’edizione critica, il Prevosto Don Giuseppe
Scanagatta e Don Lidovino Tessari per la disponibilità e l’aiuto concessi durante le
ricerche effettuate presso l’Archivio Parrocchiale e per aver gentilmente concesso
la riproduzione dei documenti e delle opere d’arte conservate nella Chiesa
Prepositurale. Opere che certamente saranno state motivo di ispirazione per le composizioni
religiose di Bartolomeo Guelfo.
Il Presidente
Luigi Dainese
BARTOLOMEO GUELFO
Il Pomello lo
dice, erroneamente, figlio di Antonio e annota: “fu uomo d’ingegno perspicace, ma
di poca erudizione; nella virilità della sua vita per troppo buon cuore si ridusse
povero e fu costretto per sostentare la vita onestamente di fare il
calzolaio.
Lasciò molte
composizioni poetiche sì latine che italiane piene di garbo e di buon gusto”.
Anche per il
Maccà era figlio di Antonio e ne traccia un breve profilo nella sua
Storia del
territorio vicentino:
“ Fu egli di bassa
condizione, di sufficiente studio, e
di picole facultadi, delle quali anche circa la
metà del suo vivere ne rimase privo, e si ridusse in povertà. Ad onta però di tutto ciò
si distinse molto nella poesia, e le poetiche sue composizioni sì latine, che volgari
tra sonetti, odi, canzoni, madrigali, ed elegie ascendono a più centinaia. Il signor
Francesco Bonomo di Montebello ne
conserva appresso di sé 172 delle quali me ne
spedì alcune, che qui non trascrivo per non troppo diffondermi”.
È lo stesso
Francesco Bonomo a premettere una breve biografia del Guelfo alla raccolta di
poesie. Così scrive: “Bortolomeo Guelfo
quondam Matteo
nacque, e morì in
Montebello sua patria di anni 75 l’anno 1765: fu di picole fortune; fu
alcuni anni di studio nel Colleggio de’ P.P. Gesuiti in Vicenza; ma mortogli il
padre, rimase con alcuni fratelli(3),
e sorelle di minor età; onde per
necessità dovette
restarsene a casa ed appigliarsi al misero impiego di ciabattino per sostentare la
famiglia; fu sempre di bizaro naturale, e dedito a verseggiare; sul suo banchetto
teniva sempre della carta ed il calamaio, e secondo gli inspiravano versi, li
scriveva, e poi a tempo gli univa assieme. Molte sue composizioni sono racolte in questo
libretto; ma averto il lettore, che diverse furon copiate da confusi abozzi;
in tutte le occasioni, fu co’ suoi versi acerrimo diffensor della sua Patria. Fu
onestissimo nella sua condotta, e da tutti amato, e per la sua sufficiente
scienza, rispettato. Fu due volte ammogliato, come si comprende in un sonetto;
gli morì un figlio, che aveva più figliuoli, per cui soffrì molto per sostentarli,
come pur si legge, ove si lagna delle sue disgrazie. Molte altre furono le sue
composizioni; ma non ho potuto aver la sorte di raccoglier senonché le presenti, che
sparse si trovano nel presente”.
Oggi, dopo le
ricerche di Luigi Dainese, sono state acquisite notizie più certe
sulla famiglia
del Guelfo, anche se rimangono ancora molti lati oscuri da chiarire.
Riporto qui i
dati anagrafici reperiti quasi tutti nell’archivio parrocchiale di
Montebello, in
cui appare spesso il cognome Ghelfo e Guelfi al posto di Guelfo.
Dainese scrive:
“Il padre di Bortolamio è Mattio del fu Francesco del fu
Bartolomeo” ed è
nato probabilmente negli anni 1640/41, come si desume dall’atto di morte (di anni
78). Si sposa, in data imprecisata e probabilmente fuori parrocchia, con una certa
Chiara. Dal loro matrimonio nascono: Bortolamio (1690), Angela (1691), un’altra
Angela (1693), ambedue morte nel 1693. Mattio muore nel 1719: nell’atto di
morte viene erroneamente detto del fu Bartolomeo. Bartolamio o Bartolomeo resta
orfano della madre quando non ha ancora compiuto quattro anni e vive nella
distinta casa paterna del Vigazzolo sicuramente per tutto il periodo della sua
fanciullezza. Si sposa nel 1715 con Caterina Zilietto di Montebello, che muore nell’anno
seguente a circa 18 anni di età. Si risposa dopo neanche 7 mesi con Palma di
Michiele Dal Cortivo, nativa di Altissimo e dimorante con il padre in paese da circa 4
anni. Dalla loro unione nascono 8 figli, dei quali 4 moriranno in tenera età: del
primogenito non si ritrovano notizie al di fuori della nascita, mentre di Antonio si ha
solo la data della morte. Nel 1761 muore la moglie Palma, con la quale aveva
convissuto per 44 anni, e nel 1764 scompare anche il figlio Antonio, lasciando 3
bambine. Ormai vecchio e doppiamente colpito dal dolore, il Guelfo morirà l’anno
seguente.
La famiglia
Guelfo, tra la fine del Seicento ed i primi decenni del Settecento, era sicuramente tra
quelle benestanti: si deduce dall’ampia casa in via Vigazzolo, dai nomi dei
testimoni di nozze di Bartolomeo, dall’avvio agli studi in un collegio di Gesuiti a
Vicenza. Anche l’omonimo cugino dava lustro alla famiglia, essendo in quegli anni
notaio della Comunità.
I registri
parrocchiali non forniscono ulteriori notizie. Laconiche sono anche quelle riportate
dal Bonomo nelle sue memorie manoscritte. Alla data 1765, scrive:
Bortolo Guelfo
quondam Mattio a Montebello ebbe culla e tomba. L’anno 1765, d’anni 75
abbandonò la società dei viventi. Fu questo d’ordinaria estrazione, di studio
sufficiente e di piccole fortune, delle quali anco la metà di suo vivere,
rimase spoglio,
peroché verso li anni di sua vecchiaia fu costretto per sostentar la vita ad appigliarsi al
miserabile impiego di ciabattino. Nondimeno ad onta di tante sue sfortune, per
essere stato di spirito vivace e di estro poetico, tenendo con le poetiche frequenti sue
composizioni ravivato e in attività lo spirito dei suoi patriotti,non deve esser
trascurato, ma esser messo nel numero dei predetti soggetti, che onorarono la
propria patria; imperocché le poetiche sue composizioni sia latine che volgari, tra
sonetti, odi, canzoni, madrigali ed elegie ascendono a più centinaia. Io che scrivo le
presenti memorie ne conservo presso di me una raccolta di numero 172, che esser
potrebber qui trascritte, perché ciascuno potesse formare dell’autore quel concetto che
merita, ma perché il troppo numero stancherebbe la pazienza del benigno lettore,
perciò mi restringo al piccol numero di sole 4, che sono le seguenti: Il
Crocifisso – sonetto,
Alla Vergine - sonetto,
A
persona che criticò una sua
composizione, In nozze
-
sonetto.
Il notaio
Domenico Cenzatti, in una memoria sul Guelfo, riporta il sonetto: “Tra due mari mi
profondo”.
FRANCESCO BONOMO
Se oggi possiamo leggere le composizioni
poetiche di Bartolomeo Guelfo dobbiamo essere grati ad un suo contemporaneo
ammiratore, Francesco Bonomo, che le ha pazientemente trascritte, conservate
e tramandate ai discendenti della sua famiglia. Francesco, figlio di
Domenico Bonomo e di Lucia Simonato, era nato a Montebello il 30 ottobre
1736, quando il Guelfo aveva 46 anni ed era nel pieno della sua maturità.
Certamente lo conobbe da fanciullo e forse non è ipotesi infondata pensare
che i suoi familiari potessero essere clienti del poeta-ciabattino e, molto
probabilmente, anche amici, visto che ebbe la possibilità di trascrivere
gran parte delle sue poesie. I Bonomo erano forse originari dell’Altopiano
di Asiago (1). Il
patronimico dovrebbe attestare l’onestà del capostipite: dal latino
bonus homo. Alcune
famiglie dei Bonomo
emigrarono, in tempi remoti, verso Vicenza, Schio, Breganze e Fara
Vicentina. Un ramo fiorì a Montebello, dove è attestata la loro presenza già
dal 1303, essendo nominato un Bonomo a Decano del Comune. Fu consolidato
certamente tra la fine del Cinquecento e nel Seicento. Un certo Francesco
Bonomo, figlio di Vincenzo, aveva infatti sposato Lucia Sabbadina (n. il 4
marzo 1677), che gli aveva dato un figlio, Domenico (n. il 19 luglio 1706).
Questo si sposerà nel Duomo di Vicenza il 24 novembre 1735 con Lucia
Simonato, che lo renderà padre ben sette volte. Il primogenito fu proprio il
nostro Francesco, che morirà a oltre 93 anni. A lui si devono alcune memorie
sulla famiglia e un manoscritto sulla vita del Preposito Mons. Caprini, che
si conservava nell’archivio parrocchiale di Montebello. È autore anche di
una “Cronaca” che tratta delle vicissitudini delle campagne napoleoniche a
Montebello tra il maggio 1796 e il maggio 1814 e di alcune “Memorie”
manoscritte su Montebello. “Fu per lunghissimi anni Cancelliere di questa
Comunità: officio - così si legge nelle memorie di famiglia - che egli
disimpegnò con amore e onestà ammirabile, lasciando dopo la sua morte di sé
grande desiderio”(2).
Essendo celibe e
acculturato, potè dedicarsi anche a trascrivere le poesie del Guelfo e a
raccogliere le memorie di famiglia. Fra le sue sorelle, Orsola Antonia morì
nubile il 16 dicembre 1790, mentre Lucia sposò il 30 aprile 1766 Antonio
Trevisan(3). Vincenzo I
morì di vaiolo quando non
aveva ancora un anno (21 ottobre 1745).
Vincenzo II si fece Francescano Riformato, professando il 20 luglio 1766 in
Valdagno con il nome di fra Pietro: fu ordinato sacerdote l’11 luglio 1771.
Nel 1778 fu Guardiano ad Asolo e, nel 1785-86, a Cittadella. Dal 1791 al
1807 ricoprì l’incarico di Presidente di vari Ospizi (a Zacinto, Corfù,
Cattaro). Morì nel convento di S. Lucia di Vicenza il 22 marzo 1836.
Bortolamio sposò Francesca dei Santi il 22 febbraio 1808, da cui ebbe due
maschi (Pellegrin e Domenico) e una femmina (Gioconda). Quest’ultima, nel
1834, fu scelta dalla Comunità di Montebello come prima Maestra della Scuola
pubblica. Sposò nel 1841 Francesco Bertolaso. Infine Antonio (n. il 25
aprile 1753) fu per molti anni sacrestano della parrocchia, maestro comunale
della prima erudizione e pubblico notaio fino alla fine della Serenissima. A
72 anni ricevette dal vescovo Peruzzi la tonaca clericale, il collare, la
veste talare, la berretta, la croce e la cotta e con questi indumenti fu
seppellito, dopo la sua morte avvenuta il 1° gennaio 1829. I suddetti
fratelli Bonomo morirono tutti nel giro di pochi anni: Antonio nel 1829,
Francesco nel 1830, Bortolamio nel 1831 e P. Vincenzo nel 1836. Francesco
stilò il suo testamento l’8 settembre 1829, lasciando erede dei suoi beni il
fratello Bortolo, con l’obbligo delle consuete preghiere per la salvezza
della sua anima. Possedendo poi un annuo livello di lire venete 43 e soldi
8, lasciatogli per testamento da don Gio. Antonio Venturelli, arciprete di
Meledo, volle a sua volta assegnarlo alla cognata Francesca (moglie di
Bortolo) in ringraziamento dell’assistenza prestatagli durante gli ultimi
anni della sua vita. I suoi manoscritti, tra cui anche la trascrizione delle
poesie del Guelfo, furono poi conservati dalla nipote Gioconda (figlia di
Bortolo), la quale, in seguito al matrimonio con un Bertolaso di Zimella, li
trasmise agli eredi della sua famiglia. È appunto il prof. Bartolo Bertolaso,
attualmente domiciliato a Padova, che ne ha permesso la pubblicazione: a lui
vadano i miei personali ringraziamenti, uniti a quelli degli abitanti di
Montebello, che certamente sapranno apprezzare questo florilegio poetico.
Guerrino Maccagnan
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