Zanca Alfredo Model's

          

This is my collection of paper models built with my hands, for ever under construction. Models are exposed in Calenzano Castle http://www.museofigurinostorico.it/home.html  near Florence Italy.

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Il palazzo di Blois è una specie di immenso assemblaggio di edifici di epoche diverse appoggiati l'uno sull'altro. Palazzo di Francesco I dopo esserlo stato di Luigi XII, Blois segna il passaggio dall'architettura gotica a quella rinascimentale francese. L'ala gastone d'Orleans costituisce una testimonianza dell'architettura classica del primo Seicento.

Storia del Castello:

Monumento complesso e affascinante, il castello di Blois innalza la sua massa imponente nel cuore della città. Residenza reale di Luigi XII e di Francesco I nel XVI secolo, luogo di soggiorno di Gastone d’Orléans nel XVII secolo, cantiere modello per i restauratori del XIX secolo, il castello mantiene le tracce dei suoi diversi occupanti. Attorno a uno stesso cortile si raccolgono quattro ali che costituiscono un vero e proprio riassunto dell’architettura francese dal XIII al XVII secolo. La qualità dell’architettura, la mescolanza di stili, epoche e materiali, il ricordo dei numerosi personaggi storici che vi hanno abitato fanno del castello di Blois uno dei monumenti principali della storia e dell’arte francese.

Il Medioevo

Lo sperone roccioso delimitato dalla Loira a sud e dalla valle dell’Arrou a nord e a est è stato un possedimento agricolo fin dall’epoca gallo-romana. L’esistenza di una fortezza su questo sito risale al VII secolo, come attestano gli scavi del 1993; tuttavia, le parti più antiche attualmente visibili risalgono solo al XIII secolo. E’ verso il 1210, infatti, che Thibaud V, conte di Blois e di Champagne, fa ricostruire il castello sullo sperone. Di questa fortezza rimangono alcuni resti della cinta e soprattutto la grande sala, conosciuta già dal XVI secolo con il nome di “sala degli Stati”, che rimane una delle più antiche e più vaste sale feudali di Francia. Le sue dimensioni imponenti sono una testimonianza della potenza territoriale e politica dei conti di Blois, che qui ricevevano l’omaggio dei loro vassalli e amministravano la giustizia. La sala fu restaurata da Félix Duban nel 1860 e conserva la distribuzione primitiva: due larghe navate decorate separate da una fila di colonne con capitelli a fogliame. Nel 1391, la vendita della contea di Blois a Luigi d’Orléans, fratello di Carlo VI, fa entrare il castello nell’orbita reale. Sposando Valentina Visconti, figlia del duca di Milano, Luigi d’Orléans ottiene dei diritti sul Milanese che scateneranno, un secolo più tardi, le spedizioni militari di suo nipote Luigi XII. Per tutto il XV secolo, i duchi d’Orléans fanno di Blois la loro residenza preferita. Carlo d’Orléans, principe poeta, fatto prigioniero dagli inglesi a Azincourt nel 1415, ritorna a Blois dopo venticinque anni di prigionia nella Torre di Londra, e vi tiene una corte letteraria in cui si ritrovano fianco a fianco i più grandi poeti del tempo, fra cui François Villon. Quando, alla morte di Carlo VIII nel 1498, il duca Luigi d’Orléans sale al trono con il nome di Luigi XII, Blois diventa una residenza reale, sede del governo e tappa privilegiata della corte, che continua a cambiare residenza periodicamente per tutto il secolo XVI.  Nell’estate del 1498, Luigi XII inizia una ricostruzione quasi totale dell’edificio e di quanto gli sta intorno. I lavori sono portati avanti tanto alacremente che già nel dicembre 1501 il re riceve l’arciduca d’Austria in un’abitazione nuova. Di queste costruzioni restano solo il nuovo alloggio e il coro della cappella con un tratto di galleria. Il progetto generale si inquadra in una tradizione franco-fiamminga affermatasi fin dal XV secolo. La policromia dei materiali (mattone, pietra e ardesia), l’importanza dei tetti rispetto alle facciate, la sagoma molto frastagliata dell’edificio sono tutti elementi che non si allontanano dalle scelte del tempo. L’insieme della decorazione adotta l’estetica del gotico fiammeggiante allora in pieno vigore. Le scanalature delle aperture, il profilo delle parti vive, il disegno delle balaustre sono quelli degli edifici contemporanei. Gli abbaini si ispirano a quelli di Amboise: le aperture ripartite da croci sono sormontate da un ampio frontone marcato dagli stemmi e i monogrammi del re e della regina e incorniciato da pinnacoli decorati con fogliame. Sparsi sull’insieme dell’edificio, mensole e peducci sono molto variegati: dragoni alati, scimmie musiciste, leoni e caproni, cervi e cani, personaggi reali o immaginari, pazzo e boia, monaco e acrobata, sirena e selvaggio testimoniano di una sottile capacità di osservazione e di una franca sensibilità popolaresca, piuttosto sorprendenti negli spazi più in vista della facciata di un palazzo reale.

Accanto a questi elementi tradizionali, l’ala Luigi XII introduce diverse novità, e prima di tutto nella pianta dell’abitazione. Dal lato della piazza le stanze si susseguono d’infilata, ma dal lato del cortile sono servite da una galleria che dà loro un accesso indipendente. Questa disposizione permette di variare il numero delle stanze riservate a uno stesso invitato in funzione del suo rango e del suo seguito. Altro elemento di comodità è la presenza di scoli per le latrine a ogni estremità dell’abitazione, con grande vantaggio per la vita domestica. Questa distribuzione così moderna si ritrova anche a Chambord nella ripartizione degli appartamenti del mastio. Un altro elemento innovativo è la composizione delle facciate. La facciata sulla piazza è asimmetrica: il portale è decentrato verso destra e le aperture sono ricavate in modo irregolare, sebbene siano allineate verticalmente secondo la consuetudine del XV secolo. Questa facciata è dotata di costole verticali che la dividono in sei file quasi uguali. Un grande gocciolatoio a livello del primo piano, un fregio e una balaustra a livello dei colmi dividono ancora queste costole verticali, introducendo delle grandi costole orizzontali che creano un motivo a scacchiera caro a tutta l’architettura posteriore. Dal lato del cortile, la composizione è ancora più innovativa. Il pianterreno è occupato da un portico ad arcate (con diversi raggi di curvatura) sostenuto da pilastri, secondo una disposizione che ricorda quella dei cortili dei palazzi italiani. Malgrado l’assenza di simmetria, chiaramente percepita a piano terra, la quadrettatura della facciata, unita alla dimensione costante delle aperture, arriva a dare un’impressione di regolarità inedita nell’architettura del tempo. L’assenza di elementi difensivi, reali o finti, come feritoie, piombatoi, guardiole , fosse e fossati, deve essere egualmente considerata tra gli elementi di novità. Questo carattere accogliente dell’architettura si accorda piuttosto bene con la politica di apertura condotta da Luigi XII nei confronti dei suoi avversari. Ne è un esempio l’accoglienza di Massimiliano d’Austria nel nuovo alloggio, a conferma del ruolo diplomatico che il re fa svolgere a queste costruzioni.

L’ala Francesco I

Nel 1515, Francesco I, successore e genero di Luigi XII, ammoderna il corpo situato a nord. Con la sua scala a chiocciola e la facciata esterna aperta sul paesaggio, questo corpo abitativo segna l’avanzata dell’italianismo in Francia e costituisce una delle più brillanti manifestazioni di questa primavera del Rinascimento francese. La facciata sul cortile (1515-1519), invece, testimonia dei paradossi dell’architettura del primo Rinascimento, incerta fra tradizionale e moderno. Se la scelta dei materiali, la modanatura, la decorazione subiscono l’influenza italiana, la struttura non si allontana dalla tipica costruzione francese. Come nell’ala Luigi XII, anche qui è data grande importanza agli alti tetti di ardesia, ai camini, agli abbaini (sconosciuti in Italia). Lo spirito del gotico fiammeggiante sopravvive nella decorazione sovraccarica, pur con numerosi motivi nuovi.

La composizione riprende l’effetto della quadrettatura dell’ala Luigi XII. Le linee orizzontali sono date da un doppio corpo di modanature, quelle verticali da pilastri. La regolarità non è perfetta. Le finestre sono ora isolate ora raggruppate a due a due, e la loro larghezza non è costante. Certe paraste sono isolate sul muro spoglio, creando delle ripartizioni supplementari in modo estroso. In definitiva, la composizione non appare così innovativa come a Bury, realizzato due anni prima da Florimond Robertet.

La verticalità molto marcata delle superfici è interrotta dalla cornice di ispirazione fiorentina. La decorazione, di grande qualità, è un vero repertorio di motivi rinascimentali: conchiglie, ovoli, dardi, dentelli, medaglioni e racemi. Separati dalla cornice grazie a una balaustra traforata, gli abbaini sono trattati come delle edicole indipendenti, mostrando così l’adattamento della decorazione italiana agli elementi architettonici francesi.

La scala riassume le ambiguità di questa facciata: la sua posizione sporgente e centrale resta nella tradizione francese delle scale a chiocciola regali. Costruita per esaltare i cortei della corte, è piena di aperture che danno su balconi. L’ornato abbondante si ispira al Rinascimento lombardo: racemi, ovoli, cornucopie, putti si mescolano alla salamandra reale. In questa decorazione così nuova, colpisce la presenza anacronistica di doccioni gotici sui balconi e sulla cornice.  

La facciata delle logge

Contemporanea alla facciata sul cortile, quella esterna si apre sui giardini, oggi spariti. E’ chiara l’influenza dei lavori di Bramante in Vaticano: la composizione a due piani, con le logge sormontate da una galleria aperta, ne è la prova, anche se il modello è stato interpretato liberamente. La decorazione scolpita è interamente ispirata al repertorio italiano sia nel caso dei capitelli che in quello dei pilastri, ornati da motivi di candelabro continuamente variati. I vari emblemi reali sono completati dalla rappresentazione delle fatiche di Ercole, che identificando la potenza del re con la forza di Ercole e con l’eroismo cavalleresco, fanno del re il nuovo Ercole di Gallia.

Gli appartamenti

Il loro aspetto attuale non è più quello del XVI secolo. La suddivisione dei vani è stata completamente modificata dalle occupazioni successive, dai restauri e dalle ricostruzioni di Félix Duban tra il 1845 e il 1847. Tuttavia, sotto le sontuose creazioni del XIX secolo rimane ancora qualche elemento precedente. Il più interessante è la piccola stanza nota con il nome di “gabinetto di Caterina de’ Medici”. Datata 1520, è il solo gabinetto reale di quest’epoca rimasto in Francia. Le pareti sono interamente ricoperte di legno scolpito, 237 pannelli ornati con motivi a candelabro tutti diversi, che dissimulano quattro porte segrete la cui apertura avviene per mezzo di un pedale nascosto dietro il plinto.

L’epoca classica

Nel XVII secolo il castello serve da residenza per i grandi personaggi in esilio. Maria de’ Medici, madre di Luigi XIII, esiliata dal 1617 al 1619, evade dal castello con una fuga rocambolesca che ispirerà a Rubens uno dei quadri della galleria Medici del Luxembourg, oggi al Louvre. Ma è Gastone d’Orléans, fratello di Luigi XIII, a modificare in modo considerevole l’aspetto del castello in cui è a sua volta esiliato. 

Nella speranza di salire al trono, egli intraprende nel 1635 la costruzione di un castello reale su progetto di François Mansart. I lavori sono portati avanti alacremente fino al 1638, ma la nascita di Luigi XIV e soprattutto la volubilità del principe interrompono il cantiere. Il nuovo corpo principale è concepito da Mansart per creare l’elemento “fondo di cortile” che manca al castello. Il disegno è destinato a esaltare l’ingresso principale dell’ala. La simmetria rigorosa, la progressione della terrazza e della scalinata, il movimento convergente del colonnato dirigono lo sguardo verso la campata centrale e verso il busto di Gastone, che costituisce la conclusione inattesa di questa composizione piramidale. L’impiego di tre ordini classici dell’architettura, mirabilmente capiti e ricomposti da Mansart, e la scultura discreta sopra le finestre rafforzano l’impressione di grandezza e di sobrietà di questa facciata. Quest’impressione si ritrova anche sulla facciata esterna. Destinata a formare lo sfondo di vasti giardini previsti al di là del fossato, si dispiega su una larghezza molto maggiore della facciata sul cortile. Tutta la sua bellezza risiede nel giusto equilibrio delle masse, nella sobrietà del disegno e nella perfezione della sua esecuzione. La qualità dei lavori in muratura e di taglio della pietra rinviano a quell’età dell’oro della lavorazione della pietra che fu il XVII secolo. All’interno, questa sobrietà lascia spazio a una scala stravagante, nella quale Mansart ha usato tutte le risorse della sua arte. Per aumentare l’impressione di altezza, la cupola terminale appare attraverso una volta ad apertura centrale posta a metà altezza. La successione dei piani luminosi rafforza maggiormente, come a teatro, l’illusione della prospettiva. La decorazione scultorea, realizzata sotto la direzione di Jacques Sarrazin, è dovuta a Simon Guillan e Michel Anguier.

 

Decadenza e restauro

Alla morte di Gastone d’Orléans nel 1660, il castello perde definitivamente il rango di dimora reale. Poi nel 1788, quando è ormai ridotto in condizioni prossime alla rovina, Luigi XVI ne decide l’alienazione. La trasformazione in caserma lo salva dalla demolizione, ma comporta degradazioni e mutilazioni delle quali Balzac e Victor Hugo si indignano violentemente. Grazie all’intervento di Mérimée, nel 1840 il castello è classificato monumento storico, e cinque anni più tardi il Servizio dei monumenti storici ne affida il restauro a Félix Duban. E’ il primo grande cantiere di restauro di un monumento storico in Francia, e Duban dà prova nello stesso tempo di un grande rispetto archeologico e di una grande fantasia creatrice, due modi di procedere contraddittori ma caratteristici dei restauri del XIX secolo. Basandosi sulla documentazione antica, Duban fa precedere il suo lavoro da tutta una serie di rilevamenti, disegni, fotografie e calchi che riproducono lo stato preciso del monumento prima di qualsiasi intervento. Si può così determinare dove sia intervenuto il restauro e dove la ricostruzione. A Duban si devono la capriata della sala degli Stati (1861), la facciata della cappella (1867) e le decorazioni interne, che influenzeranno le arti decorative europee della seconda metà del secolo. Proprietà della città di Blois (e non dello Stato, contrariamente agli altri antichi castelli reali o imperiali), il castello ospita dal 1850 il museo delle Belle arti della città e dal 1888 al 1996 la Biblioteca municipale. Dopo Duban, si sono susseguiti i restauri miranti a ripristinare gli stati precedenti. Così, nel 1888 Anatole de Baudot esamina il restauro di Duban, sopprime alcune delle sue aggiunte e termina la torre di Chateaurenault. Nel 1933 Goubert costruisce la scala in pietra che non era mai stata fatta nell’ala Mansart. Nel 1957 nuove vetrate eseguite da Max Ingrand sostituiscono nella cappella le vetrate di Lavergnes, distrutte nel 1944. Infine, tra il 1990 e il 1997 un nuovo restauro ha permesso di rendere il loro splendore alle facciate, ravvivate dalla policromia di Duban.

Accoglienza dell'Arciduca:

Nel dicembre 1501, Luigi XII e Anna di Bretagna accolgono fastosamente al castello di Blois l’arciduca Filippo d’Austria e sua moglie Giovanna di Castiglia, genitori del futuro Carlo V. Vittorioso in Italia, il sovrano francese si è riconciliato con il suo rivale Massimiliano d’Austria mediante il trattato di Lione, che prevede fra l’altro il matrimonio di Carlo con Claudia di Francia. Alla luce delle fiaccole, il duca di Alençon conduce al castello la coppia arciducale. Luigi XII li attende nella sua camera, le cui pareti sono state ricoperte per l’occasione di ricchi arazzi.

Il 9 dicembre, dopo la cena, viene dato un grande ballo in loro onore. Tre giorni più tardi, Luigi XII e Filippo d’Austria si recano nella cappella Saint-Calais per giurare pace e amicizia con la benedizione dell’arcivescovo di Cambrai. Il giorno dopo firmano un nuovo accordo. Luigi XII pone al servizio dei suoi invitati una scorta di quasi seicento cavalieri che li accompagnerà fino in Spagna.

Emblemi:

Secondo la tradizione, gli emblemi dei proprietari del luogo sono scolpiti nella pietra. Il porcospino che si vede sulla scala d’onore è l’emblema di Luigi XII, recante il motto “De près comme de loin, je suis redoutable” (Vicino o lontano, sono temibile). E infatti il porcospino può anche lanciare le sue spine contro i nemici. Sulle colonne della galleria, delle macchiettature di ermellino ricordano la regina Anna di Bretagna. Claudia di Francia riprenderà lo stesso emblema della madre.

 

Scolpita in rilievo sulla facciata Francesco I, la salamandra circondata da fiamme è l’emblema di Carlo VIII e di suo cugino Carlo d’Angouleme, che lo trasmetterà al figlio Francesco I. Solo i motti che accompagnano gli emblemi sono diversi. Quello di Francesco I e di suo padre è “Nutrisco et extingo” (nutro e spengo), coerente con la credenza che la salamandra sopravviva in mezzo alle fiamme e sia capace di spegnerle. Essa rappresenta l’integrità fisica e morale del re, e il motto significa che il sovrano offre il bene e distrugge il male.

Caterina de Medici:

Durante la seconda e la terza guerra di religione, la corte abbandona i castelli della Loira. Poi, nel 1570, la pace di Saint-Germain-en-Laye permette alla famiglia reale di frequentare di nuovo queste residenze di provincia. Nell’autunno del 1571, Caterina de’ Medici e Carlo IX organizzano al castello di Blois delle feste sontuose in onore delle personalità più influenti del partito riformato. Coligny, riconciliatosi con il re, arriva accompagnato dalla giovane sposa, Jacqueline d’Entremont.

La regina madre, che più volte ha desiderato la morte dell’ammiraglio, lo riceve degnamente. Anche Jeanne d’Albret e suo figlio, il giovane Enrico di Navarra, partecipano ai festini. Jeanne spera nel matrimonio di suo figlio con Margherita di Valois; l’accordo sarà finalmente firmato proprio a Blois, un anno più tardi. Sembra che proprio durante queste feste Carlo IX abbia ordito il massacro di San Bartolomeo.

Il Duca di Guisa:

Sala degli Stati, vasta e serena architettura a doppia navata, oscuro teatro di tempi tormentati. Enrico III regna sulla Francia lacerata dal conflitto tra protestanti e cattolici. Nel 1576 il re vi riunisce gli Stati generali. Si reclama invano la soppressione della religione protestante. Enrico di Guisa, capo della Lega sostenuto dal re di Spagna, impone al sovrano di riunire di nuovo gli Stati generali nel 1588: conta di ottenerne la caduta del re. Enrico III è sull’orlo dell’abisso, cerca disperatamente una soluzione.

23 dicembre 1588

Siamo al 23 dicembre 1588. In questo buio giorno d’inverno, il palazzo ritrova l’agitazione di un tempo. Malgrado la data, nessuno pensa a preparare il Natale. I Guisa vogliono dettare la loro volontà al re: considerandolo debole e di poco peso, vogliono governare il paese in sua vece. In questo momento, il duca Enrico di Guisa, detto “lo Sfregiato”, dorme. Sono le otto quando i suoi valletti lo svegliano allarmati: “Il re ha riunito il Consiglio ed è pronto a partire per Parigi”, gli dicono.

Il duca si alza in tutta fretta e si reca nella sala del Consiglio. Ma il re non c’è. Il duca impallidisce, dice: “Ho freddo, il cuore mi fa male, mi si prepari del fuoco”. Ma ecco che il re lo fa mandare nel suo vecchio gabinetto. Guisa vi si dirige, si accorge che la porta a sinistra del camino è chiusa. Esita: dovrà attraversare la camera del re. La guardia personale del re, i cosiddetti “Quarantacinque”, lo sta aspettando. Appena il duca entra nella camera, viene colpito da molte pugnalate. Si dibatte invano, poi crolla ai piedi del letto. Poco più tardi, anche suo fratello il cardinale è assassinato. La notizia si diffonde rapidamente in tutto il regno. Enrico III ha voluto ritrovare il potere e pacificare il paese. Forse però non ha previsto che i Guisa saranno considerati da molti dei martiri. Due secoli più tardi, un altro re, in un altro palazzo, riunirà altri Stati generali….

 

La Fountaine:

“E’ stato costruito a più riprese, una parte sotto Francesco I, l’altra sotto qualcuno dei suoi predecessori. Di fronte si trova un corpo principale alla moderna che lo scomparso Monsieur ha fatto iniziare; tutte queste tre parti non hanno, grazie a Dio, nessuna simmetria e non hanno rapporto o affinità alcuni l’una con l’altra; l’architetto l’ha evitato più che ha potuto. Quello che ha fatto fare Francesco I, guardandolo dal di fuori, mi è piaciuto più di tutto il resto: vi sono piccole gallerie, piccole finestre, piccoli balconi, piccoli ornamenti, senza regolarità e senza ordine; ne vien fuori qualcosa di grande che piace non poco”. 

La Fontaine Lettera alla moglie 3 settembre 1663 

Victor Hugo:

“Tutta una vecchia città ad anfiteatro capricciosamente distesa sulle salite di un piano inclinato… questi compartimenti di una bella massa che si fanno equilibrio… la cattedrale, il vescovado, la chiesa nera di San Nicola, il castello, tanto cittadella quanto palazzo, le piccole valli sparse in città, le discese e le salite, su cui le case talvolta si arrampicano, talvolta ruzzolano, il ponte col suo obelisco, la bella Loira serpeggiante”.

Victor Hugo

Gustave Flaubert: “Sul lato nord, il castello di Blois, ritto su mura formidabili, presenta una galleria a doppia arcata di un effetto affascinante; là si trovava la camera di Enrico III. A fianco si trova il suo oratorio, coincidenza che non ha nulla di raro in se stessa, ma che colpisce qui, in quest’anima in cui la voluttà si stuzzicava di religione, in cui la crudeltà si ravvivava con la paura. Passati sotto una volta ad angolo e attraversata la piazza, siamo entrati nel cortile interno del castello.

Il cortile è un quadrato regolare. Il lato dell’ingresso, dei tempi di Luigi XII, non ha che un solo piano con una galleria sostenuta da corte colonne, coperte di losanghe, ed è ornato dappertutto con il cordone della regina Anna e con gli ermellini di Bretagna; il lato sinistro (sud), un po’ anteriore, non è stato terminato, è più sobrio nell’ornato, più rude, più antico nel suo Medioevo.

Di fronte, un corpo principale dei più stupidi, costruzione di Luigi XIV, stride in maniera detestabile, col suo stile classico da collegio e il suo gusto sobrio che è solo gusto povero; poi esplode e riluce in pompa magna la bella architettura del XVI secolo, quella dell’epoca buona, prima dell’invasione del pilastro attico, prima che il Rinascimento andasse ad appiattirsi sul greco imbastardito di Maria de’ Medici. Su questo corpo sono applicate le due scale più deliziose del mondo, costruite a giorno, cesellate con uno scalpello vivace e tutte frastagliate, come le alte gorgiere delle grandi dame che, trecento anni fa, ne salivano i gradini”.

 Gustave Flaubert

Par les champs et par les grèves 1847  

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