Ludovico Ariosto

 

Per amor venne in furore e matto, / d'uom che sì saggio era stimato prima.

 Quel che l'uom vede, Amor gli fa invisibile, / e l'invisibil fa vedere Amore.

Se, come il viso, si mostrasse il core.

 Corrò la fresca e matutina rosa, / che, tardando, stagion perder potria.

Piccola ma sufficiente per me, non soggetta a nessuno, / decorosa, e comprata col mio denaro.

 In casa mia sa meglio una rapa... che all'altrui mensa tordo, starna o porco.

Natura il fece, e poi ruppe la stampa.

 Forse era ver, ma non però credibile / a chi del senso suo fosse signore.

Io credea e credo, e creder credo il vero.

 Che l'uomo il suo destin fugge di raro.

Le donne son venute in eccellenza / di ciascun'arte ove hanno posto cura.

 Che non è soma da portar sì grave, come aver donna, quando a noia s'have.

Non si può vivere con questa peste [le donne], né senza!

 A donna non si fa maggior dispetto / che quando o vecchia o brutta le vien detto.

Ecco il giudicio uman come spesso erra!

 Ch'a donna non si fa maggior dispetto, / che quando o vecchia o brutta le vien detto.

Più tosto che arricchir, voglio quïete.

 Che sarebbe pensier non troppo accorto, / perder duo vivi per salvar un morto.

... più tosto ch'esser servo / torrò la povertade in pazïenza.

- Alcun non può saper da chi sia amato, / quando felice in sulla ruota siede; / però che ha i veri e i finti amici a lato, / che mostran tutti una medesma fede. / Se poi si cangia in tristo il lieto stato, / volta la turba adulatrice il piede; / e quel che di cor ama, riman forte, / ed ama il suo signor dopo la morte.

Ingiustissimo Amor, perché sì raro / corrispondenti fai nostri desiri?

 A chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena, / si convengono i cippi e la catena.

Che chi ne l’acqua sta fin alla gola, ben è ostinato se mercè non grida.

 Chi mette il piè sull'amorosa pania, / cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale: / ché non è in somma amor, se non insania, / a giudizio de' savi universale; / e se ben come Orlando ognun non smania, / suo furor mostra a qualch'altro segnale. / E quale è di pazzia segno più espresso / che, per altri voler, perder se stesso?

Chi brama onor di sprone o di capello,/serva re, duca, cardinale o papa;/io no, che poco curo questo e quello.

 

 

 

 

Primo di dieci figli, Ludovico Ariosto nasce a Reggio Emilia l' 8 settembre 1474 da Daria Malaguzzi Valeri e dal conte Niccolò Ariosto. La famiglia si trasferisce prima, nel 1481, a Rovigo, dove Niccolò è stato inviato dal duca I d'Este con l'incarico di comandante della guarnigione; poi, a seguito della guerra scoppiata tra Ferrara e Venezia, a Reggio, infine nel 1484, a Ferrara. E ferrarese, poi l'Ariosto amò sempre dirsi, tanto che, oramai vecchio, dichiarava che avrebbe ucciso chi gli avesse impedito di passeggiare ogni giorno sulla piazza di Ferrara, tra la facciata del duomo e le due statue dei marchesi Niccolò e Borso. In mezzo a quell'Italia sconvolta dalle guerre tra Spagna e Francia, Ferrara rappresentava per lui la stabilità.Nel 1516 esce la prima edizione dell'Orlando furioso. Ammalatosi di enterite, muore il 6 luglio 1533. Dal 1801 il suo corpo è tumulato nella sala maggiore della Biblioteca Ariostea di Ferrara.