Johan Wolfgang von Goethe

 

Un arcobaleno che dura un quarto d'ora non lo si guarda più.

 Solo se si è pronti a considerare possibile l'impossibile si è in grado di scoprire qualcosa di nuovo.

Ci sono persone che si soffermano sui difetti dei loro amici. Non serve. Io ho sempre rivolto la mia attenzione ai meriti dei miei avversari e ne ho tratto profitto.

 Niente ci informa meglio su noi stessi che vedere di nuovo davanti a noi cose prodotte da noi anni prima, per cui abbiamo la possibilità di osservarci come si osserva un oggetto.

Nel mondo non è importante conoscere gli uomini, importa essere più intelligenti di chi si ha davanti sul momento. Lo si constata alle fiere annuali, lo dimostrano tutti coloro che vendono la loro merce gridando a squarciagola.

 Che brutta razza è quella delle persone la cui anima riposa tutta sul cerimoniale, il cui poetare e fare consiste per anni nel mirare unicamente alla conquista di un posto più importante a tavola!

Non c'è consolazione più grande per la mediocrità che sapere che anche il genio non è immortale.

 Quando incontriamo qualcuno che ci deve riconoscenza ce ne ricordiamo subito. Quante volte invece incontriamo qualcuno verso il quale abbiamo un debito di gratitudine e non ci pensiamo!

Il mondo giudica dall'apparenza.

 L'uomo intelligente trova ridicolo quasi tutto, quello razionale quasi niente.

Il mondo è una campana che ha una crepa, fa rumore ma non suona.

 Chi conosce una lingua straniera ha una vita in più.

Distingue lo sciocco dall'uomo intelligente unicamente il fatto che questo afferra con rapidità, vivacità e prontezza gli aspetti delicati del presente e su di essi si esprime senza difficoltà, mentre quello si aiuta ricorrendo a frasi fatte, tradizionali, prefabbricate, esattamente come facciamo noi quando impariamo una lingua straniera.

 La vita fa parte delle cose viventi, chi vive deve quindi sempre affronare dei cambiamenti.

Comunicare l'un l'altro, scambiarsi informazioni è natura; tener conto delle informazioni che ci vengono date è cultura.

 Lo scopo della vita è la vita stessa.

L'uomo semplice, incolto, è soddisfatto solo quando vede succedere qualcosa; quello colto vuol percepire; solo quello coltissimo prova piacere nel riflettere.

 Come educhiamo i nostri giovani? Vogliamo che perdano questo o quel difetto, ma i difetti sono tanti quanti sono gli organi che aiutano l'uomo a vivere.

Come si persegue il ragazzo nel quale si rileva una scintilla di vanità! Ma che misera creatura è l'uomo quando ha rinunciato a ogni vanità!

 Se volessero agire secondo i principi della pedagogia gli anziani non dovrebbero proibire a un giovane ciò che lo rende felice quando non hanno da offrirgli in cambio qualche altra cosa.

L'uomo rimane importante non perché lascia qualcosa di sé ma perché agisce e gode e induce gli altri ad agire e godere.

 Tutto ciò che è intelligente è già stato pensato; basta cercare di pensarlo di nuovo.

I traduttori sono simili a zelanti mediatori che esaltano i pregi di una bella donna mezzo velata: fanno nascere l'impulso irresistibile di conoscere l'originale.

 Nessuno è più schiavo di chi si credo libero e non lo è. Appena può dichiararsi libero l'uomo si sente condizionato. Quando ha il coraggio di dichiararsi condizionato si sente libero.

La filosofia, se vuole acquistare importanza per la vita, deve essere amata e vissuta.

 I tedeschi sono strani: cercando e mettendoci dappertutto idee e pensieri profondi si rendono la vita più difficile del necessario. Abbiate coraggio! Non pensate sempre che tutto sia futile se non c'è un pensiero astratto!

 Non ci si accorge mai abbastanza presto di quanto non si è indispensabili per il mondo.

Che persone importanti crediamo di essere! Immaginiamo di essere i soli ad animare la sfera in cui operiamo; pensiamo che, assenti noi, si fermi ogni ogni cosa: vita, nutrimento e respiro; e non ci accorgiamo che la lacuna che lasciamo si colma molto in fretta, anzi spesso non diventa che il luogo per qualcosa, se non di migliore, per lo meno di più gradevole.

 La presenza dell'infelice rattrista il felice, e quella del felice rattrista l'infelice - ahimè - ancora di più.

L'utile è solo una parte del significante; per possedere veramente una materia bisogna studiarla per se stessa, con amore.

 Tutto ciò che facciamo è fatica, beato chi non si stanca.

É felice e grande solo chi non ha bisogno di comandare o di obbedire per essere qualcuno!

 Il vecchio perde uno dei più grandi diritti dell'uomo, non viene più giudicato dai suoi simili.

Quale governo è il migliore? Quello che ci insegna a governare da noi.

 Non siamo piccoli quando le circostanze ci sono ostili, ma solo quando ci sopraffanno.

Quando immaginiamo di possedere la cosa desiderata siamo più lontani che mai dai nostri desideri.

 Basta diventare più vecchi per diventare più indulgenti; non vedo commettere un errore che non abbia commesso anch'io.

 

 

 

 

Johann Wolfgang von Goethe nacque a Francoforte sul Meno il 28 agosto del 1749 e morì a Weimar il 22 di marzo dell'anno 1832; fu il più grande poeta tedesco, un esimio scrittore ed un illustre scienziato.

Come scrittore, Goethe fu una delle figure paradigmatiche della Letteratuta tedesca e del Romaticismo europeo dei secoli diciottesino e diciannovesimo.

Scrisse il Faust ed ispirò Darwin con la scoperta delle ossa di premaxilla umana.

Dal padre Johann Kaspar - agiato borghese - ereditò la serietà, la coscienziosità e l'amore per l'ordine sia morale che pratico, mentre dalla madre Katharina Elisabeth Textor, acquisì la socievolezza, la gaiezza e la fantasia.

La sua infanzia fu serena, disciplinata e ricca di studio.

Il padre gli fece studiare il disegno, la musica,, l'equitazione, la scherma, il tedesco alla perfezione, le lingue antiche e moderne (greco, latino, ebraico, italiano, francese, inglese).

Questo periodo felice e spensierato si concluse quando, a quindici anni, il giovane Goethe si vide ingiustamente processato per truffa. La crisi morale che ne derivò portò il ragazzo a scrivere versi sarcastici ed a distruggere parecchi manoscritti per manifestare la propria ribellione.

Nel 1765 andò a Lipsia (dove rimase per tre anni), frequentando i corsi di giurisprudenza all'Università della città; qui il giovane si inserì senza difficoltà nella frivola vita di società, così diversa dalla società conservatrice e patriarcale di Francoforte.

La produzione di questo periodo comprese opere convenzionali, formalmente virtuose, ma anche sinceri e dolorosi sfoghi, rivelatori dell'insoddisfazione di fondo che caratterizzò tutto il periodo lipsiese.