Giolitti
La storia del Regno d'Italia dall'inizio del XX
secolo allo scoppio della guerra mondiale vede la presenza decisiva di una
figura politica sopra tutte le altre: quella di Giovanni Giolitti.
Si tratta sicuramente di un uomo nuovo che, senza essere rivoluzionario,
si distingue sensibilmente da tutti gli altri per la modernità delle idee e la
capacità di analisi della realtà. Egli resse (in
totale) cinque ministeri, che, tranne l'ultimo, che si colloca dopo
La politica interna di Giolitti fu
caratterizzata certamente da una serie di successi verso la democrazia, tanto
che, se per Cavour si parlava di stato liberale, ora si può
usare la definizione di stato liberal-democratico. La
sua attività nell'interno fu caratterizzata da un particolare interesse verso
l'aspetto economico, che è poi, soprattutto in questo
periodo, quello fondamentale. I ministeri Giolitti si
collocano infatti all'interno del cosiddetto
"decollo industriale" (1896-1913), che richiedeva necessariamente un
appoggio da parte della classe politica, volto a favorire l'attività
produttiva. Nel primo ministero il governo approvò la statalizzazione
delle ferrovie, problema che aveva messo in crisi più di una volta la classe
politica, soprattutto quella di Sinistra, per l'opposizione delle sezioni
toscane.
Ricondurre la gestione delle ferrovie nelle mani dello stato significò
rendere possibile una maggior organizzazione del servizio e una sua più
accurata manutenzione. Significato profondamente economico ebbe anche la
riduzione della rendita nazionale dal 5% al 3.5%, riducendo così gli interessi
sui titoli di stato riconosciuti al cittadino-creditore. Questa manovra, estremamente pericolosa, perché i detentori dei titoli
avrebbero potuto chiedere la restituzione immediata dei depositi, fu invece un
eccellente successo, poiché lo stato poté recuperare facilmente una quantità
enorme di denaro. Ma ciò avvenne perché il governo riceveva la fiducia della
popolazione, come quest'ultima poté dimostrare in occasiona delle consultazioni elettorali, anche se comunque
i creditori dello stato non potevano che essere persone con una certa
disponibilità finanziaria, cioè, in definitiva, borghesi. Nel suo terzo
ministero, Giolitti mise a segno un'altra manovra
economica che era stata proposta già alcuni anni addietro, e cioè
la statalizzazione delle assicurazioni sulla vita.
Queste, che prima erano gestite da agenzie private, ora diventano
monopolio assoluto dello stato, il che significa da un lato vantaggio economico
pubblico, dall'altro impossibilità di speculazione da
parte di privati. Un ultimo elemento ricorderemo a
proposito della politica interna giolittiana, e cioè
quello del suffragio "universale". Con questa riforma elettorale, che
garantiva diritto di voto a chiunque avesse compiuto i
trent'anni di età e fosse di sesso maschile, oltre
che a coloro che già rientravano nelle categorie della riforma di Depretis, segna sicuramente il momento culminante della
politica democratica di Giolitti. Gli elettori
passano improvvisamente da 3-4 milioni a 9 milioni,
con vantaggio soprattutto dei partiti cattolico e socialista.
I limiti della politica giolittiana vanno
invece individuati nella conservazione e accentuazione del divario tra Nord e
Sud, nel disimpegno e disinteresse verso un
ammodernamento dell'amministrazione, che permetteva una facile manipolazione da
parte del Governo dei prefetti, che a loro volta eleggevano i sindaci. Non va
poi dimenticato che l'emigrazione toccò livelli altissimi proprio durante i
governi di Giolitti, e che il protezionismo, attuato
anche nel primo Novecento, se da un lato favoriva l'economia interna,
dall'altro gravava principalmente sulla popolazione
più povera.
Le accuse rivolte a Giolitti, sia all'epoca che oggi, sono quelle che lo ritengono responsabile di una
politica conservatrice, inerte di fronte ai gravi problemi sociali e fortemente
ambigua. Ma questo, che trova la sua sintesi nella
nota vignetta pubblicata sulla rivista "L'Asino", fu precisamente
nelle intenzioni di Giolitti, che cercò costantemente
di barcamenarsi fra le diverse forze politiche, avendo compreso che il potere
si può mantenere soltanto basandosi su di un vasto e differenziato consenso.
Infine, l'acutezza che Giolitti dimostrò nella
comprensione di leggi dell'economia che solo oggi appaiono
ovvie, come quella della domanda e dell'offerta, della mobilità dei capitali,
della necessità di un certo controllo dei mercati da parte dello stato, fanno
di lui sicuramente un personaggio all'altezza dei tempi e della situazione in
cui operò.
Testo a cura de: Il paradiso dello studente