Giacomo Leopardi
Il Leopardi fu essenzialmente un lirico, vale a dire un uomo incline a esplorare se stesso e a effondere la sua storia interiore,
i "dolci e cari moti del cuor", più che a inventare e a far parlare
personaggi diversi da sé. Egli, anzi, fu tra i rappresentanti maggiori di
quella fiorita di lirici che, nei primi decenni dell'
In Leopardi troviamo la storia di uno spirito che, partendo dalla
riflessione su temi individuali riesce ad innalzarsi e a comprendere in sé un
intero universo. Un universo che viene comunque visto
alla luce di esperienze individuali, che è la risultante di una filosofia che
non è propriamente filosofia, di una particolare visione della vita in cui
l'uomo non riesce mai a portare all'esterno un solo aspetto di se stesso, ma è
poeta mentre fa il pensatore ed è filologo mentre è poeta ed è tenacemente
credente proprio nel momento in cui dichiara nulla ogni fede. È questione di grande sensibilità riuscire a decifrare la personalità del
Leopardi e dire personalità equivale a dire poetica e quindi i motivi della sua
poesia, ciò perché ciascuno di noi è portato a metterne in rilievo alcuni e a
trascurarne altri.
La grande poesia leopardiana è tutta contenuta negli
"idilli" della prima giovinezza, nei canti della maturità che la
posterità chiamò "grandi idilli" perché trattavano e completavano i
motivi dei primi idilli e considerando solo alcuni tratti nella Ginestra e
nell'ultimo canto Il tramonto della luna.
I motivi fondamentali della grande poesia
leopardiana sono tre: la nostalgia e il rimpianto della giovinezza perduta; il
senso dell'infinito; l'invocazione dolorosa e pur rassegnata a tutte le cose
perché spieghino la ragione, il fine di questo infinito e vano dramma di dolore
che è la vita. La giovinezza è per il Leopardi "l'ora felice dell'esistenza
nella quale le care e fervide illusioni ci tengono lontani dall'orrida realtà
delle cose, e noi percorriamo, viandanti obliosi e fidenti, la vita con l'anima
piena di arcane aspettazioni". A questo bene
perduto per sempre si rivolge la poesia del Leopardi con un accento di
tenerezza struggente e insieme di dolente rassegnazione. La poesia del Leopardi
non è imprecazione o grido di angoscia o di vendetta,
ma una elegia soavissima sollevata ad una straordinaria purezza musicale e
sentimentale. La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, La sera del
dì di festa, Le ricordanze, Il passero solitario, A Silvia sono i capolavori di
questo momento della ispirazione leopardiana,
specialmente gli ultimi tre, canti nei quali la elegia autobiografica si
solleva ad una purezza ineguagliabile.
Accanto al motivo della giovinezza e della pienezza di vita perdute, il
motivo dell'infinito: meno siamo tuffati nel fiume del vivere, più avvertiamo
la distesa paurosa dell'infinito, e non l'infinito che ci empie
l'anima di arcana religiosità, ma l'infinito come orrida distesa di spazi
interminati, come immensa solitudine e mistero. Il Leopardi avvertì
profondamente il battito sconfinato e misterioso dell'infinito, ma sembrò
trarne un soavissimo conforto: al cospetto di esso,
l'anima del poeta si immedesima col battito vuoto e meccanico del tutto, perde
il senso di sé, si fa cosa fra le cose, e si acqueta
in un placamento in cui sembra ucciso ogni residuo di tristezza, o vibra
remoto, come smarrito del tutto. Questo motivo si realizza nell'Infinito e in
alcuni tratti di altri canti, particolarmente della
Vita solitaria.
Talvolta infine, il poeta si volge alle cose e invoca una spiegazione
dell'essere. Ma egli reca nell'interrogazione la
coscienza che essa è vana: come egli ha la coscienza dell'impossibilità di un
ristorarsi prodigioso del dono e dell'incanto della giovinezza, così egli sa
che nessuno risponderà al suo interrogativo. Ma anche
qui agisce la meravigliosa misuratezza della poesia leopardiana: egli non impreca
e non maledice, ma si effonde in una tristezza desolata ed abbandonata. Non c'è
ribellione contro le cose, né supina accettazione di esse:
è come la rassegnazione in cui vibra purificato tutto il nostro dolore, quando
è uscito dal suo immediato bruciore e noi lo collochiamo nel ritmo
dell'infinito. Perciò quell'interrogare
è un modo di piangere le cose: un piangere sommesso e cheto, un puro piangere,
di qua da ogni ribellione. Questo motivo lo possiamo cogliere nel Canto
notturno di un pastore errante dell'Asia, in cui viene
portato all'esasperazione il dolore del poeta, e al visione della vita.
Il pessimismo, quell'atteggiamento spi-rituale
che col Leopardi nel tempo è divenuto sinonimo di rifiuto della vita, credo
debba essere riguardato con occhio diverso. Pessimismo in Leopardi è
accettazione eroica della vita, non è rifiuto di essa,
ma altissimo sentimento morale che riesce a santificare tutta un'esistenza. Una
visione della vita così desolante, così terribilmente tragica, un'esistenza
così solitaria, così al di fuori di ogni schema
ortodosso di vita comune, avrebbero generato un pazzoide, al massimo un
genialissimo filosofo ma mai avrebbero generato una poesia così limpida, così
pura, così universale; poesia che, pur nelle spietate analisi razionalistiche
ed illuministiche, possiede il fascino delle immortali creazioni quando si fa
voce pura del sentimento; e poesia di contraddizioni magnanime, come tutti i
critici, a cominciare dal De Sanctis, ebbero a
scrivere perché proprio dal grido di dolore disperato e privo di vita si eleva
un incitamento ai valori più cari dell'esistenza e dell'umano operare.
Una lirica quella del Leopardi che celebra le bellezze incomparabili della
natura, i giorni lieti della irripetibile giovinezza,
il palpito segreto del cuore per cui essa è soprattutto il canto sublime di un
uomo che volle essere anche un ragionatore mentre era essenzialmente un poeta.
A mio avviso è un vero miracolo l'esistenza della poesia del Leopardi,
un miracolo che riesco a spiegarmi soltanto supponendo nel poeta un'energia
morale incredibile, al di fuori di ogni norma. Si dice comunemente che la
poesia del Leopardi è la contraddizione più evidente del suo pessimismo,
secondo me la poesia del Leopardi è l'unico elemento che ci permette di capire
chi fosse veramente l'uomo. Un uomo nel quale l'assiduità allo studio, la
grandissima perizia tecnica non soffocano
l'ispirazione, ma la affinano, le si mettono a completa disposizione piegandosi
ad ogni sua esigenza; un uomo nel quale il mondo interiore, tutto il sistema di
pensiero non vive distaccato dalla sensibilità, ma ne riceve anzi la sua
ragione d'essere: avevo detto a proposito del suo pensiero: "una filosofia
che non è filosofia" ebbene con ciò volevo intendere che essa non è mai
qualcosa di astratto, ma va continuamente formandosi in un assiduo contatto con
la vita.
Testo a cura de: Il paradiso dello studente