Introduzione a Hilary Putnam

di Alberto Gazzola

  Hilary Putnam (n.1926) può essere considerato uno dei massimi filosofi viventi e forse il maggiore tra quelli americani per ampiezza di interessi, profondità delle argomentazioni, originalità delle proposte. Formatosi con maestri del calibro di Carnap e Reichenbach nell'ambiente filosofico statunitense del primissimo dopoguerra (allora fortemente influenzato dalla scuola neopositivista di recente importazione), Putnam ha progressivamente esteso i suoi interessi sino a toccare una varietà sorprendente di argomenti: temi di filosofia della logica e della matematica, alcune questioni centrali di filosofia della fisica, problemi di epistemologia generale, questioni metafisiche, argomenti di filosofia del linguaggio e della mente; più recentemente questioni di estetica, etica, filosofia della politica, filosofia della religione (da rilevare come egli abbia dichiarato apertamente il suo ritorno alla fede ebraica, conversione che sembra essere avvenuta attorno alla metà degli anni settanta). In ognuno di questi campi il filosofo americano si è segnalato per l'incisività delle proposte, spesso indirizzate ad una critica radicale di posizioni filosofiche ampiamente diffuse.

Se la critica verso gli avversari si caratterizza per la sua fermezza (ma anche per l'estrema sua onestà), non lo è meno quella che egli esercita sulle sue stesse idee, le quali sono di conseguenza soggette a continue trasformazioni, ridefinizioni, precisazioni e talvolta a profonde revisioni. Non sono mancate per questo a Putnam le accuse di incoerenza, incertezza, volubilità, accuse alle quali egli ribatte sottolineando fortemente la necessità di un atteggiamento filosofico fallibilista, dialogico, trasparente, aperto alla critica (in primo luogo la propria): “Cambiano idea solo coloro che ammettono i propri errori”.

La produzione filosofica di Putnam tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Ottanta è raccolta per lo più nei tre volumi (Philosophical Papers 1, 2, 3), i quali spaziano dalla filosofia della logica, del linguaggio e della fisica, alla filosofia della matematica e della mente, per toccare questioni epistemologiche generali standard come la corroborazione e la preferibilità delle teorie, problemi di logica induttiva e altri ancora. Alcuni di questi saggi contengono tesi innovative divenute ormai classiche: tra tutte si possono ricordare la tesi del funzionalismo e la teoria causale del riferimento (detta anche teoria del riferimento diretto).

Il tema centrale della riflessione putnamiana è certamente il realismo. Nel terzo dei volumi citati si registra il decisivo ingresso di temi legati alla cosiddetta filosofia “continentale”, ma soprattutto si va facendo strada una prima fondamentale trasformazione. Da un' originaria posizione a favore di un realismo tout court  ("realismo metafisico") si assiste allo sviluppo progressivo di una forma alternativa di realismo (in un primo tempo battezzato realismo interno, successivamente realismo pragmatico o dal volto umano), un chiaro tentativo di realizzare una sorta di terza via tra un realismo forte (metafisico, scientifico) e l'ir-realismo (proprio delle varie forme di anti-realismo, relativismo, idealismo, nichilismo), le due grandi "famiglie" filosofiche che si spartirebbero l'intero spazio della filosofia contemporanea. Tale svolta comincia a definirsi con la pubblicazione del libro Meaning and the Moral Sciences (1978), e si precisa con la pubblicazione di Reason, Truth and History nel 1981. In Representation and Reality (1988) Putnam ha poi messo in discussione i capisaldi della sua precedente posizione a favore del funzionalismo per abbracciare una posizione attenta alle problematiche del cosiddetto Verstehen, che assumono un ruolo rilevante nella sua successiva produzione.

In questa fase centrale della sua produzione gli influssi sono molteplici, ma soprattutto grande è il debito di Putnam nei confronti di filosofi quali Kant, Wittgenstein e William James. Kant, già punto di riferimento, diventa decisivo quando Putnam si accorge di non essere più in grado di rispondere secondo i canoni standard della filosofia analitica ai problemi fondamentali della filosofia, un approccio che andrebbe integrato con un diverso modo di porre i problemi. L'importanza di Kant diventa determinante in questo contesto soprattutto per il modo con il quale il filosofo tedesco ha affrontato le principali questioni del suo tempo, piuttosto che per il genere di risposte che egli ha elaborato. Secondo Putnam il primo filosofo nel quale può essere rintracciata una posizione simile al suo “realismo interno” è stato Kant. Putnam giunge quindi a sostenere che il mondo “dipende” [1] parzialmente dalla mente conoscente, e che la dicotomia realtà/apparenza altro non è che un'illusione trascendentale, fondata sull'idea che la realtà sia qualcosa di completamente indipendente da noi. L'idea di una realtà indipendente, che le teorie scientifiche descriverebbero compiutamente, lascia il posto a una concezione che vede lo status degli oggetti postulati dalle nostre teorie come intimamente legato alle scelte concettuali operate dall'osservatore. La proposta di Putnam è di considerare la conoscenza né come prodotto della mente umana (idealismo), né come un adattamento oggettivante in termini di corrispondenza alle strutture del mondo naturale (realismo forte, metafisico): i processi conoscitivi sarebbero piuttosto una sintesi dipendente da una componente fattuale e da una concettuale. Ma non possiamo distinguere nettamente l'elemento fattuale da quello concettuale della nostra conoscenza; questo equivarrebbe, tra l'altro, a suggerire l'esistenza di un mondo in sé per noi inconoscibile, facendoci ricadere nelle tesi del realismo classico. Non possiamo fare a meno dei nostri schemi concettuali, ma essi si applicano all'ambiente-mondo esterno, il quale a sua volta acquisisce un senso solo a partire da un sistema di valori .

Un'altra fondamentale idea kantiana accolta da Putnam è quella riguardante la stretta interconnessione tra etica e metafisica. Tutti i problemi filosofici hanno, in un certo senso, una radice etica, o perlomeno valoriale (esistono valori epistemici, non solo etici). La stessa scienza non è qualcosa di “incontaminato” rispetto ai valori, ma, proprio in quanto prassi umana, è profondamente influenzata da essi. Le pretese del pensiero scientista, aventi come conseguenza rilevante la svalutazione del senso comune, si dimostrano assai deboli nei loro assunti fondamentali. Il loro fallimento apre alla possibilità di riservare, tra le altre conseguenze, un ruolo essenziale al mondo del senso comune (in un'accezione paragonabile alla Lebenswelt husserliana), per mezzo del riconoscimento della ragionevolezza delle nostre istanze etico-metafisiche, le quali sono le uniche che possono dare un senso alle nostre “vite morali”. Riprendendo l'analisi kantiana, Putnam vede  scontrarsi  i due concetti della filosofia scolastica (der Schulbegriff der Philosophie) e della filosofia intesa come concetto cosmico (der Weltbegriff der Philosophie). Il primo è oggi rappresentato dalla filosofia analitica; il secondo, da una filosofia che cerca di indagare la condizione umana ed elaborare “visioni del mondo” che diano un senso alle nostre vite. Compito peculiare del filosofo diventa quindi la ricerca dei “fini” dell'umanità: egli dovrebbe considerare la propria attività come quella di un insegnante che esercita la sua attività sui giovani, ma anche su se stesso e sugli altri adulti.

Da Wittgenstein Putnam riprende la convinzione che, in un certo senso, “i problemi filosofici sono irrisolvibili”: la filosofia deve ritenersi soddisfatta qualora riesca a porre i problemi in un modo soddisfacente, ma non può certo sperare di arrivare a un termine ultimo, ad una risposta conclusiva. Ciò che possiamo fare è cercare “direzioni di risposta”, con la coscienza che i problemi filosofici sono questioni che l'uomo si porta con sé, e che esisteranno finché l'umanità continuerà ad esistere. La filosofia investe la sfera umana in tutte le sue attività conoscitive e pratiche, investe l'intera vita dell'uomo, non riguarda solo il “corretto modo di ragionare”, come spesso hanno sostenuto molti filosofi analitici, e nemmeno astratte speculazioni metafisiche, tendenza che spesso ha caratterizzato la tradizione europea.  Essa riguarda profondamente la nostra capacità di sentire, di immaginare, ovvero  “tutta la nostra sensibilità” di esseri umani.

Sull'idea di “responsabilità universale” (e su altri temi) il lavoro di Putnam si incontra con quello di William James e del filosofo americano Stanley Cavell. James sosteneva  che non si può fare a meno del proprio “temperamento” quando si fa filosofia: Putnam ne riprende l'affermazione dicendo che non dobbiamo trascendere “ciò che siamo”, ma dobbiamo prenderci la responsabilità del nostro “temperamento”.

Putnam sembrava così giunto ad un certo equilibrio dopo il lungo e sofferto travaglio del realismo interno. Al contrario è riuscito ancora una volta a sorprendere con un'ulteriore nuova proposta (avente come conseguenza un forte ridimensionamento del realismo interno), presentata in Sense, Nonsense and the Senses (1994), centrata su un ripensamento radicale dell'idea di percezione. Secondo Putnam causa di molti problemi filosofici sarebbe la predominante immagine della percezione, nata con l'affermarsi del pensiero moderno e ancora in voga, anche grazie al suo diffuso impiego, spesso implicito, da parte delle emergenti “scienze cognitive”, basata sull'idea di un'interfaccia cognitiva (costituita dai “sense-data”) tra le menti e il mondo. Fornendo alle sue tesi il supporto decisivo delle idee di Austin e del filosofo di Pittsburgh John McDowell , e riconoscendo i suoi debiti nei confronti di James, Dewey e di un certo Aristotele (e ancora, per alcuni aspetti, di Wittgenstein), Putnam ritiene ora necessario il ritorno all'idea di percezione diretta, ovvero ad una concezione che rinunci all'idea di interfaccia ("realismo diretto” o “naturale”). Putnam esprime tale mutamento di atteggiamento parlando espressamente della necessità di una “seconda naivetè ” che permetterebbe di accostarsi al senso del mondo comune, anziché dissolverlo scetticamente come mera “proiezione” di una realtà naturale soggiacente (spesso intesa priva di senso, della quale darebbero testimonianza le scienze o una scienza fondamentale della quale ancora non disponiamo); oppure quale nozione incoerente, inutile, se non dannosa, come intesa da molti relativisti.

Nota:

[1] Su quale genere di dipendenza (concettuale, epistemica, ontologica) Putnam non è stato sempre chiaro. In alcuni scritti recenti Putnam esclude esplicitamente la dipendenza ontologica (almeno in un senso “forte” del termine ).

 

by Alberto Gazzola © 2004