RASSEGNA STAMPA

31 LUGLIO 1998
MASSIMO PIATTELLI PALMARINI
Putnam: «Giù le mani dalla scienza»
Il filosofo e matematico americano difende la razionalità illuministica contro il relativismo post-moderno. E propone una «terza via» della conoscenza
«La rivoluzione del Settecento va completata non rinnegata se si vogliono combattere le tirannie»
E' in procinto di partire per l'Australia, per una serie di conferenze, proseguendo poi per Singapore, Londra, Praga e Karlovy Vary. Compie 72 anni in questi giorni. Nell'anno accademico appena terminato, a Harvard, dove è professore da oltre vent'anni, Hilary Putnam ha insegnato ben tre corsi curricolari e tenuto le Royce Lectures. Mi mostra, con una punta di divertita compiacenza, il suo ruolino di marcia per il prossimo anno accademico: una laurea honoris causa all'Università di Atene, poi in Israele in marzo, poi varie conferenze in università dell'Europa e degli Stati Uniti, ma soprattutto, essendo in sabbatico, completare una raccolta di saggi sulla causalità mentale, e un breve, innovativo lavoro sulla meccanica quantistica.
Ha appena ricevuto la versione italiana del suo Rinnovare la filosofia, che va ad aggiungersi alla nutrita serie di suoi libri tradotti in italiano. Uno di questi, sul pragmatismo, frutto delle sue Lezioni Italiane, tenute a Roma sotto l'egida della Fondazione Sigma Tau e della casa editrice Laterza, uscì addirittura prima in italiano che in inglese.
Cresciuto in Francia, Hilary parla correntemente il francese, e legge bene anche l'italiano, oltre, naturalmente, al tedesco, lingua obbligata per un logico e filosofo della sua generazione. Ricordo, anni addietro, quando mi mostrò con fierezza un suo articolo appena tradotto in tedesco. In inglese si intitola Truth and necessity in mathematics (verità e necessità in matematica, temi intorno ai quali è ruotata gran parte della sua prima produzione). In tedesco suonava assai piu poderoso. Me lo lesse ad alta voce, con suoni adeguatamente guttural-professorali Wahrheit und Notwendigkheit in Mathematik. Marcò bene tutte quelle «h» e quelle «k». Poi slittò, sornionamente, nell'americanissimo, colloquiale Wow! (accipicchia!). «Senti come suona profondo! Mi sembra di essere Kant!».
Putnam è un filosofo insieme rigorosissimo e soave, che potrei definire a tutto tondo, sia perché ha toccato con successo ogni branca della filosofia, lasciandovi un segno permanente, sia perché occupa una posizione di solido equilibrio tra la filosofia cosiddetta analitica e la filosofia teoretica tradizionale di stampo storicistico; due settori di solito armati l'uno contro l'altro. Nella sua stessa definizione, la filosofia analitica è il campo delle argomentazioni, mentre la filosofia teoretica (quella, tanto per intendersi, che si impara al liceo) è il campo delle grandi concezioni (in inglese visions). Il motto di Putnam, qualche anno fa, era: «Nessuna concezione, senza argomentazione». Come dire, va benissimo cercare di risolvere i grandi interrogativi, ma, please, corroborate le vostre concezioni con irreprensibili argomentazioni razionali. Gli chiedo se sposa ancora questo motto. Con la sua usuale saturnina dolcezza, sollevando asimmetricamente i sopraccigli e sorridendo, mi risponde: «Il compito della filosofia è quello di pensare a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato. Non è detto, però, che tutte le argomentazioni debbano essere espresse sotto forma di proposizioni, o, per meglio dire, in una sorta di calcolo delle proposizioni. Fu Iris Murdoch la prima a dire, giustamente, che un'argomentazione può anche assumere la forma di una descrizione. E spesso una buona descrizione si rivela di enorme utilità». Qualche esempio? «Prendiamo una certa filosofia della scienza, quella di autori come Thomas Kuhn, Norwood Russell Hanson, Imre Lakatos (non Paul Feyerabend, da cui dissente radicalmente). Ebbene, essi ci hanno offerto una descrizione dell'impresa scientifica, con aspetti che la filosofia della scienza aveva fino a quel momento trascurato. Io dissento da molte loro tesi specifiche, ma apprezzo la loro descrizione generale di questi importanti aspetti della scienza». Introduco lo spinoso tema del cosiddetto post-modernismo, quella concezione relativista della razionalità, che tende ad equiparare scienza e narrazione libera, oggi tanto in voga soprattutto in certi dipartimenti di letteratura nelle università americane, presa largamente in prestito ad autori francesi come Lacan, Derrida, Deleuze e compagnia, issata come vessillo liberatore da femministe, minoranze etniche e contestatori della scienza «canonica». Gli cito un libro vetriolico di un fisico americano, Alan Sokal, e di un fisico francese, Alain Bricmont, intitolato (si noti bene) Imposture intellettuali, pubblicato qualche mese fa in Francia, che distrugge questi autori e il post-modernismo. Con pazienza, gli autori hanno isolato, negli scritti dei guru del post-modernismo, soprattutto in quelli di Lacan, Deleuze e Guattari, Derrida, Irigaray e Serres, passaggi nei quali si parla a sproposito di teorie matematiche e fisiche, commettendo svarioni colossali. Putnam reagisce con vigore: «Questo è maccartismo intellettuale. È un atteggiamento terrorista. Non si ha il diritto di bollare come irrazionale un'intera cultura filosofica. Anche i filosofi analitici hanno commesso a volte errori dello stesso calibro. E con questo?». Si sofferma su aspetti, a suo giudizio molto interessanti, dell'opera di Lacan e di Derrida (degli altri autori francesi poco sembra importargli). Si noti che Putnam iniziò la sua lunga carriera come matematico dimostrando, con Miranda Robertson, un teorema fondamentale sulle cosiddette equazioni diofantine, poi dando contributi importanti alla logica simbolica e, come dicevo un momento fa, alla filosofia della fisica moderna.
Eppure gli svarioni di questi autori in materia di matematica e di fisica non gli sembrano peccati capitali. «Molti dei passaggi scelti da Sokal e Bricmont consistono in figure retoriche, in allegorie o metafore. Un autore ha ben diritto di prendere in prestito nozioni dalla matematica e dalla fisica e costruirci sopra delle immagini. Inoltre, se si guarda bene, alcune di quelle citazioni, soprattutto per Derrida, consistono in estratti da conversazioni libere, non da scritti pubblicati».
Ma Putnam non è certo un post-modernista. Qual è, allora, il suo punto di dissenso? «L'errore fondamentale di questi pensatori è di aver voluto sminuire, relativizzare, l'Illuminismo. Questo non si deve mai fare. Il metodo dell'Illuminismo è come una roccia al di sotto della palude. Senza questa roccia non esistono più argomenti convincenti e coerenti per combattere le disugaglianze, il razzismo, il maschilismo, la tirannide. Eliminare questa solida base di roccia significa sabotare le ragioni stesse della propria critica. L'Illuminismo rappresenta una rivoluzione non completata, che va, quindi, completata, non rinnegata».
Secondo Putnam occorre evitare sia la celebrazione trionfalista della razionalità scientifica, sia la critica auto-distruttiva della razionalità illuminista, bollata come il prodotto effimero di una certa cultura, di una certa epoca, di una certa etnia. Gran parte della sua filosofia più recente consiste, infatti, in una accorta navigazione tra opposti scogli: tra razionalita e irrazionalità, tra rigido metodo scientifico di stampo logico-positivista e il «tutto fa brodo» dei filosofi della scienza di stampo anarchico, tra materialismo e dualismo nella filosofia della mente. Più di tutto, va fiero del suo libro sul realismo, nel quale costruisce una terza via tra il relativismo concettuale e l'idea che il mondo esterno ci impone, alla lunga, un unico sistema di concetti. Esco dal suo ufficio, nell'austero edificio tardo ottocentesco chiamato Emerson Hall: il dipartimento di filosofia di Harvard. Sulle porte degli altri uffici, e sulle caselle della posta, si leggono i nomi di Quine, Goodman, Nozick, Cavell, Goldfarb. Non dovrebbe stupire che nel mondo della filosofia, a proposito di un autore, un lavoro, una corrente, una tendenza, si senta chiedere: «Che ne dice Emerson Hall?». In questo fine luglio, però, Emerson Hall tace. Uscendo nell'afa che abbaglia, dubito che i colleghi condividano con Putnam il benevolo giudizio su Lacan e Derrida.
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