di Angelo Gandolfi e Claudio Piga

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Su Dedalo e i labirinti

 

 

 

 

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Dedalo, protoingegnere dell’antichità


 

 

Antonio Canova, Dedalo e Icaro, Venezia, Museo Correr (particolare). Dedalo è rappresentato mentre costruisce il remeggio d’ali sul corpo del figliolo Icaro.

 

 

Dedalo, ateniese, il costruttore del labirinto di Creta, fu architetto, scultore, ingegnere e inventore (inventò, per esempio, l’ascia e il trapano, due strumenti importantissimi per le costruzioni navali).
Alcuni aspetti della sua vita privata possono destare riprovazione. Per esempio, perché costruì una vacca in legno che accogliesse Pasifae, moglie di Minosse, e le consentisse di consumare il suo infame appetito per quel toro del quale si era innamorata? Fra l’altro, il toro non era d’accordo e la vacca in legno serviva per trarlo in inganno. Sotto questo aspetto possiamo paragonare Dedalo a Wernher von Braun che aveva cominciato con il servire una causa sbagliata (dal nostro punto di vista), ma fu sempre geniale, sia quando aveva progettato per i tedeschi le micidiali V2 (Vergeltungswaffe 2), sia quando progettò per gli americani il Saturn V e fu un protagonista della conquista dello spazio.

Per Minosse Dedalo aveva anche costruito il Labirinto, nel quale fu rinchiuso il figlio di quel turpe amore, perché non ne uscisse mai. Quando però un altro ateniese, Teseo, venne a Creta per uccidere il mostro (al quale era destinato il tributo di sette giovani e sette fanciulle – ateniesi – da divorare ogni anno), fu lui a suggerire lo stratagemma del “filo di Arianna”, perché Teseo potesse entrare nel Labirinto, uccidere il Minotauro e far ritorno ad Atene. Si chiama filo di Arianna perché Teseo, forte dell’amore che aveva saputo suscitare in Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, le chiese aiuto per uscire dal Labirinto; Arianna a sua volta si rivolse a Dedalo che suggerì l’idea di un gomitolo di lana da srotolare, via via che Teseo penetrasse nei meandri del Labirinto. Per trovare l’uscita, sarebbe stato sufficiente raccogliere il filo che aveva precedentemente srotolato.

Però Minosse, saputo del successo di Teseo e dello stratagemma ideato da Dedalo, punì l’artefice rinchiudendolo in una torre, all’interno del Labirinto, insieme con il figlioletto Icaro. Qui Dedalo, sempre ingegnoso, trovò il modo di evadere costruendo per sé e per il figlio un sistema di propulsione ad ala battente. Quel che ne seguì è noto: i due si allontanarono in volo dal Labirinto, diretti in Italia – verso la Magna Graecia – ma Icaro, troppo fiducioso e quasi inebriato dal mezzo tecnologico, si spinse oltre il dovuto in prossimità del Sole, il cui calore sciolse la cera utilizzata per la costruzione dell’apparecchio di volo. Icaro precipitò nel mare mentre Dedalo, impotente a venire in soccorso del figlio, proseguì il suo viaggio verso la Sicilia, secondo quanto ci riferiscono Pausania e Diodoro, dove lasciò tracce notevolissime del suo ingegno di artefice versatile. Secondo Virgilio invece (seguito da altri poeti, come Silio, Stazio e Giovenale) approdò a Cuma, dove edificò un tempio ad Apollo. La descrizione dell’opera di Dedalo scultore è il pretesto con cui Virgilio, con poche parole di grande efficacia, esprime il dolore del padre orbato del figlio. Avendo infatti edificato il tempio, Dedalo ne costruisce le porte, dove rappresenta la concatenazione degli eventi che l’hanno portato a Cuma: il turpe amore dal quale nacque il Minotauro; la costruzione del Labirinto; la morte di Androgeo figlio di Minosse, atleta invincibile e ucciso dagli ateniesi per invidia; la punizione degli ateniesi che furono costretti al triste tributo dei fanciulli; lo stratagemma del filo di Arianna; la fuga dal Labirinto. Avrebbe voluto rappresentare anche Icaro, ma ne fu impedito dal dolore. Perché due volte Dedalo provò a plasmare la sventura del figlio, e due volte la mani pietose del padre caddero inerti.

 

                                               [...] Tu quoque magnam

              partem opere in tanto, sineret dolor, Icare haberes.

              Bis conatus est casus effingere in auro,

              bis patriae cecidere manus.

 

Così Virgilio, senza niente togliere alla genialità di Dedalo, ci restituisce di lui un’umanità che non tutti gli antichi erano stati concordi nell’attribuirgli. Canova ha voluto trasporre quest’immagine di amore paterno nella pietra: il gesto e lo sguardo di Dedalo sono quelli di chi poco si cura di sé, ma vuole la salvezza del figlio prima di tutto. Dedalo è rappresentato in maniera molto realistica, con il volto e il corpo che portano evidenti i segni della vecchiaia. Icaro invece è idealizzato, secondo i canoni della bellezza greca: rappresenta la languida bellezza di un fanciullo che ha posto ogni speranza di salvezza nella forza d’ingegno del padre. È come se Canova volesse interloquire con Dedalo, da scultore a scultore, farlo partecipe della sua compassione e totale adesione alla civiltà greca.
 

 


 

Il nostro labirinto

 


Il nostro labirinto è quello presente nel soffitto ligneo della “Stanza del labirinto” (appunto), nella Domus nova del Palazzo ducale di Mantova: come è noto, il Palazzo comprende un insieme di costruzioni separate che soltanto nel XVI sec. saranno collegate per costituire un unico complesso che si estende su un’area di 35.000 mq.

È un labirinto del II tipo (vedi sotto), cioè senza vicoli ciechi; lungo tutto il percorso che conduce alla formella centrale si legge, ripetutamente, “Forse che sì, forse che no”. Purtroppo nella figura qui accanto il motto non è leggibile. È leggibile invece la scritta che corre tutt’intorno. Ma le scritte non sono coeve. Il soffitto, infatti, è stato trasportato dal Palazzo di San Sebastiano, che fu fatto costruire da Francesco II (1484-1519), terzo marchese di Mantova. La scritta perimetrale invece fu fatta incidere da Vincenzo Gonzaga (1587-1612), che promosse la costruzione della Domus aurea. La scritta recita così: DVM SVB ARCE CANISIA / CONTRA TVRCAS PVGN. / VINC. GONZ. MANT. IIII / ET MONT. FERR. II DVX, cioè: “Mentre sotto la rocca di Canissa combatte contro i turchi Vincenzo Gonzaga, quarto duca di Mantova e secondo del Monferrato”. Nella formella si legge la scritta, attorniata da lacci che si annodano a due cuori: DEDALEE INDVSTRIE ET TESEIE VIRTVTIS, un riconoscimento dei meriti dell’ingegnoso Dedalo e del valoroso Teseo. Il punto di arrivo di questo labirinto rappresenta, come sempre, la salvezza di una vita individuale ma forse anche, in questo caso, la salvezza del casato dei Gonzaga che ai tempi di Vincenzo attraversava momenti difficili. La rocca di Canissa fa riferimento alla battaglia di Kanizsa, dove il duca effettivamente combatté contro i turchi. La scritta perimetrale sarebbe da mettere in relazione, secondo alcuni, a una possibile detenzione del Duca, prigioniero dei turchi, in un labirinto. Ma la cosa è da dimostrare.

Misterioso è anche il motto “Forse che sì, forse che no” che si svolge lungo il percorso del labirinto. Francesco II l’avrebbe tratto (ma è soltanto un’ipotesi) da una “frottola” amorosa coeva: la frottola è una composizione polifonica vocale, di origine popolare. Il motto piacque a D’Annunzio che qualche secolo dopo visitava il Palazzo ducale. Prese nota di queste parole «dubitose» che ricorrono in «un labirinto d’oro in campo oltremarino» (così scrive in un suo taccuino), tanto che Forse che sì, forse che no diventa il titolo di una sua opera.

 

 

I due generi di labirinto

 


I labirinti possono essere di due tipi, secondo che il percorso presenti un certo numero di varianti e vicoli ciechi, oppure sia obbligato, cioè orientato univocamente a un punto di arrivo. Un labirinto del primo tipo è tipicamente quello costruito da Dedalo, così complicato che chi vi entra ha buone probabilità di rimanervi prigioniero per sempre. Labirinti del secondo tipo sono quelli della tradizione cristiana (vedi sotto).

In inglese esistono due parole per significare labirinto: la prima, di origine anglosassone, è maze; la seconda, di origine greca, è labyrinth. Finora queste due parole sono state pressoché sinonimi, ma chi si occupa oggi di labirinti (nella teoria dei giochi, per esempio) tende a far coincidere i labirinti di tipo I con maze e quelli di tipo II con labyrinth.

Come esempio di labirinto del primo tipo consideriamo quello di Villa Pisani, lungo il fiume Brenta, nella pianura veneta.

Le pareti del labirinto della Villa Pisani sul Brenta (qui sopra) sono formate da siepi di bosso. Come si vede nella pianta del ’700, riportata qui accanto, il labirinto presenta alternative di percorso e vicoli ciechi, dunque è di tipo I.

Perdere l’orientamento è molto facile, perché l’orizzonte è delimitato da una barriera di tigli e carpini. Mancano dunque i punti di riferimento. In cima alla torretta al centro sale il giardiniere che eventualmente darà indicazioni a chi si sia smarrito, perché trovi la via d’uscita. La leggenda vuole però che sulla torretta, sotto una pergola che si trovava al posto della statua attuale, ci fosse – al tempo in cui Alvise Pisani era Doge – una dolce fanciulla velata, che si sarebbe concessa in premio a colui che per primo fosse riuscito a superare le difficoltà del labirinto. Perciò il labirinto di Villa Pisani è anche detto il “labirinto d’amore”.

I lavori della villa e del parco – commissionati a Girolamo Frigimelica nel 1720 – furono terminati nel 1735, l’anno in cui Alvise Pisani venne nominato Doge. Era stato ambasciatore della Serenissima a Versailles e volle che la sua residenza ne portasse l’eco, per lo stupore dei nobili veneziani che, nella stagione della villeggiatura, risalivano il Brenta con il Burchiello.

D’Annunzio visitò anche questo labirinto (vedi sopra, a proposito del labirinto dei Gonzaga) e ne fu entusiasta. Qui ambientò una scena erotica del suo romanzo Il fuoco, quando Foscarina entra nel labirinto con il suo amante Stelio e si smarrisce. Stelio gioca crudelmente con lei: «Egli rise tra le foglie, senza mostrarsi, come un fauno in agguato. Il gioco l’eccitava: tutte le sue membra si riscaldavano snodandosi nell’esercizio della destrezza; e il mistero selvaggio, il contatto del suolo, l’odore dell’autunno, la singolarità dell’avventura impreveduta, lo sbigottimento della donna, la presenza stessa delle deità di pietra mescevano al suo piacere corporeo un’illusione di antica poesia».

 

 

 

 

Il labirinti della tradizione cristiana

 


Qui accanto è rappresentata la Via Francigena, detta anche Via Francesca o Romea: è il percorso di un pellegrinaggio che da Canterbury portava a Roma e costituiva in epoca medievale una delle più importanti vie di comunicazione europee.
I pellegrini potevano porre termine al loro viaggio a Roma, ma per raggiungere Gerusalemme, via Brindisi, il tratto iniziale era lo stesso. Il percorso – che poteva presentare delle varianti, che tenevano conto dell’eventualità di pestilenze e guerre – era utilizzato non solo dai pellegrini (detti anche romei, se la destinazione era Roma), ma anche dai mercanti e dai viaggiatori.

Le pestilenze non erano gli unici inconvenienti naturali, e le guerre non erano le uniche insidie umane: le strade erano frequentate, oltre che dai pii pellegrini, anche dai banditi. Tra questi era famoso Ghino di Tacco, una sorta di brigante “buono” che – ai tempi di Dante – dalla rocca di Radicofani controllava la Via Cassia, al confine tra la Repubblica di Siena e lo Stato pontificio. Ghino lasciava sempre ai malcapitati qualcosa di che vivere.

Il pellegrinaggio cristiano era dunque un viaggio irto di pericoli, senza la certezza di arrivare alla meta. Era costume, infatti, fare testamento prima della partenza. Il viaggio in Terra santa, o a Roma, o a Santiago di Compostela (sono queste le tre “peregrinationes maiores”, secondo la testimonianza di Dante, nella Vita nova) era un’impresa simile a quella di Teseo. Ecco perché il labirinto divenne il simbolo del pellegrinaggio penitenziale e perché troviamo il simbolo del labirinto nei luoghi di devozione toccati dalla Via Francigena (a Pontremoli, per esempio, e a Lucca, come vedremo).

Ma c’è di più. Il Medio evo era – è vero – il tempo dei pellegrinaggi, ma la maggior parte dei cristiani, soprattutto quelli che vivevano oltralpe, non aveva la possibilità di recarsi a Roma, o a Santiago di Compostela, per non parlare di Gerusalemme, che era allora considerata il centro del mondo e che simbolizzava il Regno dei cieli. Ecco allora che si facevano dei pellegrinaggi alle cattedrali di Amiens, Arras, Auxerre, Bayeux, Chartres, Poitiers, Reims, Sens, St. Quentin, Tolosa, dove i pellegrini avrebbero trovato un labirinto. Il centro del labirinto aveva il significato della Gerusalemme celeste, della quale la stessa cattedrale è un simbolo, e il pellegrinaggio alla cattedrale equivaleva a un viaggio in Terra santa, in scala ridotta.

 

 

 

Il labirinto del Duomo di Lucca

 

Accanto al labirinto leggiamo la scritta:

HIC QVEM CRETICVS EDIT
DEDALVS EST LABERINTHVS
DE QVO NVLLVS VADERE
QVIVIT QVI FVIT INTVS
NI THESEVS GRATIS ARIADNAE STAMINE JVTVS

cioè:

Questo è il labirinto
che il cretese1 Dedalo costruì e dal quale nessuno, entratovi, poté uscire all’infuori di Teseo aiutato, per amore, dal filo di Arianna

 

1 Come abbiamo visto sopra, in realtà Dedalo era ateniese e non cretese.

 


Il labirinto del Duomo di Lucca (XI sec., rinnovato nel XII e XIII sec.) è tracciato, ad altezza d’uomo, nel semipilastro a destra dell’atrio del Duomo, addossato al campanile. Esso costituisce una testimonianza del passaggio dei pellegrini, un segno tangibile in senso proprio: è consumato, infatti, dalle dita di migliaia di persone che ne cercavano la soluzione. Non bisogna dimenticare – fra l’altro – che il Duomo di Siena custodisce la reliquia del Volto Santo, una statua lignea che fu oggetto di grandissima venerazione nel Medioevo e che per i pellegrini costituiva una sorta di viatico spirituale.
Anche qui, ovviamente, il labirinto è un simbolo delle difficoltà di pervenire alla meta finale (Roma, o addirittura Gerusalemme). L’iscrizione fa presente che il labirinto inciso nella pietra è quello costruito da Dedalo, dal quale solo Teseo riuscì a evadere. Ma il richiamo al mito pagano ha un valore paradigmatico, è un pretesto retorico da interpretare tutto in chiave cristiana: è impossibile uscire dai meandri del peccato senza l’aiuto caritatevole di Dio, così come sarebbe stato impensabile che Teseo potesse uscire dal Labirinto senza l’amore di Arianna.

 


 

 

 

Il labirinto della Cattedrale di Chartres

 


Quello di Chartres è probabilmente il più celebre dei labirinti della cristianità: un labirinto da percorrere materialmente, di solito in ginocchio. Perciò il labirinto prendeva anche il nome di “la lieu”, perché percorrerlo in ginocchio richiedeva lo stesso tempo necessario a percorrere – a piedi, lungo una strada normale – la distanza di una lega (4 km ca.). Lo sviluppo del percorso è di 261 m ca. Come tutti i labirinti della cristianità, è di tipo II: tortuoso, difficile, ma senza vicoli ciechi. Una volta raggiunto il centro, il pellegrino doveva retrocedere lentamente, sempre in ginocchio, fino all’imbocco del labirinto, affacciato sul “mondo esteriore”. Di qui avrebbe ripreso la via del ritorno. Fino al 1792 al centro del labirinto si trovava una placca di bronzo che fu fusa – insieme con le campane della cattedrale – per farne palle di cannone (è l’anno in cui la Francia dichiara guerra all’Austria, alla Prussia e al Regno di Sardegna). La placca avrebbe rappresentato – secondo quel che si legge nelle testimonianze d’epoca – Teseo, il Minotauro e, alle loro spalle, Arianna.

 

La cattedrale di Chartres. In alto, prospetto sud. Qui accanto, facciata rivolta a ovest (come in tutte le chiese medievali, dal 700 in poi). Qui sopra, e nelle due immagini in basso, il labirinto tracciato sul pavimento della navata centrale. Il percorso che conduce al rosone posto al centro si sviluppa lungo un insieme di tornanti disposti su undici anelli concentrici, come nel Duomo di Lucca e nella maggior parte dei labirinti medievali.

 


 

Il percorso del labirinto – che qui sotto è analizzato in nove fasi – è obbligato e non presenta vicoli ciechi. I disegni sono tratti dal sito Le labyrinthe de Chartres: miroir du Sentier. Questo è uno dei tanti siti dedicati agli aspetti “iniziatici” del labirinto.

Per una trattazione dell’argomento improntata a spirito laico si veda Labirinti e matematica (l’argomento è trattato esaurientemente, anche – ma non esclusivamente – sotto il profilo matematico; il sito comprende indicazioni bibliografiche di tipo tradizionale e Web).