|
di Angelo Gandolfi e Claudio Piga | ||
| Home page Chi siamo Su Dedalo e i labirinti | ||
Su Dedalo e i labirinti
| ||
|
| |||||||||||||||||||||
Dedalo, protoingegnere dell’antichità
Antonio Canova, Dedalo e Icaro, Venezia, Museo Correr (particolare). Dedalo è rappresentato mentre costruisce il remeggio d’ali sul corpo del figliolo Icaro.
Dedalo, ateniese, il costruttore
del labirinto di Creta, fu architetto, scultore, ingegnere e
inventore (inventò, per esempio, l’ascia e il trapano, due strumenti
importantissimi per le costruzioni navali). Per Minosse Dedalo aveva anche costruito il Labirinto, nel quale fu rinchiuso il figlio di quel turpe amore, perché non ne uscisse mai. Quando però un altro ateniese, Teseo, venne a Creta per uccidere il mostro (al quale era destinato il tributo di sette giovani e sette fanciulle – ateniesi – da divorare ogni anno), fu lui a suggerire lo stratagemma del “filo di Arianna”, perché Teseo potesse entrare nel Labirinto, uccidere il Minotauro e far ritorno ad Atene. Si chiama filo di Arianna perché Teseo, forte dell’amore che aveva saputo suscitare in Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, le chiese aiuto per uscire dal Labirinto; Arianna a sua volta si rivolse a Dedalo che suggerì l’idea di un gomitolo di lana da srotolare, via via che Teseo penetrasse nei meandri del Labirinto. Per trovare l’uscita, sarebbe stato sufficiente raccogliere il filo che aveva precedentemente srotolato. Però Minosse, saputo del successo di Teseo e dello stratagemma ideato da Dedalo, punì l’artefice rinchiudendolo in una torre, all’interno del Labirinto, insieme con il figlioletto Icaro. Qui Dedalo, sempre ingegnoso, trovò il modo di evadere costruendo per sé e per il figlio un sistema di propulsione ad ala battente. Quel che ne seguì è noto: i due si allontanarono in volo dal Labirinto, diretti in Italia – verso la Magna Graecia – ma Icaro, troppo fiducioso e quasi inebriato dal mezzo tecnologico, si spinse oltre il dovuto in prossimità del Sole, il cui calore sciolse la cera utilizzata per la costruzione dell’apparecchio di volo. Icaro precipitò nel mare mentre Dedalo, impotente a venire in soccorso del figlio, proseguì il suo viaggio verso la Sicilia, secondo quanto ci riferiscono Pausania e Diodoro, dove lasciò tracce notevolissime del suo ingegno di artefice versatile. Secondo Virgilio invece (seguito da altri poeti, come Silio, Stazio e Giovenale) approdò a Cuma, dove edificò un tempio ad Apollo. La descrizione dell’opera di Dedalo scultore è il pretesto con cui Virgilio, con poche parole di grande efficacia, esprime il dolore del padre orbato del figlio. Avendo infatti edificato il tempio, Dedalo ne costruisce le porte, dove rappresenta la concatenazione degli eventi che l’hanno portato a Cuma: il turpe amore dal quale nacque il Minotauro; la costruzione del Labirinto; la morte di Androgeo figlio di Minosse, atleta invincibile e ucciso dagli ateniesi per invidia; la punizione degli ateniesi che furono costretti al triste tributo dei fanciulli; lo stratagemma del filo di Arianna; la fuga dal Labirinto. Avrebbe voluto rappresentare anche Icaro, ma ne fu impedito dal dolore. Perché due volte Dedalo provò a plasmare la sventura del figlio, e due volte la mani pietose del padre caddero inerti.
[...] Tu quoque magnam partem opere in tanto, sineret dolor, Icare haberes. Bis conatus est casus effingere in auro, bis patriae cecidere manus.
Così Virgilio, senza niente
togliere alla genialità di Dedalo, ci restituisce di lui
un’umanità che non tutti gli antichi erano stati concordi
nell’attribuirgli. Canova ha voluto trasporre quest’immagine di
amore paterno nella pietra: il gesto e lo sguardo di Dedalo sono
quelli di chi poco si cura di sé, ma vuole la salvezza del
figlio prima di tutto. Dedalo è rappresentato in maniera molto
realistica, con il volto e il corpo che portano evidenti i segni
della vecchiaia. Icaro invece è idealizzato, secondo i canoni
della bellezza greca: rappresenta la languida bellezza di un
fanciullo che ha posto ogni speranza di salvezza nella forza
d’ingegno del padre. È come se Canova volesse interloquire con
Dedalo, da scultore a scultore, farlo partecipe della sua
compassione e totale adesione alla civiltà greca.
| |||||||||||||||||||||
|
Il nostro labirinto
È un labirinto del II tipo (vedi sotto), cioè senza vicoli ciechi; lungo tutto il percorso che conduce alla formella centrale si legge, ripetutamente, “Forse che sì, forse che no”. Purtroppo nella figura qui accanto il motto non è leggibile. È leggibile invece la scritta che corre tutt’intorno. Ma le scritte non sono coeve. Il soffitto, infatti, è stato trasportato dal Palazzo di San Sebastiano, che fu fatto costruire da Francesco II (1484-1519), terzo marchese di Mantova. La scritta perimetrale invece fu fatta incidere da Vincenzo Gonzaga (1587-1612), che promosse la costruzione della Domus aurea. La scritta recita così: DVM SVB ARCE CANISIA / CONTRA TVRCAS PVGN. / VINC. GONZ. MANT. IIII / ET MONT. FERR. II DVX, cioè: “Mentre sotto la rocca di Canissa combatte contro i turchi Vincenzo Gonzaga, quarto duca di Mantova e secondo del Monferrato”. Nella formella si legge la scritta, attorniata da lacci che si annodano a due cuori: DEDALEE INDVSTRIE ET TESEIE VIRTVTIS, un riconoscimento dei meriti dell’ingegnoso Dedalo e del valoroso Teseo. Il punto di arrivo di questo labirinto rappresenta, come sempre, la salvezza di una vita individuale ma forse anche, in questo caso, la salvezza del casato dei Gonzaga che ai tempi di Vincenzo attraversava momenti difficili. La rocca di Canissa fa riferimento alla battaglia di Kanizsa, dove il duca effettivamente combatté contro i turchi. La scritta perimetrale sarebbe da mettere in relazione, secondo alcuni, a una possibile detenzione del Duca, prigioniero dei turchi, in un labirinto. Ma la cosa è da dimostrare. Misterioso è anche il motto “Forse che sì, forse che no” che si svolge lungo il percorso del labirinto. Francesco II l’avrebbe tratto (ma è soltanto un’ipotesi) da una “frottola” amorosa coeva: la frottola è una composizione polifonica vocale, di origine popolare. Il motto piacque a D’Annunzio che qualche secolo dopo visitava il Palazzo ducale. Prese nota di queste parole «dubitose» che ricorrono in «un labirinto d’oro in campo oltremarino» (così scrive in un suo taccuino), tanto che Forse che sì, forse che no diventa il titolo di una sua opera.
I due generi di labirinto
In inglese esistono due parole per significare labirinto: la prima, di origine anglosassone, è maze; la seconda, di origine greca, è labyrinth. Finora queste due parole sono state pressoché sinonimi, ma chi si occupa oggi di labirinti (nella teoria dei giochi, per esempio) tende a far coincidere i labirinti di tipo I con maze e quelli di tipo II con labyrinth. Come esempio di labirinto del primo tipo consideriamo quello di Villa Pisani, lungo il fiume Brenta, nella pianura veneta.
I lavori della villa e del parco – commissionati a Girolamo Frigimelica nel 1720 – furono terminati nel 1735, l’anno in cui Alvise Pisani venne nominato Doge. Era stato ambasciatore della Serenissima a Versailles e volle che la sua residenza ne portasse l’eco, per lo stupore dei nobili veneziani che, nella stagione della villeggiatura, risalivano il Brenta con il Burchiello. D’Annunzio visitò anche questo labirinto (vedi sopra, a proposito del labirinto dei Gonzaga) e ne fu entusiasta. Qui ambientò una scena erotica del suo romanzo Il fuoco, quando Foscarina entra nel labirinto con il suo amante Stelio e si smarrisce. Stelio gioca crudelmente con lei: «Egli rise tra le foglie, senza mostrarsi, come un fauno in agguato. Il gioco l’eccitava: tutte le sue membra si riscaldavano snodandosi nell’esercizio della destrezza; e il mistero selvaggio, il contatto del suolo, l’odore dell’autunno, la singolarità dell’avventura impreveduta, lo sbigottimento della donna, la presenza stessa delle deità di pietra mescevano al suo piacere corporeo un’illusione di antica poesia».
Il labirinti della tradizione cristiana
Le pestilenze non erano gli unici inconvenienti naturali, e le guerre non erano le uniche insidie umane: le strade erano frequentate, oltre che dai pii pellegrini, anche dai banditi. Tra questi era famoso Ghino di Tacco, una sorta di brigante “buono” che – ai tempi di Dante – dalla rocca di Radicofani controllava la Via Cassia, al confine tra la Repubblica di Siena e lo Stato pontificio. Ghino lasciava sempre ai malcapitati qualcosa di che vivere. Il pellegrinaggio cristiano era dunque un viaggio irto di pericoli, senza la certezza di arrivare alla meta. Era costume, infatti, fare testamento prima della partenza. Il viaggio in Terra santa, o a Roma, o a Santiago di Compostela (sono queste le tre “peregrinationes maiores”, secondo la testimonianza di Dante, nella Vita nova) era un’impresa simile a quella di Teseo. Ecco perché il labirinto divenne il simbolo del pellegrinaggio penitenziale e perché troviamo il simbolo del labirinto nei luoghi di devozione toccati dalla Via Francigena (a Pontremoli, per esempio, e a Lucca, come vedremo).
Ma c’è di più. Il Medio evo era –
è vero – il tempo dei pellegrinaggi, ma la maggior parte dei
cristiani, soprattutto quelli che vivevano oltralpe, non aveva
la possibilità di recarsi a Roma, o a Santiago di Compostela,
per non parlare di Gerusalemme, che era allora considerata il
centro del mondo e che simbolizzava il Regno dei cieli. Ecco
allora che si facevano dei pellegrinaggi alle cattedrali di
Amiens, Arras, Auxerre, Bayeux, Chartres, Poitiers, Reims, Sens,
St. Quentin, Tolosa, dove i pellegrini avrebbero trovato un
labirinto. Il centro del labirinto aveva il significato della
Gerusalemme celeste, della quale la stessa cattedrale è un
simbolo, e il pellegrinaggio alla cattedrale equivaleva a un
viaggio in Terra santa, in scala ridotta.
Il labirinto del Duomo di Lucca
Il labirinto della Cattedrale di Chartres
Il percorso del labirinto – che qui sotto è analizzato in nove fasi – è obbligato e non presenta vicoli ciechi. I disegni sono tratti dal sito Le labyrinthe de Chartres: miroir du Sentier. Questo è uno dei tanti siti dedicati agli aspetti “iniziatici” del labirinto. Per una trattazione dell’argomento improntata a spirito laico si veda Labirinti e matematica (l’argomento è trattato esaurientemente, anche – ma non esclusivamente – sotto il profilo matematico; il sito comprende indicazioni bibliografiche di tipo tradizionale e Web).
| |||||||||||||||||||||